Umberto Bossi e Francesco Belsito condannati per truffa allo Stato

Firenze – Due anni e mezzo di reclusione ad Umberto Bossi e quattro e dieci mesi a Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega Nord. E’ questa la condanna per truffa ai danni dello Stato, pronunciata dal tribunale di Genova. Lo stesso tribunale ha disposto inoltre la confisca di 48 milioni di euro dai fondi della Lega Nord.

Fondi Lega Nord, due anni e tre mesi a Umberto Bossi. Condannati anche il figlio Renzo e l’ex tesoriere Belsito

Milano – Il giudice della VIII sezione penale del Tribunale di Milano Maria Luisa Balzarotti ha inflitto due anni e tre mesi a Umberto Bossi, un anno e sei mesi al secondogenito Renzo e 2 anni e 6 mesi a Francesco Belsito, ex tesoriere della Lega. Così, sono state accolte le richieste del pm Paolo Filippini. Erano tutti imputati di appropriazione indebita per aver usato, secondo l’accusa, fondi del Carroccio per fini personali.

La decisione del giudice Balzarotti è arrivata nel processo “The Family”, così ribattezzato per il nome scritto sulla cartella di documenti sequestrata a suo tempo a Belsito in cui comparivano quelle che sono state giudicate spese private della famiglia Bossi, pagate però con i soldi del Carroccio arrivati anche dai rimborsi elettorali.

 

Fondi Lega Nord, condannato Riccardo Bossi ad un anno e otto mesi

MilanoRiccardo Bossi, figlio del fondatore della Lega Nord Umberto, è stato condannato con rito abbreviato a un anno e otto mesi per appropriazione indebita aggravata per le presunte spese personali con i fondi del Carroccio. E’ la prima sentenza, emessa dal Tribunale di Milano, dopo quanto era emerso nel 2012 sui fondi del partito. Il figlio di Umberto Bossi era imputato per spese con i fondi della Lega per circa 158mila euro. Soldi pubblici che avrebbe usato, tra il 2009 e il 2011, per pagare – secondo le carte dell’inchiesta – debiti personali, noleggi auto, rate dell’università dell’Insubria, affitto di casa, mantenimento dell’ex moglie, abbonamento alla pay-tv, luce e gas e anche il veterinario per il cane.

Aggressione ai giornalisti al Lega Day.

Insultati, minacciati, cacciati al grido “venduti” e “comunisti”. A subìre i giornalisti, ad offendere i militanti del Carroccio. E’ accaduto a Zanica, in provincia di Bergamo, al “Lega Unita Day”.

Firenze – Insultati, minacciati, cacciati al grido “venduti” e “comunisti”. A subìre i giornalisti, ad offendere i militanti del Carroccio. E’ accaduto a Zanica, in provincia di Bergamo, al “Lega Unita Day”. L’aggressione è avvenuta a conclusione del comizio. I giornalisti e i cameramen sono entrati nel tendone adibito al ristoro ed è qui che hanno dovuto subìre l’aggressione della base. E, non solo. Un cronista de “Il Fatto” è stato anche malmenato, come denuncia lo stesso quotidiano. Fra i presenti anche Luca Bertazzoni di Servizio Pubblico, come si vede dalle immagini di Repubblica Tv. Lo scorso 4 aprile Umberto Bossi, appena uscito dalla sua casa di Gemonio – i guai per la Lega erano appena cominciati -, ha offeso e minacciato un giornalista de La 7, servizio trasmesso dalla stessa emittente televisiva. Nel suo saggio “Libertà di stampa”, il giornalista Mario Borsa – firmatario del “Manifesto degli intellettuali antifascisti” – scriveva che la libertà di stampa è «la condizione prima ed essenziale per la purezza della vita pubblica».

Caro Grillo, la Tv non è tutta uguale

FirenzeDiceva Charlie Chaplin: «Il successo rende simpatici». Non è il caso di Beppe Grillo. Da quando i sondaggi lo danno al 7,5% è mediaticamente vivisezionato: accusato di essere il padre padrone del Movimento 5 Stelle e di averlo trasformato in un’azienda che fa affari. Che male c’è se questo gli permette di far sopravvivere il movimento senza i soldi della collettività?

Tutti i partiti hanno un padre padrone, a cominciare dai Radicali di Pannella fino a B. (che ha trasformato l’azienda in un partito mettendo i dipendenti a fare i politici), in altri, alcuni del centrosinistra, il capo è sotterraneo e manovra il segretario civetta, spesso a sua insaputa. Non vi è un partito in cui la base conti qualche cosa. La dimostrazione è ciò che sta accadendo oggi nella Lega, il cui popolo, ogni giorno che passa, viene sempre più umiliato da ciò che la magistratura scopre e da insopportabili discorsi di ex e futuri segretari privi di contenuti, valori, di morale, con un unico obiettivo: salvare le chiappe e avere il comando. Bossi avrà concordato con qualcuno la candidatura del Trota o ha fatto tutto da solo?

Il tesoriere Belsito si è autonominato vicepresidente della Fincantieri? Dov’erano quelli che oggi vanno in giro con la ramazza? Chi non ha controllato ha le stesse responsabilità di chi ha rubato. Di Grillo, un po’ Don Chisciotte, un po’ Masaniello, condivido la lotta all’illegalità e ammiro la caparbia volontà di fare pulizia in Parlamento. Sono quasi cinque anni che ha depositato, inutilmente, 350 mila firme dei cittadini al Senato con tre proposte di legge: nessuno può essere candidato se condannato anche solo nei primi due gradi di giudizio; nessuno può essere eletto per più di due mandati; basta con i candidati nominati dai capi partito. Perché il centrosinistra non gli ha dato una mano?

L’ultima di Grillo è quella di contestare i talk-show invitando i suoi a non parteciparvi perché sono “spazi poco igienici”. Il Movimento 5 Stelle può fare a meno di andare in tv, comunica straordinariamente attraverso Internet, ma quel cittadino che non naviga, perché anziano, ha il diritto di essere informato come il giovane che ha deciso di non guardare più la tv. È vero, il talk è uno spazio per i soliti noti. La società civile, che in questi ultimi 10 anni è stata la vera opposizione al berlusconismo, non ha spazio. Travaglio è invitato solo perché fa ascolto non per quello che scrive.

È lontano il tempo in cui Biagi diceva: «La tv è per chi ha qualche cosa da dire». Grillo non dovrebbe fare di ogni erba un fascio: Sevizio Pubblico di Santoro non è uguale a Porta a Porta di Vespa.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Lega Nord, si è dimesso Umberto Bossi

Umberto Bossi si è dimesso.

FirenzeUmberto Bossi si è dimesso. Le indagini sul tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, condotte dalle procure di Milano, Napoli e Reggio Calabria hanno portato alle dimissioni del Senatùr che ha presentato le dimissioni da segretario del partito nel corso del consiglio federale (link).

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Scandalo Lega, Bossi si dimette (fonte: La Repubblica)

La Padania nell’edizione odierna

 

Rai, missione compiuta

Firenze Le chiacchiere stanno a zero: nove anni fa, dalla Bulgaria, Berlusconi chiese e ottenne la testa di Biagi e Santoro. Lunedì scorso, il medesimo ha indicato in Santoro uno dei nemici da abbattere. Qualche giorno dopo la trasmissione è stata eliminata. Sarebbe almeno il caso di evitare ipocrisie e doppiezze. Meglio, molto meglio la franchezza di Bossi che ieri sera ci ha fatto sapere che durante il vertice si è parlato di Rai e della necessità di blindarla prima delle prossime elezioni. Alla faccia di chi fa finta di non vedere e non sapere. E se poi la transazione di Santoro è avvenuta in buona armonia perchè gli hanno vietato i locali aziendali per la conferenza stampa? Perchè non fare una bella conferenza stampa congiunta con i vertici aziendali? Sarebbe stato un bellissimo spot per la Rai. Sarà per un’altra volta, forse per le prossime uscite.

Firma. Giuseppe Giulietti

Fonte: Articolo 21

Una questione di legalità

Firenze Il futuro non sorride al Pdl, ma tutto ciò che luccica del Pd non è oro. B. ha perso lo smalto del comunicatore, assomiglia sempre più a un ciarlatano (venditore ambulante o smerciatore di prodotti scadenti, scelga il lettore), l’ultimo tentativo di spacciare un videomessaggio per un’intervista, occupando 5 tg su 7 (per i comizi illegali l’Agcom ha multato il Tg1 e Tg2 di 350 mila euro e i tre tg di Mediaset di 450 mila. Per la Rai chi pagherà, il solito contribuente o chi ha procurato il danno erariale?), ne è la conferma: stessa location, stesso contenuto, evidente lettura delle risposte. Ferrara ha parlato di un autogol e i suoi interventi li ha definiti: “Discorsi da bettola paesana”. Galli Della Loggia (altro sostenitore della prima ora), si è chiesto: “Ma davvero si può pensare che dilatare sui telegiornali, promettere ministeri, togliere multe, elargire mance e favori possa rovesciare un risultato che ha cause politiche profonde?”. A sostegno di B. ancora una volta è arrivato Bossi: “La Moratti poteva fare meglio, noi la sosterremo, anzi la terremo sotto tiro”. Ormai i due sono una coppia di fatto, peccato che il tempo dell’avanspettacolo sia finito, avrebbero avuto futuro. Breve repertorio. Gli immigrati: “Via da Lampedusa entro 60 ore, chiederemo per l’isola il Nobel per la Pace” (B.), “Fora dai ball” (Bossi). Definizioni di Fini: “Questo è pazzo” (B.), “È uno stronzo” (Bossi). Su Pisapia: “È alleato dei violenti. Milano città islamica, zingaropoli di campi rom” (B.), “Pisapia è un matto” (Bossi). L’avvocato Pisapia, il candidato dal volto per bene, il sindaco di cui Milano ha bisogno. La sua storia politica e professionale lo sta aiutando a guadagnare la fiducia dei milanesi. David Pisapia è consapevole di lottare contro Golia Moratti. Già una volta David ce l’ha fatta.

Nella città meneghina il Pd deve ringraziare le primarie. Il partito è poco sensibile al rinnovamento, quello vero, non di facciata, quello che chiede la società civile. È lontano dai giovani che guardano con simpatia il movimento di Grillo. Non riesce a liberarsi dei vecchi arnesi della politica. Anche l’oro di Napoli non nasce dal Pd. Il merito è solo del protagonista: Luigi De Magistris e dei cittadini che lo sostengono. L’ex magistrato, che crede nel rispetto delle istituzioni, rappresenta la risposta al bisogno di legalità. Ha risvegliato nei napoletani il diritto di sperare che la cultura dell’illegalità, imposta dalla camorra e dalla mala politica, si trasformi in occasioni per i giovani, che Napoli torni ad essere una città di cultura, arte e lavoro. Da Milano e da Napoli l’Italia tornerà a vivere.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Quando La Russa era la rissa

Firenze<<Vigliacchi, siete dei vigliacchi ad andare in piazza con la faccia nascosta>>. Ignazio La Russa non è riuscito a trattenersi. Durante Annozero lo studente della Sapienza Luca Cafagna non ha espressamente condannato gli episodi di violenza andati in scena a Roma martedì e il ministro lo ha interrotto bruscamente, gridando con rabbia tutto il suo disappunto. Questa è <<apologia di reato>>, ha urlato saltando in piedi e raggiungendo Michele Santoro al centro dello studio. E rivolto allo studente: <<Zitto, vigliacco, andate contro ragazzi che fanno il loro dovere (gli agenti delle forze dell’ordine, ndr) e andate in piazza con la faccia nascosta>>. Cafagna è troppo giovane per ricordarsi di Ignazio Benito Maria La Russa che, segretario regionale del Fronte della gioventù, andava insieme ai suoi camerata fuori dalle scuole e nelle piazze milanesi armati di catene e coltelli. C’è una foto in cui La Russa è al fianco di Ciccio Franco, caporione della rivolta di Reggio, e con i leader del Msi milanese: è una immagine del 12 aprile 1973, nella manifestazione indetta dal Movimento sociale “contro la violenza rossa” furono lanciate due bombe a mano Srcm che uccisero il poliziotto Antonio Marino di 22 anni. La Russa e compagni si conquistarono la prima pagina de La Stampa di domenica del 22 aprile 1973: l’attuale ministro era indicato tra i “responsabili morali” del lancio della bomba che costò la vita all’agente.

Erano tempi in cui La Russa aveva una chioma lunga e fluente, con barba ben curata e i soliti occhi luciferini che incitava alla lotta contro il comunismo e alla libertà. Ne esiste una straordinaria testimonianza nel film “Sbatti il mostro in prima pagina” di Marco Bellocchio. La pellicola, del lontano 1972, comincia con un comizio del giovane La Russa in piazza Castello. Erano tempi di forti scontri. Di La Russa si ricorda anche Sergio Cusani, all’ora coordinatore del movimento studentesco della Bocconi. <<Vidi quegli occhi inquietanti volti verso di noi>>, ha raccontato Cusani all’Espresso nel 2000. <<Poi qualcunò gridò: “hanno la pistola”. Tirai giù Gianni Vallardi, che oggi è un dirigente della Rizzoli, e sentii dei colpi. Restai stordito dalla violenza di quel gesto. Solo più tardi mi resi conto che ci avevano sparato con una scacciacani>>.

Erano trenta anni fa ma a Milano se ne ricordano tutti. Tranne il diretto interessato che invece accusa lo studente di oggi di aggredire la polizia a volto coperto ma va invece molto d’accordo con il collega dell’esecutivo, Roberto Maroni. Lo stesso che a un poliziotto morsicò il polpaccio ed è stato condannato in primo grado a resistenza a pubblico ufficiale a otto mesi, pena poi ridotta in Appello e confermata anche in Cassazione.

Questione di memoria, forse. Anche sulla presunta “apologia di reato” in cui sarebbe incappato lo studente ad Annozero per non aver condannato gli atti di violenza di martedì. A La Russa saranno sfuggite le dichiarazioni del compagno di governo Umberto Bossi, forse. Il Senatùr dal 1993 non perde occasione per tirar fuori fucili, rivolte popolari, bombe a mano e rivoluzioni.

<<Quando avremo perso tutto, quando ci avranno messo con le spalle al muro, resta il fatto che le pallottole costano 300 lire>>, disse nel settembre del 1993. L’anno dopo: <<Se non avessimo impedito la rivolta si sarebbe incendiato tutto il Nord. E se in Sardegna, un’area isolata, qualche mitra lo puoi trovare, in Lombardia trovi tutto, dai cannoni agli aeroplani, tutto quello che vuoi. Se esplodeva la rivolta nella bergamasca, spazzava via la Lombardia che al quinto giorno si sarebbe sollevata in armi contro il regime>>. Una lunga collezione di dichiarazioni mai bollate come “apologia di reato” dal distratto La Russa.

Il 18 aprile del 1998 Bossi riuscì a spiegare egregiamente il suo pensiero: <<Amici magistrati, il rischio è che ci sia una Pasquetta, ma più che una Pasquetta come quella del 1916 in Irlanda: non verrebbero 1.500 uomini a imbracciare il fucile; saranno 150 mila e il giorno dopo un milione e poi… verrà la libertà della Padania. Non obbligate il popolo in un vicolo chiuso, perchè è molto più forte di voi>>. Solo per ricordare alcune delle tante frasi del leader leghista inneggiati alla rivolta armata. Quando appena due anni fa Bossi disse che <<se necessario potremmo anche imbracciare i fucili>>, La Russa liquidò la frase come un <<modo colorito di esprimersi in un comizio>>. Nulla di grave.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Bobo for president

FirenzeDa quando Roberto Maroni è ministro dell’Interno sono stati arrestati numerosi latitanti, capi e capetti della criminalità organizzata, l’ultimo il camorrista Iovine alla macchia da quattordici anni. Complimenti al ministro e ai magistrati, che grazie alle loro indagini, lo hanno permesso e alle forze dell’ordine che materialmente lo hanno realizzato. Da una settimana Maroni, ritenendosi personalmente offeso, sta replicando in ogni angolo del palinsesto tv a Saviano che ha affermato a “Vieni via con me”:  <<La ‘ndrangheta al Nord come al Sud cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega>>. Per i pochi che non lo sanno il significato di interloquire è il seguente: intervenire in un discorso, intromettersi in una discussione.

Il 15 gennaio 1993 fu arrestato Totò Riina, capo della mafia, latitante dal 1969; l’11 aprile 2006 la stessa sorte toccò a Bernardo Provenzano, dopo quarantatré anni di latitanza. Quante ore di trasmissione le tv avrebbero dovuto mettere a disposizione dei due politici allora a capo del Viminale, Nicola Mancino e Giuseppe Pisanu, e dei due Procuratori nazionali antimafia che hanno coordinato le indagini: Bruno Siclari e Piero Grasso? Lo stesso Viminale, mentre Maroni passa da un programma all’altro, ha affermato che il Nord è la zona dell’Italia dove si registra la maggior infiltrazione di denaro sporco, infatti l’affermazione più importante di Saviano (stranamente sorvolata) è stata: <<Non c’è nessuna strategia nel contrastare il dilagare dell’imprenditoria mafiosa che investe i suoi capitali al Nord>>. Sempre il Viminale ha dichiarato che il Nord è la parte del Paese nella quale esiste la maggior carenza d’organico nel controllo del territorio: meno 7250 unità tra polizia, carabinieri e guardia di finanza.

Credo che Maroni non abbia fatto tutto questo can can solo per poter replicare alle affermazioni di Saviano. Maroni, ben consigliato, ha cavalcato “l’offesa” al popolo leghista diventando il candidato numero uno per il dopo B. La Lega ha bisogno di un leader, Bossi è e rimarrà il punto di riferimento, ma il cavallo che il partito padano farà scendere in pista è lui: il ministro “sceriffo” Maroni. Il Pdl è <<allo sbando tra comitati d’affari e bande di potere>>, sono le parole pronunciate da Mara Carfagna pronta a lasciare ministero e partito. Perché il partito di Bossi, in costante ascesa non solo al Nord, in caso di voto anticipato, non può candidarsi alla Presidenza del Consiglio? È lo stesso Maroni che risponde “no” a Pier Ferdinado Casini, pronto a ritornare sul carro per un “governo d’armistizio”. È sempre Maroni che candida Tremonti, bruciandolo, per il dopo B. È ancora lui, il ministro, che con Bossi al fianco indica le elezioni anticipate come conseguenza unica alla possibile sfiducia a B. del 14 dicembre. Maroni for president?

Firma: Loris Mazzetti.

Fonte: Blog di Loris Mazzetti e Il Fatto Quotidiano