Trattativa Stato-mafia: Riina ci ripensa e non risponderà alle domande dei pm

Firenze – Come non detto. Il superboss Totò Riina fa marcia indietro. E a sorpresa ha revocato il consenso a farsi interrogare dal pm del processo sulla Trattativa Stato-mafia, in corso davanti alla corte d’Assise di Palermo. Ad anticipare la sua intenzione di rispondere alle domande dell’accusa era stato, durante la scorsa udienza, il suo legale, l’avvocato Giovanni Anania.

Trattativa Stato-mafia: la difesa annuncia che Riina risponderà alle domande dei pm

FirenzeToto Riina ha fatto sapere, tramite il suo avvocato Giovanni Anania, che risponderà alle domande dei pm nel processo sulla presunta trattativa fra pezzi dello Stato e Cosa nostra. Tra gli imputati al processo, il capomafia di Corleone è l’unico ad aver accettato di rispondere alle domande di accusa e difesa. Gli altri – mafiosi, pentiti (Giovanni Brusca), collaboratori (Massimo Ciancimino), ex politici (Marcello Dell’Utri e Nicola Mancino) ed ex ufficiali del Ros dei carabinieri come Mario Mori e Antonio Subranni – hanno rifiutato di sottoporsi all’interrogatorio o non hanno ancora risposto all’istanza dei giudici. L’interrogatorio di Riina dovrebbe tenersi nell’udienza del 16 febbraio.

 

Processo Borsellino Quater, Giorgio Napolitano torna sul banco dei testimoni.

Giorgio Napolitano sarà ascoltato in qualità di testimone ne processo Borsellino Quater

FirenzeA poco più di un anno dalla sua storica deposizione al processo sulla Trattativa Stato-mafia, Giorgio Napolitano torna a essere tra i testi di un procedimento. In questo caso il processo è il Borsellino Quater, nato dopo le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, che ha raccontato le modalità operative della strage di via d’Amelio. A chiedere la deposizione di Giorgio Napolitano è stato l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, parte civile nel processo. Il giudice Antonio Balsamo, presidente della Corte d’assise di Caltanissetta, ha fissato nel prossimo 14 dicembre la data in cui il teste Napolitano, ora senatore a vita, sarà audito a Palazzo Giustiniani, a Roma, sede dei presidenti della Repubblica emeriti.

Trattativa Stato-mafia, Calogero Mannino assolto “per non aver commesso il fatto”

Calogero Mannino è stato assolto in primo grado

Firenze – «Assolto per non aver commesso il fatto». Il gup Marina Petruzzella ha assolto Calogero Mannino dall’accusa di aver avviato all’inizio del 1992 la trattativa fra pezzi dello Stato e la mafia. Questa è la contestazione avanzata dalla procura di Palermo che chiedeva per l’ex ministro una condanna a nove. L’ex esponente della Democrazia cristiana era imputato per il reato di “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”. Mannino aveva scelto di essere giudicato tramite il rito abbreviato uscendo di scena dal processo principale in corso a Palermo e che vede fra gli imputati i boss mafiosi Totò Riina e Leoluca Bagarella, gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni e politici, come Nicola Mancino e Marcello Dell’Utri, già condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. I pm di Palermo hanno già fatto sapere che impugneranno la sentenza di primo grado, la prima sulla trattativa Stato-mafia. 

 

 

Palermo, arrestato Vincenzo Graziano. Comprò il tritolo per uccidere Nino Di Matteo.

Firenze La Guardia di Finanza ha fermato Vincenzo Graziano, il nuovo capo mandamento di Resuttana. Secondo Vito Galatolo, il padrino dell’Acquasanta, che da alcune settimane parla con i magistrati, Graziano si sarebbe impegnato per l’acquisto e la custodia del tritolo, destinato all’attentato contro il pm Nino Di Matteo, impegnato nel processo Trattativa Stato- mafia.

Processo Stato-mafia, la procura chiede nove anni di carcere per Calogero Mannino

La Procura di Palermo ha chiesto nove anni di carcere per Calogero Mannino nel processo sulla trattativa Stato-mafia.

Firenze Nove anni di carcere per Calogero Mannino, ex democristiano, imputato nel processo sulla trattativa Stato-mafia. E’ questa la prima richiesta di pena formulata dall’accusa poiché Mannino è l’unico dei dodici imputati che ha scelto di essere processato con il rito abbrevviato. In mattinata, una volta terminata la propria requisitoria, i pm Vittorio Teresi e Roberto Tartaglia hanno formulato la richiesta di pena davanti al gup Marina Petruzzella. Mannino è accusato di violenza o minaccia ad un corpo dello Stato

Trattativa Stato-mafia, Napolitano: “Mai saputo di accordi”

Il Presidente Napolitano ha testimoniato nella sala del Bronzino al Quirinale davanti alla Corte di Assise di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia

Roma E’ durata tre ore e mezza (con 15 minuti di pausa) nella sala del Bronzino del Quirinale la testimonianza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano davanti alla Corte d’assise di Palermo nel processo sulla trattativa Stato-mafia. Napolitano era chiamato a raccontare cosa gli disse Loris D’Ambrosio, consigliere giuridico del capo dello Stato morto per infarto nel luglio 2012, a proposito di «indicibili accordi» e a riferire quello che sa su un attentato che la mafia avrebbe progettato contro di lui nel 1993, quando era presidente della Camera. Secondo quanto riferito da alcuni legali e riportato dalle agenzie di stampa, Napolitano – «sereno e preciso» – ha risposto a diverse domande delle parti, anche a quelle poste dall’avvocato del boss Totò Riina, Luca Cianferoni. Ma in alcuni casi – riferiscono i legali citati dalle agenzie – si sarebbe appellato alle sue prerogative. Il presidente Napolitano «ha risposto alle domande senza opporre limiti di riservatezza connessi alle sue prerogative costituzionali né obiezioni riguardo alla stretta pertinenza ai capitoli di prova ammessi dalla Corte stessa», precisa invece il Colle in una nota.

Trattativa Stato-mafia: il legale di Riina potrà interrogare Napolitano

Firenze L’avvocato del boss Totò Riina potrà interrogare il Capo dello Stato Giorgio Napolitano al processo sulla trattativa Stato-Mafia, nell’udienza riservata all’audizione del presidente in programma il 28 ottobre. Lo ha deciso la Corte d’Assise di Palermo che ha accolto l’istanza del difensore Luca Cianferoni stabilendo che potrà porre domande a Napolitano su quanto accadde fra il 1993 e il 1994, quindi su temi nuovi rispetto a quelli originariamente stabiliti dai giudici. Per le prerogative costituzionali di cui gode il presidente della Repubblica, la Corte d’Assise rimarca che la deposizione «non può prescindere dalla disponibilità del capo dello Stato, di cui la corte non potrà che prendere atto».

2 agosto 1980, a Bologna fu strage

FirenzeSono trascorsi trentaquattro anni dal 2 agosto 1980 quando alla stazione di Bologna, alle ore 10,25, una valigia, lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente venti chili di esplosivo militare gelatinato Coupound B, esplose sbriciolando la sala, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno proveniente da Basilea diretto ad Ancona e il bar-ristorante. Una grande onda anomala travolse bambini, donne e uomini, riversandosi in più punti: verso la piazza, verso il primo binario, nel sottopassaggio. In pochi secondi 85 furono le vittime e 207 i feriti di cui 70 con invalidità permanente. Furono Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, terroristi neofascisti appartenenti ai Nar, a mettere la bomba all’interno della Stazione.

In questi giorni la procura di Bologna ha chiesto l’archiviazione per la “pista palestinese”, considerata alternativa a quella neofascista, uno dei tanti tentativi di depistaggio, i magistrati bolognesi hanno anche decretato l’inesistenza del così detto “lodo Moro”, presunto accordo con i palestinesi, la cui violazione avrebbe portato alla vendetta consumata con la strage. Il 2 agosto per i famigliari delle vittime di tutte le stragi e per i bolognesi è la giornata della memoria, per non dimenticare, quest’anno cade di sabato come allora. Per gli italiani era l’inizio delle ferie, finalmente un giorno sereno in un anno segnato da una lunga striscia di sangue: il 6 gennaio fu assassinato il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, i sospetti del giudice Falcone caddero sul terrorista nero Fioravanti, riconosciuto dalla moglie di Mattarella, in macchina con il marito nel momento dell’omicidio. Le prove non furono sufficienti per incriminarlo, ma il dubbio, nonostante le condanne definitive a Riina, Greco, Brusca, Provenzano Calò Madonia e Geraci, rimane perché la presenza a Palermo di Fioravanti e Mambro fu accertata già allora: i due terroristi erano a casa di Francesco Mangiameli, dirigente del movimento neofascista Terza posizione con Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Giuseppe Dimitri. Mangiameli qualche mese dopo fu ucciso dallo stesso Fioravanti.

Le Brigate Rosse avevano massacrato a Milano tre poliziotti della Digos: Rocco Santoro, Antonio Cestari, Michele Tatulli; a Genova il tenete colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e l’agente Antonio Cosu; a Mestre il dirigente del Petrolchimico di Marghera Silvio Gori. La violenza delle Br sembrava inarrestabile: uccisero a Roma il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, poi a Salerno il sostituto procuratore Nicola Giacumbi; a Milano, il giornalista del Corriere della sera Walter Tobagi; ancora a Mestre il dirigente dell’antiterrorismo Alfredo Albanese. I Nar non furono da meno: a Milano assassinarono il sostituto procuratore Mario Amato, questa volta a colpire furono Gilberto Cavallini e Ciavardini, quello della strage di Bologna. Amato fu ammazzato perché aveva ricostruito le connessioni tra la destra eversiva e la banda della Magliana, i cui contatti andavano dalla camorra a Cosa nostra, alla massoneria. Dalla banda i Nar si rifornivano delle armi per i loro delitti. Il gruppo criminale romano fu coinvolto negli omicidi Pecorelli e Calvi, nel sequestro Moro e contribuì ai depistaggi della strage di Bologna. Il 27 giugno alle ore 20,45 scomparve dai radar, sopra il cielo di Ustica, il Dc-9 partito da Bologna per Palermo con 81 persone a bordo. La Corte di Cassazione, il 28 gennaio 2013, ha sentenziato che fu un missile o una collisione con un aereo militare ad abbattere il Dc-9 che si era trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra.

Quando, nel giorno della memoria, la sirena suona alle 10,25 e nella piazza cade il silenzio, torna, in chi ha vissuto quel momento, tutta l’angoscia creata dai misteri che avvolgono le stragi e dal sangue versato negli anni di piombo: colpire Bologna allora, con la sua storia di città resistente, simbolo del progresso sociale e politico, ebbe un duplice significato: fine delle zone franche e la dimostrazione che nel nostro Paese sarebbe potuto accadere qualsiasi cosa, perché non esiste una strage nella quale non siano coinvolti apparati dello Stato: a Palermo è in atto il processo sulla Trattativa tra Stato e mafia dove per la prima volta sul banco degli imputati siedono insieme politici, uomini delle istituzioni e capi di Cosa nostra. Le stragi cominciarono nel lontano 1947 da Portella della Ginestra, poi a Bolzano a Malga Sasso, Belluno a Cima di Vallona, Milano Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano di Sagrado vicino a Gorizia, ancora a Milano alla Questura, Brescia piazza della Loggia, San Benedetto Val di Sambro: l’Italicus nel 1974, poi ancora nel 1984, in mezzo la Stazione di Bologna, poi nel 1993 Firenze con i Georgofili e Milano con via Palestro. Quante vite innocenti spezzate. La sirena delle 10,25 significa tutto questo ma non solo, negli anni è diventata il simbolo delle false promesse dei politici, l’ultima lo scorso anno dal ministro Del Rio, in rappresentanza del governo Letta, quando si impegnò a inserire nel decreto Sicurezza il pagamento, da parte dell’Inps, degli indennizzi previdenziali alle vittime rimaste invalide. Come sempre i fatti smentiscono le parole che servono esclusivamente per passare “la nottata” e per prendere qualche fischio in meno.

Quest’anno la delusione dell’Associazione famigliari delle vittime, presieduta da Paolo Bolognesi è data, per l’ennesima volta, dall’assenza del presidente del Consiglio. Renzi preferisce muoversi su terreni sicuri: a Genova all’arrivo della nave Concordia o a Palazzo Chigi a ricevere la squadra italiana di scherma per festeggiare le tante medaglie, mandando al suo posto il ministro Poletti. L’assenza probabilmente è stata influenzata dall’allarme della Questura per la presenza nella piazza della Stazione dei collettivi e dei sindacati di base, invece sarebbe stata l’occasione per ricevere un po’ di applausi, perché Renzi, rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto a Palazzo Chigi, una cosa importante l’ha fatta, dopo anni di sollecitazione delle associazioni dei famigliari delle vittime e di Bolognesi in particolare (che è entrato in Parlamento solo per raggiungere questo obiettivo), è stato rimosso dagli atti, nell’aprile scorso, le classifiche di segretezza (riservato, riservatissimo, segreto, segretissimo), questo consentirà la libera consultazione rispetto al limite minimo previsto di quarant’anni della “memoria dello Stato”, fatta da ben 110 chilometri di documenti.

E’ il primo atto verso la trasparenza perché il vero problema sulle stragi è da sempre il segreto di Stato. E’ stato un messaggio politico importante anche nei confronti di chi negli anni ha insabbiato: “Le coperture sono finite, nessuno può considerarsi al di sopra di ogni sospetto”. Questo è solo il primo atto di giustizia nei confronti dei famigliari delle vittime e dei cittadini, il secondo sarà quello di cambiare i dirigenti responsabili dei servizi, come ha dichiarato Bolognesi: «Gli uomini abituati a coprire non possono essere quelli che scoprono».

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21

www.stragi.it 

 

Strage via D’Amelio, Nicola Mancino si avvale della facoltà di non rispondere

FirenzeL’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, chiamato a deporre al processo per la strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta, si è avvalso della facoltà di non rispondere. L’ex politico della Dc, che è imputato al dibattimento sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, doveva essere sentito come imputato di procedimento connesso: tale status gli ha dato la possibilità di astenersi dal testimoniare. L’ex presidente del Senato avrebbe dovuto deporre sul suo incontro col giudice Paolo Borsellino avvenuto l’1 luglio 1992, giorno del suo insediamento alla guida del Viminale. «Non voglio sottrarmi in alcun modo, ma non voglio interferire su un procedimento in cui non sono stato ancora interrogato», ha detto riferendosi proprio al processo di Palermo sulla trattativa in cui è accusato di falsa testimonianza.