Strage di Viareggio, via al maxiprocesso. Udienza preliminare aggiornata al 2 aprile

La notte fra il 29 e il 30 giugno morirono 32 persone. Tutti assenti i 32 imputati, tra cui l’ad di Ferrovie dello Stato Moretti. I familiari chiedono giustizia.

Lucca – Si è aperta al polo fieristico di Lucca l’udienza preliminare per il procedimento della strage di Viareggio del 29 giugno 2009: le vittime furono 32. Il tribunale si è ‘trasferito’ in una sede più ‘capiente’ per ospitare le numerose parti civili, difensori e consulenti dei 32 imputati. Tra di loro l’amministratore delegato di Ferrovie Mauro Moretti, funzionari e vertici delle altre società del gruppo Fs, della proprietaria del convoglio, la Gatx, delle ditte di revisioni Cima e Jugenthal. Nessuno di loro ha partecipato all’udienza. «Tutti contumaci», ha spiegato un avvocato di parte civile. Le richieste di costituzione di parte civile sono state un centinaio, fra familiari delle vittime ed enti: fra questi ultimi anche la presidenze del Consiglio e la Cgil, nella persona del segretario Susanna Camusso, oltre alla Regione Toscana, alla Provincia di Lucca e al Comune di Viareggio. L’udienza è stata però aggiornata al prossimo 2 aprile. Per un difetto di notifica il gup di Lucca ha deciso di stralciare le posizioni di Trenitalia, Fs Logistica Rfi, della ditta di revisioni Cima, e del suo titolare.

I familiari delle vittime hanno fatto ingresso in mattinata all’area del polo fieristico in corteo. In testa c’era uno striscione con le foto delle vittime e la scritta ”Viareggio 29.6.2009. Niente sarà più come prima”. A parlare è la coordinatrice dei familiari Daniela Rombi: “Vogliamo giustizia – ha detto – e vogliamo che quello che è successo a Viareggio non accada più. Quello che chiediamo è che si spenda in sicurezza”.

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Lavoratori, tutte le conquiste sono andate perdute. L’articolo 18 è sepolto.

Firenze«Le imprese avrebbero voluto la sparizione della parola reintegro, ma con il tempo capiranno che ciò avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili». L’ha detto nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio Mario Monti, in risposta ad una Emma Marcegaglia irritata nel rileggere “reintegro” (per i licenziamenti economici ndr) nella nuova versione dell’articolo 18 nell’ambito del disegno di legge sulla riforma del lavoro. Nel confrono mediatico fra il premier e il presidente di Confindustria, il primo ha cercato di rassicurare il secondo. «Confindustria fino a tre mesi fa si sarebbe sognata una riforma così». Intanto, il ddl sulla riforma del lavoro, dopo la firma del Presidente Napolitano, approderà la prossima settimana alle Camere. Il sì del Capo dello Stato non è stato isolato: la riforma ha trovato consensi anche in Europa, dove banche e finanza non trovano ostacoli per imporre la propria forza. Fin qui nulla di strano. Le anomalie arrivano invece con il sì del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che al reintegro nel testo del termine reintegro ha detto: «Bene sull’articolo 18, ancora male su precariato e crescita». Insomma, sull’articolo 18 la Cgil è soddisfatta. Un appagamento probabile risultato di due fattori. Il primo. Di non aver rotto con il Pd, i cui esponenti, con in testa il segretario Bersani, ostentano fierezza nell’aver costretto il governo dei professori a modificare la precedente bozza. Un risultato, figlio anche dell’accordo con Alfano (Pdl) e Casini (Udc). Il secondo. Di trasmettere, nella loro idea, un messaggio positivo ai lavoratori, iscritti e non. In sostanza, il tentativo di far credere a chi lavora che la Cgil ha centrato l’obiettivo. Può darsi. Perché, allora, accettare modifiche dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Non andava bene così come era? Oggi, cosa direbbero Giacomo Brodolini e Gino Giugni? In realtà, l’articolo 18 dello Statuto è stato sepolto e i lavoratori hanno perso anche l’ultimo baluardo di difesa contro le sopraffazioni di chi ama guardare numeri, cifre e intende far valere solo la propria forza infischiandosene delle regole e del bene della collettività. Alle tute blu e ai colletti bianchi non è rimasto nient’altro: dalla perdita della scala mobile, alla sepoltura dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Tutte le conquiste sono andate perdute.

Migliaia in piazza per lo sciopero unitario dei sindacati

Cortei nei principali centri della penisola, a Cagliari, Bologna e Torino l’adesione maggiore

Roma – “La manovra è fortemente depressiva e il rigore ricade sempre sui soliti noti. Aggrava la situazione del Paese, non la risolve”. Parola del segretario della Cgil Susanna Camusso, che dal presidio davanti a Montecitorio a Roma ha commentato così l’andamento dello sciopero di tre ore svoltosi oggi nelle principali città d’Italia. Una forma di protesta seguita all’incontro notturno con il premier Mario Monti, appuntamento che non ha dato i frutti sperati.

E così la ‘minaccia’ annunciata da Cgil, Cisl e Uil è diventata realtà, con cortei e manifestazioni da Nord a Sud. ”Non è detto che sia finita e che questo sciopero sia l’unico. Bisogna ricominciare a costruire un cammino unitario con gli altri sindacati” ha annunciato il segretario della Cgil Susanna Camusso, che poi ha ricordato come “l’incontro con Monti è stato sicuramente molto più deludente di quello che ci si aspettava. C’è un no ad affrontare il tema dell’indicizzazione delle pensioni, sulla casa e l’Ici”, quindi la manovra “è iniqua proprio rispetto a chi paga il conto” perché “pagano molto di più i redditi medio bassi e individuali. Pagano quelli che denunciano tutto e non chi ha di più”.

“Democrazia, contrasto, lavoro. No a chiusure e licenziamenti”. Il messaggio della Fiom a Marchionne

Sit-in pacifico, nessun disordine. Maurizio Landini invita Sergio Marchionne a presentare il piano Fabbrica Italia, Susanna Camusso chiede al governo di dimettersi.

Roma – Si è tenuto a Roma, senza alcun disordine, il mini-corteo della Fiom nella giornata dello sciopero nazionale di otto ore indetto dal sindacato dei metalmeccanici della Cgil.

Queste le parole del segretario generale Maurizio Landini: “Occorre che Marchionne accetti di discutere il piano (Fabbrica Italia, ndr), che si impegni davvero a fare gli investimenti che ha annunciato e che tenga aperti gli stabilimenti”. Soddisfatto della partecipazione dei lavoratori, Landini sostiene di trovare “folle che nel nostro Paese non ci sia nessuno, non dico la Fiom, ma nemmeno i sindacati che hanno firmato o il governo, che sappia esattamente cosa vuole fare Marchionne. Ed è davanti agli occhi di tutti che gli investimenti li sta facendo da un’altra parte, che la cassa integrazione aumenta e che c’è il rischio di chiusura degli stabilimenti”.

L’analisi di Francesco Paternò sul Manifesto

La Fiat esce da Confindustria dal 1° gennaio 2012. A Mirafiori in produzione un suv Jeep dal 2013

Dura reazione del segretario Cgil Camusso. Vi proponiamo un articolo di Repubblica con tutte le promesse non mantenute da Fiat negli ultimi anni sugli investimenti in Italia

Torino – La Fiat produrrà a Mirafiori un suv a marchio Jeep. L’installazione degli impianti produttivi inizierà nel 2012, il primo prodotto uscirà dalla fabbrica dalla seconda metà del 2013. In una lettera inviata a Emma Marcegaglia, inoltre, l’amministratore delegato Sergio Marchionne ha comunicato che Fiat Spa e Fiat industrial usciranno da Confindustria dal 1° gennaio 2012, confermando quanto anticipato a giugno.

Dalla lettera si capisce che a spingere il Lingotto a staccarsi dall’associazione delle imprese sembra la necessità di avere mano libera nella gestione dei rapporti aziendali e soprattutto dei licenziamenti, recuperando quello che era l’obiettivo dell’articolo 8 della manovra di bilancio prima che questo venisse in qualche modo “anestetizzato”, secondo il Lingotto, dall’intesa del 21 settembre fra Confindustria e i sindacati.

Oggi si segnala la dura reazione del segretario generale della Cgil Susanna Camusso: “La scelta di Fiat di uscire da Confindustria è la scelta di non rispettare le regole, le norme di questo Paese – queste le sue parole – La cosa più grave, però, è un governo che fa da sponda all’idea di togliere le regole e di scaricare tutto sui lavoratori e non ha l’autorevolezza di chiedere a Fiat qual è il suo programma industriale”.

L’analisi di Fernando Liuzzi (da Rassegna.it)

Le promesse mancate del Lingotto in Italia (da Repubblica)

Brunetta sta con Marchionne (da TMnews.it)

Fiat sale al 46% di Chrysler. L’operazione chiusa entro giugno

Secondo Marchionne l’acquisizione del 51% avverrà entro l’anno. La Cgil chiede più impegno in Italia.

Prato – Passo importante di Fiat verso il controllo della Chrysler. L’azienda torinese ha annunciato di aver raggiunto un accordo con gli altri soci del gruppo americano in base al quale eserciterà entro giugno l’opzione per salire dall’attuale 30% al 46% di Chrysler. L’aumento della quota costerà al Lingotto 1,268 miliardi di dollari, circa 870 milioni di euro al cambio attuale. L’operazione prevede l’opzione di acquisire un altro 5% entro la fine del 2011 . A quella data, Fiat sarà dunque azionista di maggioranza di Chrysler con il 51%.

L’ad Marchionne commenta così l’annuncio: “Si tratta di un passo fondamentale verso il completamento di quel grande disegno di integrazione tra Fiat e Chrysler, iniziato meno di due anni fa, che porterà alla creazione di una casa automobilistica globale”.

Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso vede nell’accordo «un’ ulteriore conferma» dello spostamento Oltreoceano del baricentro del Lingotto e che il piano Fabbrica Italia continua a essere “subordinato di quanto mano a mano avviene negli Stati Uniti”.