Fiat, condannata per condotta antisindacale

FirenzeIl tribunale di Bologna ha condannato la Fiat per attività antisindacale alla Magneti Marelli di Bologna, riconoscendo alla Fiom il diritto di avere rappresentanti sindacali. La Fiat aveva rifiutato di riconoscere le rappresentanze sindacali della Fiom dopo l’entrata in vigore dell’accordo separato firmato solo da Cisl, Uil e Ugl. Motivo dello scontro l’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori: “Rappresentanze sindacali aziendali possono essere costituite ad iniziativa dei lavoratori in ogni unità produttiva nell’ambito delle associazioni sindacali che siano firmatarie di contratti collettivi di lavoro applicati nella unità produttiva”. La Fiat, dopo che la Fiom si era rifiutata di firmare gli accordi sull’estensione a tutto il gruppo del cosidetto “modello Pomigliano”, aveva negato allo stesso sindacato metalmeccanici della Cgil l’agibilità sindacale in tutti i propri stabilimenti. Adesso, vi è una sentenza che ha dato torto alla Fiat che, comunque, ha già annunciato di ricorrere in appello. “Il dato formale della materialità della sottoscrizione di un contratto di qualsiasi livello – vie è scritto nel decreto depositato dal giudice del lavoro –  non appare indispensabile essendo, al contrario, molto più probante l’effettiva partecipazione al processo di formazione del contratto anche in senso critico”. E ancora: “Apporre la firma su un contratto dopo aver espresso contrarietà allo stesso per il solo fatto di non perdere gli spazi di diritti sindacali appare atteggiamento sicuramente molto più limitativo della libertà sindacale”. Il rischio, conclude il giudice, è che “l’azienda si scelga i propri interlocutori” (link).

“Condotta antisindacale”, Il giudice condanna la Fiat (fonte: La Repubblica)

A Bologna il giudice riapre per la Fiom… (fonte: Articolo 21) 

“Comportamento antisindacale”… (fonte: La Stampa)

 
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Articolo 18 contro flessioni e flessibilità

FirenzeE’ stato denunciato che presso un negozio milanese ai dipendenti viene imposto come sanzione disciplinare un certo numero di flessioni. Un evidente esempio di abuso di potere in violazione della dignità del lavoratore. Che ciò sia potuto accadere è la conferma della debolezza del sindacato e della inadeguatezza dell’apparato pubblico che dovrebbe garantire ai lavoratori le più elementari tutele. Si tratta dei servizi ispettivi e della giustizia del lavoro, spesso troppo lenta per dare affidamento a chi avrebbe necessità di un suo tempestivo intervento. Che simili vicende possano verificarsi in aziende dove sarebbe applicabile l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce il licenziamento del lavoratore che si ribelli all’ingiustizia, deve indurre a riflettere su quel che potrebbe accadere se la portata di questa norma fosse ridimensionata, in omaggio ai valori, oggi predicati, della flessibilità.
La fantasia dei “capetti” nell’escogitare nuove forme di punizione non avrebbe più limiti. Per questo la difesa dell’art. 18 deve essere intransigente. Anzi si deve pretendere dallo Stato che questa norma venga effettivamente e rapidamente applicata. Ciò vale non solo per le aziende commerciali e industriali ma anche per quelle che producono informazione.
Le vicende del Tg1 stanno a dimostrare che esistono forme di punizione meno pittoresche delle flessioni, ma certamente molto più efficaci, per tenere a bada i giornalisti che difendono la loro libertà e autonomia. Il loro silenziamento non costituisce soltanto una violazione dei diritti derivanti dal rapporto di lavoro, ma un grave attentato alla libertà di informazione e quindi all’ordinamento democratico.
Il popolo non è sovrano – ha detto recentemente la Cassazione – se non è compiutamente e correttamente informato sugli avvenimenti di interesse generale. Garantire l’autonomia dei giornalisti, anche con l’articolo 18, significa rendere effettivo il diritto dei cittadini all’informazione, in applicazione non solo dell’articolo 21 della Costituzione ma anche dei principi affermati dai Trattati europei.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Il garante per la privacy: stop alla videosorveglianza dei lavoratori senza garanzie di legge

Roma - Una notizia interessante uscita nei giorni prima di Natale e che secondo noi non ha avuto il giusto risalto sui mezzi di comunicazione. Il Garante per la privacy ha dichiarato illeciti i sistemi di videosorveglianza che controllano i lavoratori in assenza delle garanzie di legge.

Il Garante si è pronunciato su quattro casi e ha ”spento” le telecamere ad un’amministrazione pubblica, ad una società che opera nel settore dell’Ict, ad una casa di riposo e ad un centro di riabilitazione in convenzione con il servizio sanitario.

Gli occhi elettronici erano stati installati in violazione dello Statuto dei lavoratori, che vieta il controllo a distanza dei dipendenti, e della normativa in materia di protezione dei dati personali.

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Annozero andrà regolarmente in onda

Roma - Le prossime due puntate di “Annozero” andranno regolarmente in onda. Michele Santoro ha formalizzato la richiesta di arbitrato contro la decisione di sospensione di dieci giorni, voluta dal direttore generale Mauro Masi. La richiesta sospende la sanzione disciplinare fino alla pronuncia del collegio arbitrale, come previsto dall’articolo 7 dello Statuto dei Lavoratori. La decisione di ricorrere all’arbitrato era stata anticipata da Santoro nella Prima di “Annozero” di ieri sera (il video). Nell’ultima trasmissione, dal titolo “Scherzi a parte”, il programma ha battuto la concorrenza, interna ed esterna, facendo registrare oltre il 23% di share, pari a 6 milioni 283mila spettatori. La trasmissione “Chi ha incastrato Peter Pan”, condotta da Paolo Bonolis su Canale 5, è stata vista da 6.095.000 telespettatori. Soltanto la Prima di “Annozero” è stata vista da 5.379.000 telespettatori. Durante proprio l’introduzione, Michele Santoro aveva chiesto ai telespettatori di scrivere al presidente Rai Paolo Garimberti per evitare la sospensione del programma: <<Dovete raccogliere in ogni caseggiato, dove si ascolta Annozero una semplice dichiarazione: Se dovete punire Santoro punitelo ma non interrompete Annozero. Nei prossimi giorni vi diremo anche cosa dovete fare con esattezza>>.  Oggi sono arrivate le indicazioni su come fare anche attraverso la rete.

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Quaranta anni dopo: lo Statuto dei lavoratori non si tocca.

Firenze20 maggio 1970: in Italia nasce lo Statuto dei lavoratori. La legge 300, intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, è figlia degli autunni caldi – a simboleggiare le aspre e dure lotte degli operai -, dei movimenti studenteschi del 1968 e, ovviamente, della vittoria dei partigiani nel liberare il Paese dall’occupazione nazi-fascista. Qualche accenno storico. Per la prima volta, a pochi anni di distanza dalla nascita della Repubblica e dalla promulgazione della Carta Costituzionale, la proposta fu formulata dalla Cgil per voce di Giuseppe Di Vittorio durante il congresso di Napoli del 1952. Una proposta, ottimamente riassunta nello slogan “la Costituzione nelle fabbriche”. Lo Statuto sarà realizzato poi da Giacomo Brodolini, che con Di Vittorio era stato al vertice della Cgil come vicesegretario. Brodolini, socialista e ministro del Lavoro voleva quanto prima approvare lo Statuto. Per raggiungere il suo obbiettivo istituì una commissione nazionale per redigere una bozza, alla cui presidenza nominò Gino Giugni, ricordato da tutti come il padre dello Statuto. Nel giugno 1969, nell’allora governo Rumor, il Consiglio dei ministri presentò al Senato il testo. Il mese successivo, lo stesso Brodolini moriva in seguito ad una grave malattia. Un anno dopo, la legge 300 fu approvata cambiando in prospettiva le condizioni di lavoro, i rapporti fra padroni – termine in disuso – e tute blu e le stesse rappresentanze sindacali. Brodolini, Di Vittorio, Giugni, uomini abituati a pensare al noi, alla comunità e non all’io, all’interesse personale. Nessuna parentela con il presente. Un periodo storico, quello che stiamo vivendo, che rischia seriamente di riportare l’Italia a respirare l’aria puzzolente del Ventennio. La destra, il Partito della libertà – di libertà non vi è traccia, se non quella del premier di farsi le leggi ad personam – spingono verso un’idea del lavoro, vissuta dai nostri nonni e ripresentata sotto nuove forme, ma nella sostanza vecchi, arcaici e inquientanti  modelli. In questo contesto, dove l’opposizione è ormai delegata a qualche cane sciolto che ha ancora forza e volontà di ringhiare, fioccano emendamenti che inneggiano all’arbitrato, non passa giorno che il lavoro fisso è sotto attacco, la precarietà dilaga ed è proprio stata un’idea della sinistra – appellativo lussuoso per chi si richiama a tale termine -, di dare il via libera alla flessibilità, una maschera ben costruita per celare quanto c’è sotto i nostri occhi. L’ultimo pensiero va al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, un passato da politico fedele a Bettino Craxi, che in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Noi restiamo ancorati ai valori dello Statuto, cioè alla protezione della persona nel lavoro e nel mercato del lavoro. Ma l’attuazione di questo valore e dei diritti e delle tutele che lo sostengono richiedono un aggiornamento. Da un lato quindi celebriamo lo Statuto e dall’altra ci prepariamo a riformarlo». Lo Statuto, invece, è come la Costituzione: non si tocca.

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E’ morto Gino Giugni, il padre dello Statuto dei Lavoratori.

RomaE’ morto all’età di 82 anni Gino Giugni, il padre dello Statuto dei lavoratori. Nel 1969 per volontà dell’allora ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, sindacalista con radici socialiste, fu istituita la Commissione nazionale per lo Statuto dei Lavoratori. A capo di quest’ultima, su indicazione dello stesso ministro, fu messo Gino Giugni, giurista dal pensiero socialista. Giugni ebbe così l’incarico di scriverne il testo. Nel 1983 Giugni venne eletto senatore nelle liste del Psi e, in seguito, divenne presidente della Commissione per il lavoro e la sicurezza sociale e membro della Commissione parlamentare inquirente sulla P2. In quello stesso anno fu vittima di un’attentato per mano delle Brigate Rosse: fu ferito per le vie di Roma. Giugni fu confermato senatore nelle elezioni del 1987 ed è stato anche ministro del Lavoro nel governo Ciampi. Scompare una persona che è sempre stata dalla parte dei lavoratori (link).  

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