Quel giorno di dieci anni fa nella redazione del Fatto di Enzo Biagi

FirenzeQuel giorno, il 18 aprile 2002, i ventenni di oggi avevano dieci anni, cosa sanno esattamente dell’editto bulgaro? Ne avranno sentito parlare ogni volta che si è verificato un atto di censura (purtroppo tante negli anni successivi), il riferimento a quel giorno è inevitabile. Da allora, nulla è cambiato anzi molto è peggiorato: il conflitto di interessi è rimasto inalterato, l’informazione del principali telegiornali si è trasformata in propaganda, le leggi ad personam sono aumentate, ecc. Cosa accadde esattamente quel giorno dentro la redazione del Fatto di Enzo Biagi?  Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (l’imprenditore che tanto aveva fatto e detto per avere Biagi alla sua corte), dalla Bulgaria, durante una conferenza stampa con il primo ministro bulgaro, accusò Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi di aver fatto un uso crimino della tv pagata con i soldi dei cittadini. Subito dopo l’accusa di Berlusconi i telefoni cominciarono a squillare, tutte le testate cercarono di avere da Biagi un commento, una replica, il fax e la posta elettronica furono intasati di messaggi di solidarietà. Quello che aveva maggiormente colpito il nostro direttore era nella seconda parte del discorso del Cavaliere: Ove cambiassero non c’è problema, ma siccome non cambieranno…. La sospensione sottintendeva la loro cacciata dalla tv pubblica. Questo convinse Biagi a rispondere immediatamente attraverso la puntata del Fatto in onda la sera stessa. Enzo concluse il suo intervento così: Signor presidente Berlusconi, non tocca a lei licenziarmi. Penso che qualcuno mi accuserà di un uso personale del mio programma, ma ho voluto raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione.

Allora Biagi aveva ottantun’anni e quelle parole furono profetiche su ciò che sarebbe accaduto alla Rai, all’informazione, nei dieci anni successivi.

Prima di andare in onda informai il direttore generale, Agostino Saccà, del cambio della puntata e del suo contenuto. Non era nostra intenzione comportarci da clandestini. Saccà, prima di sedersi sulla poltrona più importante di viale Mazzini, in una intervista al Corriere della sera aveva fatto la dichiarazione di voto per il Cavaliere: Mio padre era socialista, io sono socialista, resto un uomo di sinistra, è la sinistra che si è spostata. Per questo voto Forza Italia. Io e tutta la mia famiglia votiamo Forza Italia, ma questo è un fatto privato. La subalternità del dg al presidente del Consiglio era evidente a tutti. Con Saccà cominciarono ad entrare in Rai le truppe cammellate di Mediaset e i fedelissimi di Berlusconi. Il giorno prima dell’editto bulgaro erano state formalizzate le nomine dei nuovi direttori (forse questa coincidenza non fu del tutto casuale): a Rai 1 arrivò Fabrizio Del Noce, che poi fu determinante per la cacciata di Biagi dalla Rai. Del Noce quel giorno non si era ancora insediato, la rete era ancora diretta da Saccà, che non era d’accordo che Biagi  rispondesse a Berlusconi. Tra noi ci fu una durissima telefonata nella quale mi assunsi la responsabilità delle eventuali conseguenze. Che regolarmente arrivarono. Saccà aveva organizzato, usando la sua autorità, in modo tale da vedere la puntata nonostante i pochi minuti a disposizione prima della messa in onda. Questo episodio finì in Commissione parlamentare di vigilanza perché ritenuto dal centro-sinistra un tentativo di censura. Il dg dichiarò che lo fece con un unico scopo:  capire se vi erano estremi diffamatori. Non ve ne erano perciò autorizzò la messa in onda.

Ho sempre pensato che il Fatto di Enzo Biagi andò in onda non perché Saccà lo condivise, ma perché non vi fu il tempo per giustificare e organizzare la sostituzione del programma.

Non dimenticherò mai quando tornammo in redazione: tutti erano rimasti ad aspettare Biagi. Nel vederli così riuniti Enzo si mise a piangere, forse per la fine della tensione ma soprattutto per quella telefonata che non poté fare a casa perché la sua Lucia, la compagna di sessant’anni di vita, non c’era più a digli se aveva fatto bene o no a replicare a Berlusconi.

Nessuno di noi era veramente convinto che l’editto bulgaro diventasse poi un’esecuzione. Tra i vari capi d’accusa di Berlusconi nei confronti di Biagi, vi era quello d avergli fatto perdere, con l’intervista a Benigni, un milione e ottocentomila voti. Biagi poi scrisse: Se lo avessi saputo, Benigni, l’avrei fatto venire tutte le sere.

Il caso nacque da un’intervista al grande Roberto il 10 maggio 2010, ventiquattro ore prima che scattasse l’obbligatorio silenzio preelettorale. Eravamo convinti che per Rai 1 fosse un onore avere ospite quel genio che è l’attore e regista toscano, tra l’altro molto corteggiato in quei giorni da Celentano che lo voleva nel suo programma, e da quello che circolava in Rai, la produzione era disposta a pagare una cifra altissima. Da noi, come d’abitudine, non prese un euro, venne per amicizia. Io sono convinto che furono altre le puntate che avevano fatto andare su tutte le furie Berlusconi più di quella con Benigni, che fu usata a pretesto perché a ridosso del voto: la prima fu l’intervista a Montanelli, fatta a marzo 2001, nella quale l’ex direttore del Giornale, face un preciso ritratto del bugiardo Berlusconi. La seconda, in onda il 17 aprile, fu dedicata al libro che Berlusconi stava per mandare agli italiani, intitolata “La Bibbia del Cavaliere”. Biagi iniziò così: Il fatto editoriale del secolo. Già Dio ha qualche preoccupazione per la Bibbia, che, nel nostro Paese, in un anno raggiunge quattro milioni di lettori. Il volume autobiografico Una storia tutta italiana, che racconta vita e, si può dire, anche miracoli di Silvio Berlusconi, entrerà in dodici milioni di famiglie. Forse andrebbe rivisto il titolo “Una storia mondiale”, perché non si conosce una vicenda che sta al pari con questa. Comincia cantando a bordo di una nave e poi ha un repertorio che conquista milioni di elettori. E’’una trama affascinante come “Via col vento”. La trasmissione evidenziò alcune lacune: nel libro non si parlava della prima consorte di Berlusconi, del divorzio e non risultava che avesse un fratello di nome Paolo, arrestato all’epoca di Mani pulite per tangenti alla Guardia di finanza.

Questo accadde quel giorno di 10 anni fa e quando, dopo l’allontanamento dalla Rai, decidemmo di raccontare in un libro tutta la vicenda, Biagi, ricordando l’editto bulgaro mi disse: Non ho rimpianti, né tanto meno rimorsi: se avessi la possibilità di tornare indietro ripeterei tutto quello che ho fatto. Per mestiere ho sempre e solo raccontato dei fatti e posto semplicemente delle domande.

Il nostro direttore tornò in onda con un suo programma cinque anni dopo: il 23 aprile 2007 poco prima di compiere ottantasette anni; Michele Santoro riprese il suo posto su Rai2 il giovedì in prima serata solo per volere dei giudici, dopo ben cinque sentenze; Daniele Luttazzi da allora non ha più fatto un programma in Rai, nell’autunno 2007 tornò in tv su La7 per essere nuovamente censurato: il programma fu chiuso dopo tre puntate.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21

18 aprile 2002-18 aprile 2012: a dieci anni dall’ “editto bulgaro”

18 aprile 2002-18 aprile 2012: a dieci dall’ “Editto Bulgaro. Per non dimenticare.

FirenzeSono passati dunque dieci anni dal giorno in cui l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in visita a Sofia, Bulgaria, si lasciò andare, diciamo così, alla famosa dichiarazione secondo la quale tre persone, in ordine alfabetico Biagi, Luttazzi e Santoro, avrebbero dovuto essere cancellati dai palinsesti della Rai. Motivo, sempre a giudizio del Premier: i tre personaggi avevano fatto un «uso criminoso» della tv pubblica. Confesso che sia io, sia la mia famiglia, ci eravamo dimenticati di quella data, o forse abbiamo voluto cancellarla, ma se altri, in queste settimane, non ce l’avessero ricordata, in casa nostra proprio non se ne sarebbe fatta parola. Forse perché ne erano state spese troppe.

Tornando a quella lontana primavera, nessuno di noi prese sul serio la frase del Capo del Governo e pensando a nostro padre le mie sorelle ed io non riuscivamo a credere che non venisse rinnovato il contratto a un signore più che ottantenne, riconosciuto come un’icona del giornalismo e stimato in tutto il mondo. Dirò di più: a volte liquidavamo le preoccupazioni paterne con una battuta e i suoi pensieri ci parevano eccessivi.

Ci siamo sbagliate. Le cose andarono come tutti ormai sanno ed Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi furono cancellati dall’elenco dei dipendenti di viale Mazzini. Per il più anziano di loro era un momento particolarmente difficile: nel giro di un anno aveva perso la moglie e la figlia più giovane e se non si possono paragonare due lutti così dolorosi alla chiusura di un rapporto di lavoro, certo è che da quel momento noi abbiamo visto nostro padre improvvisamente vecchio.

Allontanato dalla sua redazione del “Fatto”, aveva il pensiero fisso per tutti quelli che avevano lavorato con lui in corso Sempione e che, in modi diversi, avevano pure loro subito l’editto bulgaro. «Cosa volete che sia per me?», diceva. «Non ho le rate del mutuo da pagare né bimbi piccoli da crescere, ma tanti di quelli che erano con me sì. E poi togliere il lavoro a una persona significa togliergli la sua dignità».

Anche se continuava a scrivere sul “Corriere della Sera”, su “L’Espresso” e su “Oggi”, a poco a poco si intristì, il telefono suonava meno e lo consolavano solo le cene con Loris Mazzetti, a immaginare programmi che avrebbero potuto fare, e le chiacchierate con Franco Iseppi, ricordando una Rai che non c’era più.

Non covava rancori, solo si sentiva profondamente offeso per il fatto che quarantuno anni in quell’azienda fossero stati chiusi con una raccomandata con ricevuta di ritorno. La vita, poi, gli fece un ultimo regalo: il 23 aprile 2007 i telespettatori di Rai3 videro affacciarsi in video Enzo Biagi, seduto alla scrivania di “Rt” a intervistare Roberto Saviano, don Ciotti, Paul Ginsborg, Umberto Veronesi, Gherardo Colombo e Pippo Baudo. Era certamente diverso: la voce arrochita dalla malattia, i capelli ancora più bianchi, lo sguardo che spesso si velava di malinconia, ma quando si accendevano le luci pareva che avesse vent’anni di meno. Poi le luci si sono spente, ma non per qualche editto.

Firma: Bice Biagi

Fonte: Articolo 21

La Tv resta cosa sua (di Loris Mazzetti, fonte: Il Fatto Quotidiano)

Carlo Freccero: il regime dell’ “editto bulgaro” non è finito (di A. Baldazzi, fonte: Articolo 21)

MoveOn Italia mercoledì 18 aprile… (fonte: Articolo 21)

Editto Bulgaro

“Il Fatto” di Enzo Biagi, 18 aprile 2002

L’EDITTO

 

 

“Editto bulgaro”, la Corte dei Conti condanna Marano e Saccà per danno erariale

La Corte di Conti ha condannato Agostino Saccà e Antonio Marano al pagamento di 110 mila euro ciascuno per responsabilità erariale nella vicenda legata all’allontanamento di Michele Santoro dal servizio pubblico.

RomaLa Corte di Conti ha condannato Agostino Saccà e Antonio Marano al pagamento di 110 mila euro ciascuno per responsabilità erariale nella vicenda legata all’allontanamento di Michele Santoro dal servizio pubblico. La decisione è relativa all’esposto che fu presentato dal legale del giornalista, Domenico D’Amati, contro l’allora direttore generale e l’ex direttore di Raidue  che eseguirono materialmente il cosidetto “editto bulgaro“, pronunciato da Berlusconi il 18 aprile 2002 a Sofia.
Federico Tedeschini, legale dell’ex direttore generale Rai Saccà, ha commentato: <<E’ più una vittoria che una sconfitta a fronte di un’iniziale richiesta danni pari a 1 milione e 800 mila euro. Dobbiamo ancora leggere le motivazioni – aggiunge – ma siamo convinti che questioni di tipo non esattamente giuridico poste dalla Corte, come un vizio procedimentale. In ogni caso presenteremo appello non appena le avremo lette>>.

Di diverso avviso il legale di Michele Santoro, Domenico D’Amati, che ha spiegato: <<La decisione della Corte dei Conti che ha condannato Agostino Saccà e Antonio Marano al pagamento di 110 mila euro per il caso Santoro è un importante precedente>> che <<afferma due importanti principi>>. <<Il primo – spiega D’Amati – è che la Rai è un’azienda pubblica e quindi i suoi amministratori la devono gestire in modo da non danneggiare l’erario. Il secondo è che la cattiva gestione del personale è titolo di responsabilità, anche a livello individuale, degli amministratori>>. D’Amati sottolinea anche che <<ci sono molti altri casi, magari meno noti della vicenda Santoro, di persone accantonate ingiustamente, che hanno continuato a ricevere lo stipendio senza poter lavorare né esprimere la loro personalità. E’ accaduto più di una volta, anche perchè spesso in Rai i cambiamenti di posizione dei dipendenti avvengono in relazione a modifiche degli assetti politici. La sentenza della Corte è dunque un importante precedente>>.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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