Thyssen, a dieci anni dal rogo. Mattarella: “Per la sicurezza sul lavoro, resta ancora molto da fare”.

Firenze – «Ogni morte sul lavoro è una perdita irreparabile per l’intera società».  A dieci anni da quella notte, 6 dicembre 2007, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ricorda in una nota il rogo della Thyssenkrupp a Torino, dove persero la vita sette operai. «Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò, Giuseppe Demasi: è giusto ricordare i loro nomi perché è una ferita che non può rimarginarsi, accettare che si possa morire sul lavoro e per il lavoro», sottolinea Mattarella che aggiunge: «Il lavoro costituisce il cardine del patto di cittadinanza su cui si fonda la nostra Repubblica ed è un diritto del lavoratore e un dovere della società che vengano rispettate ed applicate le norme sulla sicurezza. In questi dieci anni nella prevenzione degli incidenti e nel supporto agli infortunati sul lavoro sono stati fatti passi avanti, ma resta ancora molto da fare, per far sì che la sicurezza venga considerata essa stessa un volano che contribuisce allo sviluppo». «Ai familiari delle vittime – conclude il Capo dello Stato – e a coloro che in ogni altra tragedia sul lavoro hanno perso un collega, un amico, un familiare, rivolgo un solidale e affettuoso saluto».

Moretti Cavaliere del lavoro, la risposta delle famiglie al no del Colle

Viareggio – «Oggi, così come allora, con freddo cinismo si calpestano le 32 vittime, i feriti, i familiari, una città intera e tutto il territorio della costa versiliese» è la risposta che i familiari delle vittime della strage di Viareggio mandano all’indirizzo del Quirinale, che nei giorni scorsi ha rimandato l’eventuale revoca del titolo di Cavaliere del lavoro a Mauro Moretti a una sentenza di condanna definitiva.

Strage Viareggio, Moretti potrebbe rinunciare alla prescrizione

L’ipotesi formulata dall’avvocato difensore Armando D’Apote. I familiari delle vittime: per ora sono parole.

Viareggio – Hanno smosso mari e monti. I familiari delle vittime della strage sono arrivati fin sotto Montecitorio, sono saliti al Colle dal presidente Sergio Mattarella, hanno incontrato il guardasigilli Orlando. Ogni passo possibile, per evitare che i reati di incendio doloso plurimo e lesioni dolose possano cadere in prescrizione. Perché è stato proprio quell’incendio, innescato dal deragliamento di un treno carico di Gpl, a stravolgere senza appello le loro vite e ad interrompere la vita di 32 persone, le ‘loro’ persone. Su questa ipotesi, e su questa battaglia, interviene ora l’avvocato Armando D’Apote, difensore dell’ex ad di Fs Mauro Moretti, oggi a Finmeccanica, imputato nel processo. «Se quello della prescrizione dovesse diventare il vero problema, personalmente – ha dichiarato il legale di Moretti – non avrei alcun dubbio a consigliare al mio assistito di rinunciarvi, per spazzare via ogni ulteriore strumentalizzazione». Secondo D’Apote, comunque, i reati a rischio prescrizione sono “assorbiti” «da altri ben più gravi», come l’omicidio colposo aggravato plurimo e il disastro ferroviario colposo: «La difesa – ricorda – non ha mai compiuto un solo atto dilatorio. La vera causa della lunghezza abnorme di questo processo – ha concluso – è stata la dilatazione smisurata di una indagine preliminare».

Per ora sono parole, vedremo durante il processo se seguiranno i fatti. Se lo farà sarà un modo per mettere il processo in condizione di dimostrare la verità”. Ha detto Marco Piagentini, neopresidente dell’associazione che raggruppa i familiari delle vittime. “Il processo deve fare il suo corso – ha spiegato Piagentini – e accertare tutta la verità. Per farlo i giudici si devono esprimere su tutti i reati ipotizzati, anche l’incendio: le sue conseguenze io le porto sul mio corpo. Il difensore di Moretti non esclude di rinunciare alla prescrizione? Bene, spero che lo faccia e che lo facciano anche gli altri imputati”.

Strage di Viareggio, incontro al Quirinale. Ma la prescrizione incombe

Daniela Rombi e Marco Piagentini, due dei familiari-simbolo di quelle vittime hanno incontrato il Presidente Mattarella e il ministro della Giustizia Orlando

ROMA – Niente leggi retroattive per la strage ferroviaria di Viareggio del 29 giugno 2009 in cui persero la vita 32 persone, a causa dell’incendio provocato dalla fuoriuscita di gpl dal vagone di un treno merci deragliato a poche centinaia di metri di distanza dalla stazione. La conferma è arrivata dal ministro della giustizia Andrea Orlando, che ha incontrato a Roma Daniela Rombi e Marco Piagentini, due dei familiari – simbolo di quelle vittime.

L’incontro con Mattarella

L’incontro col Guardiasigilli ha seguito quello che Rombi e Piagentini avevano avuto in tarda mattinata al Quirinale col presidente della Repubblica Sergio Mattarella. «La verità sulla strage ferroviaria di Viareggio deve venir fuori, affinché sia da monito per il futuro e per far sì che certe tragedie non si verifichino mai più». Queste le parole di Mattarella, che ha espresso ai due i propri sentimenti di solidarietà e vicinanza.

Il ministro della Giustizia

Dopo il presidente della Repubblica, Rombi e Piagentini hanno incontrato anche il ministro della giustizia Andrea Orlando, con il quale hanno toccato il tema della prescrizione per i reati collegati a stragi colpose. «Il ministro – aggiunge Rombi – ci ha rassicurato sull’impegno del governo di realizzare una riforma che riazzeri i tempi processuali nel momento in cui andrà ad iniziare un processo d’appello, e poi di nuovo ancora nel momento in cui il processo stesso approderà in Cassazione. Purtroppo, ci è stato ribadito che tale riforma, come tutte le altre leggi, non sarà retroattiva e dunque non avrà validità per Viareggio».

La prescrizione che incombe

Il processo per la strage di Viareggio, scattato il 13 novembre 2013 con 33 imputati alla sbarra tra cui l’ex ad di Ferrovie dello Stato Mauro Moretti, è in pieno corso di svolgimento al Polo Fiere di Lucca. La sentenza di primo grado è attesa per la tarda primavera del 2016. Pochi mesi dopo, il 29 dicembre 2016, il capo d’imputazione di incendio colposo andrà in prescrizione, seguito all’inizio del 2017 da quello di lesioni gravissime.

Strage di Viareggio, i familiari a Montecitorio per chiedere una legge contro la prescrizione.

I familiari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio hanno manifestato a Montecitorio contro la prescrizione, chiedendo una legge che non cancelli la maggior parte dei reati.

Firenze In piazza per dire no alla prescrizione. I familiari delle vittime della strage ferroviaria di Viareggio hanno manifestato oggi davanti Montecitorio e al Quirinale per chiedere una legge ad hoc contro la prescrizione che incombe sul processo. Incendio colposo, lesioni gravi e gravissime e contravvenzioni in materia di sicurezza sul lavoro: questi reati, per effetto della prescrizione, spariranno presto dal processo per la strage ferroviaria di Viareggio (29 giugno 2009), che causò 32 morti. Alla manifestazione erano presenti  anche l’Assemblea 29 giugno e  i familiari delle 140 vittime della strage della Moby Prince. Intanto, il prossimo 24 settembre il presidente della Repubblica Sergio Mattarella incontrerà Daniela Rombi e Marco Piagentini, presidente e vice presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Viareggio. 

 

Legge elettorale, il presidente Mattarella ha firmato. Italicum in vigore dal luglio 2016

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la nuova legge elettorale

Roma Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato la nuova legge elettorale. La riforma era stata approvata definitivamente lunedì scorso con 334 voti a favore e 61 contrari (le opposizioni sono uscite in blocco). L’Italicum entrerà in vigore dal primo luglio 2016. Il presidente ha promulgato la riforma senza porre note o osservazioni. Il capo dello Stato quindi non ha rilevato difetti sotto il profilo costituzionale nel testo uscito dal Parlamento e il suo giudizio vale doppio anche sotto il profilo tecnico, visto che da un lato Mattarella era giudice della Corte costituzionale quando questa bocciò il Porcellum e dall’altro è l’autore della legge elettorale con la quale si è votato dal 1994 al 2001, il Mattarellum, sistema che aveva tentato di semplificare il sistema politico italiano.

25 aprile, Mattarella: “No a pericolose equiparazioni fra le due parti in conflitto”

FirenzeNon solo la promozione dei valori della Resistenza. Non solo la celebrazione della Costituzione come frutto di quel riscatto di una parte degli italiani contro fascismo e nazismo. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella sembra voler mettere fine a anni di ambiguità all’insegna del “rispetto per tutti i morti”. Così in un messaggio al mensile Micromega, in occasione dell’uscita del numero speciale sulla Resistenza, sottolinea che la ricerca storica su quel periodo «deve continuamente svilupparsi» ma «senza pericolose equiparazioni» fra i due campi in conflitto. Il capo dello Stato ricorda infatti che «la Resistenza, prima che fatto politico, fu soprattutto rivolta morale. Questo sentimento, tramandato da padre in figlio, costituisce un patrimonio che deve permanere nella memoria collettiva del Paese».

Il messaggio del capo dello Stato, nel sottolineare che «la Liberazione dal nazifascismo costituisce l’evento centrale della nostra storia recente» ricorda che «ai Padri costituenti non sfuggiva il forte e profondo legame tra la riconquista della libertà, realizzata con il sacrificio di tanto sangue italiano dopo un ventennio di dittatura e di conformismo, e la nuova democrazia». Dittatura ma anche conformismo, questi i due mali che hanno caratterizzato il Ventennio, per cui «la Costituzione, nata dalla Resistenza, ha rappresentato il capovolgimento della concezione autoritaria, illiberale, esaltatrice della guerra, imperialista e razzista che il fascismo aveva affermato in Italia, trovando, inizialmente, l’opposizione – spesso repressa nel sangue – di non molti spiriti liberi».

Resistenza, Mattarella: “Non equiparare le parti in lotta”…. (fonte: La Repubblica)

Quirinale, Zampetti sarà il nuovo segretario generale. “Non riceverà compensi”.

Roma Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha avviato le procedure per la nomina di Ugo Zampetti a segretario generale della presidenza della Repubblica. Zampetti eserciterà le sue funzioni senza ricevere nessun compenso. Zampetti ha lasciato da poche settimane l’incarico di segretario generale della Camera dei deputati che aveva ricoperto per 15 anni. Zambetti prenderà il posto a Donato Marra, segretario generale durante i due mandati di Giorgio Napolitano.

Sarà invece Daniele Cabras, consigliere parlamentare e ex capo di gabinetto di alcuni ministri come Rosy Bindi e Fabrizio Saccomanni, il nuovo direttore dell’ufficio della segreteria generale del Colle. Cabras ha ricoperto il ruolo di capo di gabinetto di Mattarella nelle esperienze di quest’ultimo da vicepresidente del Consiglio e ministro della Difesa nei governi D’Alema e Amato, tra il 1998 e il 2001.

Mattarella è il nuovo capo dello Stato

Sergio Mattarella è il nuovo capo dello Stato.

Roma Sergio Mattarella è il nuovo presidente della Repubblica. Al quarto scrutinio l’ex ministro e attuale giudice della Corte costituzionale, candidato dal Pd, ha ottenuto 665 voti, peraltro quasi i due terzi dell’assemblea dei 1009 grandi elettori. Il capo dello Stato è stato informato del risultato dalla presidente della Camera Laura Boldrini e dalla presidente facente funzione del Senato Valeria Fedeli nella sede della Corte costituzionale. La prima dichiarazione, richiesta dai cronisti, è stata molto sintetica: «Il pensiero va soprattutto e anzitutto alle difficoltù e alle speranze dei nostri concittadini. E’ sufficiente questo». 

“Quello che dicevano”: Mattarella, la Nato e l’uranio impoverito

FirenzeA poche ore dalla quarta votazione che, salvo sorprese, dovrebbe sancire l’elezione di Sergio Mattarella a presidente della Repubblica, abbiamo deciso di pubblicare un articolo, già uscito sulle pagine di Metro e scritto da Stefania Divertito. La collega, autrice di “Amianto” e “Toghe Verdi”, si è soffermata a quando Sergio Mattarella era ministro della Difesa (governo Amato). E’ il dicembre 2000: soldati, di rientro dalle missioni nei Balcani, si ammalano di leucemia, fin da subito si ipotizza un nesso fra l’uso dell’uranio impoverito nelle zone di guerra e l’insorgenza della malattia ed, intanto, il ministro Mattarella è chiamato a rispondere al Paese.

Dopo l’invettiva di Beppe Grillo, che oggi dal suo blog ha mosso – per primo e per ultimo, va detto, tra i leader politici – una pesante critica al presidente della Repubblica in pectore, candidato del Pd e del premier Renzi, la domanda è una: il ministro della Difesa Sergio Mattarella, a fine 2000, avrebbe potuto agire diversamente per tutelare i nostri soldati che si stavano “misteriosamente” ammalando dopo le missioni “di pace” nei Balcani?                 I fatti sono questi.

Il ministro: “Non c’è motivo di allarme”
Il 16 dicembre di quell’anno sui giornali e in tv si parlava di questa sindrome che sembrava colpire i soldati italiani al rientro dalle missioni nei Balcani. Il ministro ai cronisti mostrò il suo volto rassicurante: «Non c’è alcun motivo di allarme. Non vi è collegamento tra l’uso di uranio impoverito che c’è stato in Kosovo e in qualche località della Bosnia in maniera assai più ridotta, con gli allarmi di cui si parla». Nessun motivo di allarme.

Noi di Metro ce li ricordiamo quei mesi di notizie confuse che arrivavano dalle agenzie di stampa, sui giornali, dall’estero. Era difficile non prendere posizione e cercare solo e soltanto la verità. Perché poi c’erano i soldati che chiamavano, volevano essere rassicurati, erano preoccupati. I giovani soldati e le loro famiglie. Come quella di Andrea Antonaci, morto il 13 dicembre 2000 che, già agli sgoccioli della sua giovane vita, aveva rilasciato un’intervista a Striscia la Notizia dicendo di essersi ammalato di uranio impoverito.

L’audizione in Commissione Difesa
Il ministro Mattarella, pur manifestando solidarietà alla famiglia, spiegò che non era possibile perché Andrea aveva prestato servizio in Bosnia e lì l’uranio era pressoché inesistente. Due giorni dopo, il 18 dicembre (fonte Ansa) Mattarella tornò a parlare di «allarme ingiustificato». «Agli italiani sono state impartite tutte le indicazioni di prudenza e tutti i dati, gli elementi, le notizie che abbiamo dicono che per i nostri militari non c’è motivo di allarme».

Il caso cresceva di giorno in giorno e il ministro fu costretto ad andare a riferire alla Commissione Difesa della Camera. Snocciolò i dati sull’uso di uranio, non solo in Kosovo ma anche in Bosnia. Noi di Metro non perdevamo una dichiarazione. La colpa – affermò il ministro – era che la Nato non ci aveva avvisato in tempo del rischio. Era il 21 dicembre (ancora un’Ansa per il virgolettato preciso): «Appare necessario prevedere in seno all’Alleanza Atlantica procedure più adeguate di condivisione delle informazioni e approntare misure comuni su materie così delicate».

Il botta e risposta con la Nato
Ed espresse rammarico verso la Nato: «Le organizzazioni internazionali interessate forniscono solo ora e per nostra richiesta un’informazione importante per la sicurezza della comunità bosniaca così come per quella internazionale». Insomma, avevamo appreso solo allora e grazie a nostre insistenze che era stato usato uranio in Bosnia.

Ma neanche 24 ore dopo fu smentito direttamente dal comando di Bruxelles: l’Ansa riporta il 22 dicembre che «alcune fonti della stessa Nato esprimono ”sorpresa” perchè “l’utilizzo dei proiettili in quelle operazioni non è un segreto da anni”. Le stesse fonti hanno lanciato un’ipotesi: le informazioni sull’uso di proiettili all’uranio impoverito potrebbero non aver compiuto a suo tempo in Italia l’intero percorso dai livelli militari ai responsabili politici”».

La commissione Mandelli
Cioè – ci bacchettò la Nato – i militari avevano tenuto l’informazione per sé. Mattarella, molto probabilmente all’oscuro, dunque, non replicò. Annunciò che presto avrebbe formato una commissione medico scientifica guidata dal famoso ematologo Franco Mandelli. Il 4 gennaio il ministero organizzò un volo per Sarajevo. C’eravamo anche noi di Metro. Il ministro ci fece parlare con i soldati che apparivano tranquilli.

Ma alcuni di loro, spente le telecamere, ci facevano domande precise: «Rischiamo qualcosa? Ci sono problemi?». Chiedemmo loro se andavano in giro con precauzioni ma la risposta era univoca: non ce n’era bisogno perché era stato detto loro che non c’erano rischi.

La difesa dei vertici militari
Sul volo di ritorno il ministro dichiarò: «Non è in discussione il leale impegno dei vertici militari, di tutti i vertici militari, cui va il mio più grande apprezzamento». Era una risposta indiretta alla Nato? E chi si preoccupava di rispondere alle domande dei soldati?

La Commissione Mandelli lavorava e a sorpresa il 27 gennaio Mattarella annunciò che presto sarebbero arrivati i primi risultati. Quello che accadde è trascritto nelle tre relazioni prodotte da Mandelli e dal “braccio destro”, il fisico Martino Grandolfo: la prima relazione aveva molti buchi. Mancavano informazioni, dati, numeri. Lo stesso presidente dell’Ail volle continuare a lavorarci. Ma per i titoli dei giornali bastava la frase: “Non trovato il nesso tra uranio e malattie”. Mandelli non aveva detto così. Aveva precisato che non era in grado di cercarlo, quel nesso, con gli strumenti a disposizione. E lo scrisse anche nella seconda e nella terza relazione che arrivarono l’anno successivo.

Mattarrella non poteva sapere
Oggi il nesso tra l’inquinamento bellico e le malattie è dimostrato. Per venti volte i tribunali hanno condannato lo Stato italiano a risarcire le famiglie di soldati deceduti. Ci sono più di 300 militari morti dopo le missioni. Più di mille sono i malati.

L’allora ministro Mattarella non poteva saperlo. Ma dall’inizio degli anni 90 gli Usa conoscevano la pericolosità dell’uranio, da dopo la Sindrome del Golfo e sostengono di non avercelo nascosto. Quei documenti, d’altro canto, 15 anni fa si trovavano anche su internet, bastava cercarli. Era indispensabile mostrare quella sicurezza, gridare al “nessun allarmismo” e mostrarsi più preoccupato di rasserenare gli animi che di appurare il più rapidamente possibile la verità, di difendere i vertici militari invece, forse, di scoprire se qualcuno lo avrebbe dovuto informare meglio? Questa forse resta la domanda meritevole di una risposta alla viglia di una elezione così importante.

Firma: Stefania Divertito

Fonte: Metro