San Raffaele, Daccò condannato in appello a nove anni

MilanoLa Corte di appello di Milano ha condannato a 9 anni di reclusione Pierangelo Daccò. Quest’ultimo era imputato per associazione a delinquere e bancarotta. In primo grado, con il rito abbreviato che prevede uno sconto di un terzo della pena, il faccendiere era stato condannato a 10 anni. Il sostituto procuratore generale Piero De Petris aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado con però la rideterminazione della pena a causa dell’esclusione dell’aggravante della transnazionalità. Daccò aveva reso dichiarazioni spontanee davanti ai giudici della seconda sezione della Corte d’appello, sostenendo di non aver mai pagato “una tangente” alla regione Lombardia e a Roberto Formigoni, e di non aver mai rappresentato il San Raffaele né il suo fondatore don Verzè e il suo allora braccio destro Mario Cal.

 

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Confindustria punisca Fininvest perché paga il pizzo. Dirlo non è reato.

FirenzeNon è diffamatorio affermare che la Fininvest pagò il pizzo alla mafia e che Confindustria dovrebbe adottare provvedimenti contro l’azienda di Silvio Berlusconi, per coerenza con le nette prese di posizione degli ultimi anni verso gli imprenditori che si piegano alle richieste criminali. Lo ha stabilito il gip del Tribunale di Roma Maurizio Caivano, che il 31 maggio ha accolto la richiesta di archiviazione di una querela presentata da Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, contro ilfattoquotidiano.it. Per continuare a leggere l’articolo, pubblicato sul sito “Il Fatto” clicca qui.

 

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Formigli-Fiat, la Corte di Appello sospende il risarcimento da 7 milioni

Firenze - La Corte di Appello di Torino ha sospeso l’efficacia esecutiva della sentenza che infliggeva un maxi risarcimento (7 milioni di euro) ai danni di Corrado Formigli e della Rai per una puntata di Annozero sulla Fiat.  Il Lingotto non potrà pretendere dal giornalista il pagamento, ma dovrà attendere la sentenza di secondo grado. I giudici della sezione civile, presieduti da Paolo Prat, hanno affermato che «i motivi di appello appaiono connotati da requisiti di serietà plausibili» e che «il grave danno (si fa riferimento a Formigli ndr) appare logicamente plausibile e correttamente argomentato». In sostanza, il ricorso presentato da Formigli è valido e per tali ragioni la Corte ha accolto il ricorso del conduttore. Adesso, la Corte di Appello di Torino dovrà pronunciarsi nel merito. La priossima udienza è fissata per il 6 luglio (link).
 

 

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Melfi, i giudici: i tre operai licenziati per “liberarsi dei sindacalisti”.

FirenzeI licenziamenti dei tre operai a Melfi, decisi dalla Fiat, “nulla più che misure adottate” dall’azienda “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo” con “conseguente immediato pregiudizio per l’azione e la libertà sindacale”. E’ quanto scrivono i giudici della Corte di Appello di Potenza nelle motivazioni della sentenza letta lo scorso 23 febbraio. La Corte decise di reintegrare le tute blu, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, licenziati nel 2010 perché, secondo la Fiat avrebbero in modo volontario bloccato la produzione con un grave atto di insubordinazione andando oltre il naturale diritto di sciopero. I giudici, nelle 67 pagine delle motivazioni, hanno ribaltato la versione sostenuta dalla Fiat. Gli operai nella notte tra il 6 e il 7 luglio del 2010 organizzarono una manifestazione e, contestualmente, si bloccarono i carrelli della produzione.

Per i giudici, prima di tutto, non c’è stato nessun danno alla capacità produttiva dello stabilimento ma, soprattutto, non è stato infranto il divieto di “ledere la capacità del datore di riprendere l’attività dopo lo sciopero”. Davanti a quei carrelli, poi, non avrebbero sostato solo i tre operai licenziati, ma anche altre tute blu alle quali, sostiene la Corte d’Appello, “la Fiat non ha contestato nulla”. Sempre davanti ai carrelli sarebbe anche avvenuto uno scambio di battute tra gli operai e il responsabile della linea produttiva: in base alla ricostruzione dei giudici, quest’ultimo si è però riferito immediatamente solo a Barozzino e Lamorte (i due delegati) e poi a Pignatelli (che secondo molti colleghi non aveva nessuna “parte da protagonista” in quelle ore) con un “atteggiamento provocatorio”, a cui i tre hanno risposto “con un malgoverno delle espressioni verbali”: ma “è arduo sostenere che dietro a quelle braccia conserte vi potesse essere un atteggiamento di sfida”.

Nelle motivazioni si fa riferimento anche a un clima di antagonismo nei rapporti sindacali, a cui si aggiunge anche la divisione tra le diverse sigle in riferimento alla vicenda contrattuale di Pomigliano: nonostante ciò, i giudici ricordano però che “l’atteggiamento provocatorio” del responsabile della linea di produzione è riportato anche “in un documento unitario da tutta la Rsu nell’immediatezza dei fatti”. Dal quadro complessivo, quindi, per la Corte i licenziamenti sono stati un mezzo adottato dalla Fiat “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo”. I tre operai, anche dopo la sentenza, non hanno ancora fatto ritorno in fabbrica perché l’azienda ha comunicato loro che “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative”: stipendio garantito, ma lontano dalle linee produttive.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Mafia, la Cassazione: annullata la sentenza di appello contro Dell’Utri.

RomaLa Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza d’appello di condanna a 7 anni di carcere per il senatore Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa. Il processo di secondo grado dovrà essere rifatto a Palermo davanti a nuovi giudici. La Cassazione ha accolto le argomentazioni del Procuratore generale e della difesa, mentre ha dichiarato inammissibile il ricorso della Procura di Palermo che chiedeva un inasprimento della pena.

Mafia, Cassazione annulla la condanna … (fonte: Il Fatto Quotidiano) 

Quando Dell’Utri incontrava i bossi a Mlano (guarda il video, fonte: Il Fatto Quotidiano)

Da Andreotti a Squillante a De Gennaro, tutti i processi del pg Iacoviello (fonte: Il Fatto)

 

  

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Melfi, la Fiom vince il ricorso contro la Fiat. Il Tribunale ordina all’azienda di reintegrare i tre operai licenziati.

MelfiLa Corte d’Appello del Tribunale di Potenza ha accolto il ricorso della Fiom ordinando alla Fiat di reintegrare nello stabilimento di Melfi i tre operai licenziati nell’estate del 2010. I tre lavoratori, Giovanni Barozzino, Marco Pignatelli e Antonio Lamorte, furono licenziati poiché accusati dall’azienda di aver bloccato un carrello, quindi il processo di produzione, durante uno sciopero interno. Un reintegro che scaturisce dalla sentenza che condanna la Fiat ad aver tenuto un comportamento antisindacale. A seguito del licenziamento, i tre operai vinsero un primo ricorso in Tribunale. La Fiat si oppose e, sempre in primo grado, riuscì a ribaltare il verdetto ottenendo una sentenza a lei favorevole. Con la sentenza di oggi, il tutto torna al punto di partenza: il licenziamento viene giudicato “antisindacale” e la Fiat condannata a reintegrare i tre operai. Il Tribunale, inoltre, ha condannato la Fiat a rimborsare alla Fiom le spese sostenute per la pubblicazione della sentenza su due quotidiani, Repubblica e Corriere della Sera (link).

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Corte di Appello: Dell’Utri “mediatore” tra Cosa Nostra e Berlusconi, Mangano lo proteggeva.

Firenze - Marcello Dell’Utri avrebbe svolto una attività di <<mediazione>>, ponendosì come <<specifico canale di collegamento>> tra Cosa Nostra e Silvio Berlusconi. Lo scrivono i giudici della Corte di Appello di Parlermo nelle 641 pagine della sentenza, con la quale il senatore del Pdl lo scorso 29 giugno è stato condannato a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Dell’Utri era stato condannato per i fatti avvenuti fino al 1992 e assolto per quelli successivi. Nelle motivazioni della sentenza, depositate oggi, i giudici scrivono inoltre che il mafioso Vittorio Mangano fu assunto come ”stalliere” ad Arcore su volontà dello stesso Dell’Utri al fine di garantire l’incolumità di Berlusconi (link)

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La sentenza

 

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Una sentenza storica che farà giurisprudenza

Roma – Per la prima volta in Italia una persona è stata condannata per omicidio volontario per aver stroncato alla guida di un’auto la vita di due giovani. E’ stato condannato un uomo di 35 anni a dieci anni di reclusione per aver travolto e ucciso con l’automobile il 22 maggio scorso a Roma due ragazzi, Alessio Giuliani e Flaminia Giordani, che viaggiavano a bordo di uno scooter.

La sentenza – che farà giurisprudenza – è stata emessa ieri dal gup Marina Finiti che ha riconosciuto l’imputato colpevole del reato di omicidio volontario con dolo eventuale. E’ anche la prima volta che viene inflitta una condanna così pesante. Soddisfazione è stata espressa dall’avvocato Francesco Caroleo Grimaldi, difensore delle famiglie della coppia fidanzata. <<La condanna a dieci anni per omicidio volontario con dolo eventuale è una sentenza giusta>>, ha detto l’avvocato che ha aggiunto: <<Dedichiamo a tutti quei ragazzi che hanno perso la vita e non hanno avuto giustizia. Che questa sentenza costituisca un monito severissimo per tutti quei giovani che hanno perso il senso della loro vita e il rispetto profondo della vita altrui>>.

Di diverso avviso il legale Basilio Fiore, difensore della persona condannata in primo grado a dieci anni. <<Una decisione in contraddizione con la giurisprudenza di legittimità. Credo che ci sia qualche altra sentenza di merito in linea con questa, ma sono convinto che potrà resistere al vaglio del giudice d’appello. Aspettiamo il deposito delle motivazioni della sentenza e poi impugneremo questa decisione>>.

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