Thyssen, tre anni fa la tragedia che non è dovuta alla fatalità, al caso

FirenzeAttorno all’una di notte del 6 dicembre 2007 si sviluppa un incendio nella linea 5 della Thyssenkrupp. In pochi secondi le fiamme si diffondono dappertutto, simile ad un’onda anomala (alta 9, 10 metri) – racconterà Antonio Boccuzzi, unico superstite della squadra, e altri testimoni -, investendo gli operai presenti per il turno notturno. Il primo a morire è Antonio Schiavone, l’ultimo Giuseppe Demasi che morirà 24 giorni dopo. Il suo cuore cessa di battere il 30 dicembre. Insieme a loro, non avranno più il piacere di abbracciare i propri cari Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo e Rosario Rodinò. Un giorno che cambia il volto di una città, Torino, roccaforte un tempo della classe operaia. Un giorno che cambierà per sempre le esistenze dei familiari, di Antonio Boccuzzi e dei colleghi. Nulla è più come prima. In loro vi è il dolore, attenuato forse soltanto un po’ e a momenti dai ricordi di quei periodi vissuti assieme a coloro che da tre anni non ci sono più. In loro vi è anche un forte senso di dignità, ostentata durante tutte le udienze di un processo avviato il 1° luglio 2008. Sei gli imputati, a vario titolo, chiamati a rispondere della tragedia. Il reato più grave pesa sulle spalle dell’amminisratore delegato Harald Espenhahn, accusato di omicidio volontario con dolo eventuale. Un’ipotesi di reato mai imputata ad un alto dirigente di azienda per morti sul lavoro. Gli altri cinque (Gerald Prigneitz, Marco Pucci, Giuseppe Salerno, Daniele Moroni e Cosimo Cafueri) invece sono accusati di omicidio colposo con colpa cosciente. I familiari si affidano alla giustizia nel tentativo un domani di convivere con ferite un pochino meno profonde. Il processo è arrivato alla fase della requisitoria, poi la parola passerà alle parti civili. E’ dovere etico ricordare quella tragica notte, i nomi di chi non è più fra noi. Ed è altrettanto doveroso tenere alta l’attenzione sui trenta lavoratori ancora in forza allo stabilimento di Corso Regina. Alla fine del 2010 scadrà per loro la cassaintegrazione e se nulla sarà fatto, per le trenta tute blu della Thyssen all’orizzonte non ci sarà altro che la mobilità. Sindacati e istituzioni (Comune, Provincia e Regione) hanno un motivo in più per onorare la memoria: non disperdere il potenziale umano e professionale di coloro che nella notte del 6 dicembre hanno avuto la fortuna di scampare ad una tragedia che non è dovura alla fatalità, al caso.

Thyssen, caschetti gialli… (La Repubblica, firma di Diego Longhin)

Thyssenkrupp per non dimenticare… (La Stampa, firma di Rafhael Zanotti)

 

 

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Thyssen, ex capoturno: “Nell’ultimo anno era un’anarchia”

Torino - «Nell’ultimo anno alla ThyssenKrupp era un’anarchia». L’ha affermato stamani l’ex capoturno Salvatore Abisso, il primo dei testimoni presentati dalle parti civili al processo per il rogo che il 6 dicembre del 2007 provocò la morte di sette operai. Davanti alla Corte, lo stesso Abisso – patrigno di Roberto Scola, una delle vittime – ha ammesso che i lavoratori venivano spostati di continuo, i problemi venivano segnalati ma non vi era un intervento. Salvatore Abisso ha anche raccontato che negli ultimi tempi gli operai specializzati trovavano altri lavori, andavano via e venivano sostituiti con dei «ragazzini». Le varie dichiarazioni, rilasciate da Abisso, non fanno altro che confermare le diverse testimonianze fin qui raccolte dalla Corte. Con quella odierna il numero delle udienze sale a 29. Al momento, senza considerare i consulenti tecnici, sono stati ascoltati 74 testimoni, tutti presentati dalla pubblica accusa.

Il processo è stato aggiornato al 16 luglio.

Cronaca.

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Thyssen: video in aula, il dolore e le lacrime dei parenti delle vittime.

TorinoE’ stata presentata in aula la versione completa del video, con la ricostruzione virtuale di quella tragica notte che, in seguito al rogo alla Thyssen, portò alla morte di sette operai. Il filmato della durata di circa quattro minuti, realizzato da due esperti di produzioni audiovisive  sulla base delle testimonianze finora rese al processo e delle relazioni dei consulenti della Procura, ripercorre quei terribili momenti, dalla fermata della linea 5 fino alle vampate di fuoco che investirono gli operai. Il video, parzialmente mostrato in una precedente udienza, questa volta è stato proposto per intero dalla Procura. Dopo le immagini strazianti, se pur virtuali, sono stati ascoltati i medici legali. La Corte ha raccolto le testimonianze di Tommaso Salvi, il medico che eseguì l’autopsia sul corpo di Rosario Rodinò, e di Alessandro Giordano, medico legale all’Asl 1 di Torino, che eseguì le autopsie sulle salme di Roberto Scola e Antonio Schiavone. Alle parole dei medici, così è accaduto durante la proiezione del video choc, i familiari delle vittime non sono riusciti a trattenere le lacrime. L’udienza che si era aperta con il controesame di Roberto Beltrame , si è conclusa con la testimonianza di Fabrizio Canestri, il dipendente della ditta di manutenzione incaricato del controllo degli estintori. Poi, l’udienza è stata sospesa e il processo riprenderà domani.

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Thyssen: la drammatica testimonianza di Boccuzzi, l’operaio superstite.

TorinoAncora una drammatica testimonianza alla ripresa del processo per il rogo alla Thyssen del 6 dicembre 2006. In aula a ripercorrere quei terribili momenti c’è Antonio Boccuzzi, l’operaio sopravvissuto ed oggi deputato per il partito democratico. Toccanti i passaggi del suo racconto. <<All’inizio – racconta Boccuzzi – si trattava di un incendio piccolo che si sviluppava proprio sotto la macchina spianatrice, sul pavimento che, come accadeva normalmente, era intriso di olio.  Provai a usare il mio estintore ma era praticamente vuoto>>. <<A questo punto – continua Boccuzzi – l’incendio raggiunse la carpenteria e io, insieme a Angelo Laurino e Bruno Santino, andai  a recuperare una manichetta per spegnere il fuoco. In quel momento ci fu un’esplosione sorda, un boato simile al rumore che fa una caldaia a gas quando si accende. Le fiamme a quel punto diventarono enormi: sembravano una grossa mano di fuoco, un’onda anomala che investì i ragazzi>>.  La voce del Boccuzzi è interrotta dall’emozione nel ricordare quei tragici momenti dove persero la vita i suoi compagni. <<Il calore – prosegue Boccuzzi – era insopportabile e il mio orecchio stava iniziando a “sciogliersi”. Provai a digitare il 9 per chiamare i soccorsi ma il telefono non funzionava. Fu a quel punto che vidi Roberto Scola uscire dalle fiamme. Lo riconobbi soltanto dal modo in cui si muoveva: lui mi chiamava. Quando cadde aveva indosso solo brandelli di vestiti e gli erano rimasti pochi capelli. Ricordo che cercando di spegnere le fiamme sul suo corpo non riuscii a spegnerle sulle scarpe che erano intrise di olio. Non dimenticherò mai le piaghe sul suo corpo>>. Boccuzzi ha poi ricordato di aver preso una bicicletta per andare ad avvisare gli altri colleghi dello stabilimento urlando “venite sono tutti morti” affinché si capisse la gravità della situazione. Il processo in mattinata si era aperto con la deposizione dell’ingegnere Diego Cavallero, consulente della Procura, che ha fornito oggi due nuove traduzioni. Non sono mancati nemmeno attimi di tensione. Durante la pausa, uno degli imputati Raffaele Salerno è stato apostrofato da un ragazzo. Gli avvocati della difesa hanno denunciato l’accaduto alla ripresa del processo e la presidente della Corte Maria Iannibelli  ha invitato <<a evitare queste situazioni>> perchè <<il mio compito – ha detto la presidente della Corte Iannibelli – è garantire un processo sereno>>.  Il processo è stato aggiornato al 5 marzo.

 

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Thyssen, ascoltati operai e i parenti delle vittime. La madre di Rosario Rodinò: “Ridatemi indietro mio figlio”.

Torino – <<Eravamo orgogliosi che nostro figlio fosse andato a lavorare in quella fabbrica, in cui mio marito ha lavorato per 40 anni, noi la chiamavamo “la fabbrica d’oro”. Dal giorno della tragedia invece ci sentiamo in colpa e non ci sopportiamo nemmeno più tra noi». E’ un frammento della drammatica testimonianza che Grazia Cascino, la madre di Rosario Rodinò, ha reso stamani al processo per il rogo alla Thyssenkrupp dove il 6 dicembre 2007 persero la vita sette operai. L’udienza di stamani, la sesta dall’inizio del processo, è stata dedicata alle deposizioni dei familiari delle vittime. In questo modo le loro audizioni sono state anticipate rispetto al calendario previsto per i testi per permettere ai parenti chiamati a testimoniare di poter in seguito seguire il processo in aula (cosa che non possono fare i testimoni che non hanno ancora deposto).

La prima ad essere ascoltata è stata Grazia Cascino. <<Voglio sapere perchè mio figlio è morto>>, ha detto Grazia Cascino rispondendo alle domande degli avvocati. <<Sono sempre lì a casa che aspetto di sentire che con le chiavi apra la porta ed entri>>, ha aggiunto Grazia Cascino. Rispondendo alle domande del legale di parte civile sui rapporti in famiglia prima e dopo la tragedia, la mamma di Rosario ha ricordato che suo figlio <<era un fratello per i suoi nipoti e un figlio per i suoi cognati. Adesso, non c’è più la gioia di stare tutti insieme, quando stiamo insieme parliamo solo della tragedia>>. Poi, la madre di Rosario Rodinò è stata interrogata sui possibili racconti professionali di suo figlio. <<verso la fine – ha ricordato Grazia Cascino – mi aveva detto “se lì dentro scoppia qualcosa non si salva nessuno”>>.  La deposizione di Grazia Cascino si è conclusa rispondendo ad una domanda degli avvocati della difesa che le hanno chiesto se fosse stata risarcita. Toccante la risposta, con la voce rotta dal pianto. <<Ridatemi mio figlio indietro>>.  <<Signora, se avessimo questo potere…>>, ha ribattuto, turbata, la presidente della Corte, Maria Iannibelli.

Poi, è stata la volta di Laura Rodinò, sorella di Rosario. <<Quando è successa la tragedia – ha ricordato Laura Rodinò – ero all’ottavo mese di gravidanza, aspettavo due gemelle e quando sono entrata in sala parto mi sono imposta di non soffrire, di non gridare perchè mio fratello aveva sofferto molto di più. Mi hanno tolto la gioia del diventare mamma>>.  Anche Laura Rodinò ha risposto alla domanda incentrata sui rapporti in famiglia. <<la tragedia ha influenzato anche i rapporti con mio marito, prima facevamo di tutto, ci divertivamo tutti insieme, adesso non ho più voglia di fare nulla. Lui cerca di starmi vicino,  ma io sono scontrosa, arrabbiata, cattiva, ma non mi sento più cattiva degli assassini di mio fratello>>. Poi, un brevissimo intervento dell’altra sorella, Concetta Rodinò. Ha anche deposto Luigi Santino, fratello di Bruno Santino.  

Poi, è stato il turno degli operai. Straziante il racconto di Fabio Simonetta. <<Non si vedeva niente – ha ricordato Simonetta -C’erano fiamme alte fino al soffitto e si sentiva odore di carne bruciata. Ho visto Roberto Scola e Angelo Laurino straziati dalle fiamme, in uno stato orribile. Scola urlava “portatemi via”. Provai a telefonare all’infermeria, poi cercai di spegnere l’incendio: afferrai la manichetta di un idrante ma si staccò>>. L’operaio fu tra coloro che portarono fuori dal locale Scola e Laurino e poi, intossicato dal fumo, Simonetta fu trasportato in ospedale. L’operaio ha anche risposto alle domande sulle condizioni di lavoro. <<C’erano incendi tutti i giorni – ha detto Simonetta – In prima battuta dovevamo intervenire noi, poi chiamare la squadra di emergenza, composta da due colleghi>>. <<Dal settembre 2007 le cose erano molto cambiate: la manutenzione non si effettuava più e anche la ditta addetta alle pulizie degli impianti passava più di rado>>.

Dopo la deposizione di Simonetta, il processo è stato aggiornato dalla Corte al 3 marzo quando sarà probabilmente ascoltato Antonio Boccuzzi, scampato al rogo e oggi deputato del partito democratico. 

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