Trattativa Stato-mafia, dieci rinvii a giudizio. Processo al via il 27 maggio

Palermo – Il Gup di Palermo Piergiorgio Morosini ha rinviato a giudizio dieci imputati per la trattativa Stato-mafia. Tra loro, ex ufficiali del Ros, capimafia, Massimo Ciancimino, l’ex senatore Marcello Dell’Utri e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. La Procura aveva chiesto il rinvio a giudizio degli imputati lo scorso 10 gennaio. Unico tra gli imputati ad ascoltare il verdetto in aula, Massimo Ciancimino. Tra le parti civili, c’era Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso nella strage di via D’Amelio, che si è costituito con il suo movimento Agende rosse.

Il processo si aprirà il 27 maggio davanti alla seconda sezione della Corte di Assise di Palermo.

Lo Stato processa se stesso (Il Fatto Quotidiano)

Mafia, il legale di Dell’Utri chiede la prescrizione anche per i contatti fino al 1986

Prescrizione fino al 1977 e assoluzione per le contestazioni per i fatti successivi. E’ quanto chiesto dalla difesa di Marcello Dell’Utri, processato davanti alla Corte di appello per concorso esterno in associazione mafiosa.

FirenzePrescrizione fino al 1977 e assoluzione per le contestazioni per i fatti successivi. E’ quanto chiesto dalla difesa di Marcello Dell’Utri, processato davanti alla Corte di appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Nel concludere oggi la sua arringa, l’avvocato Giuseppe Di Peri ha chiesto la prescrizione delle accuse contestate a Dell’Utri fino al 1977 e che per i fatti successivi sia emessa una sentenza di assoluzione. Inoltre, in subordine il legale ha invocato la prescrizione per i fatti commessi fino al 1986 e l’assoluzione per quelli successivi. Il procuratore generale Luigi Patronaggio nella sua requisitoria aveva chiesto la condanna a sette anni di reclusione.

Mafia, il pg di Palermo: “Sette anni per Marcello Dell’Utri”.

Chiesti sette anni di carcere per Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.

FirenzeA conclusione della sua requisitoria, davanti alla Corte d’appello di Palermo, il procuratore generale Luigi Patronaggio ha chiesto la condanna a sette anni di reclusione per Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. Nel giugno del 2010 la Corte di appello di Palermo aveva già condannato l’ex manager di Pubblitalia a sette anni di carcere, ma la Cassazione, nel marzo scorso, aveva annullato quella condanna ordinando un nuovo processo. Obiettivo del nuovo dibattimento è provare che i rapporti tra Dell’Utri e i boss, dopo il 1977, non si siano mai interrotti. La sentenza sarà pronunciata dopo le elezioni politiche.

Chiesti sette anni per Dell’Utri… (fonte: La Repubblica)

Per l’accusa era Dell’Utri a mediare… (fonte: Rainews24) 

Marcello Dell’Utri: 30 anni al servizio di Cosa Nostra (fonte: Antimafiaduemila)

 

 

Trattativa Stato-mafia, un anonimo avverte: “I pm sono spiati”

Una lettera anonima è stata recapitata al pm di Palermo Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori di Palermo che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. A riferirlo è il quotidiano La Repubblica.

Firenze Una lettera anonima è stata recapitata al pm di Palermo Nino Di Matteo, uno dei sostituti procuratori di Palermo che si occupano dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. A riferirlo è il quotidiano “La Repubblica“. La lettera – un fascicolo di dodici pagine – con lo stemma della Repubblica italiana sul frontespizio, è stata inviata lo scorso 18 settembre e viene indicata in codice come “Protocollo fantasma”.

Come riporta l’articolo – a firma di Attilio Bolzoni e Salvo Palazzolo -, la lettera anonima indica anche dove trovare altre prove del patto tra Stato e boss mafiosi dopo le stragi mafiose del 1992 e fa i nomi di vecchi uomini politici che potrebbero essere a conoscenza di molti fatti. Non solo. Secondo l’anonimo, inoltre, l’agenda rossa di Borsellino «è stata rubata da un carabiniere». Il fascicolo è considerato dagli inquirenti “attendibile”.

Trattativa Stato-mafia, chiesto il rinvio a giudizio per Mancino, Mori, Subranni, Dell’Utri, Riina e Provenzano.

La Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.

FirenzeLa Procura di Palermo ha chiesto il rinvio a giudizio nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Tra i nomi che compaiono nella richiesta di rinvio a giudizio sono quelli dei capimafia Totò Riina e Bernardo Provenzano, degli ex ufficiali del Ros Mario Mori e Antonio Subranni, dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino e dei senatori Marcello Dell’Utri e Calogero Mannino. Tutti, tranne Mancino, sono accusati di attentato a un corpo politico. Mancino risponde invece di falsa testimonianza al pubblico ministero (link).

Conflitto di attribuzione o lesa maestà?

FirenzeSe nella prima metà del secolo scorso un pubblico ministero avesse casualmente intercettato una comunicazione telefonica di Vittorio Emanuele III, indubbiamente ne sarebbe nato uno scandalo ed il Pubblico Ministero che all’epoca si chiamava Procuratore del Re, sarebbe stato destituito su due piedi. Nello Statuto albertino, infatti, non esisteva il concetto di “indipendenza della magistratura” e la giustizia era amministrata in nome del Re dai giudici che egli stesso istituiva (art.68). Poiché il Re riuniva nelle sue mani tutti i poteri dello Stato, egli era al di sopra dell’ordinamento. Infatti l’art. 4 dello Statuto recitava: “la persona del Re è sacra ed inviolabile”.

Durante l’epoca di crisi costituzionale della repubblica italiana, rappresentata dall’avvento del Berlusconismo, i mass media di proprietà di Berlusconi e gli uomini politici di proprietà del partito di Berlusconi, hanno interpretato la “costituzione materiale” nel senso che la persona del Presidente del Consiglio dei Ministri dovesse considerarsi “sacra ed inviolabile” come la persona del Re nello Statuto Albertino. Per questo non solo i procedimenti in cui Berlusconi risultava imputato di reati vari, ma lo stesso fatto che si svolgessero indagini nei suoi confronti e che venissero effettuate intercettazioni indirette di Berlusconi quando parlava con Lavitola o altri malavitosi, sottoposti ad intercettazione, veniva denunziato come un atto di lesa maestà, compiuto da una magistratura infedele che non rispettava le prerogative costituzionali del Presidente, eletto dal popolo ed unto del Signore.

Il Procuratore della Repubblica di Palermo ha spiegato all’ex direttore di Repubblica, che aveva lanciato ai magistrati di Palermo gli stessi anatemi che i berluscones sono soliti scagliare nei confronti dei magistrati quando si occupano di Berlusconi, che le intercettazioni indirette nei confronti di soggetti coperti da immunità, non necessitano di alcuna autorizzazione ed, oltretutto, non possono essere impedite – a priori – perché non sono prevedibili.
La mossa del Presidente Napolitano, che ha sollevato conflitto di attribuzione nei confronti della Procura di Palermo per le intercettazioni indirette casualmente effettuate nei suoi confronti, desta perplessità perché si muove nella stessa logica che tende ad interpretare le prerogative degli organi costituzionali nell’ottica dello Statuto albertino, piuttosto che della Costituzione Repubblicana.
E’ sotto gli occhi di tutti che nella crisi della legalità che investe il nostro paese a più livelli, il problema non è quello di ridurre i controlli, ma di contrastare i comportamenti arbitrari e gli abusi di potere. I precedenti che abbiamo non sono edificanti. L’istituto del conflitto di attribuzione è già stato utilizzato in modo strumentale, sia dal Governo Prodi che dal Governo Berlusconi, per assicurare l’impunità ai dirigenti del servizio segreto militare implicati nel rapimento di Abu Omar e per creare uno sbarramento artificiale al controllo di legalità esercitato dall’autorità giudiziaria.
La democrazia ha bisogno di trasparenza e di equilibrio dei poteri, non certo di zone franche e di prerogative declinate come privilegi del sovrano.

Firma: Domenico Gallo

Fonte: Articolo 21

 

Trattativa Stato-mafia, Napolitano contro i pm. Il Presidente ricorre alla Corte Costituzionale sulle intercettazioni.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affidato all’avvocato generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo.

Roma – Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha affidato all’avvocato generale dello Stato l’incarico di rappresentare la Presidenza della Repubblica nel giudizio per conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo. Oggetto del ricorso, le decisioni che i pm hanno assunto sulle intercettazioni  di conversazioni telefoniche del Capo dello Stato. Secondo il Quirinale le prerogative del Colle sono state già lese dai magistrati con la valutazione sull’irrilevanza delle telefonate intercettate. Decisioni che il Presidente ha considerato lesive di prerogative attribuitegli dalla Costituzione, anche se riferite a intercettazioni indirette, cioè non disposte su utenze del Quirinale. Alla determinazione di sollevare il conflitto, il Presidente Napolitano è pervenuto ritenendo “dovere del Presidente della Repubblica”, secondo l’insegnamento di Luigi Einaudi, “evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura le facoltà che la Costituzione gli attribuisce” (link).

Intercettazioni, il Quirinale solleva il conflitto di attribuzione (fonte: Liberainformazione) 

Trattativa Stato-mafia, Scalfari attacca i pm di Palermo e chiede provvedimenti disciplinari

FirenzeEugenio Scalfari attacca il “Fatto Quotidiano”, le sue inchieste sulla Trattativa Stato-mafia, le richieste di chiarezza rivolte da Antonio Padellaro al capo dello Stato sulle telefonate con Nicola Mancino, oggi indagato per falsa testimonianza. E sulla base di una scarsa conoscenza del codice di procedura penale, arriva persino a domandare interventi disciplinari contro la procura di Palermo.

«Alcuni giornali conducono da tempo una campagna sul cosiddetto caso Mancino per mettere in difficoltà il Presidente della Repubblica» scrive su la “Repubblica” Scalfari al termine del suo editoriale della domenica. Che poi prosegue: «Negli ultimi giorni lo esortano a rendere pubbliche le telefonate che ha avuto con Nicola Mancino e che sono stare registrate dalla Procura di Palermo. Non entro nel merito, che riguarda le Procure interessate, i gip che ne autorizzano gli interventi, il Procuratore generale della Cassazione che ha la vigilanza sul corretto esercizio della giurisdizione e detiene l’iniziativa di eventuali procedimenti. Osservo soltanto che quei giornali così legittimamente desiderosi di chiarire eventuali misteri e possibili ipotesi di reato scrivono come se sia un fatto ovvio che il Presidente della Repubblica è stato intercettato e che il nastro dell’intercettazione è tuttora esistente e custodito dalla Procura di Palermo».

E sì, perché, secondo il fondatore di Repubblica, «gli intercettatori avrebbero dovuto interrompere immediatamente il contatto» e perché «forse l’agente di polizia giudiziario incaricato dell’operazione non sapeva o aveva dimenticato che da quel momento in poi stava commettendo un gravissimo illecito». Quindi l’attacco frontale ai pm: «Ma l’illecito divenne ancora più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi dichiararono pubblicamente che la conversazione risultava irrilevante ai fini processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono nella cassaforte del loro ufficio dove tuttora si trova».

Secondo Scalfari «la gravità di questo comportamento (quello di aver intercettato Napolitano e conservato la registrazione, ndr) sfugge del tutto ai giornali che pungolano il Capo dello Stato senza però dire una sola sillaba sulla grave infrazione compiuta da quella Procura la quale deve sapere che il Capo dello Stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione fino a quando – in seguito ad un “impeachment” –  non sia stato sospeso dalle sue funzioni con sentenza della Corte Costituzionale eretta in Suprema Corte di Giustizia».

Secondo il fondatore de la Repubblica, «si tratta di norme elementari della Costituzione e trovo stupefacente che né i Procuratori interessati, né i giudici che autorizzano i loro interventi, né i magistrati preposti al rispetto della legge, né gli opinionisti esperti in diritto costituzionale abbiamo detto una sola sillaba in proposito con l’unica eccezione dell’ex senatore Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione parlamentare sulle stragi».

Purtroppo per Scalfari le cose stanno in modo diverso. Nessuno tra coloro i quali conoscono le leggi italiane ha detto una sillaba denunciando il presunto abuso, semplicemente perché l’abuso non c’é. In questo caso infatti l’intercettato per ordine di un giudice era Mancino (non coperto da nessuna immunità). E solo il giudice, al termine di un’apposita udienza, una volta sentiti pm e avvocati (ai quali l’intero materiale va messo a disposizione), può decidere di distruggere intercettazioni ritenute irrilevanti. Il perché é semplice: se lo potessero fare da soli gli investigatori, magari interrompendo a piacimento gli ascolti, o i pm (eliminando conversazioni quando vogliono) il rischio deviazione in tutte le indagini sarebbe altissimo. Perché, senza nessun controllo, potrebbero essere buttate via prove a discarico degli indagati o conversazioni che invece ne dimostrano la colpevolezza.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Trattativa Stato-mafia, il Csm apre fascicolo sul procuratore aggiunto Rossi.

Roma Il Csm ha aperto un fascicolo sul procuratore aggiunto di Roma Nello Rossi, per la telefonata intercettata nell’ambito dell’inchiesta della procura di Palermo sulla trattativa tra Stato e mafia, con l’ex vice presidente del Csm Nicola Mancino. La pratica è stata assegnata alla Prima Commissione, quella competente sui trasferimenti d’ufficio dei magistrati ed è stata avviata su sollecitazione dei consiglieri di Magistratura Indipendente, dopo che il testo della conversazione era stato pubblicato da alcuni quotidiani.

La conversazione, in cui il magistrato, esponente storico di Magistratura democratica, tranquillizza Mancino, è stata intercettata nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia della Procura di Palermo. Nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Antonio Ingroia ha più volte sottolineato le difficoltà incontrate a indagare su un tema così delicato che sfiora e in alcuni casi coinvolge pezzi importanti dello Stato se non istituzioni. Nel giugno scorso la Procura di Palermo ha chiuso le indagini per dodici persone: Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà, Salvatore Riina e Bernardo Provenzano, gli ufficiali del Ros Antonio Subranni, Mario Mori e Giuseppe De Donno, gli esponenti politici Calogero Mannino e Marcello Dell’Utri. Devono rispondere dell’art. 338 del codice penale: violenza o minaccia a corpi politici dello Stato, aggravata dall’art. 7 per avere avvantaggiato l’associazione mafiosa armata Cosa nostra e “consistita nel prospettare l’organizzazione e l’esecuzione di stragi, omicidi e altri gravi delitti (alcuni dei quali commessi e realizzati) ai danni di esponenti politici e delle istituzioni a rappresentanti di detto corpo politico per impedirne o comunque turbarne l’attività”. Insieme a loro presto anche l’ex ministro dell’Interno, Nicola Mancino per falsa testimonianza e il figlio di don Vito, Massimo Ciancimino per concorso esterno alla mafia e per calunnia nei confronti dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro.

Fonte: Il Fatto 

Mafia, catturato il latitante Salvatore Caruso.

Gli agenti della squadra mobile di Catania hanno catturato il latitante Salvatore Caruso, considerato il reggente della cosca mafiosa il Cappello.

FirenzeIl latitante Salvatore Caruso, indicato come il reggente della cosca mafiosa Cappello, è stato arrestato oggi a Catania. Gli agenti della squadra mobile l’hanno fermato mentre era alla guida di un’auto in via Fleming, nel cuore della città. Caruso era sfuggito a novembre all’operazione antimafia Revenge, messa in atto dalla Dda della Procura etnea e che aveva portato alla cattura di molte persone affiliate a Cosa Nostra. I reati ipotizzati nei confronti di Caruso sono associazione mafiosa, traffico di droga ed estorsioni.

Intanto, la Procura di Palermo ha chiesto il 41bis per il boss Gianni Nicchi, catturato sabato scorso in un’appartamento vicino al Tribunale di Palermo. La stessa Procura chiederà nei prossimi giorni il 41bis anche per Gaetano Fidanzati, bloccato dalla Polizia di Stato sempre sabato scorso a Milano (link).