Processo Olivetti, pm: “Colore talco? Le differenze di sfumature sono molto difficili da percepire per chi non è esperto”

Firenze – Il pubblico ministero Laura Longo nel processo per le morti da amianto all’Olivetti affronta il tema del talco e, in particolare, il colore di esso, altro elemento di polemica con le difese. Quest’ultime hanno ricordato che il campione di talco portato ad analizzare al Politecnico di Torino nel 1981 era verdognolo, mentre «tutti i testimoni hanno parlato di un talco bianco, bianco-biancastro» . «La maggior parte dei testimoni sentiti nel dibattimento abbia in realtà parlato genericamente di talco o borotalco – esordisce Laura Longo – In merito al colore, sono stati veramente pochi  ad esprimersi». E, quei pochi il pm li ricorda uno ad uno, fermandosi ad un elenco formato da cinque nominativi. 

 «Non avrebbe avuto senso analizzare un talco diverso da quello in uso – premette la pm Longo – Inoltre, la dottoressa Ravera ha detto in interrogatorio di aver mandato ad analizzare il talco in uso». «A prescindere da tutto questo – sostiene Laura Longo -, la differenza di sfumatura nel colore del talco ritengo che sia molto difficilmente percepibile ad un occhio non esperto come quello dei lavoratori, soprattutto se si utilizzano piccole quantità per volta». «Mentre è sicuramente percepibile – conclude la pm  – in sede di analisi da parte di un professionista (Enea Occella ndr) a cui viene richiesto di descrivere il reperto».  A riprova della sua tesi, il pubblico ministero cita un articolo, intitolato  “Il talco e la grafite delle Alpi Cozie“, pubblicato nel 1938 e leggibile anche su Internet, in cui già allora si evidenziavano, secondo l’autore, le diverse sfumature di colore del talco (pagina 9, capitolo Trattamento ndr). Il documento è stato acquisito dalla Corte.  

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

 

   

 

Processo Olivetti, consulente parte civile Telecom: “In azienda c’erano gli impianti di aspirazione”

Firenze – Ancora un’udienza caratterizzata da pareri e posizioni opposte fra i consulenti, chiamati a deporre nel processo per le morti da amianto all’Olivetti. E’ il turno di Francesco Messineo, ingegnere e consulente di parte civile per conto di Telecom, dopo l’intervento di Maria Gullo, consulente Inail. Messineo, ricorda che sin dagli anni Cinquanta, in Olivetti, era presente un Comitato della sicurezza, composto da esperti dell’azienda, da lavoratori e sindacalisti.  «Abbiamo rintracciato il regolamento del Comitato aziendale dell’Olivetti, è un documento del 14 settembre 1954 – afferma Messineo – Era costituito da membri permanenti e temporanei, nominati dall’azienda e dalla Commissione interna. In pratica, da lavoratori che conoscevano benissimo il ciclo di lavorazione e che facevano parte delle organizzazioni sindacali. Il Comitato si riuniva almeno dieci volte all’anno e organizzava anche corsi di formazione per i lavoratori».

A seguire, l’ingegnere si sofferma sull’attività svolta dallo stesso Comitato al fine di dimostrare le attività intraprese dall’Olivetti a tutela della salute dei lavoratori. «Nell’archivio storico abbiamo rintracciato una serie di verbali di riunioni del Comitato della sicurezza che si sono tenute in diversi reparti dell’Olivetti dal 1959 al 1970», ricorda Messineo che cita diversi di questi atti. «La riunione dei vari capi reparto della nuova Ico del 27 maggio 1959 mette in evidenza la presenza di un impianto di ventilazione che garantisce ricambi d’aria nell’ambiente – racconta il consulente – Nel verbale del 30 maggio 1960 il Comitato affronta la necessità di migliorare l’impianto di aspirazione in fonderia; quello del 1° marzo 1961 in cui compare la decisione di migliorare l’aspirazione sulla vasca adibita a lavaggio carrozzerie; il verbale del 30 aprile 1962 fa riferimento al potenziamento di varie aspirazioni nel settore montaggio macchine per scrivere e da calcolo».

Nel prosieguo della sua deposizione, il consulente di parte civile affronta il tema delle iniziative assunte dall’azienda. «Nel 1969, la Clinica del Lavoro dell’Università di Milano – aggiunge l’ingegnere – venne incaricata da Olivetti di effettuare un’indagine approfondita sulle condizioni igieniche e ambientali negli stabilimenti Ico, Nuova Ico e San Bernardo allo scopo di individuare eventuali interventi migliorativi». «Per questa indagine sono state dedicate 155 giornate, impiegati 80 laureati e il resto diplomati – continua Messineo – Quindi, personale altamente qualificato. In particolare, sono state prese in considerazione gli aspetti anche di polverosità».  «E’ possibile desumere un quadro generale soddisfacente della situazione igienico ambientale – ammette Messineo –  Inoltre, posso arrivare a questa conclusione che, in effetti, relativamente al punto dove veniva utilizzato il talco non ci sono rilievi di sorta che dimostrano che esisteva il problema della polverosità. E, in quel caso, non hanno neanche prescritto nessun sistema di aspirazione».

Dopodichè il consulente si sofferma su un’indagine, condotta nel 1974 dall’Inail allo scopo di stabilire il premio assicurativo. «Il documento attesta che l’effettuazione di analisi del talco utilizzato a Scarmagno, si tratta di materiale estremamente puro – dice Messineo – L’ispezione volta ad individuare eventuali rischi collegati all’esposizione e la presenza di asbesto, lo esclude. Nessuno degli stabilimenti presi in esame dall’Inail, evidenzia alcun rischio legato alla presenza di asbesto».

Francesco Messineo si sofferma inoltre sull’analisi effettuata nel 1981 dal Politecnico di Torino sul talco consegnato da Olivetti. «Se la notizia che ho avuto è esatta, i due campioni dovrebbero pervenire da una cava di Lanzo Torinese – sostiene il consulente – Quindi, non si fa riferimento a campioni prelevati a magazzino nell’ambito del ciclo di lavorazione». «Per me – ribadisce Messineo – questo è molto chiaro: non si tratta di prodotto utilizzato dall’azienda». «Il professor Ocella cita chiaramente – puntualizza l’ingegnere – che questi campioni sono di colore verdognolo. Il teste Favaro nell’udienza del 1° febbraio 2016 ha precisato che il talco utilizzato era bianco. Anche altri testi hanno riferito del colore bianco del talco utilizzato».

L’ingegnere infine passa in rassegna i singoli casi dei lavoratori morti per mesotelioma pleurico. Questi operai, secondo il consulente, avrebbero avuto un’esposizione all’amianto nel lavoro svolto prima di entrare in Olivetti. «Nello specifico dei vari casi, molti di questi lavoratori sono stati esposti in modo prevalente nelle attività professionali svolte antecedentemente al loro arrivo in Olivetti», conclude Messineo.

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

Processo Olivetti, consulente parte civile Inail: “Lavoratori esposti, anche in mensa”.

Firenze – La consulente di parte civile Inail, Maria Gullo, geologa, ha criticato il metodo con cui in Olivetti venivano eseguiti i campionamenti ed ha evidenziato il limite dello strumentario, utile per rilevare l’eventuale presenza di fibre di amianto. Sono soltanto alcuni degli aspetti toccati dalla Gullo durante la sua deposizione di oggi nel processo per le morti da amianto alla Olivetti. «I campionamenti dovevano essere effettuati in modo personale e non ambientale – spiega Gullo – Inoltre, la microscopia ottica ha una criticità, perché arriva a non più di 500 ingrandimenti, quindi non legge le fibre più piccole».

Poi, ha affrontato il tema del talco contaminato oppure no da tremolite (amianto ndr) arrivando ad una sua conclusione. «Ho letto gli atti dell’inchiesta, in ordine cronologico e ne deduco che quel talco contaminato da tremolite non è stato dismesso prima del 1986 ammette Gullo – Questa è la mia idea».

Nel continuo della deposizione, la consulente si è soffermata sul ferobesto al fine di dimostrare l’esposizione degli operai a tale materiale. «La documentazione aziendale comprova l’utilizzo di ferobesto – ammette Gullo – Sembra che sia stato utilizzato dai dati che abbiamo a nostra disposizione fra il 1960 e il 1980. Veniva usato a San Bernardo dove si montavano le macchine utensili a controllo numerico come materiale anti attrito». «Il ferobesto, composto per il 70% da amianto, arrivava in lastre che andavano tagliate, raschiate, levigate – prosegue la consulente  – Una volta installato sulle macchine, bisognava sagomarlo bene. Poi, tutto questo polverino si racchiudeva all’interno di una struttura e per liberarla usavano l’aria compressa». «L’esposizione è stata elevata – sostiene la consulente – perché tagliare un materiale che contiene il 70% di amianto, rilascia tante di quelle fibre anche fatto una volta alla settimana per un’ora».

Dopo aver illustrato, attraverso documenti e verbali dell’epoca, i materiali utilizzati in Olivetti contenenti amianto, sia nella manutenzione delle macchine utensili – sostituzione dei ceppi freni e frizioni – che negli impianti coibentati, la consulente ha parlato anche della presenza di amianto in mensa. E, l’ha fatto citando documenti, atti della stessa Olivetti e, al contempo, ha ricordato un monitoraggio effettuato nella seconda metà degli anni Ottanta. «L’intonaco della mensa è stato più volte sollecitato da diversi interventi che hanno rilasciato delle fibre»,  così la consulente che spiega: «Le persone che continuamente frequentavano quel locale, anche se solo mezz’ora al giorno, erano esposti a queste fibre rilasciate. Anche perché se i locali non vengono puliti e aspirati, la polvere si deposita strato su strato, si cammina e si reiveicolano in atmosfera». «Nel 1987 è stato effettuato un monitoraggio – ricorda la Gullo – in cui è emerso che dal lato mensa ferritoia hanno trovato 1400 fibre d’amianto per milligrammo». Nel 1981 dall’analisi, effettuata su due campioni dal  professor Occella, risultò la presenza di 500mila fibre per milligrammo.

L’ultimo tema affrontato dalla consulente di parte civile, è quanto fatto da Olivetti per tutelare la salute dei lavoratori. «Non c’erano sistemi di aspirazione – conclude Gullo – Non erano dotati di dispositivi di protezione, nè individuali né collettivi, e non erano informati sul fatto che stavano utilizzando materiale che conteneva amianto. Questo dovevano fare»

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

Processo Olivetti, consulente della difesa: “Le analisi del Politecnico di Torino mi lasciano perplesso”.

FirenzeDopo la deposizione di Stefano Silvestri, è toccato al suo collega, Danilo Cottica, chimico, professore all’Università di Pavia e Brescia, chiamato come consulente per la difesa degli imputati Carlo De Benedetti e Corrado Passera. La relazione di Cottica è in più parti contrastante con quella del consulente della Procura, mettendo in discussione le analisi effettuate nel 1981 al Politecnico di Torino. Ed, arriva ad ipotizzare l’assenza di amianto nel talco, in base a documenti in suo possesso.

«In Olivetti, i materiali contenenti amianto erano sì presenti nelle strutture edilizie – spiega Cottica – Però, bisogna dimostrare se avevano una matrice particolarmente friabile, se comportavano una dispersione di fibre nell’aria e se queste raggiungevano la zona respiratoria dell’individuo». «Ma, non è ancora finita – precisa l’igienista industriale – Una volta che queste fibre vengono inalate, devono essere respirabili per raggiungere gli organi bersaglio».

Altro aspetto affrontato dal consulente della difesa è il talco mettendo in discussione le analisi, effettuate nel 1981 al Politecnico di Torino, sul suddetto minerale utilizzato durante il ciclo produttivo. «Inanzitutto, bisogna dimostrare che il talco in uso all’Olivetti contenesse amianto – afferma Cottica – Non ho trovato nessuna documentazione, al di là del report analitico del professor Occella (colui che effettuò l’esame ndr) che abbia definito che c’era dentro al talco della tremolite, quindi, un amianto». «L’attendibilità dell’analisi eseguita al Politecnico di Torino mi lascia molto perplesso» , ammette il professore che aggiunge: «ll conteggio delle fibre mediante la microscopia ottica (apparecchio usato all’epoca, 1981 ndr ) è quella che risente più di tutti dell’imprecisione dello strumento utilizzato e certamente sovrastima la concentrazione, in quanto si conteggiano anche fibre di natura chimica diversa». «L’impiego delle microscopia elettronica – precisa Cottica – porta invece un incremento notevole nella quantificazione delle fibre, soprattutto dal punto di vista della qualificazione di esse».

In tema di esposizione professionale, il consulente illustra alcuni studi, fra cui uno condotto sul finire degli anni Sessanta. «Il professor Enrico Vigliani (Istituto di medicina del lavoro ndr) insieme a Zurlo che era un igienista industriale di estrazione chimica – ricorda Cottica – ha svolto per Olivetti una campagna di misura negli anni 1969-1970 su tutti gli stabilimenti, dove ha passato in rassegna tutti i rischi chimici e fisici. Quindi, dal rumore, al microclima, alla movimentazione, ai solventi, agli acidi e quant’altro. Caso strano, non c’è una riga relativa alla misura della dispersione del talco nelle posizioni di talcatura». 

Nella sua deposizione, il professore torna nuovamente a parlare di talco e di materiali, contenenti amianto. «Per quanto riguarda il talco – precisa Cottica – non abbiamo misure. Nessuno riesce a definire quale era l’esposizione dei lavoratori». Nel dimostrare il nesso fra talco e presenza o meno in esso di tremolite (amianto ndr) in Olivetti , il consulente si rifà alla documentazione e alla letteratura. «L’unico documento sulla determinazione di talco è stata fatta dall’Inail di Roma nel 1974 – ricorda Cottica – I due tecnici di allora, Ripanucci e Casciani, arrivano nello stabilimento di Scarmagno e fanno varie misure per definire se Olivetti dovesse pagare o meno il premio assicurativo sulla silicosi». «Prelevano un campione e fanno un esame mediante microscopia ottica – continua il consulente – e vedono che il talco è estremamente puro e non fanno nessun cenno alle fibre di amianto. Quindi, tale risultato si potrebbe leggere anche che non contiene tremolite» .

Infine, il consulente della difesa arriva a trarre le sue conclusioni. «Per quanto riguarda la potenziale esposizione di fibre di amianto correlata alla presenza e all’uso di talco, non esistono dati oggettivi della concentrazione di tali fibre in zona respiratoria dei lavoratori – conclude Cottica – Non è al momento oggettivamente definito se il talco in uso prima del 1981 conteneva o meno fibre di amianto. Inoltre, esiste documentazione che sembra confermare l’uso di talco esente da amianto almeno dal 1981».

 

Fonte audio: Radioradicale.it.   

 

 

  

 

 

Processo Olivetti, consulente dei pm: “Si potevano ridurre i rischi. Mancavano sistemi di aspirazione e mascherine”.

La deposizione di Stefano Silvestri, igienista del lavoro e consulente per conto della Procura, nel processo per le morti da amianto alla Olivetti.

Firenze –  «L’Olivetti si è sempre configurata come utilizzatore indiretto di amianto». E’ la prima asserzione di Stefano Silvestri, igienista del lavoro dell’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica, chiamato oggi a deporre come consulente per conto della Procura. Non sono pochi gli aspetti trattati dall’igienista, fra cui l’uso del talco durante la produzione. «Il talco veniva utilizzato in due modi – spiega Silvestri – Uno, era quello di evitare che tra un rullo di gomma e un altro vi fosse adesività ed entrava nel ciclo produttivo perché venivano montati sulle macchine per scrivere o sulle calcolatrici. L’altra utilizzazione era come lubrificante per i cavi elettrici». «Il problema è che questo talco – precisa Silvestri -, come evidenziato in un’analisi fatta dal Politecnico di Torino nel 1981, conteneva un altissimo contenuto di fibre di tremolite».  «La contaminazione indicata dal professor Occella (1981 ndr)- prosegue su questo punto il consulente – è un risultato che lui stesso giudica molto preoccupante, perché stima 500mila fibre per milligrammo. Anche se la diminuissimo di un ordine di grandezza, saremo sempre a dei valori 50 volte superiori a quelli indicati dagli Stati Uniti». 

Un altro tema affrontato da Silvestri è il capitolo dei materiali contenenti amianto, utilizzati nel tempo dall’azienda. Uno studio fattibile dopo che lo stesso Silvestri ha avuto la possibilità di visionare gli ordini di acquisto e le fatture. Un’esame condotto suddividendo gli stessi materiali in alcune categorie: lo strutturale edilizio come «il cemento amianto – spiega l’igienista del lavoro –  sotto forma di tubazioni, lastre, coperture, cassoni e canne fumarie»; gli impianti dove «erano utilizzati – prosegue Silvestri  – filotti, corde, trecce, nastri, baderne, teli e guarnizioni»; «i materiali di attrito – aggiunge l’igienista – come freni e frizioni»; i macchinari dove il «ferobesto – precisa il consulente – veniva utilizzato per le macchine a controllo numerico»; infine, «i dispositivi di protezione individuale e collettiva, come tute, guanti protettivi, grembiuli, coperte e ghette» , conclude Silvestri. «All’Olivetti – afferma lo stesso Silvestri –  l’amianto era un materiale di largo uso, che purtroppo è stato utilizzato anche dopo che si è saputo che era un materiale pericoloso».

Nella deposizione il consulente rievoca il sopralluogo effettuato nel maggio 2013. «Il capannone sud di San Bernardo è coibentato come lo era nel 1988, quando è stato chiuso – ricorda Silvestri – In condizioni di manutenzione pessime, isolato soltanto con dei pannelli in truciolare e che necessità di una sorveglianza ambientale molto stretta». «E’ una delle condizioni peggiori – ammette Silvestri – che il sottoscritto ha visto in Italia. E’ un capannone di circa un ettaro di superficie. E’ sottoposto ad una condizione di non manutenzione e l’acqua filtra dal soffitto e trasporta con sé la fibra che cade in terra»

Dopo aver illustrato, caso per caso,  la storia professionale dei lavoratori colpiti da mesotelioma, Silvestri, su domanda del pm, ha rivelato i metodi con cui  l’azienda avrebbe potuto, a detta del consulente, adottare per ridurre il rischio di esposizione. «Nei confronti degli operai che lavoravano il talco – spiega Silvestri – si poteva ridurre il rischio attraverso una sorta di banco aspirato. Non vi erano difficoltà tecniche per poter installare sistemi di aspirazione». «Inoltre – aggiunge Silvestri – l’utilizzazione delle mascherine, quelle che si trovano in farmacia, avrebbero potuto ridurre il rischio». «L’altra possibilità – rivela Silvestri – era quella di utilizzare materiali senza amianto. Tutte le coibentazioni delle condotte potevano essere realizzate con la Martinite, Si tratta di un prodotto nazionale sviluppato alla fine dell’Ottocento con il quale vengano coibentate le navi della Marina militare. Non costava di più ed è stata impiegata durante il  fascismo, quando vi era l’indicazione di utilizzare materiali nazionali».  

 

Fonte audio: radioradicale.it 

 

 

 

 

 

I sette operai della Thyssen-Krupp uccisi di nuovo dai giornalisti italiani

Firenze –  Mi chiamo Massimo Zucchetti e sono il più giovane professore universitario italiano di Sicurezza e Analisi del Rischio. Lavoro al Politecnico di Torino. Sono consulente tecnico nel processo Thyssen-Krupp dove nel dicembre 2007 morirono bruciati fra sofferenze atroci sette operai. In data 28 aprile 2009 ho depositato al processo la mia relazione di 60 pagine, che ricostruisce l’evento, identifica le cause, indica i colpevoli delle sette atroci morti.

Ho inviato lo stesso giorno il sunto della mia relazione, una pagina e mezzo chiara e pesante come il piombo, ai seguenti quotidiani italiani: Repubblica, La Stampa, Il Giorno, Il Messaggero, Il Mattino, Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Secolo XIX, Il Giornale, Leggo, Metro, Corriere della Sera, Il Tempo, L’Unità, Il Manifesto, L’Indipendente. Anche altri che ora non ricordo, ma questi i principali.

Il sunto è scritto in linguaggio non tecnico ed è chiaro e duro come il cristallo.

Nessuno di questi giornali ha reagito in alcun modo al mio invio. Soltanto il Manifesto, grazie alla presenza di un giornalista mio amico personale, ha promesso di pubblicare un articolo.

Pubblico qui su Metropolis – oltre che sulla mia pagina di Facebook – il testo che avrebbe dovuto apparire, secondo il mio parere, su ognuno di questi giornali in giusta evidenza.

Ieri sera ho parlato con gli operai Thyssen ed ho cercato di spiegare loro la situazione: la situazione è che il giornalismo in Italia è ostaggio – salvo rare eccezioni – di una conventicola di servi, mestieranti ed autocompiaciuti, ignoranti ed inutili se non dannosi, indegni comunque di esercitare una professione tanto importante come quella di giornalista.

In seguito all’incendio divampato il 6/12/2007, sulla linea di ricottura e decapaggio dello stabilimento Thyssen-Krupp di Torino (d’ora in avanti TKTO), che, inizialmente, causò la morte di 1 lavoratore, l’ustione di altri 7 di cui 6 in modo così grave che decedettero nei giorni seguenti, il sottoscritto prof. ing. Massimo Zucchetti, ordinario di Sicurezza e Analisi di Rischio al Politecnico di Torino, è stato nominato consulente tecnico di parte civile nel procedimento penale in corso. La presente relazione costituisce un iniziale contributo all’analisi.

Da quanto riportato dai fatti e dalle testimonianze si può riassumere quanto segue:

La linea 5 funzionava in perenne palese violazione delle norme di sicurezza relative agli impianti a rischio di incidente rilevante, in quanto – ad esempio – in costante presenza di olio sul fondo dell’impianto, di residui di carta oleati ovunque, di fiamme libere e piccoli incendi praticamente costanti, in mancanza di squadre antincendio addestrate, con gli estintori scarichi, eccetera.

La linea 5 funzionava oltre i normali regimi per sopperire a richieste pressanti di produzione non ottemperabili dal solo stabilimento di Terni. Gli operai erano costretti a turni straordinari massacranti.

La linea 5 presentava evidenti malfunzionamenti dovuti ad usura e scarsa manutenzione, primo tra tutti le perdite di olio, e i frequenti guasti di tipo elettrico e meccanico.

I vigili del fuoco, gli addetti ai gruppi di lavoro sulla sicurezza, i periti dell’assicurazione avevano ripetutamente raccomandato nel recente passato l’adozione di un sistema automatico di spegnimento per la linea 5, in conformità a quanto previsto per impianti soggetti a rischio rilavante di incendio come quello in esame. Questa raccomandazione, adottata per analoghi impianti presso altri stabilimenti della ditta, era stata disattesa e posposta, in quanto la linea stava per essere chiusa e trasferita a Terni entro breve.

La manutenzione sulla Linea 5 era insufficiente ed era peggiorata nell’ultimo periodo, in vista della prospettata chiusura entro breve tempo. Le squadre di manutenzione si erano ridotte e le frequenze degli interventi riguardavano per lo più la riparazione di guasti. Ancora, la sostituzione di alcuni pezzi meccanici non avveniva con il montaggio di pezzi nuovi ma con recuperi da altre linee o spostamenti sulla linea stessa.

Le squadre di sicurezza e antincendio erano insufficienti o inesistenti, erano costitute da personale che non aveva completato (in nessun caso, neppure una persona) l’addestramento antincendio previsto dalla legge. Le procedure di emergenza e antincendio erano carenti e l’intero apparato di sicurezza al riguardo era in patente violazione con le prescrizioni di legge.

Gli operai della linea 5 dovevano frequentissimamente intervenire con estintori manuali per spegnere incendi che continuamente si formavano sulla linea, senza sospendere la produzione, in violazione con il loro mansionario e le procedure.

In caso di incendio di “grave entità” la procedura prevedeva non già l’immediato appello dei VVFF, ma la composizione di un numero di telefono per la chiamata della squadra antincendio, peraltro inadeguata in quanto non formata con appositi corsi completi e sprovvista di mezzi adeguati di spegnimento.

Non vi era alcuna prescrizione o specifica scritta o procedurale che indicasse quando un incendio era di “grave entità”. Le indicazioni dell’azienda erano di provare a spegnere con ogni mezzo l’incendio da parte degli operai con gli estintori prima di dare l’allarme.

Era fortemente radicato il concetto per cui si doveva sopperire a qualsiasi problema evitando di interrompere la produzione. I pulsanti di emergenza non dovevano mai venire azionati per evitare la interruzione della produzione. Gli operai avevano ricevuto espresse indicazioni al riguardo dall’azienda. Emerge chiaramente, anche dall’analisi di alcuni incidenti, che vi era la indicazione generalizzata ad affrontare situazioni di rischio particolarmente elevato in modo autonomo e non in ottemperanza alle misure di sicurezza, che non erano state comunicate ai lavoratori.

Il pulsante di emergenza non toglie l’alimentazione elettrica alla pompa oleodinamica , quindi l’olio rimane sempre in pressione fino ai banchi valvole anche in caso di attivazione dei pulsanti di emergenza. Anche la pressione di questi pulsanti, fortemente sconsigliata dall’azienda per non interrompere la produzione, non avrebbe evitato comunque l’incendio e l’incidente.

I sistemi individuali di spegnimento (estintori) erano al momento dell’incidente per la maggior parte scarichi o inutilizzabili.

Nessuno dei presenti all’incidente aveva ricevuto alcuna formazione specifica sul tipo di intervento da effettuare e sulle procedure da seguire in caso di un incendio di tale entità.

Si erano verificati nel recente passato eventi incidentali analoghi presso altri stabilimenti dell’azienda, senza che nessun rimedio venisse adottato a seguito di questi incidenti sulla linea 5.

Alcuni sistemi di sicurezza automatici che segnalavano la presenza di carta spuria (costituente grave pericolo) nell’impianto a seguito di malfunzionamento erano al momento dell’incidente esclusi manualmente o addirittura guasti, in palese contrasto con le norme di sicurezza.

Nel luogo ove si è verificato l’incendio non vi era sistema automatico di rilevazione incendi
In ultima analisi, lo scrivente si stupisce come l’evento incidentale che ha causato la morte dei sette operai si sia verificato con tale ritardo, viste le condizioni in cui funzionava l’impianto, ovvero in palese violazione con ogni norma di sicurezza. Tutto quanto era umanamente possibile per rendere provabilissimo il disastro era stato fatto o omesso dall’azienda con incredibile e costante pervicacia. Una volta partito, la dinamica dell’evento incidentale è stata inevitabile, dati gli strumenti e la formazione dati agli operai a quali nulla si può imputare se non l’aver accettato, per non perdere il posto di lavoro, di lavorare in un impianto in simili condizioni.

Massimo Zucchetti.

Fonte: www. lsmetropolis.org