Lavoratori, tutte le conquiste sono andate perdute. L’articolo 18 è sepolto.

Firenze«Le imprese avrebbero voluto la sparizione della parola reintegro, ma con il tempo capiranno che ciò avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili». L’ha detto nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio Mario Monti, in risposta ad una Emma Marcegaglia irritata nel rileggere “reintegro” (per i licenziamenti economici ndr) nella nuova versione dell’articolo 18 nell’ambito del disegno di legge sulla riforma del lavoro. Nel confrono mediatico fra il premier e il presidente di Confindustria, il primo ha cercato di rassicurare il secondo. «Confindustria fino a tre mesi fa si sarebbe sognata una riforma così». Intanto, il ddl sulla riforma del lavoro, dopo la firma del Presidente Napolitano, approderà la prossima settimana alle Camere. Il sì del Capo dello Stato non è stato isolato: la riforma ha trovato consensi anche in Europa, dove banche e finanza non trovano ostacoli per imporre la propria forza. Fin qui nulla di strano. Le anomalie arrivano invece con il sì del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che al reintegro nel testo del termine reintegro ha detto: «Bene sull’articolo 18, ancora male su precariato e crescita». Insomma, sull’articolo 18 la Cgil è soddisfatta. Un appagamento probabile risultato di due fattori. Il primo. Di non aver rotto con il Pd, i cui esponenti, con in testa il segretario Bersani, ostentano fierezza nell’aver costretto il governo dei professori a modificare la precedente bozza. Un risultato, figlio anche dell’accordo con Alfano (Pdl) e Casini (Udc). Il secondo. Di trasmettere, nella loro idea, un messaggio positivo ai lavoratori, iscritti e non. In sostanza, il tentativo di far credere a chi lavora che la Cgil ha centrato l’obiettivo. Può darsi. Perché, allora, accettare modifiche dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Non andava bene così come era? Oggi, cosa direbbero Giacomo Brodolini e Gino Giugni? In realtà, l’articolo 18 dello Statuto è stato sepolto e i lavoratori hanno perso anche l’ultimo baluardo di difesa contro le sopraffazioni di chi ama guardare numeri, cifre e intende far valere solo la propria forza infischiandosene delle regole e del bene della collettività. Alle tute blu e ai colletti bianchi non è rimasto nient’altro: dalla perdita della scala mobile, alla sepoltura dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Tutte le conquiste sono andate perdute.

Urge politica alternativa

FirenzeÈ sempre interessante leggere ciò che scrive Adriano Celentano. Lunedì scorso sul Corriere, in un colloquio con Grillo, riferendosi ai sogni svaniti e alle necessità degli italiani, ha scritto che <<la gente ha bisogno di uno scatto. Uno scatto che indichi la direzione>>. Aggiungendo che l’uomo soffre perché si sente slegato dagli altri pur stando in mezzo a tanta gente. Cari politologi, cari intellettuali, cari professori del sapere, il re degli ignoranti, ancora una volta ha centrato il bersaglio. La nostra è una società che porta all’indifferenza (l’ottavo vizio capitale, denunciato da Don Gallo), di ciò B. non è l’unico responsabile. Che lui non sia più quello della “discesa in campo” lo si è capito da tempo. Gli ultimi due allarmi: l’intervista al Tg1, nonostante fosse “addomesticata” era sbagliata nella comunicazione, e si capiva benissimo che stava leggendo il gobbo; la dichiarazione di Andrea Riccardi, il fondatore della Comunità di Sant’Egidio: <<Chi ha gestito la Seconda Repubblica non può rilanciare il Paese >>.

Nonostante i Bunga bunga, le promesse non mantenute, il presidente operaio, giardiniere, pompiere, utilizzatore finale, rimane ancora l’unico leader sulla scena politica, grazie alla mancanza di una proposta alternativa. Ancora una volta la resistenza nasce dalla società civile. A Milano un giovane scrittore del Sud (Roberto Saviano) e un maturo intellettuale del Nord (Umberto Eco), sono riusciti a parlare contemporaneamente a donne e uomini, a giovani e anziani, a studenti e operai, colpendoli al cuore su “ciò che siamo e ciò che vogliamo, sulla necessità didifendere l’onore dell’Italia.

L’urlo di protesta “dimettiti, dimettiti nato in tante città e che il 13 febbraio, grazie alle donne, tornerà nelle piazze, è importante ma non sufficiente. Urlare è liberatorio, ma senza una proposta alternativa alla politica di B. non si andrà da nessuna parte. Bersani, il segretario del maggior partito dell’opposizione, è lì ancora a porre domande invece di dare risposte. Manca un progetto di società alternativo. Lo si può costruire con questa classe dirigente? Autoreferenziale, formatasi solo grazie alla cooptazione, che tiene in ostaggio e sotto ricatto i cittadini?

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano