Strage di Bologna, 36 anni dopo nessun mandante

Firenze – Il 2 agosto 1980 una bomba esplose nella sala di attesa di seconda classe della stazione di Bologna: 85 morti, di cui 5 bambini – la più piccola Angela Fresu di soli 3 anni – e oltre 200 i feriti. Dopo 36 anni mancano ancora i mandanti, gli ispiratori della strage. «Al banco degli imputati non si sono seduti i mandanti». E’ un passaggio del discorso pronunciato oggi in occasione dell’anniversario dal presidente dell’Associazione familiari delle vittime  Paolo Bolognesi, che critica la Procura. «Se la Procura avesse dedicato ai documenti che abbiamo presentato, almeno un decimo delle energie e del tempo che ha investito sull’archiviata fantomatica “pista palestinese“, ipotesi priva di qualsiasi supporto che ne confermi l’attendibilità – sostiene Paolo Bolognesi – , forse avremmo saputo perché Gelli non ha voluto fornire alcuna spiegazione su un documento intestato “Bologna” che dimostrava il versamento prima e dopo la strage di circa 15 milioni di dollari». «Alla Procura, abbiamo consegnato accurati dossier con nomi, dati, fatti ricostruiti sulla base di un’attenta e incrociata lettura dei documenti relativi alle stragi di Bologna, Brescia, Milano e al crack del Banco Ambrosiano – aggiunge Paolo Bolognesi – Un materiale consistente che, se approfondito e sviluppato giudiziariamente, potrà permettere ai magistrati di identificare i mandanti. Un’azione investigativa che i familiari delle vittime attendono ancora che sia compiuta».

Non sono mancate critiche all’indirizzo del governo in materia di risarcimenti ai familiari delle vittime. «Il 2 agosto del 2013, qui, il governo assicurò che entro il mese di settembre dello stesso anno, la mancata completa attuazione della legge 206/2004 per i risarcimenti alle vittime si sarebbe risolta – ricorda il presidente Bolognesi –  Oggi, tre anni dopo, dobbiamo dire che quella promessa non è stata mantenuta e alcuni problemi sono stati risolti solo parzialmente». «Nonostante quanto garantito dalla legge – prosegue Bolognesi – , le vittime e i loro familiari continuano a subire ritardi insostenibili, perfino di anni, nella gestione delle loro pratiche da parte dell’Inps e degli altri Ministeri preposti».  «Recentemente il governo – precisa Bolognesi – ha rinnovato l’impegno di risolvere tutte le misure applicative della legge 206 definendo, in brevissimo tempo, tutto ciò che può essere risolto in via amministrativa ed entro il 31 dicembre, all’interno della legge di stabilità, tutto ciò che necessita di una norma di legge. Il fatto nuovo è che i vari ministeri interessati hanno approvato e condiviso questa indicazione mettendosi a disposizione per risolvere tutti i problemi esistenti. Prendiamo atto di questa apertura e vigileremo affinché tutto sia fatto e fatto bene».

Infine, il presidente dell’Associazione si è soffermato sul reato di depistaggio che entra in vigore proprio il 2 agosto 2016. «Finalmente, è stata approvata la legge che introduce il reato penale di depistaggio – così Bolognesi – Sono trascorsi 23 anni per raggiungere questo obiettivo. Da oggi, l’impunità è finita, perché questa legge assegna alla magistratura strumenti e pene adeguate ed un depistatore rischia molti anni di carcere».

Strage di Bologna, 36 anni dalla bomba… (fonte: Il Fatto)

Strage di Bologna: “Mancano ancora mandanti …” (fonte: Articolo21)

Bologna, il buco nero della strage alla stazione (fonte: L’Espresso)

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Bologna e il 2 agosto: le storie delle 85 vittime… (fonte: La Repubblica) 

Il messaggio del Presidente della Repubblica

Strage di Bologna, il governo Renzi e le promesse dimenticate

Firenze Alla commemorazione della Strage di Bologna, il governo non se la caverà con il solito ministro irresponsabile dalle inutili promesse come è accaduto con Delrio e Poletti. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei famigliari delle vittime, parlamentare Pd molto deluso, è chiaro: «Non abbiamo intenzione di fischiare nessuno, contesterò il comportamento del governo Renzi che in 35 anni è l’unico che non ha mantenuto la parola data. Se il premier non vuole essere contestato chieda immediatamente all’Inps di applicare la legge 206 sui risarcimenti alle vittime di stragi approvata nel 2004: subito la pensione alle quattro persone (allora bambini) rimaste ferite sull’80% del corpo, per i restanti aventi diritto con legge di Stabilità. Renzi, contro la nostra volontà, ci sta obbligando a portare l’Inps in tribunale».

Il 2 agosto 1980 i criminali fascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini misero una bomba alla stazione di Bologna che esplose alle 10,25: 85 morti e 200 feriti. A chi interessa la verità? I politici di oggi, come quelli di allora, sono alla ricerca dell’oblio. Il tempo consuma la storia: i testimoni scompaiono e i giovani, non sono aiutati dalla scuola a conoscere i fatti. «Renzi era partito bene quando nel 2014 fece declassificare i documenti delle stragi dal 1969 al 1984. La direttiva non doveva essere lasciata andare al caso». Secondo Bolognesi il governo avrebbe dovuto seguirla anche nei minimi dettagli, e ad applicarla non dovrebbero essere gli stessi uomini che nel passato avevano nascosto gli atti. Non esiste un elenco consultabile e i documenti che vengono consegnati sono a discrezione dei singoli ministeri. «Mi sembra una barzelletta. Avevamo consegnato 70 domande ai servizi segreti, dopo un anno hanno risposto solo a 4: sui rapporti tra Fioravanti, Gelli e la P2, ci hanno risposto che non c’è nulla».

Bolognesi non si arrende, grazie alla digitalizzazione degli atti dei processi e all’importante lavoro fatto dai magistrati sulla strage di Brescia, che ha portato la Cassazione a condannare all’ergastolo i fascisti di Ordine nuovo Maggi e Tramonte, scoprono la relazione tra Fioravanti e la P2 di Gelli. Elio Massagrande, uno dei fondatori di Ordine nuovo, rifugiato in Paraguay, nel 1984 ospita Gelli dopo l’evasione dalla Svizzera. Lì il Venerabile riceve una lettera dai fascisti Paolo Marchetti e Rita Stimamiglio in cui gli scrivono: «Saremmo onorati di incontrala». I due coniugi avevano ospitato a Padova Fioravanti e Mambro subito dopo la strage di Bologna.

«L’esistenza di rapporti tra la P2 e gli assassini fascisti è documentata. Perché l’abbiamo trovata noi e non i servizi segreti?» Bolognesi aggiunge: «I depistaggi esistono ancora oggi, come quello inventato da Cossiga: la fantomatica pista palestinese». Quella lettera di per sé non dice nulla, ma è importante se messa in relazione con altri fatti documentati. Fioravanti, che non è solo uno spietato killer o un capro espiatorio, come qualcuno tenta di far credere, è il filo conduttore che lega l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) e l’assassinio del giudice Mario Amato che stava indagando sui fascisti e aveva intuito ciò che stava per accadere.

La sentenza della Cassazione sulla strage di Brescia è importante perché ha creato un percorso. «Nel 1974 sono quattro le stragi, solo mettendole in relazione l’una con l’altra si può arrivare al vero obiettivo dei mandanti». Vi è un’altra promessa disattesa da parte del governo che riguarda l’introduzione nel codice penale del reato di depistaggio e inquinamento processuale. Nel 2013 Del Rio disse: «Costruiremo una corsia preferenziale per approvarla al più presto». La legge è stata votata alla Camera nell’autunno 2014, grazie al lavoro in Parlamento di Bolognesi, poi insabbiata al Senato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Mattarella: “L’Italia ha il dovere di non dimenticare la strage di Bologna…”

35 anni fa la strage di Bologna… (di Stefano Corradino, fonte Articolo 21)

Strage di Bologna, Guccini… (di Emiliano Liuzzi, fonte: Il Fatto)

Strage di Bologna… (di David Marceddu, fonte: Il Fatto)

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L’anniversario… (fonte: Il Fatto)

Dopo 35 anni non si dimentica… (di Beppe Persichella, fonte: Corriere della Sera)

Strage di Bologna… (di Emilio Marrese, fonte: La Repubblica)

 

 

 

 

 

2 agosto 1980, a Bologna fu strage

FirenzeSono trascorsi trentaquattro anni dal 2 agosto 1980 quando alla stazione di Bologna, alle ore 10,25, una valigia, lasciata nella sala d’aspetto di seconda classe, contenente venti chili di esplosivo militare gelatinato Coupound B, esplose sbriciolando la sala, sfondando quella di prima classe, due vagoni del treno proveniente da Basilea diretto ad Ancona e il bar-ristorante. Una grande onda anomala travolse bambini, donne e uomini, riversandosi in più punti: verso la piazza, verso il primo binario, nel sottopassaggio. In pochi secondi 85 furono le vittime e 207 i feriti di cui 70 con invalidità permanente. Furono Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini, terroristi neofascisti appartenenti ai Nar, a mettere la bomba all’interno della Stazione.

In questi giorni la procura di Bologna ha chiesto l’archiviazione per la “pista palestinese”, considerata alternativa a quella neofascista, uno dei tanti tentativi di depistaggio, i magistrati bolognesi hanno anche decretato l’inesistenza del così detto “lodo Moro”, presunto accordo con i palestinesi, la cui violazione avrebbe portato alla vendetta consumata con la strage. Il 2 agosto per i famigliari delle vittime di tutte le stragi e per i bolognesi è la giornata della memoria, per non dimenticare, quest’anno cade di sabato come allora. Per gli italiani era l’inizio delle ferie, finalmente un giorno sereno in un anno segnato da una lunga striscia di sangue: il 6 gennaio fu assassinato il presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, i sospetti del giudice Falcone caddero sul terrorista nero Fioravanti, riconosciuto dalla moglie di Mattarella, in macchina con il marito nel momento dell’omicidio. Le prove non furono sufficienti per incriminarlo, ma il dubbio, nonostante le condanne definitive a Riina, Greco, Brusca, Provenzano Calò Madonia e Geraci, rimane perché la presenza a Palermo di Fioravanti e Mambro fu accertata già allora: i due terroristi erano a casa di Francesco Mangiameli, dirigente del movimento neofascista Terza posizione con Roberto Fiore, Gabriele Adinolfi e Giuseppe Dimitri. Mangiameli qualche mese dopo fu ucciso dallo stesso Fioravanti.

Le Brigate Rosse avevano massacrato a Milano tre poliziotti della Digos: Rocco Santoro, Antonio Cestari, Michele Tatulli; a Genova il tenete colonnello dei carabinieri Emanuele Tuttobene e l’agente Antonio Cosu; a Mestre il dirigente del Petrolchimico di Marghera Silvio Gori. La violenza delle Br sembrava inarrestabile: uccisero a Roma il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Vittorio Bachelet, poi a Salerno il sostituto procuratore Nicola Giacumbi; a Milano, il giornalista del Corriere della sera Walter Tobagi; ancora a Mestre il dirigente dell’antiterrorismo Alfredo Albanese. I Nar non furono da meno: a Milano assassinarono il sostituto procuratore Mario Amato, questa volta a colpire furono Gilberto Cavallini e Ciavardini, quello della strage di Bologna. Amato fu ammazzato perché aveva ricostruito le connessioni tra la destra eversiva e la banda della Magliana, i cui contatti andavano dalla camorra a Cosa nostra, alla massoneria. Dalla banda i Nar si rifornivano delle armi per i loro delitti. Il gruppo criminale romano fu coinvolto negli omicidi Pecorelli e Calvi, nel sequestro Moro e contribuì ai depistaggi della strage di Bologna. Il 27 giugno alle ore 20,45 scomparve dai radar, sopra il cielo di Ustica, il Dc-9 partito da Bologna per Palermo con 81 persone a bordo. La Corte di Cassazione, il 28 gennaio 2013, ha sentenziato che fu un missile o una collisione con un aereo militare ad abbattere il Dc-9 che si era trovato nel mezzo di una vera e propria azione di guerra.

Quando, nel giorno della memoria, la sirena suona alle 10,25 e nella piazza cade il silenzio, torna, in chi ha vissuto quel momento, tutta l’angoscia creata dai misteri che avvolgono le stragi e dal sangue versato negli anni di piombo: colpire Bologna allora, con la sua storia di città resistente, simbolo del progresso sociale e politico, ebbe un duplice significato: fine delle zone franche e la dimostrazione che nel nostro Paese sarebbe potuto accadere qualsiasi cosa, perché non esiste una strage nella quale non siano coinvolti apparati dello Stato: a Palermo è in atto il processo sulla Trattativa tra Stato e mafia dove per la prima volta sul banco degli imputati siedono insieme politici, uomini delle istituzioni e capi di Cosa nostra. Le stragi cominciarono nel lontano 1947 da Portella della Ginestra, poi a Bolzano a Malga Sasso, Belluno a Cima di Vallona, Milano Piazza Fontana, Gioia Tauro, Peteano di Sagrado vicino a Gorizia, ancora a Milano alla Questura, Brescia piazza della Loggia, San Benedetto Val di Sambro: l’Italicus nel 1974, poi ancora nel 1984, in mezzo la Stazione di Bologna, poi nel 1993 Firenze con i Georgofili e Milano con via Palestro. Quante vite innocenti spezzate. La sirena delle 10,25 significa tutto questo ma non solo, negli anni è diventata il simbolo delle false promesse dei politici, l’ultima lo scorso anno dal ministro Del Rio, in rappresentanza del governo Letta, quando si impegnò a inserire nel decreto Sicurezza il pagamento, da parte dell’Inps, degli indennizzi previdenziali alle vittime rimaste invalide. Come sempre i fatti smentiscono le parole che servono esclusivamente per passare “la nottata” e per prendere qualche fischio in meno.

Quest’anno la delusione dell’Associazione famigliari delle vittime, presieduta da Paolo Bolognesi è data, per l’ennesima volta, dall’assenza del presidente del Consiglio. Renzi preferisce muoversi su terreni sicuri: a Genova all’arrivo della nave Concordia o a Palazzo Chigi a ricevere la squadra italiana di scherma per festeggiare le tante medaglie, mandando al suo posto il ministro Poletti. L’assenza probabilmente è stata influenzata dall’allarme della Questura per la presenza nella piazza della Stazione dei collettivi e dei sindacati di base, invece sarebbe stata l’occasione per ricevere un po’ di applausi, perché Renzi, rispetto a tutti quelli che lo hanno preceduto a Palazzo Chigi, una cosa importante l’ha fatta, dopo anni di sollecitazione delle associazioni dei famigliari delle vittime e di Bolognesi in particolare (che è entrato in Parlamento solo per raggiungere questo obiettivo), è stato rimosso dagli atti, nell’aprile scorso, le classifiche di segretezza (riservato, riservatissimo, segreto, segretissimo), questo consentirà la libera consultazione rispetto al limite minimo previsto di quarant’anni della “memoria dello Stato”, fatta da ben 110 chilometri di documenti.

E’ il primo atto verso la trasparenza perché il vero problema sulle stragi è da sempre il segreto di Stato. E’ stato un messaggio politico importante anche nei confronti di chi negli anni ha insabbiato: “Le coperture sono finite, nessuno può considerarsi al di sopra di ogni sospetto”. Questo è solo il primo atto di giustizia nei confronti dei famigliari delle vittime e dei cittadini, il secondo sarà quello di cambiare i dirigenti responsabili dei servizi, come ha dichiarato Bolognesi: «Gli uomini abituati a coprire non possono essere quelli che scoprono».

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21

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P2, online sulla Rete degli archivi tutti i documenti della Commissione Anselmi

Firenze Da oggi alle 15 sono on-line gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, guidata da Tina Anselmi dopo l’esplosione, nel 1981, dello scandalo sulla loggia massonica segreta di Licio Gelli a cui risultarono iscritti politici, giornalisti, imprenditori, alti ufficiali, funzionari dello Stato e dei servizi segreti. I 130 volumi frutto del lavoro della Commisione Anselmi sono disponibili dalle 15 sul sito della Rete degli archivi per non dimenticare, che riunisce oggi più di sessanta tra associazioni, centri di documentazione, fondazioni, archivi di Stato e istituti privati «che conservano documentazione relativa al terrorismo, all’eversione, alla violenza politica e alla criminalità organizzata in tutti gli aspetti sociali, civili e politici».

Licio Gelli indagato per reati fiscali, sequestrata villa “Wanda”

L’ex Venerabile della P2 Licio Gelli è indagato dalla procura di Arezzo per reati fiscali e sottrazione fraudolenta di 17 milioni di euro di imposte dai redditi

FirenzeL’ex Venerabile della P2 Licio Gelli è indagato dalla procura di Arezzo per reati fiscali e sottrazione fraudolenta di 17 milioni di euro di imposte dai redditi. La Guardia di Finanza ha sequestrato preventivamente villa Wanda, residenza storica del capo della P2. In totale sono sei gli indagati: Licio Gelli, la moglie Gabriella Vasile, i tre figli Maurizio, Maria Rosa e Raffaello, e un nipote, Alessandro Marsilli. Il reato contestato è quello previsto dall’art.11 del decreto 74/2000, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Gelli avrebbe tentato di vendere fittiziamente villa Wanda a una società terza per non pagare le imposte dovute allo Stato ed evitare che Equitalia la potesse pignorare. Gelli, 94 anni, vive tuttora nella villa nel cui giardino, nascosti in vasi e fioriere, furono trovati nel 1998 oltre 160 chili d’oro in lingotti.

 

Strage di Bologna, arrivare ai mandanti è possibile

Firenze 2 agosto 1980, ore 10,25. 20 chilogrammi di micidiale esplosivo fanno saltare in aria la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200. Da quel momento  parte, e continua ancora fino ai giorni nostri, un tristissimo calvario per quelli di noi che erano qui quel giorno e si sono ritrovati lesi nel corpo e nell’anima e per i familiari di chi in questo piazzale ha trovato la morte, costretti a subire un ergastolo del dolore deciso da altri.

I nomi di questi “altri” vogliamo ricordarli da questo palco, per ricordare le  loro responsabilità, le responsabilità di chi ha attuato la strage alla stazione e di chi ne voleva nascondere i retroscena: sono i terroristi fascisti Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, esecutori materiali;  sono  il Gran Maestro della Loggia Massonica P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, gli appartenenti al SISMI (Servizio Segreto Militare)  ed iscritti alla Loggia Massonica P2, generale Pietro Musumeci e colonnello  Giuseppe  Belmonte, coloro che hanno depistato le indagini per tentare di condurle su un’ inconcludente pista internazionale. Nonostante le condanne, tutti costoro sono in libertà  da anni. Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto: OGGI ARRIVARE AI MANDANTI È  POSSIBILE: IL RICORDO CONSOLIDI LA MOBILITAZIONE DELLE COSCIENZE. LA VERITÀ È A PORTATA DI MANO.

Dopo  le condanne definitive del 1995 e del 2007, non vi è più stato nessun sussulto da parte della Procura di Bologna, nessun tentativo di leggere il loro disegno politico, pur abbastanza trasparente, se letto nel contesto complessivo di tutto il disegno stragista portato avanti dal 12 dicembre 1969  ed esposto lucidamente nella relazione della Commissione Parlamentare presieduta dalla onorevole Tina Anselmi ed attraverso una  serie di accertamenti eseguiti nell’ambito delle indagini svolte da numerosi altri giudici.

Oggi ci rendiamo conto che, nel corso delle indagini sul fallimento del Banco  Ambrosiano, furono sequestrati a Licio Gelli anche altri atti dai quali, sulla base delle conoscenze attuali, è possibile trarre argomento per considerare il suo coinvolgimento  molto più che un semplice depistaggio. Infatti, appunti recentemente rintracciati, scritti da  Licio Gelli e contenenti riferimenti alla città di Bologna, provano la destinazione a luglio 1980 di milioni di dollari a persone vicine a Gladio e ai Servizi Segreti; in esse si fa  esplicito riferimento a finanziamenti per oltre 10 milioni di dollari, erogati tra luglio e settembre 1980 tramite le collegate estere del Banco Ambrosiano a  favore di uomini che  a quelle strutture appartenevano. 

Tutto ciò porta a presupporre che non siamo più nell’ambito del depistaggio, ma in   quello del pieno concorso nell’organizzazione della strage. Da una attenta lettura di tutte le sentenze definitive pronunziate sinora in materia di stragi, anche se assolutorie in ordine a singole posizioni processuali, tutte indicano univocamente negli ordinovisti veneti i responsabili di tutte le stragi dal 1969 in poi e nei servizi segreti le strutture che hanno offerto loro sistematicamente protezione. Non vi è alcun dubbio che l’interpretazione della vocazione stragista di alcuni  ceti in quegli anni fu resa processualmente impraticabile per effetto della copertura data dagli onorevoli Giulio Andreotti e Francesco Cossiga alla   operazione Gladio ed alle strutture connesse, che, contrariamente  a quanto dichiarato in Parlamento dal  primo, nell’autunno 1990, era strutturata  per condizionare il normale svolgimento della vita democratica del Paese e sfruttava sistematici rapporti di collaborazione e di strumentalizzazione degli uomini di Ordine Nuovo e della mafia.

Vi sono poi anche numerosi altri elementi di prova che l’Associazione ha sottoposto all’attenzione della Procura bolognese da oltre un anno.Tutti dimostrano che a suo tempo i depistaggi furono molto più numerosi di quelli accertati e che la presenza pervasiva di ufficiali e funzionari piduisti negli organi di investigazione riuscì allora pienamente nel proposito di frammentare il materiale investigativo in modo che esso non fosse leggibile nella sua unitarietà.

Aspettiamo che la magistratura ne tragga le conseguenze evitando di farsi blandire e prendere in giro da acchiappafantasmi che sembrano perseguire il solo scopo del depistaggio della memoria e di sollecitare da parte della opinione pubblica un’assoluzione  mediatica degli esecutori materiali della strage già condannati con sentenza definitiva. Una  cosa è certa, ed oggi viene emergendo progressivamente nel corso di alcuni  processi: le indagini di quegli anni furono fortemente viziate dal pregiudizio della completa separatezza tra attentati di natura terroristica ed attentati di natura mafiosa. La  democrazia italiana non può più convivere con una serie di equivoci che hanno poi aperto la strada ad ulteriori  tentativi, non meno insidiosi, di  ribaltare l’assetto costituzionale del Paese.

Occorre che sia chiaro a tutti che la strage del 2 agosto 1980 oltre le 85 vittime ed i 200  feriti ha avuto come parte offesa principalmente la democrazia di questo Paese. Nelle  settimane precedenti la strage alla  stazione, Mario Amato aveva intuito che il  Paese si trovava alla vigilia di avvenimenti drammatici: “Siamo in  pratica  alle soglie di una guerra civile” aveva dichiarato nel corso di accorate audizioni davanti al Csm, avvenute nel marzo e nel giugno 1980, l’ultima dieci giorni prima di essere assassinato dai NAR guidati da Valerio  Fioravanti. È anche e soprattutto grazie al lavoro di quell’eroico magistrato che si  è potuti giungere a scoprire esecutori e depistatori della  strage del  2 agosto ed  a  lui e ai magistrati che hanno saputo raccoglierne il testimone va tutta la nostra commossa riconoscenza.

La verità raggiunta finora è però solo parziale: mancano i mandanti e gli ispiratori politici. Oggi si può fare di più. Oggi si deve fare di più.

Tra i 400 nomi che avevamo suggerito alla procura di interrogare vi era quello di Amos  Spiazzi.  Non c’è avvenimento dal potenziale contenuto eversivo che non abbia visto emergere, negli anni ’70 e ’80 il nome del colonnello Amos Spiazzi, che nonostante ciò (o forse proprio per questo) ha percorso tutti i gradi della carriera militare, fino a divenire generale. Amos Spiazzi è morto nel novembre dello scorso anno, senza che nessuno lo avesse interrogato.

Nessuno gli ha chiesto perché nella sua agenda del 1980, il giorno 2 agosto, all’ora della strage, avesse annotato: “Pacco ritirato in posto B”. Nessuno gli  ha  chiesto  quali  erano  gli  ordini  a cui più volte aveva proclamato di obbedire, e da chi provenivano questi ordini.

Nessuno  ha  chiesto perché già nel marzo del 1980, cinque mesi prima della strage,  fosse stato artefice del primo depistaggio tendente ad incastrare il neofascista  “dissidente”  Marco Affatigato e far fallire con lui ogni indagine sulla strage.

Riteniamo di aspettarci, in forza della nostra fiducia nello Stato di diritto, che la  magistratura non mancherà di sgombrare il campo dai cosiddetti depistaggi, di cui  gli  esiti parziali della Commissione Mitrokhin sono uno degli esempi, ed approfondisca tutto ciò che è utile e necessario dalla  rilettura generale del fenomeno terroristico che abbiamo proposto.

Nel frattempo è scomparso anche il senatore a vita Giulio Andreotti e nessun magistrato  di Bologna ha trovato il tempo di interrogarlo, nonostante il suo nome sia stato fatto da più testimoni del processo per piazza della Loggia come referente del cosiddetto Anello, un servizio supersegreto che coordinava  elementi  dei  vari  servizi segreti e della malavita.

Ci rivolgiamo ai magistrati, alle istituzioni e ai cittadini tutti: oggi è possibile svelare e  raccontare una storia collettiva sepolta da circa trent’anni  di oblio organizzato, è  possibile  portare  avanti  quelle battaglie proprie delle associazioni delle vittime.

Firma: Paolo Bolognesi (Presidente Associazione vittime della strage di Bologna)

Strage di Bologna, 33 anni dopo (fonte: Il Fatto)   

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Strage di Bologna, abolire il segreto di Stato.

FirenzeIl 2 agosto 1980 una bomba alla stazione di Bologna uccide 85 persone, oltre 200 i feriti. Oggi, come allora, i cittadini del capoluogo emiliano saranno in piazza, tanti altri lo faranno in modo simbolico in tutto il Paese. Ci sarà anche il governo, dopo due anni di assenza. L’ultimo a prendere la parola dal palco, a pochi metri dal cratere provocato dall’ordigno, è stato nel 2009 Sandro Bondi. Adesso, toccherà al ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, già ex commissario prefettizio all’indomani dello scandalo Delbono. Il ministro  ha dichiarato alla trasmissione Prima di tutto di RadioUno che «l’unica ragione di Stato è la verità».

Bologna non dimentica, gli italiani non dimenticano e resistono. Nel tempo di uno schiocco di dita il cuore di 85 persone ha cessato di battere, quello dei loro familiari ha iniziato a soffrire. Un dolore vissuto dai superstiti e calpestato dal capo della loggia P2 Licio Gelli e dai suoi discepoli eversivi. Gelli è stato condannato in via definitiva a 10 anni per i depistaggi. L’azione di depistaggio è stata compiuta e per questo condannati definitivamente anche dagli ufficiali del Sismi Musumeci e Santovito (tutti iscritti alla loggia massonica P2). Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sono gli esecutori materiali, tre assassini condannati in via definitiva. 

E’ necessario abolire il segreto di Stato non solo sulla strage alla stazione di Bologna, ma sulle tante stragi che dal 1947 (strage Portella della Ginestra) hanno provocato la morte di innocenti, la sofferenza dei loro familiari e l’indignazione di tanti cittadini, la maggioranza, che hanno scelto di rispettare la Costituzione. I rappresentanti delle istituzioni lo sanno e anche se la verità può far male, mai quanto la perdita di un proprio caro, hanno il dovere di aprire gli armadi della vergogna.   

Le parole del Capo dello Stato

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Discorso pronunciato da Paolo Bolognesi (2 agosto 2012)

Precedenti articoli

2 agosto. Verso una memoria condivisa (fonte: articolo 21)

 

 

 

Tutti presenti il 2 agosto: “Io ci sarò perché Bologna non dimentica”

FirenzeValerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sono tre assassini condannati definitivamente per la strage di Bologna del 2 agosto 1980: 85 morti e 200 feriti. Licio Gelli è l’ultimo gerarca fascista (così lui ama definirsi), che insieme agli ufficiali del Sismi Musumeci e Santovito (tutti iscritti alla loggia massonica P2), hanno tentato, inutilmente, di depistare gli inquirenti dai veri responsabili della strage, per questo sono stati condannati anche loro definitivamente.

Poco importa se Gelli con il suo solito sarcasmo ha definito la strage della stazione “una fatalità causata da un mozzicone di sigaretta che ha procurato un surriscaldamento generando l’esplosione”. Il problema non è Gelli o le dichiarazioni di Fioravanti contro la memoria della suocera di Paolo Bolognesi, vittima della strage. Del killer, cresciuto negli studi di Cinecittà, abbiamo le immagini indelebili quando durante il processo, in sfregio al dolore dei famigliari e al lavoro dei giudici, rideva, scherzava, appiccicato alla Mambro all’interno della gabbia, dimostrando un totale disinteresse per quella sentenza che lo avrebbe consegnato alla storia come uno degli autori dell’azione più vile: uccidere bambini, donne, uomini, innocenti e indifesi.

Il problema, dal 1947 (strage di Portella della Ginestra) ad oggi, di fronte agli attentati nei confronti non solo dei civili, ma anche dei magistrati, delle forze dell’ordine, è l’assenza dello Stato che con gli anni è sempre più lontano dalla cultura dei valori e dei principi costituzionali. Fioravanti, Mambro, Ciavardini sono tre manovali, violenti, assassini, ma sempre manovali sono che hanno preso ordini, mancano le teste pensanti, i mandanti, che da quel lontano 1947 si nascondono dentro i palazzi delle istituzioni. Il 2 agosto il governo deve prendere l’impegno di abolire il segreto di Stato, solo così si potrà consegnare la verità alla società e in particolare a tutti quei cittadini lasciati soli che non hanno mai smesso di soffrire.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21 

 

Strage di Bologna: il vero scandalo sono le parole di Gelli.

FirenzeCome accade ogni anno, sono iniziate le polemiche che precedono la commemorazione della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980. Questa volta la buriana ha riguardato due persone condannate in via definitiva per quell’attentato: Licio Gelli, 10 anni per i depistaggi, e Valerio Fioravanti, ergastolo (per quanto ora libero) come esecutore materiale.

Il primo, capo della loggia P2, ha detto che a provocare l’esplosione è stato un mozzicone di sigaretta. Non è una gran novità, dato che nel 1981 raccontava la stessa storia con una variante: allora il mozzicone era di sigaro. Per quanto riguarda più in generale il discorso sull’esplosivo, ne sono state inventate di tutti i colori, ma non si dimentichi che quello deflagrato a Bologna era stabile e doveva per forza essere innescato da un dispositivo, cosa che avvenne.

Più grave, a mio avviso, è che Gelli dica che lui e i suoi fedelissimi piduisti fossero delegati alla nomina dei vertici dei servizi segreti di quegli anni. Che, guarda caso, erano tutti iscritti all’organizzazione dello stesso venerabile. Questo la dice lunga sulla limitatezza della libertà delle nostre istituzioni e dunque della nostra democrazia.

Venendo a Fioravanti, avrebbe detto – poi smentendo di averlo fatto – diverse cose su di me. Lascio perdere il cinico sarcasmo su mia suocera, uccisa a 50 anni dall’esplosione. Volevo commentare un altro paio di passaggio. Intanto che farei politica sulla pelle delle vittime e dell’associazione che presiedo. Ecco, si sappia che – pur tra le differenze di vedute – il lavoro dell’associazione è corale. Intanto ne fanno parte solo familiari delle vittime e non estranei che ci bazzicano intorno. Ci sono 5 riunioni all’anno e quando si decidono il manifesto per l’anniversario e il testo del discorso dal palco da leggere il 2 agosto di ogni anno se ne parla tutti fino alla sera prima e ognuno ha il diritto di dire qualcosa e ogni input viene ascoltato.

Inoltre, secondo Fioravanti, io sarei un “vecchio partigiano mosso dall’ideologia”. Sono nato nel 1944 e dunque non posso aver preso parte alla guerra di Liberazione, ma sono iscritto all’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E non ho problemi ad ammetterlo: sono orgoglioso di quell’iscrizione.

Firma: Paolo Bolognesi

Fonte: Il Fatto

Strage di Bologna, l’appello di Articolo 21 (Fonte: Il Fatto)

Strage alla stazione… (fonte: Il Fatto Quotidiano)

 

Frequenze tv: basta giochi, la Ue ci guarda.

Firenze – Che Mediaset (e non solo) sia “disturbata” per la vicenda beauty contest è evidente dopo che, per circa trent’anni, sua Emittenza ha potuto disporre a suo piacimento, grazie a politici compiacenti, del mercato tv. Che il ministro Passera sia in “imbarazzo” perché costretto ad intervenire lo dimostra la decisione di sospendere il beauty contest e non abolirlo, quando bastava applicare le direttive dell’Unione europea, ma il sistema televisivo per il governo di Mario Monti è terreno minato, toccarlo si mette a rischio la fiducia.

Dal 2008 la Corte di Giustizia accusa l’Italia di vivere in un regime che ha consentito l’occupazione abusiva delle frequenze, grazie a leggi che hanno impedito la crescita della concorrenza e del pluralismo: “Tale regime non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e spropositati”. È un’accusa diretta alle Autorità preposte al controllo per non aver svolto il loro lavoro, la cui anomalia sta nella nomina dei commissari sempre di parte (il più delle volte politici trombati) e mai al di sopra di ogni sospetto. L’Italia è il Paese delle mafie, delle cricche della P2 e derivati, dei “furbetti”, quelli del quartierino sono andati in galera, mentre quelli dell’etere si sono arricchiti usando a loro piacimento un bene comune, le frequenze radiotelevisive, grazie a leggi che non regolamentavano ma si limitavano a prendere atto dell’esistente rendendo legittimo ciò che non lo era. Tra questi, oltre al Cavaliere, Raimondo Lagostena il proprietario del circuito Odeon Tv, il network che nel 2008 mise in onda Venerabile Italia condotta da Licio Gelli, arrestato con l’ex assessore lombardo Prosperini, per corruzione, turbativa d’asta e tangenti per promozione in tv; Lucio Garbo titolare di Canale Italia che, grazie alla sua amicizia con l’ex ministro Gasparri, è riuscito a far diventare la sua tv, poco più che regionale, il quarto network italiano.
Tra i furbetti va inserito l’ex ministro Paolo Romani che prima di essere folgorato da B. diventando il suo uomo della tv, ha lavorato per Grauso, Peruzzo, per Ligresti a Telelombardia, poi in proprio con Lombardia 7 rischiando fallimento e bancarotta, salvato solo dalla cessione delle frequenze che l’acquirente tentò, a sua volta, di cedere sottobanco alla Rai diretta da Flavio Cattaneo per la bella cifra di 24 milioni di euro. Chissà chi aveva fatto da tramite?

Grazie al mancato controllo le frequenze non sono mai state assegnate, il più delle volte rubate. L’etere è diventato una sorta di Far West con oltre 500 tv. Per riuscire a “disboscare” dal canale 61 al 69, lo Stato è costretto a sborsare 174 milioni a quelle tv che hanno occupato, più o meno gratuitamente, le frequenze. Negli altri paesi europei sin dall’inizio le tv illegali sono state immediatamente chiuse, da noi, invece, quando un pretore si permise di applicare la legge oscurando i canali della Fininvest che trasmettevano irregolarmente a livello nazionale, il presidente del Consiglio Craxi tornò appositamente dall’estero, abbandonando un vertice internazionale, per firmare il famoso decreto “salva Berlusconi”. I “furbetti” si sono arricchiti commercializzando i diritti d’uso delle frequenze ottenute gratuitamente grazie a legge come la Maccanico e la Gasparri che addirittura ha autorizzato il trading privato come “strumento ordinario di assegnazione per la costituzione delle reti digitali”.

Perché l’urgenza di Romani di rendere esecutivo il beauty contest? (Ideato da Roberto Sambuco, il lobbista di Wind e Mister Prezzi, a sua volta uomo del piduista Bisignani, confermato da Passera – alla faccia della trasparenza e del cambiamento – a capo del dipartimento per le Telecomunicazione del ministero). Nel beauty contest è presente un articolo che assegna le frequenze gratuitamente per 20 anni, rinnovabili, ma dopo 5 anni possono essere cedute, l’urgenza era dettata dalla volontà di anticipare la normativa dell’UE che lo renderà illegittimo. Perché impone agli Stati, alla fine dello switch off (2012), l’adeguamento del codice delle Comunicazioni elettroniche, che contiene come principale emendamento “il divieto di trasferimento dei diritti d’uso se il diritto è stato ottenuto inizialmente a titolo gratuito”, bloccando così di fatto il business garantito dalla legge Gasparri che ha permesso alle tv che erano in possesso di frequenze analogiche di ottenere gratuitamente quelle digitali. Ciò significa che le frequenze ottenute gratuitamente non possono essere commercializzate, se inutilizzate devono essere restituite all’unico proprietario: lo Stato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano