Incendio in fabbrica, gravi quattro operai.

Quattro operai sono rimasti ustionati in modo grave a causa dello scoppio e del successivo incendio che si è sviluppato nel capannone della ditta Lafumet di Villastellone, in provincia di Torino.

TorinoQuattro operai sono rimasti ustionati in modo grave a causa dello scoppio e del successivo incendio che si è sviluppato nel capannone della ditta Lafumet di Villastellone, in provincia di Torino. L’azienda opera nel settore del trattamento dei rifiuti ecologici. I quattro feriti, Hassan Kharboche (38 anni), Amed Badreddine (42 anni), Mustapha Ganfoudi (47 anni) e Bechir Guizani (47 anni) sono stati trasferiti all’ospedale Cto di Torino (link).

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Melfi, i giudici: i tre operai licenziati per “liberarsi dei sindacalisti”.

I licenziamenti dei tre operai a Melfi, decisi dalla Fiat, “nulla più che misure adottate” dall’azienda “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo” con “conseguente immediato pregiudizio per l’azione e la libertà sindacale”. E’ quanto scrivono i giudici della Corte di Appello di Potenza nelle motivazioni della sentenza letta lo scorso 23 febbraio.

FirenzeI licenziamenti dei tre operai a Melfi, decisi dalla Fiat, “nulla più che misure adottate” dall’azienda “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo” con “conseguente immediato pregiudizio per l’azione e la libertà sindacale”. E’ quanto scrivono i giudici della Corte di Appello di Potenza nelle motivazioni della sentenza letta lo scorso 23 febbraio. La Corte decise di reintegrare le tute blu, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, licenziati nel 2010 perché, secondo la Fiat avrebbero in modo volontario bloccato la produzione con un grave atto di insubordinazione andando oltre il naturale diritto di sciopero. I giudici, nelle 67 pagine delle motivazioni, hanno ribaltato la versione sostenuta dalla Fiat. Gli operai nella notte tra il 6 e il 7 luglio del 2010 organizzarono una manifestazione e, contestualmente, si bloccarono i carrelli della produzione.

Per i giudici, prima di tutto, non c’è stato nessun danno alla capacità produttiva dello stabilimento ma, soprattutto, non è stato infranto il divieto di “ledere la capacità del datore di riprendere l’attività dopo lo sciopero”. Davanti a quei carrelli, poi, non avrebbero sostato solo i tre operai licenziati, ma anche altre tute blu alle quali, sostiene la Corte d’Appello, “la Fiat non ha contestato nulla”. Sempre davanti ai carrelli sarebbe anche avvenuto uno scambio di battute tra gli operai e il responsabile della linea produttiva: in base alla ricostruzione dei giudici, quest’ultimo si è però riferito immediatamente solo a Barozzino e Lamorte (i due delegati) e poi a Pignatelli (che secondo molti colleghi non aveva nessuna “parte da protagonista” in quelle ore) con un “atteggiamento provocatorio”, a cui i tre hanno risposto “con un malgoverno delle espressioni verbali”: ma “è arduo sostenere che dietro a quelle braccia conserte vi potesse essere un atteggiamento di sfida”.

Nelle motivazioni si fa riferimento anche a un clima di antagonismo nei rapporti sindacali, a cui si aggiunge anche la divisione tra le diverse sigle in riferimento alla vicenda contrattuale di Pomigliano: nonostante ciò, i giudici ricordano però che “l’atteggiamento provocatorio” del responsabile della linea di produzione è riportato anche “in un documento unitario da tutta la Rsu nell’immediatezza dei fatti”. Dal quadro complessivo, quindi, per la Corte i licenziamenti sono stati un mezzo adottato dalla Fiat “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo”. I tre operai, anche dopo la sentenza, non hanno ancora fatto ritorno in fabbrica perché l’azienda ha comunicato loro che “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative”: stipendio garantito, ma lontano dalle linee produttive.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Reggio Calabria, crolla palco per il concerto della Pausini: muore un operaio.

Un operaio è morto e altri due sono rimasti feriti nel crollo di una struttura del palco in allestimento che stasera avrebbe dovuto ospitare il concerto Laura Pausini. E’ successo stanotte al Palacalafiore di Reggio Calabria. L’operaio si chiamava Matteo Armelini, 32 anni, dipendente della cooperativa Insieme di Castelvecchio Subequo, in provincia de L’Aquila.

FirenzeUn operaio è morto e altri due sono rimasti feriti nel crollo di una struttura del palco in allestimento che stasera avrebbe dovuto ospitare il concerto Laura Pausini. E’ successo stanotte al Palacalafiore di Reggio Calabria. Un cedimento strutturale ha fatto crollare la struttura metallica sovrastante il palco, che si è abbattuta sulle gradinate e su alcuni operai, impegnati a fissare le illuminazioni aeree. La struttura ha colpito in pieno uno dei lavoratori, Matteo Armelini, che è morto sul colpo. Gli altri due operai sono stati portati in ospedale. Armelini, 32 anni, era dipendente della cooperativa Insieme di Castelvecchio Subequo, in provincia de L’Aquila. La ditta forniva il personale addetto al montaggio delle luci per i concerti del tour di Laura Pausini. Sulle cause dell’incidente, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha aperto un’inchiesta ed ha disposto immediatamente il sequestro di tutta la struttura. Una tragedia che ricorda quella dello scorso dicembre, quando un giovane operaio-studente, Francesco Pinna, rimase schiacciato dal crollo del palco in allestimento per il concerto di Jovanotti a Trieste (link).

Fiat agli operai reintegrati: “State a casa, non ci servite”.

La Fiat “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai dello stabilimento di Melfi reintegrati in ragione della sentenza di ieri, con la quale la Corte d’Appello di Potenza ha accolto il ricorso della Fiat.

FirenzeLa Fiat “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai  dello stabilimento di Melfi reintegrati in ragione della sentenza di ieri, con la quale la Corte d’Appello di Potenza ha accolto il ricorso della Fiom. La comunicazione dell’azienda è arrivata ai tre lavoratori,  Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli, con un telegramma. Lo ha reso noto all’Ansa uno degli avvocati della Fiom, Lina Grosso. Sempre nel telegramma, la Fiat ribadisce che pagherà in modo regolare stipendi e contributi. L’atteggiamento assunto dalla Fiat non è nuovo. L’azienda l’ha adottato anche nel 2010 in seguito alla prima sentenza costringendo i tre lavoratori a stazionare nella saletta sindacale. Adesso lo ripropone costringendo gli operai ad una nuova azione legale (link).

Festival, Celentano: “Montezemolo adesso devi fare un treno lento”.

FirenzeDa più di due mesi vi sono operai che vivono sulla Torre faro della stazione centrale di Milano. La loro azione di protesta è contro la cancellazione dei treni notturni che collegavano il Nord al Sud. Una decisione, quella di Ferrovie dello Stato, assunta nel pieno delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità di Italia e che ha mandato a casa 800 persone. Una soluzione che non guarda all’identità, alla storia e alle esigenze di una nazione, di un popolo ma solo al profitto. La vicenda degli operai sulla Torre della stazione centrale di Milano, ha avuto in televisione il suo spazio a “Servizio Pubblico” di Santoro. In Rai, eccetto Rai Tre e Rainews 24, non ha trovato adeguato spazio e col passare dei giorni il fatto è scomparso dai notiziari. In questo modo è come se non esistesse più. E’ stato necessario l’arrivo del Festival, l’arrivo di Adriano Celentano sul palco del teatro Ariston per riaccendere le luci. Pubblichiamo il messaggio del “molleggiato” che nella prima serata del Festival invita Montezemolo, oltre ad essere rock, anche lento.    

«Sulla Torre della stazione centrale di Milano ci sono degli operai, che dall’8 dicembre stazionano lì, giorno e notte, al freddo e al gelo per protestare contro la cancellazione dei vagoni letto (non mi ricordo dove ho messo il bicchiere, eccolo qua). Quei vagoni letto che collegavano il Nord al Sud, lasciando a casa 800 persone addette ai servizi nei treni di notte. E questo, purtroppo, con il triste scopo di cancellare un’altra fetta del passato che costituisce le fondamenta della nostra identità. Montezemolo ha fatto bene a fare il treno veloce, quello bello, confortevole. E’ giusto, è giusto fare l’alta velocità. Però, bisogna bilanciare la velocità con qualche cosa di lento. Allora, io ti dico Montezemolo che adesso devi fare subito un treno lento che magari si chiama Lumaca dove ti fa vedere le bellezze dell’Italia perché c’è gente che vuole andare lento (caspita siete tutti lì, in prima fila. State bene? – Celentano si rivolge ai dirigenti della Rai e non solo ndr -). Sono sicuro che lo farà (guarda il video dal minuto 9,30 al 12)».  

 

Operai in tv. Lucia Annunziata e Raitre meritano grande apprezzamento.

Firenze – Faceva uno strano effetto, lo studio di “In mezz’ora” gremito di operai e operaie Fiat. In tv siamo ormai abituati a vedere passare le più varie espressioni della società italiana, talvolta nelle sue manifestazioni più bizzarre o estreme, ma la presenza di normali lavoratori e lavoratrici che argomentano le loro posizioni e ricordano la loro condizione quotidiana rischia di sembrare “controinformazione”. Lucia Annunziata e RaiTre meritano apprezzamento per aver ricordato che quando si parla di par condicio e di pluralismo non li si deve intendere solo nel senso politico, pur importantissimo, dell’equilibrio dei tempi dedicati a partiti e coalizioni. C’è un pluralismo sociale ed economico che spesso è molto più calpestato e sul quale non si riesce a richiamare a sufficienza l’attenzione del servizio pubblico, a causa della derivazione partitica degli organismi di controllo (dalla Commissione di Vigilanza, all’Agcom, allo stesso Cda dell’azienda). La trasmissione, tra l’altro, lascia la curiosità di capire meglio come realmente funzioni oggi il lavoro in una fabbrica, cosa sia concretamente una catena di montaggio, di cosa si stia parlando quando si polemizza sui minuti in più o in meno di pausa. Non si tratta di riproporre anacronistiche mitizzazioni di una “classe”, né di fare il tifo per la Fiom contro la Cisl o viceversa, ma di riportare la vita quotidiana di alcuni milioni di italiani e italiane alla dignità di notizia. Il livello degli attuali palinsesti tv ci dice che lo spazio non manca di certo.

Roberto Natale (Presidente Fnsi)

Fonte: Articolo 21.

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Due dei tanti giorni di eversione delle istituzioni

FirenzeDonne, pensionati e padri di famiglia hanno sfilato ieri per le strade della Capitale invocando una via di uscita, una soluzione ai danni provocati – prima del terremoto -, in nome del denaro dai loro simili, solo nel genere, ma non nell’anima dove nei secondi non vi è posto per lo scrupolo. In cuor loro gli aquilani hanno una sola speranza: tornare a vivere un’esistenza normale, fatta di lavoro e calore delle mura domestiche. Quelle stesse mura crollate come castelli di sabbia con il terremoto. Volevano semplicemente essere ascoltati. Ad un certo punto, invece, si sono trovati di fronte agenti in assetto antisommossa che non hanno esitato a colpire coi loro manganelli. Per i cittadini dell’Aquila la giornata si concluderà con un contentino: il pagamento in dieci anni anziché cinque – come era previsto nella norma approvata in Commissione – dei tributi e dei contributi non versati per effetto della sospensione decisa in seguito al terremoto. All’orizzonte non vi è traccia, però, di far rinascere L’Aquila e l’emergenza rischia di diventare normalità.

E’ stata soltanto una giornata nera, una delle tante del quarto governo Berlusconi. Il risveglio, dopo l’effetto pallone – efficace distrazione delle masse -, con la Spagna in finale nel Campionato del Mondo, non ha riservato buone nuove: Flavio Carboni, coinvolto nell’inchiesta sugli impianti eolici da costruire in Sardegna, viene arrestato dai carabinieri su richiesta dei magistrati romani, assieme al geometra Pasquale Lombardi e l’imprenditore Arcangelo Martino. Ai tre viene contestata anche la violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete: spunta nel filone d’inchiesta l’ombra della massoneria. Nell’inchiesta sono coinvolti anche il coordinatore del Pdl Denis Verdini e il Presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci. Carboni, Martino e Lombardi avrebbero tentato nel 2009 di avvicinare i giudici della Corte Costituzionale nel tentativo di condizionare il giudizio in merito alla legge Alfano, bocciata dalla Consulta.  La contropartita per tale operazione sarebbe stata la candidatura di Nicola Cosentino alla Regione Campania. La P2 non è solo tema per gli storici.

A Milano intanto sfilavano in corteo gli operai della Mangiarotti Nuclear: di nuovo il manganello. La denuncia arriva dalla Fiom Cgil, mentre la Questura ha parlato di <<azioni di contenimento>>. Le tute blu volevano solo protestare contro il rischio di perdere il lavoro. Due dei tanti giorni di eversione delle istituzioni.  

 

 

Thyssen, in aula il vicesindaco Dealessandri.

In aula ha testimoniato il vicesindaco di Torino Tom De Alessandri.

TorinoIn Corte d’Assise stamani ha testimoniato nel processo per il rogo alla Thyssenkrupp il vicesindaco di Torino Tom Dealessandri. Su richiesta della difesa, Dealessandri ha ricostruito i rapporti fra il Comune e  l’azienda. Nella sua deposizione, il vicesindaco ha ricordato la volontà del Comune di far cambiare idea ai vertici della multinazionale dal momento in cui comunicarono la decisione di chiudere lo stabilimento piemontese e di trasferire gli impianti a Terni. Dealessandri, ricostruendo i vari incontri di quel periodo, ha affermato che la chiusura dello stabilimento era per Torino «un gravissimo problema». Una scelta che avrebbe comportato un depotenziamento industriale e, di riflesso, la perdita di molti posti di lavoro. «Cercammo – ha detto – di convincere la Thyssenkrupp a restare. Fino alla primavera del 2007 non era mai stata in discussione la permanenza dello sede. In precedenza, anzi, l’azienda aveva fatto delle assunzioni, aveva parlato di allargare lo stabilimento. La decisione di andarsene, ancora oggi, mi è incomprensibile». Alcuni passaggi della testimonianza del vicesindaco, non sono piaciuti ai lavoratori presenti in aula, in particolare quando Dealessandri ha affermato che l’amministrazione è tuttora impegnata ad aiutare coloro che sono rimasti senza un lavoro. «Ventitre di noi – ha detto un operaio all’uscita – sono ancora in cassa integrazione. E guarda caso sono quelli che si sono costituiti parte civile». Prima di Dealessandri era stato ascoltato anche Gianfranco Borghini che, all’epoca dei fatti, seguì la procedura della chiusura dell’impianto torinese, per il ministero dello Sviluppo Economico. Il processo è stato aggiornato al 21 aprile.

Merloni, tute blu sulla Torre a Nocera Umbra.

Un gruppo di lavoratori della Merloni stamani è salito in cima alla Torre del Campanaccio di Nocera Umbra in segno di protesta contro la grave situazione in cui versa l’azienda da diverso tempo. E’ stato affisso uno striscione, con la scritta “la Antonio Merloni deve vivere”.

Nocera Umbra <<La Antonio Merloni deve vivere>>! La scritta compare su uno striscione che pende da stamani dalla torre di Nocera Umbra, dove ha sede uno dei principali stabilimenti del gruppo industriale marchigiano, da tempo colpito da una pesante crisi che ha portato all’amministrazione controllata dell’azienda e a lunghi e ripetuti periodi di cassa integrazione. Gli operai, ancora una volta, per rendersi visibili hanno optato per un’azione eclatante. Un gruppo di lavoratori della Merloni di Gaifana, aderenti alla Fiom-Cgil, sono saliti in vetta alla Torre del Campanaccio di Nocera Umbra in segno di protesta contro la grave situazione in cui versa l’azienda da diverso tempo. Al fianco delle tute blu, erano presenti le istituzioni locali, rappresentate dai sindaci Donatello Tinti (Nocera Umbra), Orfeo Goracci (Gubbio) e Giuseppe Mariucci (Valtopina). L’iniziativa, come ha spiegato il segretario generale della Cgil di Perugia Mario Bravi, ha voluto nuovamente richiamare l’attenzione del governo affinché intervenga per evitare conseguenze economiche e sociali <<devastanti>>. In calendario è in programma per il 5 novembre un incontro con il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola. In caso di esito negativo, fa sapere lo stesso Mario Bravi che il sindacato proclamerà uno sciopero generale di tutta la fascia appenninica umbra. Una proposta già arrivata alla Cisl e alla Uil.  Il sindacato stima che, se la vertenza Merloni si dovesse concludere in maniera negativa <<la perdita occupazionale si aggirerebbe intorno ai duemila posti di lavoro (1000 dipendenti diretti, 1000 dell’indotto) che si andrebbero a sommare ad altri 1000 derivanti dalla crisi della ceramica, dell’edilizia e del terziario, quest’ultima dovuta in gran parte alla contrazione dei consumi, conseguenza diretta della crisi occupazionale determinata dalle vicende delle Merloni stessa (centinaia di cassaintegrati)>> (link).

 

La protesta estrema degli operai francesi

I dipendenti di New Fabris e di Nortel France minacciano di far saltare in aria gli stabilimenti

Firenze – In questi giorni ha fatto discutere l’azione di protesta diretta annunciata dagli operai francesi dela New Fabris, una fabbrica di componentistica di auto in fallimento. Gli operai hanno minacciato di far saltare in aria il loro impianto se non otterranno da Psa Peugeot Citroën e Renault 30.000 euro di indennità ciascuno, entro la fine del mese.

Per saperne di più potete leggere qui. Questa nuova modalità di protesta estrema sta facendo scuola ed è stata replicata da un gruppo di dipendenti in sciopero di Nortel France, azienda della regione parigina in fallimento. Gli operai si giustificano con una frase che suona come un pugno nello stomaco e che fa riflettere: “Non abbiamo niente da perdere”.