Firenze – L’Ilva ha intenzione di procedere alla messa in cassa integrazione ordinaria di 2 mila dipendenti dell’area a freddo dello stabilimento di Taranto a partire dal 19 novembre. Durata 13 settimane. L’azienda lo ha comunicato ai sindacati. Gli Impianti interessati sono il tubificio longitudinale 1 e 2, il treno lamiere, il treno nastri 1, le officine, i servizi e il laminatoio a freddo.
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Fiat, Marchionne: “Con questo mercato, c’è uno stabilimento di troppo in Italia”.
Firenze – «Se le attuali capacità di assorbimento in Europa resteranno uguali nei prossimi 24, 36 mesi, c’è uno stabilimento di troppo in Italia. Se riusciamo a indirizzare la capacità produttiva verso l’America, questo problema scompare: ma abbiamo bisogno di tranquillità per produrre in Italia». Ad affermarlo è Sergio Marchionne che, dopo la diffusione dei dati disastrosi di ieri in merito al mercato dell’auto, ha affrontato, durante la presentazione della 500L a Torino, il tema degli investimenti in Italia da «confermare a seconda dell’andamento del mercato, che non è mai stato così basso».
Marchionne ha detto di nuovo la sua sulla vicenda dei lavoratori dello stabilimento di Pomigliano, nei confronti dei quali il Tribunale di Roma ha riconosciuto la ”discriminazione” da parte della Fiat obbligando la stessa azienda ad riassumere 145 lavoratori iscritti alla Fiom. «A Pomigliano non abbiamo fatto alcuna discriminazione, abbiamo assunto 20 lavoratori che nel 2010 erano iscritti alla Fiom – ha sottolineato Marchionne – Domani presenteremo appello» (link).
Terremoto in Emilia Romagna: 7 morti, 50 feriti, oltre 3000 gli sfollati. Nuove scosse nel pomeriggio.
Firenze – E’ di sette morti il bilancio provvisorio della prima scossa di terremoto in Emilia Romagna dove si è registrato l’epicentro del sisma di magnitudo 5.9 tra le province di Modena, Ferrara e Bologna. Si tratta di Tarick Naouch (29 anni), un operaio marocchino che è rimasto schiacciato sotto le travi della sua fabbrica, l’Ursa di Bondeno; di Nicola Cavicchi (35) e Leonardo Ansaloni (50) che stavano lavorando nei forni della Ceramiche Sant’Agostino; infine Gerardo Cesaro (54), travolto dal crollo del tetto della fonderia di alluminio Tecopress, sempre a Sant’Agostino, dove stava svolgendo come le altre vittime del terremoto, il turno di notte. La quinta e la sesta vittima sono state uccise da un malore. Si tratta di Gabi Ehsemann, nata nel 1973 in Germania, morta nell’appartamento in cui risiedeva a Sant’Alberto di San Pietro in Casale e di Nerina Balboni, anziana invalida di 103 anni. A Vigarano Mainarda, nel Ferrarese, una donna di 86 anni, Anna Abeti, ha avuto un ictus dopo il sisma ed è deceduta dopo il ricovero all’ospedale.
La prima scossa, seguita da altre sei, è stata registrata dall’istituto nazionale di geofisica e vulcanologia alle ore 4 e 4 minuti. L’ipocentro nella pianura padana emiliana, a una decina di chilometri di profondità dal suolo, sempre nella stessa zona, in provincia di Modena. Al momento i feriti sono una cinquantina, tremila gli sfollati. Dopo le diverse scosse di assestamento, un’altra di magnitudo 5.1 della scala Ricther è stata registrata alle 15.30 di oggi pomeriggio. Al momento si registrano una ottantina di scosse. Ingenti i danni al patrimonio artistico, fra questi crollati edifici storici a Finale Emilia e San Felice sul Panaro. I cittadini si preparano a trascorrere la notte nelle tende allestite dalla Protezione Civile
Torino, cadono da un ponteggio di 40 metri. Muore un operaio, altri due feriti. E’ il secondo lavoratore a perdere la vita nello stesso cantiere in meno di un mese.
Torino – Un operaio è morto, altri due sono gravi. Questo è il bilancio dell’incidente, avvenuto questa mattina a Torino. I tre lavoratori sono caduti dal ponteggio dell’inceneritore in costruzione a Gerbido, da un’altezza di 40 metri. Cosimo Di Muro, 47 anni, di Canosa di Puglia, è morto sul colpo. Il fratello Antonio, 39 anni, e Mihai Lupu (25 anni) sono stati trasportati in grave condizioni al Cto del capoluogo piemontese. Lo scorso 3 marzo un altro operaio, Antonio Carpini, era morto nello stesso cantiere dopo essere precipitato nel vuoto da un’altezza di 30 metri. Secondo una prima ricostruzione, la tragedia sarebbe avvenuta a causa del cedimento meccanico dell’impalcatura del ponteggio. Sul fatto è stata aperta un’inchiesta, condotta dal pm Raffaele Guariniello. Dall’inizio dell’anno – come ricorda l’Osservatorio Indipendente di Bologna - sono già 7 i morti nella provincia di Torino, 11 in Piemonte.
Giù dal ponteggio dell’inceneritore… (fonte: La Stampa)
Infortuni, nuovo incidente mortale (fonte: Articolo 21)
Incendio in fabbrica, gravi quattro operai.
Torino – Quattro operai sono rimasti ustionati in modo grave a causa dello scoppio e del successivo incendio che si è sviluppato nel capannone della ditta Lafumet di Villastellone, in provincia di Torino. L’azienda opera nel settore del trattamento dei rifiuti ecologici. I quattro feriti, Hassan Kharboche (38 anni), Amed Badreddine (42 anni), Mustapha Ganfoudi (47 anni) e Bechir Guizani (47 anni) sono stati trasferiti all’ospedale Cto di Torino (link).
Melfi, i giudici: i tre operai licenziati per “liberarsi dei sindacalisti”.
Firenze – I licenziamenti dei tre operai a Melfi, decisi dalla Fiat, “nulla più che misure adottate” dall’azienda “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo” con “conseguente immediato pregiudizio per l’azione e la libertà sindacale”. E’ quanto scrivono i giudici della Corte di Appello di Potenza nelle motivazioni della sentenza letta lo scorso 23 febbraio. La Corte decise di reintegrare le tute blu, Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli, licenziati nel 2010 perché, secondo la Fiat avrebbero in modo volontario bloccato la produzione con un grave atto di insubordinazione andando oltre il naturale diritto di sciopero. I giudici, nelle 67 pagine delle motivazioni, hanno ribaltato la versione sostenuta dalla Fiat. Gli operai nella notte tra il 6 e il 7 luglio del 2010 organizzarono una manifestazione e, contestualmente, si bloccarono i carrelli della produzione.
Per i giudici, prima di tutto, non c’è stato nessun danno alla capacità produttiva dello stabilimento ma, soprattutto, non è stato infranto il divieto di “ledere la capacità del datore di riprendere l’attività dopo lo sciopero”. Davanti a quei carrelli, poi, non avrebbero sostato solo i tre operai licenziati, ma anche altre tute blu alle quali, sostiene la Corte d’Appello, “la Fiat non ha contestato nulla”. Sempre davanti ai carrelli sarebbe anche avvenuto uno scambio di battute tra gli operai e il responsabile della linea produttiva: in base alla ricostruzione dei giudici, quest’ultimo si è però riferito immediatamente solo a Barozzino e Lamorte (i due delegati) e poi a Pignatelli (che secondo molti colleghi non aveva nessuna “parte da protagonista” in quelle ore) con un “atteggiamento provocatorio”, a cui i tre hanno risposto “con un malgoverno delle espressioni verbali”: ma “è arduo sostenere che dietro a quelle braccia conserte vi potesse essere un atteggiamento di sfida”.
Nelle motivazioni si fa riferimento anche a un clima di antagonismo nei rapporti sindacali, a cui si aggiunge anche la divisione tra le diverse sigle in riferimento alla vicenda contrattuale di Pomigliano: nonostante ciò, i giudici ricordano però che “l’atteggiamento provocatorio” del responsabile della linea di produzione è riportato anche “in un documento unitario da tutta la Rsu nell’immediatezza dei fatti”. Dal quadro complessivo, quindi, per la Corte i licenziamenti sono stati un mezzo adottato dalla Fiat “per liberarsi di sindacalisti che avevano assunto posizioni di forte antagonismo”. I tre operai, anche dopo la sentenza, non hanno ancora fatto ritorno in fabbrica perché l’azienda ha comunicato loro che “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative”: stipendio garantito, ma lontano dalle linee produttive.
Fonte: Il Fatto Quotidiano
Reggio Calabria, crolla palco per il concerto della Pausini: muore un operaio.
Firenze – Un operaio è morto e altri due sono rimasti feriti nel crollo di una struttura del palco in allestimento che stasera avrebbe dovuto ospitare il concerto Laura Pausini. E’ successo stanotte al Palacalafiore di Reggio Calabria. Un cedimento strutturale ha fatto crollare la struttura metallica sovrastante il palco, che si è abbattuta sulle gradinate e su alcuni operai, impegnati a fissare le illuminazioni aeree. La struttura ha colpito in pieno uno dei lavoratori, Matteo Armelini, che è morto sul colpo. Gli altri due operai sono stati portati in ospedale. Armelini, 32 anni, era dipendente della cooperativa Insieme di Castelvecchio Subequo, in provincia de L’Aquila. La ditta forniva il personale addetto al montaggio delle luci per i concerti del tour di Laura Pausini. Sulle cause dell’incidente, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha aperto un’inchiesta ed ha disposto immediatamente il sequestro di tutta la struttura. Una tragedia che ricorda quella dello scorso dicembre, quando un giovane operaio-studente, Francesco Pinna, rimase schiacciato dal crollo del palco in allestimento per il concerto di Jovanotti a Trieste (link).
Fiat agli operai reintegrati: “State a casa, non ci servite”.
Firenze – La Fiat “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai dello stabilimento di Melfi reintegrati in ragione della sentenza di ieri, con la quale la Corte d’Appello di Potenza ha accolto il ricorso della Fiom. La comunicazione dell’azienda è arrivata ai tre lavoratori, Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli, con un telegramma. Lo ha reso noto all’Ansa uno degli avvocati della Fiom, Lina Grosso. Sempre nel telegramma, la Fiat ribadisce che pagherà in modo regolare stipendi e contributi. L’atteggiamento assunto dalla Fiat non è nuovo. L’azienda l’ha adottato anche nel 2010 in seguito alla prima sentenza costringendo i tre lavoratori a stazionare nella saletta sindacale. Adesso lo ripropone costringendo gli operai ad una nuova azione legale (link).
Festival, Celentano: “Montezemolo adesso devi fare un treno lento”.
Firenze – Da più di due mesi vi sono operai che vivono sulla Torre faro della stazione centrale di Milano. La loro azione di protesta è contro la cancellazione dei treni notturni che collegavano il Nord al Sud. Una decisione, quella di Ferrovie dello Stato, assunta nel pieno delle celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità di Italia e che ha mandato a casa 800 persone. Una soluzione che non guarda all’identità, alla storia e alle esigenze di una nazione, di un popolo ma solo al profitto. La vicenda degli operai sulla Torre della stazione centrale di Milano, ha avuto in televisione il suo spazio a “Servizio Pubblico” di Santoro. In Rai, eccetto Rai Tre e Rainews 24, non ha trovato adeguato spazio e col passare dei giorni il fatto è scomparso dai notiziari. In questo modo è come se non esistesse più. E’ stato necessario l’arrivo del Festival, l’arrivo di Adriano Celentano sul palco del teatro Ariston per riaccendere le luci. Pubblichiamo il messaggio del “molleggiato” che nella prima serata del Festival invita Montezemolo, oltre ad essere rock, anche lento.
«Sulla Torre della stazione centrale di Milano ci sono degli operai, che dall’8 dicembre stazionano lì, giorno e notte, al freddo e al gelo per protestare contro la cancellazione dei vagoni letto (non mi ricordo dove ho messo il bicchiere, eccolo qua). Quei vagoni letto che collegavano il Nord al Sud, lasciando a casa 800 persone addette ai servizi nei treni di notte. E questo, purtroppo, con il triste scopo di cancellare un’altra fetta del passato che costituisce le fondamenta della nostra identità. Montezemolo ha fatto bene a fare il treno veloce, quello bello, confortevole. E’ giusto, è giusto fare l’alta velocità. Però, bisogna bilanciare la velocità con qualche cosa di lento. Allora, io ti dico Montezemolo che adesso devi fare subito un treno lento che magari si chiama Lumaca dove ti fa vedere le bellezze dell’Italia perché c’è gente che vuole andare lento (caspita siete tutti lì, in prima fila. State bene? – Celentano si rivolge ai dirigenti della Rai e non solo ndr -). Sono sicuro che lo farà (guarda il video dal minuto 9,30 al 12)».
Operai in tv. Lucia Annunziata e Raitre meritano grande apprezzamento.
Firenze - Faceva uno strano effetto, lo studio di “In mezz’ora” gremito di operai e operaie Fiat. In tv siamo ormai abituati a vedere passare le più varie espressioni della società italiana, talvolta nelle sue manifestazioni più bizzarre o estreme, ma la presenza di normali lavoratori e lavoratrici che argomentano le loro posizioni e ricordano la loro condizione quotidiana rischia di sembrare “controinformazione”. Lucia Annunziata e RaiTre meritano apprezzamento per aver ricordato che quando si parla di par condicio e di pluralismo non li si deve intendere solo nel senso politico, pur importantissimo, dell’equilibrio dei tempi dedicati a partiti e coalizioni. C’è un pluralismo sociale ed economico che spesso è molto più calpestato e sul quale non si riesce a richiamare a sufficienza l’attenzione del servizio pubblico, a causa della derivazione partitica degli organismi di controllo (dalla Commissione di Vigilanza, all’Agcom, allo stesso Cda dell’azienda). La trasmissione, tra l’altro, lascia la curiosità di capire meglio come realmente funzioni oggi il lavoro in una fabbrica, cosa sia concretamente una catena di montaggio, di cosa si stia parlando quando si polemizza sui minuti in più o in meno di pausa. Non si tratta di riproporre anacronistiche mitizzazioni di una “classe”, né di fare il tifo per la Fiom contro la Cisl o viceversa, ma di riportare la vita quotidiana di alcuni milioni di italiani e italiane alla dignità di notizia. Il livello degli attuali palinsesti tv ci dice che lo spazio non manca di certo.
Roberto Natale (Presidente Fnsi)
Fonte: Articolo 21.