Emilio Fede, nuova condanna per l’ex direttore del Tg4

Milano Emilio Fede condannato a due anni e tre mesi di reclusione. E’ la sentenza emessa dal Tribunale di Milano contro l’ex direttore del Tg4 per la vicenda dei falsi fotomontaggi hot che, secondo l’ accusa, avrebbe usato per ricattare i vertici di Mediaset, quando venne licenziato nel 2012 e, in sostanza, per ottenere un accordo di uscita più vantaggioso. E’ la seconda condanna ricevuta dall’ex direttore del Tg4, dopo quella di tre giorni fa per concorso in bancarotta  .

Mediaset, sconto di pena per Berlusconi

Sconto di pena per Berlusconi. L’ha deciso il giudice di Sorveglianza

Milano Il giudice di Sorveglianza di Milano Beatrice Crosti ha concesso la liberazione anticipata, di 45 giorni, a Silvio Berlusconi nell’ambito dell’affidamento in prova ai servizi sociali di un anno che sta scontando per la condanna definitiva per il caso Mediaset. La Procura di Milano si era espressa in modo negativo.  Una notizia che arriva nel giorno in cui c’è anche il riconoscimento politico dato dall’invito del Colle al cerimoniale per l’insediamento del presidente Sergio Mattarella. 

Confalonieri contro il Corriere, la Cassazione: “Articoli veri, ma non da pubblicare”

Firenze I fatti giudiziari erano veri, gli elementi riportati erano tratti da atti non coperti da segreto, i toni e i contenuti non erano diffamatori. Eppure quegli articoli non andavano pubblicati. Una sentenza della Cassazione, relativa a un ricorso del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri contro Rcs Quotidiani per una serie di articoli del Corriere della Sera sul processo diritti tv Mediaset, prefigura una potente stretta alla cronaca giudiziaria. La sentenza della Terza sezione civile conferma il principio cardine secondo il quale gli atti di un processo non coperti da segreto possono essere sempre pubblicati. Ma, precisa, senza trarne dei virgolettati, neanche in misura minima rispetto alla mole dei documenti. Si possono scrivere solo per riassunto, insomma.

Tv al mercato: serve un vigile

FirenzeBeppe Grillo, oltre a predicare di cancellare il canone Rai dovrebbe prendere seriamente in considerazione il mercato televisivo a tutela dei cittadini. B. pur ferito (Mediaset e la Mondadori in caduta libera), sta per calare l’asso piglia tutto: maggioranza all’interno dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e accordo con Telecom per la banda larga.

Dopo la rivoluzione del digitale la tv del futuro è quella connessa. Le nuove televisioni hanno la possibilità, attraverso il cavo telefonico, di connettersi alla Rete. Mediaset entrerebbe in Matrix (la società di Telecom che controlla le attività Internet) e nel motore di ricerca Virgilio, in cambio Publitalia diventerebbe la concessionaria per la pubblicità delle società di Bernabè. Il bouquet di Telecom, lievemente aumentato, comprenderà, oltre al telefono e l’adsl, anche Mediaset Premium. TI Media (la società de La7), entro la fine dell’anno sarà messa in vendita divisa in due aziende. La prima comprende il marchio e i contenuti della tv: La7, La7 Donna e il 51% di Mtv Italia. Economicamente la meno appetibile (valore 160 milioni), con un buco economico aumentato nell’ultimo periodo (circa 100 milioni) grazie ai super contratti con le star della tv e al costo delle loro produzioni nettamente superiore alle entrate pubblicitarie.

La seconda è Timb (Telecom Italia Media Broadcasting), il vero business, quella che gestisce le infrastrutture di rete, cioè ripetitori e frequenze. A questa è interessato Carlo De Benedetti che aggiungerebbe i 3 multiplex de La7 ai 2 già in suo possesso. Se l’operazione andasse in porto sarebbe la nascita del secondo polo privato dopo EI Towers (nata dalla fusione di Elettronica Industriale di Mediaset con Dmt di Alessandro Falciai). Per la Rai sarebbe un’ottima occasione per mettere sul mercato parte di Raiway (la società che gestisce la rete di trasmissione) in modo tale da appianare l’indebitamento con le banche (oltre 300 milioni) e fare cassa, scongiurando l’emorragia di qualche migliaia di lavoratori. Questa nuova società, avendo come scopo non il controllo mediatico ma gli affari, potrebbe dare vita a quel pluralismo di mercato che da noi manca da anni.

Chi, inaspettatamente, sta manovrando nel silenzio assoluto è Mario Monti che, con l’aiuto di Passera, sta pensando seriamente alla vendita di parte della Rai dando così risposta al referendum del 1995 che decretò la privatizzazione, prevista anche dall’articolo 19 della legge Gasparri. L’esempio a cui farebbe riferimento Monti è quello della tv francese: privatizzare il canale più appetibile, Rai1. Il rischio è quello che gli acquirenti siano i soliti amici degli amici. Grillo dovrebbe fare quello che i partiti di centrosinistra non hanno fatto in questi vent’anni: vigilare.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Anche per la Rai è l’ora dei tecnici

FirenzeNon c’è crisi economica che smuova B. dai vari impegni con le sorelle di Ruby. Solo quando Mediaset chiama, lui risponde. Gli affari prima di tutto. Per la tv di famiglia non tira buon vento: la pubblicità nel primo trimestre dell’anno è calata del 12%, un indebitamento finanziario vertiginoso, la svendita obbligata di Endemol, il crollo del titolo in Borsa e gli ascolti in picchiata. Va in visita al Quirinale, parla con il governo, incontra Enrico Bondi, credendolo il futuro commissario della Rai, invece Monti, a sorpresa, lo nomina alla Spesa pubblica. B. sa che per il bene di Mediaset deve continuare a mantenere la Rai sotto controllo. Tenta di imbonire Monti raccontandogli che la legge Gasparri risolve ogni problema, gli fa notare che la Rai ha il bilancio in positivo: inutile cambiare la sua governance. B. però non racconta che l’attivo è un mix tra tagli economici e alchimie contabili. Nulla di illecito, ma l’economista Monti sa che l’attuale indebitamento della Rai rischia di aumentare grazie al meno 17% delle entrate pubblicitarie (l’andamento negativo persiste da tre anni), in assenza di un vero intervento strutturale e tecnologico. Il prodotto è come al solito l’ultimo dei pensieri.

Nel 2009 il budget di Rai3 era di 70 milioni di euro, oggi, con la sforbiciata della scorsa settimana (meno 1 milione 500 mila), è poco più di 50 milioni, ovvero meno 30% in due anni e mezzo. Anche il direttore generale Lei tenta di smarcarsi da B., in un’intervista a “La Stampa” dichiara che «la Rai ha la necessità di rinnovare la sua missione». Monti, che non cade nel tranello di B., va oltre: «In Rai la logica della trasparenza, del merito, dell’indipendenza non è garantito». Finalmente, erano mesi che aspettavamo un segnale dal governo. Il gatto e la volpe (Gasparri e Cicchitto) vorrebbero la proroga del cda fino alle elezioni politiche, ma Sergio Zavoli non ci sta, il capo della Commissione di vigilanza convoca l’ufficio di presidenza con l’obiettivo, dopo l’assemblea dei soci, di rinnovare immediatamente il cda della Rai. Tutti a casa.

Ancora una volta la società civile è stata fondamentale per sbloccare la situazione: Articolo21, Libertà e Giustizia, Move on e l’auto candidatura alla direzione generale e alla presidenza Rai, tramite curricula, di Santoro e Freccero. Mai come questa volta per il Servizio pubblico ci vogliono persone con competenze specifiche oltre che intellettualmente indipendenti, non solo dai partiti, ma anche dai Bisignani di turno, dalle varie cricche, P3, P4. Si tratta, dopo 10 anni dall’editto bulgaro, di rendere finalmente libera l’informazione e di salvare la più importante azienda culturale italiana. Per Monti è l’ora dei fatti: diminuire il numero dei componenti del cda, comunicare immediatamente il nome del consigliere di riferimento, designare il presidente e indicare il direttore generale. Così, anche in assenza di una legge, è possibile arginare il conflitto d’interessi di B.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Questa Rai gioca al ribasso

Firenze – Perché Emilio Fede è stato licenziato da Mediaset? Per la storia del viaggio in Svizzera con tanto di valigia? Per aver fatto combriccola con Lele Mora? Sciocchezze. Fede era e rimane il più fedele servitore del Cavaliere. Il metodo usato è stato un po’ brusco, ma tipico di Pier Silvio che fece la stessa cosa con Mike Bongiorno.

Mediaset è messa male in Borsa, in crisi d’ascolti e di pubblicità, in più Passera le ha tolto il beauty contest. Fra nove giorni il famoso canale 58 (quello avuto in prova da Romani su cui già sono stati fatti cospicui investimenti), il biscione, se lo vuole, lo dovrà pagare. L’informazione-propaganda di Fede non serve più e il suo Tg fa acqua (6 % di share), mentre il TgCom, sempre su Rete 4, è in ascesa, anche se il risultato, per ora raggiunto, non è pari all’investimento. Cosa darebbe al servizio pubblico Corradino Mineo con Rai News se avesse le stesse risorse del Tg Com e di Sky News 24?

Il regalo alla concorrenza è incomprensibile. In Rai tutto ruota attorno all’attivo di bilancio. Poco importa se il risultato arriva non dalle scelte editoriali, dalla strategia degli investimenti umani e industriali, ma dal taglio dei budget. Ricordo un’indimenticabile audizione in Commissione di vigilanza dell’ex dg Masi (giugno 2010), convocato per rendere conto della sua decisione di non rinnovare il rapporto tra Rai e Sky (la Rai rinunciò a 50 milioni di euro all’anno per 7 anni), in cui raccontò che la cifra era già stata recuperata dalla pubblicità venduta sui canali digitali. In precedenza Masi (estate 2009) aveva raccontato un’altra favola: “La centralità del digitale terrestre è l’obiettivo su cui andranno concentrati gli sforzi editoriali e gestionali”. Ad oggi l’unico tra i nuovi canali che supera di poco l’1% di share nella media giornaliera è Rai 4 (direttore Carlo Freccero), ed è anche il solo che attrae un po’ gli investitori.

Morale: nel 2010 la tv di Stato è stata battuta negli introiti sia da Mediaset che da Sky. Recentemente la società Nielsen ha pubblicato i dati pubblicitari di gennaio 2012 rispetto allo stesso mese del 2011, la tv meno 6,3%, i quotidiani meno l’8,9%, solo Internet incrementa: più 10 %. Dove sono finiti i tanto promessi “sforzi editoriali e gestionali”? Minzolini è stato sostituito da alcuni mesi, ma l’ascolto del Tg1 non è cambiato. Anzi il Tg con annesso “Qui radio Londra” è il vero problema di chi vende gli spazi pubblicitari. La redazione è di prima qualità, gli Speciali Tg1 lo dimostrano. Possibile che non ci sia tra questi un giornalista in grado di prendere il posto di Ferrara o di fare il 9% di Vespa in prima serata? Se la sostituzione avvenisse sarebbe utile anche alle tasche della Rai.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Blog di Loris Mazzetti

Frequenze tv: basta giochi, la Ue ci guarda.

Firenze – Che Mediaset (e non solo) sia “disturbata” per la vicenda beauty contest è evidente dopo che, per circa trent’anni, sua Emittenza ha potuto disporre a suo piacimento, grazie a politici compiacenti, del mercato tv. Che il ministro Passera sia in “imbarazzo” perché costretto ad intervenire lo dimostra la decisione di sospendere il beauty contest e non abolirlo, quando bastava applicare le direttive dell’Unione europea, ma il sistema televisivo per il governo di Mario Monti è terreno minato, toccarlo si mette a rischio la fiducia.

Dal 2008 la Corte di Giustizia accusa l’Italia di vivere in un regime che ha consentito l’occupazione abusiva delle frequenze, grazie a leggi che hanno impedito la crescita della concorrenza e del pluralismo: “Tale regime non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e spropositati”. È un’accusa diretta alle Autorità preposte al controllo per non aver svolto il loro lavoro, la cui anomalia sta nella nomina dei commissari sempre di parte (il più delle volte politici trombati) e mai al di sopra di ogni sospetto. L’Italia è il Paese delle mafie, delle cricche della P2 e derivati, dei “furbetti”, quelli del quartierino sono andati in galera, mentre quelli dell’etere si sono arricchiti usando a loro piacimento un bene comune, le frequenze radiotelevisive, grazie a leggi che non regolamentavano ma si limitavano a prendere atto dell’esistente rendendo legittimo ciò che non lo era. Tra questi, oltre al Cavaliere, Raimondo Lagostena il proprietario del circuito Odeon Tv, il network che nel 2008 mise in onda Venerabile Italia condotta da Licio Gelli, arrestato con l’ex assessore lombardo Prosperini, per corruzione, turbativa d’asta e tangenti per promozione in tv; Lucio Garbo titolare di Canale Italia che, grazie alla sua amicizia con l’ex ministro Gasparri, è riuscito a far diventare la sua tv, poco più che regionale, il quarto network italiano.
Tra i furbetti va inserito l’ex ministro Paolo Romani che prima di essere folgorato da B. diventando il suo uomo della tv, ha lavorato per Grauso, Peruzzo, per Ligresti a Telelombardia, poi in proprio con Lombardia 7 rischiando fallimento e bancarotta, salvato solo dalla cessione delle frequenze che l’acquirente tentò, a sua volta, di cedere sottobanco alla Rai diretta da Flavio Cattaneo per la bella cifra di 24 milioni di euro. Chissà chi aveva fatto da tramite?

Grazie al mancato controllo le frequenze non sono mai state assegnate, il più delle volte rubate. L’etere è diventato una sorta di Far West con oltre 500 tv. Per riuscire a “disboscare” dal canale 61 al 69, lo Stato è costretto a sborsare 174 milioni a quelle tv che hanno occupato, più o meno gratuitamente, le frequenze. Negli altri paesi europei sin dall’inizio le tv illegali sono state immediatamente chiuse, da noi, invece, quando un pretore si permise di applicare la legge oscurando i canali della Fininvest che trasmettevano irregolarmente a livello nazionale, il presidente del Consiglio Craxi tornò appositamente dall’estero, abbandonando un vertice internazionale, per firmare il famoso decreto “salva Berlusconi”. I “furbetti” si sono arricchiti commercializzando i diritti d’uso delle frequenze ottenute gratuitamente grazie a legge come la Maccanico e la Gasparri che addirittura ha autorizzato il trading privato come “strumento ordinario di assegnazione per la costituzione delle reti digitali”.

Perché l’urgenza di Romani di rendere esecutivo il beauty contest? (Ideato da Roberto Sambuco, il lobbista di Wind e Mister Prezzi, a sua volta uomo del piduista Bisignani, confermato da Passera – alla faccia della trasparenza e del cambiamento – a capo del dipartimento per le Telecomunicazione del ministero). Nel beauty contest è presente un articolo che assegna le frequenze gratuitamente per 20 anni, rinnovabili, ma dopo 5 anni possono essere cedute, l’urgenza era dettata dalla volontà di anticipare la normativa dell’UE che lo renderà illegittimo. Perché impone agli Stati, alla fine dello switch off (2012), l’adeguamento del codice delle Comunicazioni elettroniche, che contiene come principale emendamento “il divieto di trasferimento dei diritti d’uso se il diritto è stato ottenuto inizialmente a titolo gratuito”, bloccando così di fatto il business garantito dalla legge Gasparri che ha permesso alle tv che erano in possesso di frequenze analogiche di ottenere gratuitamente quelle digitali. Ciò significa che le frequenze ottenute gratuitamente non possono essere commercializzate, se inutilizzate devono essere restituite all’unico proprietario: lo Stato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Un programma non è una tv

FirenzeChe Michele Santoro fosse il più innovatore, sempre pronto a mettersi in gioco, non lo scopriamo oggi con Sevizio Pubblico. Quando giovedì il regista Alessandro Renna ha acceso luci e telecamere nello Studio 3 di Cinecittà ed è apparso in onda il conduttore di Annozero: “Caro Enzo Biagi, caro Indro Montanelli …”, mi ha preso un groppo alla gola (Telesogno ha smesso di essere solo un sogno), e un pò di rammarico per non essere anch’io della partita. Che “nulla sarà come prima”, come ha detto Carlo Freccero, ho dei seri dubbi, che “dopo Santoro gli editori non sono più padroni della tv” di Enrico Mentana, non ci credo, e che sia l’inizio di una rivoluzione, dipende. Oggi Rai e La 7 (la prima per aver fatto andar via Santoro, la seconda per non averlo preso), si stanno leccando le ferite per l’ascolto (12% con 3 milioni di telespettatori, terzo programma più visto in prima serata) e per la fetta di pubblicità che toglierà al mercato nei prossimi giorni. Morto un papa se ne dovrebbe fare un altro, Rai 2, invece, in cinque mesi non è riuscita a produrre un nuovo approfondimento. Nell’attesa dell’arrivo a gennaio dell’onnipresente Ferrara sarebbe stato sufficiente, come fece Angelo Guglielmi che si affidò al Tg 3 (così iniziò la storia di Michele Santoro con Samarcanda), coinvolgere il Tg 2.

La legge della concorrenza è spietata: “Chi prima arriva meglio alloggia”. Corrado Formigli docet: contro la prima puntata di Santoro, pur dimezzando l’ascolto, ha racimolato un onorevole 4 % di share. L’ex collaboratore di Santoro, purtroppo, ha dimostrato che nel nostro ambiente il motto: “Uno per tutti, tutti per uno”, non esiste, anzi le disgrazie di uno possono rappresentare le fortune di altri. Nessuno ha dato credito alle capacità manageriali e produttive di Santoro e del Fatto Quotidiano, se non fosse così, oggi, i media annuncerebbero che Sabina Guzzanti e Serena Dandini sono prossime alla andata in onda sul nuovo network, invece sono pronte per la prima serata su La 7, con tanto di contratto firmato. L’unica ancora recuperabile potrebbe essere Milena Gabanelli che da gennaio è libera da Rai 3, ma l’impegno che l’ha portata con armi e bagagli sul sito del Corriere della Sera mi pare inconciliabile con il Fatto Quotidiano. Ho la sensazione che nell’entusiasmo del successo, anche autorevoli esperti come Freccero e Mentana abbiano confuso un programma con una televisione, l’avanguardia con la rivoluzione. Lenin senza i russi non sarebbe mai riuscito a conquistare Mosca.

Lavanguardia-Santoro ha dimostrato che la rivoluzione-tv è fattibile, ma un conto è andare in onda per tre ore alla settimana, altro fare un palinsesto di almeno 12 ore tutti i santi giorni. Occorrono soldi, tanti soldi, che possono arrivare solo in parte dai cittadini, il grosso dalla pubblicità. Siamo sicuri che le tv generaliste, soprattutto Mediaset, in questo momento di grande crisi, stiano a guardare? Ho lasciato per ultimo i veri responsabili dello stato in cui versa la Rai e dell’uscita di Santoro, Dandini, Ruffini e Saviano dal servizio pubblico: i partiti.

Quelli del centrodestra per aver reso la Rai subalterna a Mediaset, il centrosinistra per non avere, in ben sette anni di governo, fatto una legge sul conflitto d’interessi e una nuova riforma del sistema radiotelevisivo, indispensabile per dare pluralismo al settore, come l’Ue chiedeva dopo il varo dell’iniqua legge Gasparri. Nei giorni scorsi è intervenuto sul Riformista Matteo Orfini, responsabile cultura e informazione del Pd. Cavalcando la tigre-Santoro ha sparato sulla Croce Rossa Rai. Orfini dov’era quando, per difendere il ruolo del servizio pubblico ci prendevamo decine e decine di giorni di sospensione, telefonate in diretta e lettere contro scritte da Masi e pubblicate in prima pagina sul Corriere, rischiando il licenziamento? Orfini nell’articolo “Rai, eutanasia del servizio pubblico”, contesta molto duramente Lorenza Lei, omettendo che è stata nominata al vertice dell’azienda con i voti di tutto il Cda, compresi i tre che rappresentano il Pd.

Nel successo di Santoro e di tutta la sua squadra, c’è un rischio: se nel breve periodo non avverrà un seguito, cioè la nascita del canale, dall’eccezionalità della prima puntata si passerà alla normalità della quarta, cioè all’oblio.

 Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Processo breve, arriva il sì della Camera.

La Camera con 314 voti a favore e 296 contrari ha approvato il cosiddetto processo breve, l’ennesima legge ad personam per il Presidente del Consiglio. Adesso, il testo passerà di nuovo all’esame del Senato per l’approvazione definitiva.

Roma – La Camera ha approvato il testo sulla prescrizione breve con 314 voti a favore e 296 contrari. Con questi numeri è passato a Montecitorio il provvedimento che riduce i tempi della prescrizione per gli incensurati non ancora colpiti da una sentenza di primo grado. L’articolo 3 del testo, noto come processo breve, modificato da un emendamento di Maurizio Paniz riduce i tempi della prescrizione per gli incensurati passando da un quarto ad un sesto della pena. Si applica ai processi che non sono ancora giunti a sentenza di primo grado. Non coinvolge i reati per terrorismo e mafia. Ha superato l’esame anche l’articolo 4, inerente alla «durata ragionevole del processo» e sull’«obbligo di segnalazione» . Tale articolo, modificato sempre dal relatore Paniz, prevede che il capo dell’ufficio giudiziario segnalerà al ministro della Giustizia e al Csm le toghe che “sforano” i tempi del processo stabiliti dalla legge: tre anni in primo grado, due anni in appello, e un anno e sei  mesi in Cassazione, per quanto riguarda i reati con la pena massima di dieci anni. L’opposizione ha votato stringendo tra le mani una copia della Costituzione, mentre  i deputati dell’Idv hanno alzato diversi cartelli con le scritte: “Crac Parmalat, nessuna giustizia”, “Rogo Thyssen, nessuna giustizia” e altri cartelli.  Adesso, il processo breve passerà al Senato per la sua approvazione definitiva. Se sarà così – difficile immaginarsi il contrario – assisteremo alla prescrizione del processo Mills, a seguire quello di Mediaset e Mediatrade dove il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è imputato. Una legge che provocherà un’ulteriore ferita in quei cittadini, tanti, in attesa di avere giustizia per le tanti stragi che sono avvenute nel nostro Paese (link).

Il presidio dei parenti delle vittime… (video, Il Fatto Quotidiano)

Dalla Camera sì al processo breve (La Repubblica)

Intervista all’onorevole Angela Napoli (Articolo 21)

 

L’Unione Europea dice sì a Sky in chiaro

Sky Italia sbarca sul digitale terrestre. Lo ha deciso oggi la Commissione europea che ha anticipato l’ingresso dei canali di Murdoch nel mercato della televisione in chiaro.

FirenzeSky Italia sbarca sul digitale terrestre. Lo ha deciso oggi la Commissione europea che ha anticipato l’ingresso dei canali di Murdoch nel mercato della televisione in chiaro. Mediaset si è detta <<assolutamente sconcertata>> dalla decisione e ha annunciato che farà ricorso alla Corte di giustizia europea. In realtà, la decisione di Bruxelles è un via libera ma a una serie di condizioni. Innanzitutto Sky potrà trasmettere su digitale terrestre solo a patto che, per i prossimi cinque anni, i suoi canali siano “in chiaro”, e cioè distribuiti gratuitamente senza nessun servizio a pagamento. E poi la tv di Murdoch sarà limitata a un solo multiplex, e cioè a una sola frequenza digitale (che però può trasmettere fino a sei canali). La decisione è stata motivata dal fatto che, secondo l’Ue, le condizioni del mercato televisivo italiano sono cambiate dal quel 2003, quando la News Corporation di Rupert Murdoch acquistò e fuse le due pay tv satellitari Stream e Telepiù dando vita a Sky. Allora l’Europa, dando il suo assenso all’operazione, fissò una serie di paletti, fra cui il divieto di sbarcare nel mercato della televisione in chiaro prima del 2012.

La decisione europea è stata presa malissimo a Cologno Monzese. Secondo il biscione le condizioni fissate dalla Commissione nel 2003, che impedivano a Sky di entrare nel mercato del digitale terrestre in virtù della sua posizione dominante nella pay tv, sono tutt’ora valide. Per questo Mediaset  <<ricorrerà contro tale decisione alla Corte di Giustizia europea>>. A stretto giro è arrivata la risposta di Bruxelles che con Jonathan Todd, uno dei portavoce dell’esecutivo Ue, ha detto che la decisione della Commissione, da un punto di vista legale, è solida. Nonostante Sky abbia mantenuto una posizione forte sul satellite, con l’avvento del digitale terrestre il mercato della pay tv si è aperto a nuovi soggetti come Mediaset (con Mediaset Premiun) e Telecom (con Dahlia). Inoltre dal 2008 sul satellite, a fianco di Sky, è nata Tivùsat, la piattaforma di Rai, Mediaset e La 7 destinata ad andare a coprire quelle aree del Paese non raggiunte dal segnale del digitale terrestre.

Ora si attende la data del beauty contest, il concorso con cui il governo italiano metterà a gara le cinque frequenze digitali (i cinque multiplex) che la Corte di giustizia europea ha intimato, in nome del pluralismo, di mettere sul mercato. Una gara in cui ora potrà partecipare anche Sky.

Fonte: Il Fatto Quotidiano.