La Consulta: “Decreto salva-Ilva per scongiurare crisi occupazionale”.

Taranto - La Corte Costituzionale ha depositato le motivazioni della sentenza con la quale il 9 aprile scorso dichiarò in parte non fondate e in parte inammissibili le questioni di legittimità costituzionale sollevate dal gip Patrizia Todisco e dal tribunale dell’appello su richiesta della Procura di Taranto riguardo alla legge salva-Ilva.

La sentenza, lunga 76 pagine, scioglie alcuni nodi riguardanti l’efficacia del provvedimento voluto dal Governo Monti e approvato a larghissima maggioranza dal vecchio Parlamento. Nella sentenza si legge che ”il legislatore ha ritenuto di dover scongiurare una gravissima crisi occupazionale, di peso ancor maggiore nell’attuale fase di recessione economica nazionale e internazionale senza tuttavia sottovalutare la grave compromissione della salubrità dell’ambiente e quindi della salute delle popolazioni presenti nelle zone limitrofe”. I diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione – la salute e il lavoro – “si trovano in rapporto di integrazione reciproca” e per questo “non è possibile individuare uno di essi che abbia la prevalenza assoluta sugli altri”. La ‘ratio’ della legge censurata, ossreva la Consulta, “consiste nella realizzazione di un ragionevole bilanciamento tra diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione”.

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Ilva, arrestato Fabio Riva. Il gip Todisco: “Decreto Salva Ilva viola 17 articoli della Costituzione”

Taranto - Giornata importante per l’Ilva. Questa mattina a Londra è finita la latitanza di Fabio Riva, vicepresidente del gruppo, ricercato da oltre due mesi. Riva si è consegnato a Scotland Yard e si trova in libertà vigilata dopo aver pagato una cauzione. E’ accusato di associazione a delinquere e concorso in disastro ambientale ed avvelenamento di sostanze alimentari. Il padre Emilio e il fratello Nicola sono ai domicialiari dal mese di luglio.

In Italia continua il braccio di ferro tra magistrati di Taranto, governo e azienda. Anche il gip Patrizia Todisco ha inviato gli atti alla Corte Costituzionale relativamente alla cosiddetta legge “salva Ilva”, il decreto del governo che ha consentito la ripresa dell’attività dellimpianto. Nell’ordinanza il gip afferma che il decreto viola 17 articoli della Costituzione e si pone “in stridente contrasto con il principio costituzionale della separazione tra i poteri dello Stato”.

Niente da fare, dunque, per il dissequestro dei prodotti dell’azienda, che ieri il presidente dell’Ilva Ferrante aveva posto per l’ennesima volta come condizione per l’apertura dello stabilimento. Nella riunione col governo di venerdì scorso l’azienda aveva minacciato il ricorso alla cassa integrazione. Ricordiamo che nello stesso incontro l’esecutivo aveva deciso che i manufatti ‘bloccati’ dalla Procura avrebbero potuto essere utilizzati fino al pronunciamento della Consulta. Il conflitto continua e diventa sempre più inestricabile.

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La Fiat chiede la cig straordinaria a Melfi. Marchionne punta a diventare azionista assoluto di Chrysler

Torino - Cassa integrazione in Italia, investimenti all’estero. Niente di nuovo in casa Fiat, come avevamo scritto qualche giorno fa. Oggi l’azienda torinese ha richiesto per lo stabilimento di Melfi (Potenza) la cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione aziendale dal prossimo 11 febbraio al 31 dicembre 2014. A Melfi, dove lavorano 5.500 addetti, poco più di venti giorni fa, Marchionne aveva accolto il premier Monti per la presentazione dei due primi minisuv dello stabilimento lucano.

Nel frattempo, l’ad della Fiat sta studiando il modo per far uscire i sindacati dall’azionariato Chrysler liquidandoli col minor esborso possibile. Obiettivo, diventare azionista assoluto della controllata Usa.

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Tv al mercato: serve un vigile

FirenzeBeppe Grillo, oltre a predicare di cancellare il canone Rai dovrebbe prendere seriamente in considerazione il mercato televisivo a tutela dei cittadini. B. pur ferito (Mediaset e la Mondadori in caduta libera), sta per calare l’asso piglia tutto: maggioranza all’interno dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e accordo con Telecom per la banda larga.

Dopo la rivoluzione del digitale la tv del futuro è quella connessa. Le nuove televisioni hanno la possibilità, attraverso il cavo telefonico, di connettersi alla Rete. Mediaset entrerebbe in Matrix (la società di Telecom che controlla le attività Internet) e nel motore di ricerca Virgilio, in cambio Publitalia diventerebbe la concessionaria per la pubblicità delle società di Bernabè. Il bouquet di Telecom, lievemente aumentato, comprenderà, oltre al telefono e l’adsl, anche Mediaset Premium. TI Media (la società de La7), entro la fine dell’anno sarà messa in vendita divisa in due aziende. La prima comprende il marchio e i contenuti della tv: La7, La7 Donna e il 51% di Mtv Italia. Economicamente la meno appetibile (valore 160 milioni), con un buco economico aumentato nell’ultimo periodo (circa 100 milioni) grazie ai super contratti con le star della tv e al costo delle loro produzioni nettamente superiore alle entrate pubblicitarie.

La seconda è Timb (Telecom Italia Media Broadcasting), il vero business, quella che gestisce le infrastrutture di rete, cioè ripetitori e frequenze. A questa è interessato Carlo De Benedetti che aggiungerebbe i 3 multiplex de La7 ai 2 già in suo possesso. Se l’operazione andasse in porto sarebbe la nascita del secondo polo privato dopo EI Towers (nata dalla fusione di Elettronica Industriale di Mediaset con Dmt di Alessandro Falciai). Per la Rai sarebbe un’ottima occasione per mettere sul mercato parte di Raiway (la società che gestisce la rete di trasmissione) in modo tale da appianare l’indebitamento con le banche (oltre 300 milioni) e fare cassa, scongiurando l’emorragia di qualche migliaia di lavoratori. Questa nuova società, avendo come scopo non il controllo mediatico ma gli affari, potrebbe dare vita a quel pluralismo di mercato che da noi manca da anni.

Chi, inaspettatamente, sta manovrando nel silenzio assoluto è Mario Monti che, con l’aiuto di Passera, sta pensando seriamente alla vendita di parte della Rai dando così risposta al referendum del 1995 che decretò la privatizzazione, prevista anche dall’articolo 19 della legge Gasparri. L’esempio a cui farebbe riferimento Monti è quello della tv francese: privatizzare il canale più appetibile, Rai1. Il rischio è quello che gli acquirenti siano i soliti amici degli amici. Grillo dovrebbe fare quello che i partiti di centrosinistra non hanno fatto in questi vent’anni: vigilare.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Anche per la Rai è l’ora dei tecnici

FirenzeNon c’è crisi economica che smuova B. dai vari impegni con le sorelle di Ruby. Solo quando Mediaset chiama, lui risponde. Gli affari prima di tutto. Per la tv di famiglia non tira buon vento: la pubblicità nel primo trimestre dell’anno è calata del 12%, un indebitamento finanziario vertiginoso, la svendita obbligata di Endemol, il crollo del titolo in Borsa e gli ascolti in picchiata. Va in visita al Quirinale, parla con il governo, incontra Enrico Bondi, credendolo il futuro commissario della Rai, invece Monti, a sorpresa, lo nomina alla Spesa pubblica. B. sa che per il bene di Mediaset deve continuare a mantenere la Rai sotto controllo. Tenta di imbonire Monti raccontandogli che la legge Gasparri risolve ogni problema, gli fa notare che la Rai ha il bilancio in positivo: inutile cambiare la sua governance. B. però non racconta che l’attivo è un mix tra tagli economici e alchimie contabili. Nulla di illecito, ma l’economista Monti sa che l’attuale indebitamento della Rai rischia di aumentare grazie al meno 17% delle entrate pubblicitarie (l’andamento negativo persiste da tre anni), in assenza di un vero intervento strutturale e tecnologico. Il prodotto è come al solito l’ultimo dei pensieri.

Nel 2009 il budget di Rai3 era di 70 milioni di euro, oggi, con la sforbiciata della scorsa settimana (meno 1 milione 500 mila), è poco più di 50 milioni, ovvero meno 30% in due anni e mezzo. Anche il direttore generale Lei tenta di smarcarsi da B., in un’intervista a “La Stampa” dichiara che «la Rai ha la necessità di rinnovare la sua missione». Monti, che non cade nel tranello di B., va oltre: «In Rai la logica della trasparenza, del merito, dell’indipendenza non è garantito». Finalmente, erano mesi che aspettavamo un segnale dal governo. Il gatto e la volpe (Gasparri e Cicchitto) vorrebbero la proroga del cda fino alle elezioni politiche, ma Sergio Zavoli non ci sta, il capo della Commissione di vigilanza convoca l’ufficio di presidenza con l’obiettivo, dopo l’assemblea dei soci, di rinnovare immediatamente il cda della Rai. Tutti a casa.

Ancora una volta la società civile è stata fondamentale per sbloccare la situazione: Articolo21, Libertà e Giustizia, Move on e l’auto candidatura alla direzione generale e alla presidenza Rai, tramite curricula, di Santoro e Freccero. Mai come questa volta per il Servizio pubblico ci vogliono persone con competenze specifiche oltre che intellettualmente indipendenti, non solo dai partiti, ma anche dai Bisignani di turno, dalle varie cricche, P3, P4. Si tratta, dopo 10 anni dall’editto bulgaro, di rendere finalmente libera l’informazione e di salvare la più importante azienda culturale italiana. Per Monti è l’ora dei fatti: diminuire il numero dei componenti del cda, comunicare immediatamente il nome del consigliere di riferimento, designare il presidente e indicare il direttore generale. Così, anche in assenza di una legge, è possibile arginare il conflitto d’interessi di B.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Riforma delle pensioni: i tecnici non hanno un bacino elettorale da difendere. I partiti invece sì.

FirenzeDal novembre 2011 la politica ha abdicato dal suo naturale ruolo appaltando la funzione di governo ai tecnici. Non è una novità nella storia della Repubblica. Nel gennaio 1995 Lamberto Dini, incaricato dall’allora Presidente Oscar Luigi Scalfaro, è salito a Palazzo Chigi. Adesso, il premier Monti ha subappaltato ad altri tecnici il compito di ridurre la spesa pubblica. Un subappalto a costo zero. L’economista Francesco Giavazzi e l’ex premier Giuliano Amato lo faranno a titolo gratuito. Non è ancora certo, ma probabilmente non peserà per le casse dello Stato nemmeno il ruolo di commissario, affidato a Enrico Bondi. I due esecutivi, il primo formato da Dini e l’altro da Monti, hanno evidenziato nel loro dna il fattore tecnico. In comune, hanno anche ben altro. Entrambi, hanno messo mano alle pensioni. Il governo Dini ha dato vita ad una rivoluzione epocale: ha trasformato il sistema pensionistico da retributivo a contributivo. Il governo Monti, in nome del decreto salva-Italia, ha esteso il sistema contributivo a tutti, allungato la vita professionale fino a 67 anni e creato gli “esodati”. I partiti non si espongono, preferiscono affidarsi ai tecnici che non hanno un bacino elettorale da difendere.

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Piazza della Loggia, lo Stato pagherà le spese del processo anche ai familiari delle vittime

Firenze - Lo Stato pagherà le spese dei familiari delle vittime della strage di piazza della Loggia, a Brescia (28 maggio 1974, otto morti e oltre cento feriti). La decisione è stata presa dal presidente del Consiglio Mario Monti insieme al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il processo si è concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati.

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Lavoratori, tutte le conquiste sono andate perdute. L’articolo 18 è sepolto.

Firenze«Le imprese avrebbero voluto la sparizione della parola reintegro, ma con il tempo capiranno che ciò avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili». L’ha detto nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio Mario Monti, in risposta ad una Emma Marcegaglia irritata nel rileggere “reintegro” (per i licenziamenti economici ndr) nella nuova versione dell’articolo 18 nell’ambito del disegno di legge sulla riforma del lavoro. Nel confrono mediatico fra il premier e il presidente di Confindustria, il primo ha cercato di rassicurare il secondo. «Confindustria fino a tre mesi fa si sarebbe sognata una riforma così». Intanto, il ddl sulla riforma del lavoro, dopo la firma del Presidente Napolitano, approderà la prossima settimana alle Camere. Il sì del Capo dello Stato non è stato isolato: la riforma ha trovato consensi anche in Europa, dove banche e finanza non trovano ostacoli per imporre la propria forza. Fin qui nulla di strano. Le anomalie arrivano invece con il sì del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che al reintegro nel testo del termine reintegro ha detto: «Bene sull’articolo 18, ancora male su precariato e crescita». Insomma, sull’articolo 18 la Cgil è soddisfatta. Un appagamento probabile risultato di due fattori. Il primo. Di non aver rotto con il Pd, i cui esponenti, con in testa il segretario Bersani, ostentano fierezza nell’aver costretto il governo dei professori a modificare la precedente bozza. Un risultato, figlio anche dell’accordo con Alfano (Pdl) e Casini (Udc). Il secondo. Di trasmettere, nella loro idea, un messaggio positivo ai lavoratori, iscritti e non. In sostanza, il tentativo di far credere a chi lavora che la Cgil ha centrato l’obiettivo. Può darsi. Perché, allora, accettare modifiche dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Non andava bene così come era? Oggi, cosa direbbero Giacomo Brodolini e Gino Giugni? In realtà, l’articolo 18 dello Statuto è stato sepolto e i lavoratori hanno perso anche l’ultimo baluardo di difesa contro le sopraffazioni di chi ama guardare numeri, cifre e intende far valere solo la propria forza infischiandosene delle regole e del bene della collettività. Alle tute blu e ai colletti bianchi non è rimasto nient’altro: dalla perdita della scala mobile, alla sepoltura dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Tutte le conquiste sono andate perdute.

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Liquidazione coatta amministrativa: abbiamo bisogno di voi

RomaIl ministero per lo Sviluppo economico ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice il manifesto. Ma il giornale resta in edicola e rilancia.
Questa procedura particolare – alternativa alla liquidazione volontaria e riservata tra gli altri alle cooperative – cautela la cooperativa da eventuali rischi di fallimento. E’ il momento più difficile della storia quarantennale de il manifesto.
La decisione di non opporsi alla procedura indicata dal ministero si è resa inevitabile dopo la riduzione drastica e retroattiva dei contributi pubblici per l’editoria non profit. Nonostante le promesse di intervento fatte dal presidente del consiglio Mario Monti e l’esplicita richiesta in tal senso del presidente della Repubblica, a oggi nessuna soluzione è stata trovata.

La cooperativa editrice del quotidiano lancia una campagna straordinaria a sostegno del giornale e convoca una conferenza stampa presso la sede di via Angelo Bargoni 8 a Roma per domani alle 14.

Firma: Il collettivo del Manifesto

 

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