Cassazione: non fu ingiusta la detenzione per Mannino. Nessun risarcimento all’ex ministro.

Roma La Cassazione ha respinto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata da Calogero Mannino, poiché – scrivono i supremi giudici nella sentenza – il politico aveva «accettato consapevolmente l’appoggio elettorale di un esponente di vertice» della mafia, Antonio Vella. Mannino è stato prosciolto definitivamente dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma la Suprema Corte ha ritenuto motivate le esigenze cautelari. L’ex ministro, attualmente imputato nel processo di Palermo sulla trattativa fra lo Stato e la mafia, è stato detenuto in carcere nel 1995 (dal 13 febbraio al 14 novembre) e, successivamente, nel 1997, ai domiciliari (dal 15 novembre al 3 gennaio). L’assoluzione definitiva arrivò nel 2010, dopo 17 anni di processo, quando la Cassazione respinse il ricorso della Procura di Palermo contro l’assoluzione.

Mafia, Cassazione: no al 41 bis per i boss colpiti da gravi malattie

Niente 41 bis per i boss affetti da gravissime malattie. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che oggi ha accolto il ricorso di Filiberto Maisano, 81 anni, ritenuto un capomafia della ‘ndrangheta reggina, per il quale l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano nel dicembre 2010 dispose il regime carcerario del 41 bis

RomaNiente 41 bis per i boss affetti da gravissime malattie. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che oggi ha accolto il ricorso di Filiberto Maisano, 81 anni, ritenuto un capomafia della ‘ndrangheta reggina, per il quale l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano nel dicembre 2010 dispose il regime carcerario del 41 bis. Maisano,  detenuto nel carcere di Novara, si è rivolto alla Cassazione per chiedere di modificare la misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari “per gravi motivi di salute”. La Suprema Corte ha accolto il suo ricorso disponendo un nuovo esame davanti al Tribunale della Libertà di Reggio Calabria.

In particolare, la Cassazione che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» e che anche quando si è in presenza di esponenti di spicco della criminalità, è necessario equilibrare «le esigenze di giustizia, quelle di tutela sociale con i diritti individuali riconosciuti dalla Costituzione».

Scoop su Riina, perquisiti i giornalisti de Il Fatto Quotidiano

I carabinieri del nucleo investigativo di Catania stamani hanno perquisito le abitazioni di tre giornalisti palermitani: Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza de Il Fatto Quotidiano, e Riccardo Lo Verso di livesicilia.it .

Firenze I carabinieri del nucleo investigativo di Catania stamani hanno perquisito le abitazioni di tre giornalisti palermitani: Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza de Il Fatto Quotidiano, e Riccardo Lo Verso di livesicilia.it . Il provvedimento, attuato dai carabinieri, è scattato su ordine di Carmelo Zuccaro, procuratore aggiunto della città etnea. Al centro dell’indagine che ha scaturito la perquisizione, c’è la notizia esclusiva, pubblicata da Il Fatto Quotidiano il 9 ottobre scorso, di un possibile nuovo attentato progettato dal boss di Cosa Nostra Salvatore Riina. Secondo la procura di Catania la fonte che avrebbe fornito la notizia ai cronisti si sarebbe macchiata di violazione di segreto d’ufficio, con l’aggravante di aver favorito la mafia. I giornalisti non sono indagati poiché l’inchiesta è a carico di ignoti. Immediata la solidarietà dell’unione nazionale dei cronisti italiani.

 

Roma, nuova minaccia all’attore Giulio Cavalli

Una nuova minaccia nei confronti dell’attore Giulio Cavalli, attore e da tempo impegnato contro la mafia.

RomaUna pistola carica, nascosta vicino all’ingresso della sua nuova residenza a Roma. E’ l’ennesimo avvertimento lanciato a Giulio Cavalli, attore, scrittore e da tempo minacciato per la sua attività antimafia. Cavalli, 36 anni, lodigiano trasferitosi da qualche mese nella capitale, è stato portato in una località protetta poco dopo il ritrovamento, avvenuto intorno alle 18. Il caso è finito direttamente sulle scrivanie del capo della polizia Alessandro Pansa e del viceministro dell’Interno Filippo Bubbico.

Solidarietà a Giovanni Tizian, minacciato di morte dalla ‘ndrangheta

Il suo libro “Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” ha vinto il Premio Enzo Biagi 2012. “Mi si gela il sangue – le sue parole – Un motivo in più per continuare a raccontare il lato oscuro del potere in questo Paese. Insieme si vince.”

Prato – “O la smette o gli sparo in bocca”. Così il faccendiere Guido Torello si rivolge al boss della ‘ndrangheta Nicola Femia in una delle intercettazioni che hanno portato all’arresto di 29 persone per un giro illecito legato alle slot machine. Destinatario della minaccia è Giovanni Tizian, giornalista della Gazzetta di Modena e collaboratore di Repubblica e l’Espresso.

Le minacce non sono purtroppo una novità per il giovane giornalista. Tizian, 30 anni, era già sotto scorta. Il suo libro “Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” ha vinto il Premio Enzo Biagi 2012.

Oggi Tizian ha lasciato una risposta sul suo profilo Facebook: “Che dire, grazie per la vicinanza e la solidarietà. Il disgusto per l’audio sentito ieri è tanto, gela il sangue. Un motivo in più per continuare a raccontare il lato oscuro del potere in questo Paese. Ma non da solo. Dobbiamo essere in tanti. Le rivoluzioni culturali non sono opera di singoli. La collettività è capace di produrre grandi cambiamenti. Insieme si vince.” Parole semplici, di coraggio e speranza di cambiamento, alle quali ci associamo e che invitiamo a condividere e diffondere.

L’intercettazione: “Spariamo in bocca al giornalista” (Repubblica TV)

Giovanni Tizian: “Questa telefonata mi fa impressione” (Repubblica TV)

Mafia, un nuovo arresto per le stragi del 1993

E’ stato arrestato Cosimo D’Amato, accusato di aver fornito a Cosa Nostra l’esplosivo per le stragi del 1993.

FirenzeE’ stato arrestato Cosimo D’Amato, accusato di aver fornito a Cosa Nostra l’esplosivo per le stragi del 1993. D’Amato è cugino del boss palermitano Cosimo Lo Nigro, già condannato per le stragi del 1992. Cosimo D’Amato, 57 anni, pescatore di Santa Flavia, piccolo centro del palermitano, avrebbe fornito anche il tritolo per le stragi di Capaci e via d’Amelio.  Gli investigatori della Dia l’hanno arrestato sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Firenze Anna Favi, su richiesta della Procura che indaga sugli eccidi del 1993.

Mafia, arrestato l’uomo che fornì il tritolo… (di Sara Frangini, fonte: Il Fatto)

Mafia, nuovo arresto per le stragi… (di Salvo Palazzolo, fonte: Repubblica)

Associazione Georgofili, link (di Giovanna Maggiani Chelli)   

Associazione Georgofili link 1 (di Giovanna Maggiani Chelli)

 

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Confindustria punisca Fininvest perché paga il pizzo. Dirlo non è reato.

Non è diffamatorio affermare che la Fininvest pagò il pizzo alla mafia e che Confindustria dovrebbe adottare provvedimenti contro l’azienda di Silvio Berlusconi, per coerenza con le nette prese di posizione degli ultimi anni verso gli imprenditori che si piegano alle richieste criminali.

FirenzeNon è diffamatorio affermare che la Fininvest pagò il pizzo alla mafia e che Confindustria dovrebbe adottare provvedimenti contro l’azienda di Silvio Berlusconi, per coerenza con le nette prese di posizione degli ultimi anni verso gli imprenditori che si piegano alle richieste criminali. Lo ha stabilito il gip del Tribunale di Roma Maurizio Caivano, che il 31 maggio ha accolto la richiesta di archiviazione di una querela presentata da Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, contro ilfattoquotidiano.it. Per continuare a leggere l’articolo, pubblicato sul sito “Il Fatto” clicca qui.

 

Matrimonio “blindato” nella notte

Vent’anni fa la strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, e gli uomini della scorta.

FirenzeA distanza di 20 anni dalla strage di Capaci, pubblichiamo l’articolo, a firma di Enzo Biagi, uscito sul Corriere della Sera l’indomani di quel maledetto sabato.

Mi è capitato quando uccisero Kennedy: ero in un motel, lungo il Mississippi. Sullo schermo televisivo c’era Walter Cronkite, scamiciato, che leggeva tumultuose notizie di agenzia. Sabato sera ero a Milazzo, Sicilia, nella hall di un albergo. Una voce ha detto: «Hanno attentato a Falcone». E poco dopo: «E’ morto». Di fronte a certi fatti ti ritrovi con te stesso, coi sentimenti, e con la memoria. Senti le parole di circostanza: «Sbigottimento, sorpresa, indignazione», e le trovi consunte, e anche un po’ sconce. Ho conosciuto, e si è stabilito tra noi un rapporto di amicizia, o di confidenza, tre personaggi essenziali nella vicenda della mafia: Tommaso Buscetta, il primo «uomo d’onore» che ha parlato, Gianni De Gennaro, il giovane funzionario di polizia che lo incoraggiò a liberarsi del passato, e ne raccolse le confidenze; Giovanni Falcone, il magistrato che stese i verbali e tratteggiò la mappa di Cosa Nostra. Ci ha aiutato a capire.

Ero a cena con Giovanni Falcone e con Francesca Morvillo, una sera del 1987, in casa di un amico, Lucio Galluzzo, a Palermo: a mezzanotte andarono a sposarsi. «Come due ladri», dissero poi, solo quattro testimoni, così vuole la legge. Uscivano da tristi vicende sentimentali, e si erano ritrovati, con la voglia di andare avanti insieme, fino in fondo, fino alla strada che dall’aeroporto conduce in città . «Perché non fate un bambino?» chiesero una volta a Giovanni. «Non si fanno orfani, rispose, si fanno figli».

L’aria della Sicilia non sa di zagare, di mare o di gelsomini, odora di domande. La prima, la più angosciosa: chi uccideranno adesso, a chi toccherà? E perché proprio in questo momento? Il dottor Giovanni Falcone sapeva. Anche Dalla Chiesa cadde perché era solo, e senza poteri. E qualcuno che adesso piange, farebbe bene, per decenza, a tirarsi da parte. «Perché uccidano, spiegava Falcone, ci vuole una agibilità politica». Debbono sentire che, in qualche modo, sei abbandonato a te stesso. Ti hanno segnato nel libro, e non dimenticano.

Mi ha raccontato Tommaso Buscetta che, quando era un giovanottino, appena arruolato dalle cosche, ricevette l’ordine di far fuori un traditore. «Ma lui, dice Buscetta, era furbo, e andava sempre in giro col suo bambino. Lo teneva per mano, e allora non si sparava ai ragazzi, ai generali e ai magistrati, c’erano delle regole. Abbiamo aspettato dodici anni, poi andò a spasso da solo, e la sentenza venne eseguita».

Falcone è stato discusso e combattuto: dal Corvo, che cercava di sporcarne la figura, dagli scontri con Meli, un altro giudice, e poi con Cordova, che lo ha battuto nelle aspirazioni, nella carriera. Buscetta lo aveva anche avvertito: «Se lei va via da Palermo, lei non si salva». Falcone e Buscetta, si può dire, si stimano. Sono tutti e due siciliani: si capiscono e si rispettano. Falcone è coraggioso, acuto, e conosce l’argomento: e tratta l’imputato da uomo. «E’ onesto, dice Buscetta, e non è un persecutore. A Vincenzo Rimi sequestrarono anche le vacche, non mangiavano più, nessuno le accudiva, e le bestie creparono. «Il dottor Falcone si muoveva nei limiti della legge; non sbatteva dentro tua moglie se non era indiziata». Quando abbatterono Lima, Buscetta parlò : «Ora tocca a Falcone. Debbono dimostrare che sono loro che comandano, che hanno in mano il bastone e il destino della nostra isola». Si salva, spiega Don Masino, chi fa vita irregolare, niente abitudini, casa, ufficio: «Aveva tanto studiato la mafia, commenta ora, ma non sapeva con chi aveva a che fare. Ho perso un padre, un fratello». Sta da qualche parte, in America, e quando vuole, quando può, passano anche mesi, chiama. Un saluto. La voce è sempre la stessa, l’intelligenza anche: «Non sono un pentito, ribadisce, rinnego Cosa Nostra». Accenna a un politico molto in voga: «E’ un cretino, un cretino qualsiasi e puzza come un pesce che si secca al sole, da quattro o cinque giorni». La comunicazione si interrompe. Era commosso.

Rivedo la loro storia, come me l’hanno detta i due protagonisti. Il primo magistrato col quale Buscetta si abbandona è il dottor Giovanni Falcone: si incontrano a Brasilia, e il giudice istruttore ha subito l’impressione di trovarsi di fronte a una persona molto seria e dignitosa: «Tutti e due siamo palermitani, dice Falcone. Bastava un giro di frasi, un’occhiata, il riferimento a un luogo e a una vicenda, che ci capivamo. Giocavamo a scacchi». Lo avverte: «Scriverò tutto quello che mi dice, e farò il possibile per farla cadere in contraddizione». E Buscetta replica: «Intendo premettere che non sono uno spione, e quello che dico non è dettato dal fatto che spero di propiziarmi i favori della giustizia; le mie rivelazioni non nascono da un calcolo di interesse. «Sono stato un mafioso e ho commesso degli errori, per i quali sono pronto a pagare interamente i miei debiti, senza pretendere sconti. Voglio raccontare quanto è a mia conoscenza su quel cancro che è la mafia, affinché le nuove generazioni possano vivere in modo più degno e umano».

Falcone elenca le scoperte che il discorso di Buscetta consente. Cosa Nostra ha una sua ideologia, anche se censurabile. Sfrutta certi valori del popolo siciliano: l’amicizia, l’onore, il rispetto della famiglia, la lealtà. Calò butta fuori di casa Buscetta perché sta con una amante. Liggio lo condanna perché è andato con la sorella di un amico. Salamone è offeso perché non ha fatto da padrino al battesimo di suo figlio. L’onorata società strumentalizza virtù e meriti, è un inganno storico. Proclama che organizza i più deboli, invece fa il suo interesse. Ma dopo Buscetta non sarà più come prima. La sua confessione ha messo a posto le tessere del puzzle, e lo Stato acquista una maggiore credibilità . Quando affrontano i temi politici, Buscetta dice a Falcone: «Stabiliamo chi deve morire prima: io o lei?». Ora si sa come è andata. Dal suo capo Stefano Bontate anche Buscetta ha imparato a comandare col sorriso. È discreto e misurato: può accettare un mezzo pacchetto di sigarette, mai una stecca. Perché è un messaggio carcerario, come le arance.

Falcone fuma il sigaro, e Buscetta non lo sopporta: non si lamenta, ma fa sapere a un altro magistrato che quel fetore lo distrae. Mentre lo sta interrogando, c’è una radio accesa col volume troppo alto, e due poliziotti litigano nel cortile. Buscetta si alza e va a chiudere la finestra. Si intendono. Quando è dentro, sulla porta della cella attacca uno di quei cartelli che si usano negli alberghi: «Si prega di non disturbare». E’ lui che sceglie gli interlocutori, e li mette in guardia: «Se si crea un polverone, tutto va per aria, e crolla anche la poca fiducia della gente in una lotta vera alla criminalità organizzata: vedremo come vi comporterete», dice. La mafia organizza gli attentati al giudice Scaglione, che per Tommaso è una persona per bene, e al questore Mangano, per dimostrare che non sbaglia mai. Non solo uccide, ma toglie anche la reputazione. Buscetta depone senza nascondere la sua parte nel dramma, ammette gesti anche gravi; quando Cavataio si rende responsabile di tradimento, dice: «Giurammo di finirlo», non «giurarono». Quando parla, in tribunale, nessuno dalle gabbie lo interrompe, lo ascoltano in silenzio. Ha ancora prestigio, ma le regole non sono più quelle di una volta. Falcone ascolta, annota, e anche lui sorride. Sorride anche quando gli arrivano certi avvertimenti: sa che non potrà difendersi quando avrà di fronte i nemici di fuori, e quelli di dentro. Quando va a Roma, al ministero della Giustizia, lo accusano: «Ti sei messo coi tuoi nemici». Quattro anni prima l’onorevole Martelli lo aveva attaccato. Lui risponde: «Io sono coerente coi miei principi; sto con lo Stato». Alle ultime elezioni, non ha votato socialista, ma per il suo collega Ayala, repubblicano. È un laico. Perché proprio ora quei cinque morti, e quella dozzina di feriti? Perché le istituzioni sono fragili, c’è un vuoto al vertice, nessuno comanda. Perché bisogna distrarre l’opinione pubblica da quello che accade a Milano. Per far capire che non dimenticano. Per ricordare che loro sono i più forti.

La strage di Natale, quella del treno 904, fece passare in secondo piano le rivelazioni di Buscetta. Falcone contro Di Pietro. Forse il dottor Giovanni Falcone, giudice, ha reso l’ultimo servizio al suo Paese: a Montecitorio, con un sussulto di dignità , sceglieranno il presidente della Repubblica. Conterà , in particolare, un voto: quello dell’assassinato. Sognava un’Italia più pulita. L’ultima immagine che è rimasta nei suoi occhi è quella di un lembo di Sicilia: il mare, l’erba verde di un pascolo, gli olivi saraceni che tremano nel vento caldo, le buganvillee che stanno sfiorendo. Le lancette dell’orologio di Francesca Morvillo coniugata Falcone sono ferme sulle 18.08, è anche un’ora della nostra infelice storia. Debbono sentire che sei abbandonato a te stesso. Ti hanno segnato nel libro per sempre. L’ultima immagine rimasta nei suoi occhi è un lembo di Sicilia: il mare, gli olivi.

Firma: Enzo Biagi

Fonte: Corriere della Sera (24 maggio 1992)

Capaci e via D’Amelio. Vent’anni dopo (di Loris Mazzetti, fonte: Articolo 21)

Vent’anni (fonte: Liberainformazione)

Isolato e “seviziato”, ma non arretrò: per fermare Falcone … (Nando dalla Chiesa, fonte: Il Fatto)
 

Brindisi, attentato davanti alla scuola “Morvillo-Falcone”. Morta una studentessa, sette i feriti.

Tre ordigni, tre bombole di gas, sono esplose stamani davanti all’istituto “Morvillo-Falcone”. Una ragazza è morta, un’altra è in gravissime condizioni. Altre sei sono rimaste ferite.

FirenzeTre ordigni, tre bombole di gas, sono esplosi stamani davanti all’istituto “Morvillo-Falcone” di Brindisi. Una ragazza di 16 anni è morta, un’altra è in gravissime condizioni. Altre sei studentesse sono rimaste ferite. Gli inquirenti hanno trovato il timer. Gli investigatori privilegiano la pista mafiosa, anche se non si escludono anche altre ipotesi.

Brindisi, tre ordigni davanti alla scuola… (fonte: Il Fatto)

Brindisi, parla il procuratore della città (fonte: Il Fatto) 

Brindisi: Diana, “Torna il terrore mafioso” (fonte: Articolo 21)

Le parole del Presidente Napolitano

Attentato in una scuola a Brindisi… (fonte: Liberainformazione)

Il procuratore Morvillo: “La stagione delle stragi non è finita” (fonte: Il Tirreno)

L’appello ai milanesi di Gino Strada (fonte: facebook)

Le fiaccolate in Italia (fonte: Popoloviola)

Associazione Georgofili: “Vicinanza ai familiari…” (fonte Antimafia Duemila)

Anpi, Smuraglia “L’attentato a Brindisi, gravissimo e vile”

Milano, cade il bavaglio anti-Caselli

FirenzeAlla fine è stata una standing ovation. Trecentocinquanta-quattrocento persone in piedi ad applaudire per più minuti Giancarlo Caselli, che aveva appena offerto il racconto appassionato di quel che gli sta accadendo, l’elenco delle scritte indecenti comparse sui muri di tutte le città d’Italia e le precisazioni sull’inchiesta torinese sulle violenze (e non sul movimento) no-tav. Si è emozionato, e ha emozionato, il procuratore, quando si è soffermato sull’insulto volutamente ossessivo “Caselli mafioso”.

Proprio lui che andò volontario a Palermo dopo le stragi e che anche recentemente a Torino ha guidato l’operazione Minotauro, facendo arrestare 150 persone accusate di associazione ‘ndranghetista e altri reati. Ma si è emozionato ancora di più davanti a quella inaspettata dimostrazione di affetto e solidarietà, alla quale non hanno potuto partecipare almeno altre duecento persone impossibilitate a entrare nella Sala Alessi del Comune di Milano. E’ stata una svolta, probabilmente, in questa vicenda surreale, intitolata no-tav ma su cui si stagliano in lontananza i conti mai risolti di alcuni protagonisti degli anni di piombo con il vecchio nemico, simbolo della loro sconfitta.  Merito delle associazioni promotrici di ieri, che hanno fatto vedere a tutti e per sempre come si difende una democrazia quando il buon senso e il coraggio vacillano. Merito del Comune di Milano, che ha dimostrato che cosa può e deve fare un’istituzione per essere degna di questo nome.

Centinaia di cittadini “militanti della Costituzione” contro venti “rivoluzionari” che hanno fatto irruzione in sala tre ore prima con l’idea fissa che “Caselli non deve parlare” e pronti ad accusare Carlo Smuraglia, presidente dell’Anpi, di schierare i vecchi partigiani contro “i nuovi partigiani”! Venti persone alle quali, nonostante i continui appelli via web, non si è aggiunto nessuno. Speriamo che sia un segno per tutti. Il tempo dell’indifferenza è finito.

Firma: Nando Dalla Chiesa

Fonte: Liberainformazione