Mafia, omicidio Bosio: in appello condannato all’ergastolo il boss Madonia

Firenze – Ribaltata in appello la sentenza per l’omicidio del medico Sebastiano Bosio. La Corte d’Assise d’appello di Palermo ha condannato all’ergastolo il boss Nino Madonia. Il chirurgo Sebastiano Bosio era stato ucciso il 6 novembre 1981. Durante l’interrogatorio il collaboratore di giustizia Giovanni Brusca, di recente, aveva confermato il motivo dell’uccisione: un intervento chirurgico non eseguito dal medico su un uomo d’onore. In primo grado Madonia era stato assolto.

Informazione, assolto il giornalista Giacalone

Assolto dall’accusa di diffamazione il giornalista Rino Giacalone

Firenze – Un giornalista può apostrofare come «un gran bel pezzo di merda» un mafioso. A stabilirlo è stato il Tribunale di Trapani che ha assolto Rino Giacalone, collaboratore del Fatto Quotidiano ed impegnato per la sua attività in Libera, dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico Gianluigi Visco e nel dispositivo – le motivazioni saranno depositate entro 15 giorni – viene espressamente citato l’articolo 21 della Costituzione che garantisce la libertà di informazione. Il processo era scaturito dalle denunce di Rosa Pace, vedova di Mariano Agate, in seguito ad un articolo pubblicato su Malitalia.it in cui veniva ricostruito il profilo criminale del marito, morto per cause naturali nell’aprile 2013, a 73 anni.

 

L’8% dei commercianti dichiara di pagare il pizzo. E’ lo studio sulla zona 9 a Milano

Milano L’8,4% dei commercianti della Zona 9 di Milano dichiara di pagare, o aver pagato, il pizzo. E il 18,7% afferma di conoscere almeno una vittima di estorsione. La Zona 9 è fetta importante della città: va dal quartiere periferico di Affori-Bruzzano, ai grattacieli e ai locali notturni di Isola-Garibaldi-Repubblica, passando per lo storico quartiere dei Niguarda-Prato Centenaro. E’ il risultato di una ricerca presentata oggi a Milano, presente anche il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Nicola Gratteri.

La ricerca  “Criminalità organizzata, contesto di legalità e sicurezza urbana” è sata coordinata da Rocco Sciarrone, sociologo da anni impegnato in studi sull’espansione mafiosa fuori dalle aree tradizionali, e realizzata dai ricercatori Joselle Dagnes e Luca Storti del Dipartimento di culture, politica e società dell’Università di Torino. In collaborazione con l’associazione Civitas Virtus, lo studio ha raccolto 467 questionari compilati  da commercianti, ristoratori e artigiani della zona 9.

 

Toto Riina ricoverato per un malore. Non deporrà al processo “Borsellino quater”.

Toto Riina ricoverato all’ospedale di Parma.

Firenze Salvatore Riina è stato ricoverato all’ospedale di Parma per un malore. Il capo dei capi non potrà dunque essere ascoltato il prossimo 17 dicembre al quarto processo Borsellino per la strage di via D’Amelio, che si sta celebrando davanti alla corte d’Assise di Caltanissetta. A renderlo noto è stato l’avvocato difensore, Luca Cianferoni.

Mafia, Dia: “In un anno sequestri per 2,6 miliardi”

Roma – Ammonta a 2,6 miliardi di euro il valore dei beni sequestrati alla criminalità organizzata nel 2015. Mentre quello delle confische si attesta sui 530 milioni di euro. I dati sono contenuti nel rapporto annuale della Direzione investigativa antimafia illustrati oggi al Viminale, alla presenza del ministro dell’Interno, Angelino Alfano, e del direttore della Dia, generale Nunzio Antonio Ferla.

 

Palermo, arrestato Vincenzo Graziano. Comprò il tritolo per uccidere Nino Di Matteo.

Firenze La Guardia di Finanza ha fermato Vincenzo Graziano, il nuovo capo mandamento di Resuttana. Secondo Vito Galatolo, il padrino dell’Acquasanta, che da alcune settimane parla con i magistrati, Graziano si sarebbe impegnato per l’acquisto e la custodia del tritolo, destinato all’attentato contro il pm Nino Di Matteo, impegnato nel processo Trattativa Stato- mafia.

Mafia, la Cassazione conferma la condanna definitiva a sette anni per Marcello Dell’Utri

La Cassazione conferma la condanna a sette anni per Marcello Dell’Utri

Roma – Il fondatore di Forza Italia, il primo partito italiano degli ultimi vent’anni, è un amico di Cosa Nostra, uomo cerniera tra la piovra e Silvio Berlusconi. Nel giorno in cui l’ex premier inizia a scontare la pena con l’affidamento in prova ai servizi sociali, cadono i condizionali anche su Marcello Dell’Utri, l’amico di una vita, prima piazzato al vertice di Publitalia e poi l’ideatore di Forza Italia: la prima sezione della Corte di Cassazione ha infatti confermato la condanna a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, confermando la richiesta del procuratore generale. Al momento, Marcello Dell’Utri si trova a Beirut, in Libano dove Claudio Scajola, adesso in carcere, secondo l’accusa avrebbe suggerito al suo collega di partito, Amedeo Matacena, di recarsi poiché l’estradizione sembrerebbe più complicata ottenerla.

Dell’Utri, la Cassazione conferma la condanna a sette anni (fonte: La Repubblica)

Legali dell’Utri: “Ricorso a Strasburgo…. (fonte: Il Fatto)

Arrestato a Beirut Marcello Dell’Utri (12 aprile 2014)

Mafia, condannato Marcello Dell’Utri (25 marzo 2013) 

Mafia, la Cassazione: annullata la sentenza di appello contro Dell’Utri (9 marzo 2012)

Corte di Appello: Dell’Utri mediatore tra Cosa Nostra e Berlusconi… (19 novembre 2010)  

Mafia: Dell’Utri condannato a sette anni (29 giugno 2010) 

Tv, per battere la mafia non bisogna essere eroi

FirenzeNella tv del servizio pubblico si parla poco di criminalità organizzata e quando se ne parla lo si fa per raccontare fatti di cronaca o di commemorazioni. Non ci sono più programmi come Linea diretta, Tg2 Dossier, Samarcanda. Sono solo alcuni esempi di tv dimenticata in occasione dei 60 anni della Rai. Saviano, su Repubblica, ha dato lo spunto per un approfondimento chiedendo a Renzi che la mafia non rappresenti solamente un «tema morale, etico legato unicamente alla legalità in senso astratto». Gli affari della criminalità organizzata superano il 10% del Pil: 170 miliardi di euro, sottratti alle persone che vivono onestamente, a chi ha perso il lavoro, e su quei soldi si infrangono i sogni dei nostri giovani. Saviano chiede che si affronti il problema della legalità anche sotto il profilo economico, con leggi adeguate che impediscano il riciclaggio di denaro sporco e le infiltrazioni negli appalti grazie a società del Nord e la protezione di una classe politica corrotta.

La risposta di Superman Renzi (segretario del Pd, presidente del Consiglio, ciclista, podista, scrittore, è in libreria con un nuovo libro) è stata immediata. Sulle promesse il premier è imbattibile: ha diviso in cinque punti l’azione che il governo deve intraprendere per fermare la “Mafia Spa“, ma la risposta è inadeguata, sa di tesina scolastica insufficiente, con un unico obiettivo: prendere tempo come chi, nel recente passato, aveva promesso di sconfiggere mafia e cancro nel giro di pochi anni. Il paese come diceva Sciascia, non ha bisogno di “quaquaraquà”. Sono tra quelli che pensano che Renzi debba essere lasciato lavorare prima di essere giudicato, ma se il buongiorno si vede dal mattino (aumento della tassa sulla casa, Gentile, ecc…), tempesta all’orizzonte. Il premier e il ministro della Giustizia Orlando, blindato da due berlusconiani doc: Ferri e Costa, e in confusione visto che sull’azione di governo la lotta alla criminalità organizzata è relegata al penultimo posto (superata per la maglia nera solo dalla riforma del sistema radio-tv), avrebbero dovuto prendere un volo per Palermo per stringere la mano a Nino Di Matteo e ai suoi colleghi pm che, contro tutto e tutti, rischiando la vita, colpiti quotidianamente da giornalisti infami e da politici meschini, stanno portando avanti il processo sulla trattativa Stato-mafia; poi in auto verso la provincia di Agrigento a stringere la mano al galantuomo Ignazio Cutrò, testimone di giustizia. Per far questo non bisogna essere Superman, ma avere semplicemente le palle.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Cassazione: non fu ingiusta la detenzione per Mannino. Nessun risarcimento all’ex ministro.

Roma La Cassazione ha respinto la richiesta di risarcimento per ingiusta detenzione avanzata da Calogero Mannino, poiché – scrivono i supremi giudici nella sentenza – il politico aveva «accettato consapevolmente l’appoggio elettorale di un esponente di vertice» della mafia, Antonio Vella. Mannino è stato prosciolto definitivamente dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ma la Suprema Corte ha ritenuto motivate le esigenze cautelari. L’ex ministro, attualmente imputato nel processo di Palermo sulla trattativa fra lo Stato e la mafia, è stato detenuto in carcere nel 1995 (dal 13 febbraio al 14 novembre) e, successivamente, nel 1997, ai domiciliari (dal 15 novembre al 3 gennaio). L’assoluzione definitiva arrivò nel 2010, dopo 17 anni di processo, quando la Cassazione respinse il ricorso della Procura di Palermo contro l’assoluzione.

Mafia, Cassazione: no al 41 bis per i boss colpiti da gravi malattie

Niente 41 bis per i boss affetti da gravissime malattie. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che oggi ha accolto il ricorso di Filiberto Maisano, 81 anni, ritenuto un capomafia della ‘ndrangheta reggina, per il quale l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano nel dicembre 2010 dispose il regime carcerario del 41 bis

RomaNiente 41 bis per i boss affetti da gravissime malattie. Lo ha stabilito una sentenza della Cassazione che oggi ha accolto il ricorso di Filiberto Maisano, 81 anni, ritenuto un capomafia della ‘ndrangheta reggina, per il quale l’allora ministro della Giustizia Angelino Alfano nel dicembre 2010 dispose il regime carcerario del 41 bis. Maisano,  detenuto nel carcere di Novara, si è rivolto alla Cassazione per chiedere di modificare la misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari “per gravi motivi di salute”. La Suprema Corte ha accolto il suo ricorso disponendo un nuovo esame davanti al Tribunale della Libertà di Reggio Calabria.

In particolare, la Cassazione che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità» e che anche quando si è in presenza di esponenti di spicco della criminalità, è necessario equilibrare «le esigenze di giustizia, quelle di tutela sociale con i diritti individuali riconosciuti dalla Costituzione».