Strage di Bologna, 36 anni dopo nessun mandante

Firenze – Il 2 agosto 1980 una bomba esplose nella sala di attesa di seconda classe della stazione di Bologna: 85 morti, di cui 5 bambini – la più piccola Angela Fresu di soli 3 anni – e oltre 200 i feriti. Dopo 36 anni mancano ancora i mandanti, gli ispiratori della strage. «Al banco degli imputati non si sono seduti i mandanti». E’ un passaggio del discorso pronunciato oggi in occasione dell’anniversario dal presidente dell’Associazione familiari delle vittime  Paolo Bolognesi, che critica la Procura. «Se la Procura avesse dedicato ai documenti che abbiamo presentato, almeno un decimo delle energie e del tempo che ha investito sull’archiviata fantomatica “pista palestinese“, ipotesi priva di qualsiasi supporto che ne confermi l’attendibilità – sostiene Paolo Bolognesi – , forse avremmo saputo perché Gelli non ha voluto fornire alcuna spiegazione su un documento intestato “Bologna” che dimostrava il versamento prima e dopo la strage di circa 15 milioni di dollari». «Alla Procura, abbiamo consegnato accurati dossier con nomi, dati, fatti ricostruiti sulla base di un’attenta e incrociata lettura dei documenti relativi alle stragi di Bologna, Brescia, Milano e al crack del Banco Ambrosiano – aggiunge Paolo Bolognesi – Un materiale consistente che, se approfondito e sviluppato giudiziariamente, potrà permettere ai magistrati di identificare i mandanti. Un’azione investigativa che i familiari delle vittime attendono ancora che sia compiuta».

Non sono mancate critiche all’indirizzo del governo in materia di risarcimenti ai familiari delle vittime. «Il 2 agosto del 2013, qui, il governo assicurò che entro il mese di settembre dello stesso anno, la mancata completa attuazione della legge 206/2004 per i risarcimenti alle vittime si sarebbe risolta – ricorda il presidente Bolognesi –  Oggi, tre anni dopo, dobbiamo dire che quella promessa non è stata mantenuta e alcuni problemi sono stati risolti solo parzialmente». «Nonostante quanto garantito dalla legge – prosegue Bolognesi – , le vittime e i loro familiari continuano a subire ritardi insostenibili, perfino di anni, nella gestione delle loro pratiche da parte dell’Inps e degli altri Ministeri preposti».  «Recentemente il governo – precisa Bolognesi – ha rinnovato l’impegno di risolvere tutte le misure applicative della legge 206 definendo, in brevissimo tempo, tutto ciò che può essere risolto in via amministrativa ed entro il 31 dicembre, all’interno della legge di stabilità, tutto ciò che necessita di una norma di legge. Il fatto nuovo è che i vari ministeri interessati hanno approvato e condiviso questa indicazione mettendosi a disposizione per risolvere tutti i problemi esistenti. Prendiamo atto di questa apertura e vigileremo affinché tutto sia fatto e fatto bene».

Infine, il presidente dell’Associazione si è soffermato sul reato di depistaggio che entra in vigore proprio il 2 agosto 2016. «Finalmente, è stata approvata la legge che introduce il reato penale di depistaggio – così Bolognesi – Sono trascorsi 23 anni per raggiungere questo obiettivo. Da oggi, l’impunità è finita, perché questa legge assegna alla magistratura strumenti e pene adeguate ed un depistatore rischia molti anni di carcere».

Strage di Bologna, 36 anni dalla bomba… (fonte: Il Fatto)

Strage di Bologna: “Mancano ancora mandanti …” (fonte: Articolo21)

Bologna, il buco nero della strage alla stazione (fonte: L’Espresso)

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Bologna e il 2 agosto: le storie delle 85 vittime… (fonte: La Repubblica) 

Il messaggio del Presidente della Repubblica

Strage di Bologna, il governo Renzi e le promesse dimenticate

Firenze Alla commemorazione della Strage di Bologna, il governo non se la caverà con il solito ministro irresponsabile dalle inutili promesse come è accaduto con Delrio e Poletti. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei famigliari delle vittime, parlamentare Pd molto deluso, è chiaro: «Non abbiamo intenzione di fischiare nessuno, contesterò il comportamento del governo Renzi che in 35 anni è l’unico che non ha mantenuto la parola data. Se il premier non vuole essere contestato chieda immediatamente all’Inps di applicare la legge 206 sui risarcimenti alle vittime di stragi approvata nel 2004: subito la pensione alle quattro persone (allora bambini) rimaste ferite sull’80% del corpo, per i restanti aventi diritto con legge di Stabilità. Renzi, contro la nostra volontà, ci sta obbligando a portare l’Inps in tribunale».

Il 2 agosto 1980 i criminali fascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini misero una bomba alla stazione di Bologna che esplose alle 10,25: 85 morti e 200 feriti. A chi interessa la verità? I politici di oggi, come quelli di allora, sono alla ricerca dell’oblio. Il tempo consuma la storia: i testimoni scompaiono e i giovani, non sono aiutati dalla scuola a conoscere i fatti. «Renzi era partito bene quando nel 2014 fece declassificare i documenti delle stragi dal 1969 al 1984. La direttiva non doveva essere lasciata andare al caso». Secondo Bolognesi il governo avrebbe dovuto seguirla anche nei minimi dettagli, e ad applicarla non dovrebbero essere gli stessi uomini che nel passato avevano nascosto gli atti. Non esiste un elenco consultabile e i documenti che vengono consegnati sono a discrezione dei singoli ministeri. «Mi sembra una barzelletta. Avevamo consegnato 70 domande ai servizi segreti, dopo un anno hanno risposto solo a 4: sui rapporti tra Fioravanti, Gelli e la P2, ci hanno risposto che non c’è nulla».

Bolognesi non si arrende, grazie alla digitalizzazione degli atti dei processi e all’importante lavoro fatto dai magistrati sulla strage di Brescia, che ha portato la Cassazione a condannare all’ergastolo i fascisti di Ordine nuovo Maggi e Tramonte, scoprono la relazione tra Fioravanti e la P2 di Gelli. Elio Massagrande, uno dei fondatori di Ordine nuovo, rifugiato in Paraguay, nel 1984 ospita Gelli dopo l’evasione dalla Svizzera. Lì il Venerabile riceve una lettera dai fascisti Paolo Marchetti e Rita Stimamiglio in cui gli scrivono: «Saremmo onorati di incontrala». I due coniugi avevano ospitato a Padova Fioravanti e Mambro subito dopo la strage di Bologna.

«L’esistenza di rapporti tra la P2 e gli assassini fascisti è documentata. Perché l’abbiamo trovata noi e non i servizi segreti?» Bolognesi aggiunge: «I depistaggi esistono ancora oggi, come quello inventato da Cossiga: la fantomatica pista palestinese». Quella lettera di per sé non dice nulla, ma è importante se messa in relazione con altri fatti documentati. Fioravanti, che non è solo uno spietato killer o un capro espiatorio, come qualcuno tenta di far credere, è il filo conduttore che lega l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) e l’assassinio del giudice Mario Amato che stava indagando sui fascisti e aveva intuito ciò che stava per accadere.

La sentenza della Cassazione sulla strage di Brescia è importante perché ha creato un percorso. «Nel 1974 sono quattro le stragi, solo mettendole in relazione l’una con l’altra si può arrivare al vero obiettivo dei mandanti». Vi è un’altra promessa disattesa da parte del governo che riguarda l’introduzione nel codice penale del reato di depistaggio e inquinamento processuale. Nel 2013 Del Rio disse: «Costruiremo una corsia preferenziale per approvarla al più presto». La legge è stata votata alla Camera nell’autunno 2014, grazie al lavoro in Parlamento di Bolognesi, poi insabbiata al Senato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Mattarella: “L’Italia ha il dovere di non dimenticare la strage di Bologna…”

35 anni fa la strage di Bologna… (di Stefano Corradino, fonte Articolo 21)

Strage di Bologna, Guccini… (di Emiliano Liuzzi, fonte: Il Fatto)

Strage di Bologna… (di David Marceddu, fonte: Il Fatto)

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L’anniversario… (fonte: Il Fatto)

Dopo 35 anni non si dimentica… (di Beppe Persichella, fonte: Corriere della Sera)

Strage di Bologna… (di Emilio Marrese, fonte: La Repubblica)

 

 

 

 

 

P2, online sulla Rete degli archivi tutti i documenti della Commissione Anselmi

Firenze Da oggi alle 15 sono on-line gli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, guidata da Tina Anselmi dopo l’esplosione, nel 1981, dello scandalo sulla loggia massonica segreta di Licio Gelli a cui risultarono iscritti politici, giornalisti, imprenditori, alti ufficiali, funzionari dello Stato e dei servizi segreti. I 130 volumi frutto del lavoro della Commisione Anselmi sono disponibili dalle 15 sul sito della Rete degli archivi per non dimenticare, che riunisce oggi più di sessanta tra associazioni, centri di documentazione, fondazioni, archivi di Stato e istituti privati «che conservano documentazione relativa al terrorismo, all’eversione, alla violenza politica e alla criminalità organizzata in tutti gli aspetti sociali, civili e politici».

Licio Gelli indagato per reati fiscali, sequestrata villa “Wanda”

L’ex Venerabile della P2 Licio Gelli è indagato dalla procura di Arezzo per reati fiscali e sottrazione fraudolenta di 17 milioni di euro di imposte dai redditi

FirenzeL’ex Venerabile della P2 Licio Gelli è indagato dalla procura di Arezzo per reati fiscali e sottrazione fraudolenta di 17 milioni di euro di imposte dai redditi. La Guardia di Finanza ha sequestrato preventivamente villa Wanda, residenza storica del capo della P2. In totale sono sei gli indagati: Licio Gelli, la moglie Gabriella Vasile, i tre figli Maurizio, Maria Rosa e Raffaello, e un nipote, Alessandro Marsilli. Il reato contestato è quello previsto dall’art.11 del decreto 74/2000, sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte. Gelli avrebbe tentato di vendere fittiziamente villa Wanda a una società terza per non pagare le imposte dovute allo Stato ed evitare che Equitalia la potesse pignorare. Gelli, 94 anni, vive tuttora nella villa nel cui giardino, nascosti in vasi e fioriere, furono trovati nel 1998 oltre 160 chili d’oro in lingotti.

 

Strage di Bologna, arrivare ai mandanti è possibile

Firenze 2 agosto 1980, ore 10,25. 20 chilogrammi di micidiale esplosivo fanno saltare in aria la stazione di Bologna, uccidendo 85 persone e ferendone 200. Da quel momento  parte, e continua ancora fino ai giorni nostri, un tristissimo calvario per quelli di noi che erano qui quel giorno e si sono ritrovati lesi nel corpo e nell’anima e per i familiari di chi in questo piazzale ha trovato la morte, costretti a subire un ergastolo del dolore deciso da altri.

I nomi di questi “altri” vogliamo ricordarli da questo palco, per ricordare le  loro responsabilità, le responsabilità di chi ha attuato la strage alla stazione e di chi ne voleva nascondere i retroscena: sono i terroristi fascisti Francesca Mambro, Valerio Fioravanti e Luigi Ciavardini, esecutori materiali;  sono  il Gran Maestro della Loggia Massonica P2 Licio Gelli, il faccendiere Francesco Pazienza, gli appartenenti al SISMI (Servizio Segreto Militare)  ed iscritti alla Loggia Massonica P2, generale Pietro Musumeci e colonnello  Giuseppe  Belmonte, coloro che hanno depistato le indagini per tentare di condurle su un’ inconcludente pista internazionale. Nonostante le condanne, tutti costoro sono in libertà  da anni. Nel manifesto di quest’anno abbiamo scritto: OGGI ARRIVARE AI MANDANTI È  POSSIBILE: IL RICORDO CONSOLIDI LA MOBILITAZIONE DELLE COSCIENZE. LA VERITÀ È A PORTATA DI MANO.

Dopo  le condanne definitive del 1995 e del 2007, non vi è più stato nessun sussulto da parte della Procura di Bologna, nessun tentativo di leggere il loro disegno politico, pur abbastanza trasparente, se letto nel contesto complessivo di tutto il disegno stragista portato avanti dal 12 dicembre 1969  ed esposto lucidamente nella relazione della Commissione Parlamentare presieduta dalla onorevole Tina Anselmi ed attraverso una  serie di accertamenti eseguiti nell’ambito delle indagini svolte da numerosi altri giudici.

Oggi ci rendiamo conto che, nel corso delle indagini sul fallimento del Banco  Ambrosiano, furono sequestrati a Licio Gelli anche altri atti dai quali, sulla base delle conoscenze attuali, è possibile trarre argomento per considerare il suo coinvolgimento  molto più che un semplice depistaggio. Infatti, appunti recentemente rintracciati, scritti da  Licio Gelli e contenenti riferimenti alla città di Bologna, provano la destinazione a luglio 1980 di milioni di dollari a persone vicine a Gladio e ai Servizi Segreti; in esse si fa  esplicito riferimento a finanziamenti per oltre 10 milioni di dollari, erogati tra luglio e settembre 1980 tramite le collegate estere del Banco Ambrosiano a  favore di uomini che  a quelle strutture appartenevano. 

Tutto ciò porta a presupporre che non siamo più nell’ambito del depistaggio, ma in   quello del pieno concorso nell’organizzazione della strage. Da una attenta lettura di tutte le sentenze definitive pronunziate sinora in materia di stragi, anche se assolutorie in ordine a singole posizioni processuali, tutte indicano univocamente negli ordinovisti veneti i responsabili di tutte le stragi dal 1969 in poi e nei servizi segreti le strutture che hanno offerto loro sistematicamente protezione. Non vi è alcun dubbio che l’interpretazione della vocazione stragista di alcuni  ceti in quegli anni fu resa processualmente impraticabile per effetto della copertura data dagli onorevoli Giulio Andreotti e Francesco Cossiga alla   operazione Gladio ed alle strutture connesse, che, contrariamente  a quanto dichiarato in Parlamento dal  primo, nell’autunno 1990, era strutturata  per condizionare il normale svolgimento della vita democratica del Paese e sfruttava sistematici rapporti di collaborazione e di strumentalizzazione degli uomini di Ordine Nuovo e della mafia.

Vi sono poi anche numerosi altri elementi di prova che l’Associazione ha sottoposto all’attenzione della Procura bolognese da oltre un anno.Tutti dimostrano che a suo tempo i depistaggi furono molto più numerosi di quelli accertati e che la presenza pervasiva di ufficiali e funzionari piduisti negli organi di investigazione riuscì allora pienamente nel proposito di frammentare il materiale investigativo in modo che esso non fosse leggibile nella sua unitarietà.

Aspettiamo che la magistratura ne tragga le conseguenze evitando di farsi blandire e prendere in giro da acchiappafantasmi che sembrano perseguire il solo scopo del depistaggio della memoria e di sollecitare da parte della opinione pubblica un’assoluzione  mediatica degli esecutori materiali della strage già condannati con sentenza definitiva. Una  cosa è certa, ed oggi viene emergendo progressivamente nel corso di alcuni  processi: le indagini di quegli anni furono fortemente viziate dal pregiudizio della completa separatezza tra attentati di natura terroristica ed attentati di natura mafiosa. La  democrazia italiana non può più convivere con una serie di equivoci che hanno poi aperto la strada ad ulteriori  tentativi, non meno insidiosi, di  ribaltare l’assetto costituzionale del Paese.

Occorre che sia chiaro a tutti che la strage del 2 agosto 1980 oltre le 85 vittime ed i 200  feriti ha avuto come parte offesa principalmente la democrazia di questo Paese. Nelle  settimane precedenti la strage alla  stazione, Mario Amato aveva intuito che il  Paese si trovava alla vigilia di avvenimenti drammatici: “Siamo in  pratica  alle soglie di una guerra civile” aveva dichiarato nel corso di accorate audizioni davanti al Csm, avvenute nel marzo e nel giugno 1980, l’ultima dieci giorni prima di essere assassinato dai NAR guidati da Valerio  Fioravanti. È anche e soprattutto grazie al lavoro di quell’eroico magistrato che si  è potuti giungere a scoprire esecutori e depistatori della  strage del  2 agosto ed  a  lui e ai magistrati che hanno saputo raccoglierne il testimone va tutta la nostra commossa riconoscenza.

La verità raggiunta finora è però solo parziale: mancano i mandanti e gli ispiratori politici. Oggi si può fare di più. Oggi si deve fare di più.

Tra i 400 nomi che avevamo suggerito alla procura di interrogare vi era quello di Amos  Spiazzi.  Non c’è avvenimento dal potenziale contenuto eversivo che non abbia visto emergere, negli anni ’70 e ’80 il nome del colonnello Amos Spiazzi, che nonostante ciò (o forse proprio per questo) ha percorso tutti i gradi della carriera militare, fino a divenire generale. Amos Spiazzi è morto nel novembre dello scorso anno, senza che nessuno lo avesse interrogato.

Nessuno gli ha chiesto perché nella sua agenda del 1980, il giorno 2 agosto, all’ora della strage, avesse annotato: “Pacco ritirato in posto B”. Nessuno gli  ha  chiesto  quali  erano  gli  ordini  a cui più volte aveva proclamato di obbedire, e da chi provenivano questi ordini.

Nessuno  ha  chiesto perché già nel marzo del 1980, cinque mesi prima della strage,  fosse stato artefice del primo depistaggio tendente ad incastrare il neofascista  “dissidente”  Marco Affatigato e far fallire con lui ogni indagine sulla strage.

Riteniamo di aspettarci, in forza della nostra fiducia nello Stato di diritto, che la  magistratura non mancherà di sgombrare il campo dai cosiddetti depistaggi, di cui  gli  esiti parziali della Commissione Mitrokhin sono uno degli esempi, ed approfondisca tutto ciò che è utile e necessario dalla  rilettura generale del fenomeno terroristico che abbiamo proposto.

Nel frattempo è scomparso anche il senatore a vita Giulio Andreotti e nessun magistrato  di Bologna ha trovato il tempo di interrogarlo, nonostante il suo nome sia stato fatto da più testimoni del processo per piazza della Loggia come referente del cosiddetto Anello, un servizio supersegreto che coordinava  elementi  dei  vari  servizi segreti e della malavita.

Ci rivolgiamo ai magistrati, alle istituzioni e ai cittadini tutti: oggi è possibile svelare e  raccontare una storia collettiva sepolta da circa trent’anni  di oblio organizzato, è  possibile  portare  avanti  quelle battaglie proprie delle associazioni delle vittime.

Firma: Paolo Bolognesi (Presidente Associazione vittime della strage di Bologna)

Strage di Bologna, 33 anni dopo (fonte: Il Fatto)   

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Tutti presenti il 2 agosto: “Io ci sarò perché Bologna non dimentica”

FirenzeValerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini sono tre assassini condannati definitivamente per la strage di Bologna del 2 agosto 1980: 85 morti e 200 feriti. Licio Gelli è l’ultimo gerarca fascista (così lui ama definirsi), che insieme agli ufficiali del Sismi Musumeci e Santovito (tutti iscritti alla loggia massonica P2), hanno tentato, inutilmente, di depistare gli inquirenti dai veri responsabili della strage, per questo sono stati condannati anche loro definitivamente.

Poco importa se Gelli con il suo solito sarcasmo ha definito la strage della stazione “una fatalità causata da un mozzicone di sigaretta che ha procurato un surriscaldamento generando l’esplosione”. Il problema non è Gelli o le dichiarazioni di Fioravanti contro la memoria della suocera di Paolo Bolognesi, vittima della strage. Del killer, cresciuto negli studi di Cinecittà, abbiamo le immagini indelebili quando durante il processo, in sfregio al dolore dei famigliari e al lavoro dei giudici, rideva, scherzava, appiccicato alla Mambro all’interno della gabbia, dimostrando un totale disinteresse per quella sentenza che lo avrebbe consegnato alla storia come uno degli autori dell’azione più vile: uccidere bambini, donne, uomini, innocenti e indifesi.

Il problema, dal 1947 (strage di Portella della Ginestra) ad oggi, di fronte agli attentati nei confronti non solo dei civili, ma anche dei magistrati, delle forze dell’ordine, è l’assenza dello Stato che con gli anni è sempre più lontano dalla cultura dei valori e dei principi costituzionali. Fioravanti, Mambro, Ciavardini sono tre manovali, violenti, assassini, ma sempre manovali sono che hanno preso ordini, mancano le teste pensanti, i mandanti, che da quel lontano 1947 si nascondono dentro i palazzi delle istituzioni. Il 2 agosto il governo deve prendere l’impegno di abolire il segreto di Stato, solo così si potrà consegnare la verità alla società e in particolare a tutti quei cittadini lasciati soli che non hanno mai smesso di soffrire.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21 

 

Strage di Bologna: il vero scandalo sono le parole di Gelli.

FirenzeCome accade ogni anno, sono iniziate le polemiche che precedono la commemorazione della strage alla stazione di Bologna, avvenuta il 2 agosto 1980. Questa volta la buriana ha riguardato due persone condannate in via definitiva per quell’attentato: Licio Gelli, 10 anni per i depistaggi, e Valerio Fioravanti, ergastolo (per quanto ora libero) come esecutore materiale.

Il primo, capo della loggia P2, ha detto che a provocare l’esplosione è stato un mozzicone di sigaretta. Non è una gran novità, dato che nel 1981 raccontava la stessa storia con una variante: allora il mozzicone era di sigaro. Per quanto riguarda più in generale il discorso sull’esplosivo, ne sono state inventate di tutti i colori, ma non si dimentichi che quello deflagrato a Bologna era stabile e doveva per forza essere innescato da un dispositivo, cosa che avvenne.

Più grave, a mio avviso, è che Gelli dica che lui e i suoi fedelissimi piduisti fossero delegati alla nomina dei vertici dei servizi segreti di quegli anni. Che, guarda caso, erano tutti iscritti all’organizzazione dello stesso venerabile. Questo la dice lunga sulla limitatezza della libertà delle nostre istituzioni e dunque della nostra democrazia.

Venendo a Fioravanti, avrebbe detto – poi smentendo di averlo fatto – diverse cose su di me. Lascio perdere il cinico sarcasmo su mia suocera, uccisa a 50 anni dall’esplosione. Volevo commentare un altro paio di passaggio. Intanto che farei politica sulla pelle delle vittime e dell’associazione che presiedo. Ecco, si sappia che – pur tra le differenze di vedute – il lavoro dell’associazione è corale. Intanto ne fanno parte solo familiari delle vittime e non estranei che ci bazzicano intorno. Ci sono 5 riunioni all’anno e quando si decidono il manifesto per l’anniversario e il testo del discorso dal palco da leggere il 2 agosto di ogni anno se ne parla tutti fino alla sera prima e ognuno ha il diritto di dire qualcosa e ogni input viene ascoltato.

Inoltre, secondo Fioravanti, io sarei un “vecchio partigiano mosso dall’ideologia”. Sono nato nel 1944 e dunque non posso aver preso parte alla guerra di Liberazione, ma sono iscritto all’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. E non ho problemi ad ammetterlo: sono orgoglioso di quell’iscrizione.

Firma: Paolo Bolognesi

Fonte: Il Fatto

Strage di Bologna, l’appello di Articolo 21 (Fonte: Il Fatto)

Strage alla stazione… (fonte: Il Fatto Quotidiano)

 

Frequenze tv: basta giochi, la Ue ci guarda.

Firenze – Che Mediaset (e non solo) sia “disturbata” per la vicenda beauty contest è evidente dopo che, per circa trent’anni, sua Emittenza ha potuto disporre a suo piacimento, grazie a politici compiacenti, del mercato tv. Che il ministro Passera sia in “imbarazzo” perché costretto ad intervenire lo dimostra la decisione di sospendere il beauty contest e non abolirlo, quando bastava applicare le direttive dell’Unione europea, ma il sistema televisivo per il governo di Mario Monti è terreno minato, toccarlo si mette a rischio la fiducia.

Dal 2008 la Corte di Giustizia accusa l’Italia di vivere in un regime che ha consentito l’occupazione abusiva delle frequenze, grazie a leggi che hanno impedito la crescita della concorrenza e del pluralismo: “Tale regime non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e spropositati”. È un’accusa diretta alle Autorità preposte al controllo per non aver svolto il loro lavoro, la cui anomalia sta nella nomina dei commissari sempre di parte (il più delle volte politici trombati) e mai al di sopra di ogni sospetto. L’Italia è il Paese delle mafie, delle cricche della P2 e derivati, dei “furbetti”, quelli del quartierino sono andati in galera, mentre quelli dell’etere si sono arricchiti usando a loro piacimento un bene comune, le frequenze radiotelevisive, grazie a leggi che non regolamentavano ma si limitavano a prendere atto dell’esistente rendendo legittimo ciò che non lo era. Tra questi, oltre al Cavaliere, Raimondo Lagostena il proprietario del circuito Odeon Tv, il network che nel 2008 mise in onda Venerabile Italia condotta da Licio Gelli, arrestato con l’ex assessore lombardo Prosperini, per corruzione, turbativa d’asta e tangenti per promozione in tv; Lucio Garbo titolare di Canale Italia che, grazie alla sua amicizia con l’ex ministro Gasparri, è riuscito a far diventare la sua tv, poco più che regionale, il quarto network italiano.
Tra i furbetti va inserito l’ex ministro Paolo Romani che prima di essere folgorato da B. diventando il suo uomo della tv, ha lavorato per Grauso, Peruzzo, per Ligresti a Telelombardia, poi in proprio con Lombardia 7 rischiando fallimento e bancarotta, salvato solo dalla cessione delle frequenze che l’acquirente tentò, a sua volta, di cedere sottobanco alla Rai diretta da Flavio Cattaneo per la bella cifra di 24 milioni di euro. Chissà chi aveva fatto da tramite?

Grazie al mancato controllo le frequenze non sono mai state assegnate, il più delle volte rubate. L’etere è diventato una sorta di Far West con oltre 500 tv. Per riuscire a “disboscare” dal canale 61 al 69, lo Stato è costretto a sborsare 174 milioni a quelle tv che hanno occupato, più o meno gratuitamente, le frequenze. Negli altri paesi europei sin dall’inizio le tv illegali sono state immediatamente chiuse, da noi, invece, quando un pretore si permise di applicare la legge oscurando i canali della Fininvest che trasmettevano irregolarmente a livello nazionale, il presidente del Consiglio Craxi tornò appositamente dall’estero, abbandonando un vertice internazionale, per firmare il famoso decreto “salva Berlusconi”. I “furbetti” si sono arricchiti commercializzando i diritti d’uso delle frequenze ottenute gratuitamente grazie a legge come la Maccanico e la Gasparri che addirittura ha autorizzato il trading privato come “strumento ordinario di assegnazione per la costituzione delle reti digitali”.

Perché l’urgenza di Romani di rendere esecutivo il beauty contest? (Ideato da Roberto Sambuco, il lobbista di Wind e Mister Prezzi, a sua volta uomo del piduista Bisignani, confermato da Passera – alla faccia della trasparenza e del cambiamento – a capo del dipartimento per le Telecomunicazione del ministero). Nel beauty contest è presente un articolo che assegna le frequenze gratuitamente per 20 anni, rinnovabili, ma dopo 5 anni possono essere cedute, l’urgenza era dettata dalla volontà di anticipare la normativa dell’UE che lo renderà illegittimo. Perché impone agli Stati, alla fine dello switch off (2012), l’adeguamento del codice delle Comunicazioni elettroniche, che contiene come principale emendamento “il divieto di trasferimento dei diritti d’uso se il diritto è stato ottenuto inizialmente a titolo gratuito”, bloccando così di fatto il business garantito dalla legge Gasparri che ha permesso alle tv che erano in possesso di frequenze analogiche di ottenere gratuitamente quelle digitali. Ciò significa che le frequenze ottenute gratuitamente non possono essere commercializzate, se inutilizzate devono essere restituite all’unico proprietario: lo Stato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Strage di Bologna: la colpevole assenza del governo

Sono trascorsi 31 anni dalla strage alla stazione di Bologna. Il 2 agosto 1980 una bomba provocò la morte di 85 morti, 207 feriti di cui 70 con invalidità grave. Conosciamo gli esecutori materiali, ma chi sono i mandanti?

Firenze – La commemorazione di una strage dovrebbe essere il momento che unisce un Paese. Lo è per gli Stati Uniti, lo sarà per la Norvegia, per l’Italia e per Bologna no. Il 2 agosto di 31 anni fa tre terroristi neri appartenenti ai Nar, Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, furono condannati (Mambro e Fioravanti all’ergastolo, Ciavardini a 30anni), per essere stati gli esecutori materiali della strage alla stazione di Bologna (2 agosto 1980): 85 morti, 207 feriti di cui 70 con invalidità grave. Silvio Berlusconi, da quando è “sceso in campo” (dal 1994 ad oggi è stato  presidente del Consiglio per 9 anni) non si è mai degnato di essere presente e da due anni non manda un ministro alla commemorazione. Gli innumerevoli processi, dopo anni d’indagini, hanno individuato le responsabilità della P2 e di alcuni affiliati: dal Venerabile Gelli (condannato a 10 anni per calunnie aggravate dalla finalità di terrorismo per aver tentato di depistare le indagini), al faccendiere Pazienza, agli ufficiali del Sismi Musumeci e Belmonte. Tutti fratelli della stessa loggia massonica di Silvio Berlusconi (tessera 1816), che a proposito di P2 è stato condannato per falsa testimonianza (reato amnistiato), e di Fabrizio Cicchitto (tessera 2232), capogruppo in parlamento del Pdl. Un governo che ha come capo un piduista può volere la verità sui mandanti e sul perché la P2 ha tentato anche l’impossibile per depistare magistrati e inquirenti? 

Nella piazza della stazione di Bologna, quando suonerà la sirena in ricordo dell’esplosione della bomba, migliaia di cittadini, di destra, di sinistra, donne, uomini, giovani e anziani, in religioso silenzio, rivolgeranno il loro sguardo verso l’orologio che da 31 anni è fermo alle ore 10,25. Da due anni Berlusconi non manda un ministro, non per paura delle contestazioni, perché non vuole dare risposte alle accuse che Paolo Bolognesi, il presidente dell’Associazione famigliari delle vittime del 2 agosto, a cui si uniscono altre associazioni come quella dei famigliari delle vittime di via dei Georgofili: «L’assenza del governo rappresenta una ritorsione, Berlusconi promette e non mantiene». Nel 2008 il Cavaliere giura di rendere esecutiva la legge 206 che determina il risarcimento alle vittime e ai famigliari che hanno subito atti di terrorismo e di stragi, riconoscendo pensioni di invalidità ai feriti gravi, poi la blocca. Sempre nel 2008 assicura di eliminare il segreto di Stato, poi blocca la legge 124 del governo Prodi, votata dal Parlamento nel 2007, che avrebbe ridotto la durata del segreto di Stato da 30 a 15 anni. 

Il saggio ministro per la Semplificazione Calderoli ha proposto al governo di saltare le ferie. Il periodo potrebbe essere dedicato a fare, per una volta, qualcosa di utile per il Paese e non per Arcore, ad esempio: aprire i tanti armadi della vergogna sparsi in tutt’Italia a partire dalle stragi nazifasciste del ’44, passando poi da Portella della Ginestra per arrivare a Milano in via Palestro.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21

Strage alla stazione di Bologna…. (Il Fatto Quotidiano)

Governo assente al Due Agosto… (La Repubblica)

Strage Bologna: giudice Priore, c’è molto da fare… (Sassuolo 2000)

2 agosto, noi ci saremo. Il governo no (Il Fatto Quotidiano)

31 anni dopo la strage di Bologna (Teatrovalleoccupato)

Strage di Bologna….

www.stragi.it

Anche Gelli scarica Berlusconi. “Sta disfacendo l’Italia”.

Berlusconi? “Sta disfacendo l’Italia”. L’ha affermato il fondatore della P2, Licio Gelli in un’intervista al quotidiano “Il Tempo”.

Firenze Berlusconi sta disfacendo l’Italia. Parola di Licio Gelli. Anche il fondatore della P2 scarica quindi il premier, che è stato uno degli appartenenti alla loggia massonica. Gelli esprime un giudizio <<negativo>> sul Cavaliere e sul suo governo in un’intervista al Tempo. Alla domanda su che cosa sia cambiato nei loro rapporti, replica: <<E’ venuto meno rispetto a quei principi che noi pensavamo lui avesse. E ricordi che l’ho avuto per sette anni nella loggia, quindi credo di conoscerlo. L’ho anche aiutato, quando ho potuto>>. Berlusconi ha deluso il Gran maestro. Come mai? <<Ma pensi anche questo puttanaio delle ultime settimane – risponde Gelli -. Sia chiaro, è vero che può fare ciò che gli pare e piace, come e quanto vuole, ma bisogna anche avere la capacità di “saperlo fare”, e poi esiste pur sempre un limite. Invece lui continua. Ha prima disfatto la famiglia, ora sta disfacendo l’Italia. Ma nessuno gli dice nulla. Ha commesso un reato? Se è vero ciò che gli viene attribuito (e credo che almeno in parte sia vero), allora sì: non avrebbe dovuto farlo, o, quantomeno, avrebbe dovuto utilizzare sistemi più riservati>>.

Gelli parla poi del “Piano di rinascita democratica”, il piano eversivo della P2: <<Non solo lo rifarei, ma vorrei anche riuscire ad attuarlo, se solo avessi venti anni di meno. All’epoca, se avessimo avuto quattro mesi di tempo ancora, saremmo riusciti ad attuarlo. In quel momento avevamo in mano tutto: la Gladio, la P2 e un’altra organizzazione, che ancora oggi non è apparsa ufficialmente, non creata da noi ma da una persona che è ancora viva tutt’oggi, nonostante abbia oramai tanti anni. Avevamo tre organizzazioni, ancora quattro mesi di tempo e avremmo sicuramente messo in pratica il Piano. Che, sia chiaro, era valido allora e sarebbe valido anche adesso. Certo, servirebbero delle modifiche, ma attuando il Piano non saremmo arrivati alla situazione che, in Italia, si vive oggi>>.

Fonte: Il Fatto Quotidiano