Lavoro, nel 2012 oltre un milione i licenziamenti

FirenzeOltre un milione i lavoratori  licenziati nel 2012. A renderlo noto con tanto di numeri alla mano è il ministero del Lavoro. L’anno scorso i licenziamenti hanno raggiunto quota 1.027.462, con un aumento del 13,9% rispetto al 2011 (quando sono stati 901.796). Nel solo ultimo trimestre sono stati 329.259 in un aumento del 15,1% sullo stesso periodo del 2011. I licenziamenti registrati nel periodo riguardano sia quelli collettivi, sia quelli individuali (per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo).  

 

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L’articolo 18 è l’unica effettiva remora ai licenziamenti ingiustificati.

RomaLa proposta italiana all’Unione Europea di modificare le regole in materia di licenziamenti per ragioni economiche, abrogando in tutto o in parte l’art. 18 St. Lav. viene presentata come un’iniziativa diretta a consentire alle imprese di far fronte a situazioni critiche. Non è così. La possibilità di ristrutturare le aziende mediante licenziamenti è già ampiamente prevista dalla leggi in vigore, che consentono di procedere sia a licenziamenti individuali per ragioni organizzative (legge n. 604 del 1966) sia a operazioni di riduzione del personale ovvero di licenziamento collettivo (legge n. 223 del 1991). E’ sufficiente che un’azienda dimostri di avere la necessità di sopprimere uno o più posti di lavoro, perché possa legittimamente farlo. L’art. 18 St. Lav. non lo impedisce minimamente. Questa norma entra in funzione soltanto se un’azienda con più di 15 dipendenti nell’effettuare uno o più licenziamenti non rispetta le regole del sistema ovvero adduce motivazioni prive di fondamento. La reintegrazione è una sanzione, che è stata introdotta per le aziende di una certa dimensione in considerazione del fatto che per esse il pagamento di un indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato non è un problema.
Abolire l’art. 18 significa sostanzialmente dare mano libera in materia di licenziamenti. Nessuna sanzione economica potrà scoraggiarli, anche perché i lavoratori espulsi, quelli più costosi, per la loro età, potranno essere sostituiti da giovani alle prime armi più docili e meno retribuiti. In questo modo si favoriscono gli imprenditori abituati a realizzare i profitti torchiando i dipendenti e non coloro che vogliono investire nell’innovazione. Inutile dire che la libertà di licenziare può essere utilizzata come strumento nel confronto politico e come mezzo di pressione. Nel nostro Paese dove, per carenza di capacità imprenditoriali, le possibilità di lavoro scarseggiano, perdere il posto significa essere emarginati dalla società. Con buona pace dell’art. 1 della nostra Costituzione che pone il lavoro a fondamento della Repubblica.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Canale 10: licenziamento per dodici lavoratori. La Casa della Cultura “Enzo Biagi” esprime solidarietà ai dipendenti.

Firenze«Nei giorni scorsi l’emittente Canale 10 ha comunicato formalmente ai sindacati l’apertura della procedura per il licenziamento di 12 lavoratori (8 dei quali giornalisti) su un totale di 29 dipendenti, a causa di una situazione economico-finanziaria negativa». Lo comunica in una nota la Slc-Cgil di Firenze.  A seguito di tale atto mercoledì 20 maggio si è aperto il confronto tra la direzione aziendale e la stessa Slc Cgil, nell’ambito del quale il sindacato ha innanzitutto chiesto di utilizzare tutti gli strumenti e gli ammortizzatori sociali disponibili (vedi Cig in deroga) e di revocare la procedura di licenziamento aperta.

«A questo proposito – scrive ancora la Slc Cgil nella nota – l’azienda non ha posto pregiudiziali, ribadendo comunque il carattere di gravità della situazione e illustrando le linee di fondo del piano editoriale che prevedono una forte riduzione dello spazio informativo e delle produzioni interne». In conclusione la Slc-Cgil di Firenze «denuncia il rischio e il pericolo insito nel progetto aziendale di una ulteriore compressione del pluralismo informativo che reputiamo sia tema di interesse generale».

Fonte: www.rassegna.it

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Primo Maggio, da festeggiare c’è ben poco

FirenzeI padri perdono il lavoro, i giovani sperano in un impiego stabile. In quella stabilità garantita alle generazioni passate. L’universo femminile, più esposto ai ricatti di varia natura, non vede ancora l’alba della propria emancipazione. La responsabilità ricade in un mercato senza anima che accentua in modo costante il divario fra chi ha di più e chi invece possiede sempre meno. Dopo il crollo delle ideologie, la maggioranza del popolo occidentale, e non solo, avverte un senso di insicurezza, figlio di un tessuto sociale frantumato, diviso e sempre più distante da logiche fondate sulla solidarietà e la collaborazione. A rendere ancora più complicato tale scenario, ci ha pensato la crisi economica. La bufera si è abbattuta nell’ultimo trimestre 2008, persiste ad oggi e non sappiamo quando terminerà. Un fatto però è già stato accertato e nel commentarlo tutti parliamo la stessa lingua. Molte aziende, anche colossi internazionali, hanno chiuso e il primo effetto drammatico è ricaduto sui lavoratori, licenziati e quando è andata bene in cassa integrazione o mobilità. Vorremmo pensare che fosse finita qui ma forse non sarà così. Di certo non è così il numero degli incidenti sul lavoro nel nostro Paese. Ogni giorno assistiamo inermi ad un infortunio. Dall’inizio dell’anno ad ora si registrano 345810 infortuni, 8645 invalidi e 345 morti (fonte Articolo 21). Cifre ahimé provvisorie. Anche in questo caso vorremmo pensare che fosse finita qui. Altrettanto vorremmo fare per i diritti dei lavoratori che nell’era globale si sono visti scippare di mano diversi di questi diritti, conquistati con lotte, a volte anche aspre, da parte di coloro che li hanno preceduti. In sostanza, siamo di fronte ad un periodo storico che ha annullato la classe media, molte persone stanno o sono già scivolate nella fascia della povertà e ha cancellato sul nascere i sogni di tante persone, speranzose di fare un lavoro e costrette invece a farne un altro. Per quest’ultimo appunto, in verità, la storia ha sempre concesso poco al popolo. A più riprese l’essere umano è stato costretto a porre in cima alle sue priorità le esigenze della vita quotidiana, rinviando ad un domani l’eventuale libertà di scelta. In questo contesto oggi si celebra il Primo Maggio, ma da festeggiare c’è ben poco, da riconquistare molto. Viviamo questa giornata come momento di incontro e di speranza nel tentativo di ritrovare in prospettiva la via della solidarietà, della collaborazione. Lasciamo ad altri il senso del rito, della passerella e proviamo a tramutare in confronto il risentimento, il rancore e la delusione dei lavoratori verso i partiti della sinistra (che c’era), i sindacati e un mercato che tutto è, tranne che libero.

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