E’ morto Mario Pirani, fondò assieme a Scalfari Repubblica

E’ morto Mario Pirani

Roma  E’ morto a Roma all’età di 89 anni il giornalista Mario Pirani. Aveva partecipato alla fondazione del quotidiano la Repubblica, di cui era divenuto vicedirettore con Gianni Rocca, Giampaolo Pansa e, ovviamente, Eugenio Scalfari.

Biografia (wikipedia)

Crisi editoria, numeri allarmanti: meno copie e pubblicità in picchiata. Cresce solo internet

Giornali, in 5 anni persi un milione di copie. Il Presidente della Fieg Anselmi: «La crisi dell’editoria in Occidente è violenta. Spostare le risorse dai contributi agli incentivi»

Roma – Numeri da brivido per l’editoria italiana. Il 2012 è il quinto anno consecutivo con dati negativi per l’editoria. Secondo il rapporto della Federazione degli editori (Fieg) “La Stampa in Italia”, nel 2012 le copie di quotidiani vendute sono scese del 6,6% e negli ultimi cinque anni il calo è del 22%: più di un milione di persone ha smesso di comprare il giornale. Per la prima volta, nel 2012, diminuiscono anche i lettori.

Solo da Internet arriva qualche segnale positivo, pur insufficiente a controbilanciare i risultati negativi dei comparti tradizionali. Internet è l’unico mezzo su cui cresce la pubblicità nel 2012 (+5,3%, da 631 a 664 milioni). I ricavi da editoria online sono in costante crescita e nei gruppi di maggiori dimensioni la loro incidenza sul fatturato complessivo ha superato la soglia del 5,5%. Le prime rilevazioni della diffusione delle copie digitali di quotidiani e periodici mostrano una vendita di copie digitali già significativa, di oltre 185mila copie al giorno.

Le richieste della FIEG sono quattro: interventi che accompagnino la necessaria trasformazione industriale come il riconoscimento di un credito d’imposta per gli investimenti finalizzati all’innovazione e allo sviluppo nella produzione e nella diffusione di contenuti digitali; misure che favoriscano il ricambio generazionale dei lavoratori; modernizzazione della vendita dei giornali; regole chiare che garantiscano un livello adeguato di protezione e remunerazione dei contenuti editoriali in rete.

Un certo Enzo Biagi. Il ricordo al Festival del Giornalismo di Perugia.

Un incontro con le figlie Bice e Carla e il giornalista Vittorio Zucconi di Repubblica.

Perugia – Il Festival del Giornalismo 2013 di Perugia ha deciso quest’anno di commemorare Enzo Biagi, con l’incontro intitolato “Un certo Enzo Biagi”. Un omaggio sostanziale, formale ma soprattutto umano. A ricordarlo attraverso testimonianze di vita vissuta accanto a questo grande personaggio le figlie Bice e Carla e Vittorio Zucconi della Repubblica. Attraverso un quadro intimo, umano e toccante, le loro testimonianze hanno ricordato il modo unico che Enzo aveva di scrivere, il suo inconfondibile approccio al giornalismo fatto di storie umane e di sentimenti e scritto in maniera unica quanto rara come sottolineato dallo stesso Zucconi che coglie l’occasione per ricordare quanto sia difficile scrivere in maniera semplice evidenziando una delle grandi peculiarità di Enzo Biagi.

L’anno zero dell’editoria. Tagli in arrivo nei grandi giornali ma il fondo Inpgi non è sufficiente

Già 50 richieste da Repubblica, Stampa e Avvenire, ma anche al Corriere della Sera dovranno andare via tra i 70 e 80 dipendenti, mentre al Sole 24 Ore si tratta per aumentare i contratti di solidarietà.

Roma – L’anno zero dell’editoria sembra arrivato. La profonda crisi del settore, che dal 2008 ha causato una fortissima contrazione degli investimenti pubblicitari, è arrivata a un punto cruciale.

La soluzione degli editori è il prepensionamento di molti giornalisti, ma i fondi dell’Inpgi sono pochi e non potranno coprire tutte le richieste, che hanno già superato quota cinquanta, tra Repubblica, Stampa e Avvenire.

Ma anche al Corriere della Sera sono previsti tra i 70 e gli 80 esuberi, di cui 60 giornalisti, e per lo stesso Sole 24 Ore, che da un anno ha messo in contratto di solidarietà tutto il personale, si preannuncia un futuro nebuloso. 

Solidarietà a Giovanni Tizian, minacciato di morte dalla ‘ndrangheta

Il suo libro “Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” ha vinto il Premio Enzo Biagi 2012. “Mi si gela il sangue – le sue parole – Un motivo in più per continuare a raccontare il lato oscuro del potere in questo Paese. Insieme si vince.”

Prato – “O la smette o gli sparo in bocca”. Così il faccendiere Guido Torello si rivolge al boss della ‘ndrangheta Nicola Femia in una delle intercettazioni che hanno portato all’arresto di 29 persone per un giro illecito legato alle slot machine. Destinatario della minaccia è Giovanni Tizian, giornalista della Gazzetta di Modena e collaboratore di Repubblica e l’Espresso.

Le minacce non sono purtroppo una novità per il giovane giornalista. Tizian, 30 anni, era già sotto scorta. Il suo libro “Gotica. ‘ndrangheta, mafia e camorra oltrepassano la linea” ha vinto il Premio Enzo Biagi 2012.

Oggi Tizian ha lasciato una risposta sul suo profilo Facebook: “Che dire, grazie per la vicinanza e la solidarietà. Il disgusto per l’audio sentito ieri è tanto, gela il sangue. Un motivo in più per continuare a raccontare il lato oscuro del potere in questo Paese. Ma non da solo. Dobbiamo essere in tanti. Le rivoluzioni culturali non sono opera di singoli. La collettività è capace di produrre grandi cambiamenti. Insieme si vince.” Parole semplici, di coraggio e speranza di cambiamento, alle quali ci associamo e che invitiamo a condividere e diffondere.

L’intercettazione: “Spariamo in bocca al giornalista” (Repubblica TV)

Giovanni Tizian: “Questa telefonata mi fa impressione” (Repubblica TV)

Trattativa Stato-mafia, Procuratore di Palermo: “Le critiche di Scalfari sono infondate”.

Firenze –  «Nell’ordinamento attuale nessuna norma prescrive o anche soltanto autorizza l’immediata cessazione dell’ascolto e della registrazione quando, nel corso di una intercettazione telefonica legittimamente autorizzata, venga casualmente ascoltata una conversazione fra il soggetto sottoposto ad intercettazione ed altra persona nei cui confronti non poteva essere disposta alcuna intercettazione». Ad affermarlo è il Procuratore di Palermo Francesco Messineo che replica all’editoriale di Eugenio Scalfari. «Si muovono alla polizia giudiziaria ed alla Procura di Palermo gravi quanto infondate accuse di avere commesso persino “gravissimi illeciti” – dice il capo del pool antimafia – violando non meglio specificate norme giuridiche».  

Nell’editoriale Scalfari sostiene che le conversazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino, indagato per falsa testimonianza nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, e il Presidente della Repubblica non dovevano essere ascoltate, ma l’intercettazione si sarebbe dovuta interrompere subito. Il fondatore di Repubblica rimprovera ai Pm di conservare queste intercettazioni pur avendole giudicate, anche pubblicamente, irrilevanti e da distruggere. “Senza alcun intento polemico, ma solo per doverosa precisazione – aggiunge il comunicato – si chiarisce inoltre che in tali casi, alla successiva distruzione della conversazione legittimamente ascoltata e registrata si procede esclusivamente, previa valutazione della irrilevanza della conversazione stessa ai fini del procedimento e con la autorizzazione del Giudice per le indagini preliminari, sentite le parti. Ciò è quanto prevedono le più elementari norme dell’ordinamento – conclude il Procuratore di Palermo – che sorprende non siano state tenute in considerazione» (link).

Le parole di Scalfari… (fonte: 19luglio1992, di Gianluigi Placella)

 

Trattativa Stato-mafia, Scalfari attacca i pm di Palermo e chiede provvedimenti disciplinari

FirenzeEugenio Scalfari attacca il “Fatto Quotidiano”, le sue inchieste sulla Trattativa Stato-mafia, le richieste di chiarezza rivolte da Antonio Padellaro al capo dello Stato sulle telefonate con Nicola Mancino, oggi indagato per falsa testimonianza. E sulla base di una scarsa conoscenza del codice di procedura penale, arriva persino a domandare interventi disciplinari contro la procura di Palermo.

«Alcuni giornali conducono da tempo una campagna sul cosiddetto caso Mancino per mettere in difficoltà il Presidente della Repubblica» scrive su la “Repubblica” Scalfari al termine del suo editoriale della domenica. Che poi prosegue: «Negli ultimi giorni lo esortano a rendere pubbliche le telefonate che ha avuto con Nicola Mancino e che sono stare registrate dalla Procura di Palermo. Non entro nel merito, che riguarda le Procure interessate, i gip che ne autorizzano gli interventi, il Procuratore generale della Cassazione che ha la vigilanza sul corretto esercizio della giurisdizione e detiene l’iniziativa di eventuali procedimenti. Osservo soltanto che quei giornali così legittimamente desiderosi di chiarire eventuali misteri e possibili ipotesi di reato scrivono come se sia un fatto ovvio che il Presidente della Repubblica è stato intercettato e che il nastro dell’intercettazione è tuttora esistente e custodito dalla Procura di Palermo».

E sì, perché, secondo il fondatore di Repubblica, «gli intercettatori avrebbero dovuto interrompere immediatamente il contatto» e perché «forse l’agente di polizia giudiziario incaricato dell’operazione non sapeva o aveva dimenticato che da quel momento in poi stava commettendo un gravissimo illecito». Quindi l’attacco frontale ai pm: «Ma l’illecito divenne ancora più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi dichiararono pubblicamente che la conversazione risultava irrilevante ai fini processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono nella cassaforte del loro ufficio dove tuttora si trova».

Secondo Scalfari «la gravità di questo comportamento (quello di aver intercettato Napolitano e conservato la registrazione, ndr) sfugge del tutto ai giornali che pungolano il Capo dello Stato senza però dire una sola sillaba sulla grave infrazione compiuta da quella Procura la quale deve sapere che il Capo dello Stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione fino a quando – in seguito ad un “impeachment” –  non sia stato sospeso dalle sue funzioni con sentenza della Corte Costituzionale eretta in Suprema Corte di Giustizia».

Secondo il fondatore de la Repubblica, «si tratta di norme elementari della Costituzione e trovo stupefacente che né i Procuratori interessati, né i giudici che autorizzano i loro interventi, né i magistrati preposti al rispetto della legge, né gli opinionisti esperti in diritto costituzionale abbiamo detto una sola sillaba in proposito con l’unica eccezione dell’ex senatore Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione parlamentare sulle stragi».

Purtroppo per Scalfari le cose stanno in modo diverso. Nessuno tra coloro i quali conoscono le leggi italiane ha detto una sillaba denunciando il presunto abuso, semplicemente perché l’abuso non c’é. In questo caso infatti l’intercettato per ordine di un giudice era Mancino (non coperto da nessuna immunità). E solo il giudice, al termine di un’apposita udienza, una volta sentiti pm e avvocati (ai quali l’intero materiale va messo a disposizione), può decidere di distruggere intercettazioni ritenute irrilevanti. Il perché é semplice: se lo potessero fare da soli gli investigatori, magari interrompendo a piacimento gli ascolti, o i pm (eliminando conversazioni quando vogliono) il rischio deviazione in tutte le indagini sarebbe altissimo. Perché, senza nessun controllo, potrebbero essere buttate via prove a discarico degli indagati o conversazioni che invece ne dimostrano la colpevolezza.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

E’ morta Miriam Mafai, voce scomoda della sinistra italiana.

E’ morta Mirian Mafai.

RomaE’ morta all’età di 86 anni Miriam Mafai, giornalista e scrittrice. Era una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Mafai aveva contribuito alla nascita de La Repubblica e per il quotidiano ha svolto per decenni un’intensa attività di editorialista, cronista ed inviata. La Mafai era nata a Firenze (2 febbraio del 1926), figlia del pittore  Mario Mafai e la scultrice Maria Antonietta Raphael, entrambi protagonisti principali della corrente artistica della Scuola Romana. Militante comunista di lungo corso, aveva partecipato alla Resistenza antifascista a Roma.

Biografia (Wikipedia)

 

Addio a Giorgio Bocca

E’ morto Giorgio Bocca, giornalista, scrittore e partigiano.

MilanoE’ morto oggi pomeriggio nella sua casa di Milano Giorgio Bocca, il grande giornalista, scrittore e partigiano, era nato a Cuneo il 28 agosto del 1920. Bocca è stato uno dei fondatori del quotidiano “La Repubblica“, un trascorso nelle file di Giustizia e Libertà, uno dei principali movimenti della Resistanza contro la dittatura fascista. Tanti ed importanti i suoi scritti, l’ultima sua fatica uscirà nelle librerie per Feltrinelli l’11 gennaio dal titolo “”Grazie no. 7 idee che non dobbiamo più accettare”.

Giorgio Bocca, l’ultimo dei grandi (di Marco Travaglio, Fatto Quotidiano)

Giorgio Bocca: “Il Pd è come il Psi di Craxi” (di Silvia Truzzi, Fatto Quotidiano)

Link

 

La minaccia dell’articolo 8 secondo Luciano Gallino

Vi proponiamo l’articolo dell’eminente sociologo uscito oggi su Repubblica. Non solo licenziamenti più facili ma generale peggioramento delle condizioni lavorative.

Prato – Nei giorni scorsi si è parlato molto dell’articolo 8 del decreto sulla manovra finanziaria. L’articolo rientra tra le misure a sostegno dell’occupazione, ed in particolare (come recita il titolo) riguarda il “Sostegno alla contrattazione collettiva di prossimità“.

I sindacati e la maggioranza dei commentatori hanno contestato aspramente questa norma, il cui primo effetto è quello di facilitare i licenziamenti, rendendo inefficace l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori allorché si realizzino “specifiche intese” tra sindacati e azienda. Oggi Repubblica ha pubblicato un interessante articolo di Luciano Gallino, uno dei massimi esperti italiani di mercato del lavoro. Ve lo riproponiamo perché secondo noi offre interessanti spunti di riflessione, evidenziando altri aspetti decisamente preoccupanti che finora erano stati ignorati. Noi sottoscriviamo la conclusione dell’autore: “l’articolo 8 del decreto sulla manovra economica non è in alcun modo emendabile o assoggettabile a pattuizioni. Se non si vuole far fare un salto indietro di mezzo secolo alla nostra civiltà del lavoro, va semplicemente cancellato”.