Processo Olivetti, parti civili: Sei milioni di risarcimento per le vittime dell’amianto

FirenzeSupera i sei milioni di euro la richiesta di risarcimento, avanzata dai legali di parte civile nel processo contro ex amministratori delegati e dirigenti Olivetti, imputati a vario titolo per la morte, causa amianto secondo l’accusa, di otto lavoratori e la malattia di altri due ex dipendenti. L’avvocato Laura D’Amico ha formulato la richiesta per le famiglie di due vittime (altre quattro famiglie hanno nei mesi scorsi già raggiunto un accordo con Telecom). Per i familiari di Marcello Costanzo, deceduto a 75 anni, un milione e 53mila euro, per la famiglia di Silvio Vignuta, morto a 59 anni, un milione e 437mila euro.

Ad Afeva (Associazione familiari vittime dell’amianto) 60mila euro, alla Fiom 120mila euro. L’Inail, rappresentata dall’avvocato Loretta Clerico, invece ha chiesto il pagamento di due milioni e mezzo, corrispondenti alle prestazioni fornite dall’ente. Infine, nella precedente udienza il comune di Ivrea aveva chiesto 600mila euro, la Città metropolitana di Torino 500 mila euro.

 

Morti sul lavoro, allarme Inail: +16% nel 2015

Roma – Sono tornati a salire nel 2015 gli incidenti mortali sul lavoro: +16% le denunce rispetto al 2014, 1.172 casi a fronte dei 1.009 dell’anno precedente.

Ma i primi dati del 2016 sono migliori: nel primo trimestre dell’anno in corso, infatti, le denunce di infortunio con esito mortale sono state 176, con un calo del 14,6% rispetto all’analogo periodo 2015. La stima è dell’Inail secondo cui si tratta di “un dato preoccupante che interrompe un andamento comunque positivo”. Dal 2010-2014, infatti, annota ancora l’istituto, le denunce hanno registrato una flessione del 24,21%.

Processo Olivetti, consulente parte civile Telecom: “In azienda c’erano gli impianti di aspirazione”

Firenze – Ancora un’udienza caratterizzata da pareri e posizioni opposte fra i consulenti, chiamati a deporre nel processo per le morti da amianto all’Olivetti. E’ il turno di Francesco Messineo, ingegnere e consulente di parte civile per conto di Telecom, dopo l’intervento di Maria Gullo, consulente Inail. Messineo, ricorda che sin dagli anni Cinquanta, in Olivetti, era presente un Comitato della sicurezza, composto da esperti dell’azienda, da lavoratori e sindacalisti.  «Abbiamo rintracciato il regolamento del Comitato aziendale dell’Olivetti, è un documento del 14 settembre 1954 – afferma Messineo – Era costituito da membri permanenti e temporanei, nominati dall’azienda e dalla Commissione interna. In pratica, da lavoratori che conoscevano benissimo il ciclo di lavorazione e che facevano parte delle organizzazioni sindacali. Il Comitato si riuniva almeno dieci volte all’anno e organizzava anche corsi di formazione per i lavoratori».

A seguire, l’ingegnere si sofferma sull’attività svolta dallo stesso Comitato al fine di dimostrare le attività intraprese dall’Olivetti a tutela della salute dei lavoratori. «Nell’archivio storico abbiamo rintracciato una serie di verbali di riunioni del Comitato della sicurezza che si sono tenute in diversi reparti dell’Olivetti dal 1959 al 1970», ricorda Messineo che cita diversi di questi atti. «La riunione dei vari capi reparto della nuova Ico del 27 maggio 1959 mette in evidenza la presenza di un impianto di ventilazione che garantisce ricambi d’aria nell’ambiente – racconta il consulente – Nel verbale del 30 maggio 1960 il Comitato affronta la necessità di migliorare l’impianto di aspirazione in fonderia; quello del 1° marzo 1961 in cui compare la decisione di migliorare l’aspirazione sulla vasca adibita a lavaggio carrozzerie; il verbale del 30 aprile 1962 fa riferimento al potenziamento di varie aspirazioni nel settore montaggio macchine per scrivere e da calcolo».

Nel prosieguo della sua deposizione, il consulente di parte civile affronta il tema delle iniziative assunte dall’azienda. «Nel 1969, la Clinica del Lavoro dell’Università di Milano – aggiunge l’ingegnere – venne incaricata da Olivetti di effettuare un’indagine approfondita sulle condizioni igieniche e ambientali negli stabilimenti Ico, Nuova Ico e San Bernardo allo scopo di individuare eventuali interventi migliorativi». «Per questa indagine sono state dedicate 155 giornate, impiegati 80 laureati e il resto diplomati – continua Messineo – Quindi, personale altamente qualificato. In particolare, sono state prese in considerazione gli aspetti anche di polverosità».  «E’ possibile desumere un quadro generale soddisfacente della situazione igienico ambientale – ammette Messineo –  Inoltre, posso arrivare a questa conclusione che, in effetti, relativamente al punto dove veniva utilizzato il talco non ci sono rilievi di sorta che dimostrano che esisteva il problema della polverosità. E, in quel caso, non hanno neanche prescritto nessun sistema di aspirazione».

Dopodichè il consulente si sofferma su un’indagine, condotta nel 1974 dall’Inail allo scopo di stabilire il premio assicurativo. «Il documento attesta che l’effettuazione di analisi del talco utilizzato a Scarmagno, si tratta di materiale estremamente puro – dice Messineo – L’ispezione volta ad individuare eventuali rischi collegati all’esposizione e la presenza di asbesto, lo esclude. Nessuno degli stabilimenti presi in esame dall’Inail, evidenzia alcun rischio legato alla presenza di asbesto».

Francesco Messineo si sofferma inoltre sull’analisi effettuata nel 1981 dal Politecnico di Torino sul talco consegnato da Olivetti. «Se la notizia che ho avuto è esatta, i due campioni dovrebbero pervenire da una cava di Lanzo Torinese – sostiene il consulente – Quindi, non si fa riferimento a campioni prelevati a magazzino nell’ambito del ciclo di lavorazione». «Per me – ribadisce Messineo – questo è molto chiaro: non si tratta di prodotto utilizzato dall’azienda». «Il professor Ocella cita chiaramente – puntualizza l’ingegnere – che questi campioni sono di colore verdognolo. Il teste Favaro nell’udienza del 1° febbraio 2016 ha precisato che il talco utilizzato era bianco. Anche altri testi hanno riferito del colore bianco del talco utilizzato».

L’ingegnere infine passa in rassegna i singoli casi dei lavoratori morti per mesotelioma pleurico. Questi operai, secondo il consulente, avrebbero avuto un’esposizione all’amianto nel lavoro svolto prima di entrare in Olivetti. «Nello specifico dei vari casi, molti di questi lavoratori sono stati esposti in modo prevalente nelle attività professionali svolte antecedentemente al loro arrivo in Olivetti», conclude Messineo.

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

Processo Olivetti, consulente parte civile Inail: “Lavoratori esposti, anche in mensa”.

Firenze – La consulente di parte civile Inail, Maria Gullo, geologa, ha criticato il metodo con cui in Olivetti venivano eseguiti i campionamenti ed ha evidenziato il limite dello strumentario, utile per rilevare l’eventuale presenza di fibre di amianto. Sono soltanto alcuni degli aspetti toccati dalla Gullo durante la sua deposizione di oggi nel processo per le morti da amianto alla Olivetti. «I campionamenti dovevano essere effettuati in modo personale e non ambientale – spiega Gullo – Inoltre, la microscopia ottica ha una criticità, perché arriva a non più di 500 ingrandimenti, quindi non legge le fibre più piccole».

Poi, ha affrontato il tema del talco contaminato oppure no da tremolite (amianto ndr) arrivando ad una sua conclusione. «Ho letto gli atti dell’inchiesta, in ordine cronologico e ne deduco che quel talco contaminato da tremolite non è stato dismesso prima del 1986 ammette Gullo – Questa è la mia idea».

Nel continuo della deposizione, la consulente si è soffermata sul ferobesto al fine di dimostrare l’esposizione degli operai a tale materiale. «La documentazione aziendale comprova l’utilizzo di ferobesto – ammette Gullo – Sembra che sia stato utilizzato dai dati che abbiamo a nostra disposizione fra il 1960 e il 1980. Veniva usato a San Bernardo dove si montavano le macchine utensili a controllo numerico come materiale anti attrito». «Il ferobesto, composto per il 70% da amianto, arrivava in lastre che andavano tagliate, raschiate, levigate – prosegue la consulente  – Una volta installato sulle macchine, bisognava sagomarlo bene. Poi, tutto questo polverino si racchiudeva all’interno di una struttura e per liberarla usavano l’aria compressa». «L’esposizione è stata elevata – sostiene la consulente – perché tagliare un materiale che contiene il 70% di amianto, rilascia tante di quelle fibre anche fatto una volta alla settimana per un’ora».

Dopo aver illustrato, attraverso documenti e verbali dell’epoca, i materiali utilizzati in Olivetti contenenti amianto, sia nella manutenzione delle macchine utensili – sostituzione dei ceppi freni e frizioni – che negli impianti coibentati, la consulente ha parlato anche della presenza di amianto in mensa. E, l’ha fatto citando documenti, atti della stessa Olivetti e, al contempo, ha ricordato un monitoraggio effettuato nella seconda metà degli anni Ottanta. «L’intonaco della mensa è stato più volte sollecitato da diversi interventi che hanno rilasciato delle fibre»,  così la consulente che spiega: «Le persone che continuamente frequentavano quel locale, anche se solo mezz’ora al giorno, erano esposti a queste fibre rilasciate. Anche perché se i locali non vengono puliti e aspirati, la polvere si deposita strato su strato, si cammina e si reiveicolano in atmosfera». «Nel 1987 è stato effettuato un monitoraggio – ricorda la Gullo – in cui è emerso che dal lato mensa ferritoia hanno trovato 1400 fibre d’amianto per milligrammo». Nel 1981 dall’analisi, effettuata su due campioni dal  professor Occella, risultò la presenza di 500mila fibre per milligrammo.

L’ultimo tema affrontato dalla consulente di parte civile, è quanto fatto da Olivetti per tutelare la salute dei lavoratori. «Non c’erano sistemi di aspirazione – conclude Gullo – Non erano dotati di dispositivi di protezione, nè individuali né collettivi, e non erano informati sul fatto che stavano utilizzando materiale che conteneva amianto. Questo dovevano fare»

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

Strage di Viareggio, la testimonianza di Marco Piagentini

Nel disastro ha perso la moglie e due dei suoi tre figli. L’uomo ha invitato il governatore della Toscana Enrico Rossi a partecipare all’udienza. L’Inail viene risarcita ed esce dal processo

Lucca – All’udienza odierna del processo per la strage di Viareggio ha testimoniato Marco Piagentini, che nel disastro ha perso la moglie Stefania e due dei suoi tre bambini, Luca e Lorenzo, e che ha riportato gravissime ustioni. Unico scampato miracolosamente al rogo e alle esplosioni, il bambino più grande, Leonardo, che fu ritrovato quasi illeso sotto le macerie della sua casa.

Piagentini ha raccontato la sua storia: le ustioni, i sei mesi di ospedale tra la vita e la morte, il calvario delle operazioni continue, l’ultima due settimane fa. “Sono stanco, stanco – questa una parte della sua deposizione –  soprattutto di chi, lo dico, ci ha abbandonati. Perché siamo stati abbandonati. Il silenzio che c’è su Viareggio vuol dire che ci hanno abbandonati. Ogni volta che un rappresentante dello Stato e delle istituzioni non è presente, non c’è, non ci rivolge una parola di conforto, significa che ci hanno abbandonato. Quel che ci fa piu’ male non è un no, è il silenzio“.

In apertura di udienza la parte civile Inail ha annunciato di essere stata integralmente risarcita e di uscire dal processo. L’istituto è stato rimborsato dei costi affrontati “per gli infortuni mortali occorsi ai lavoratori Rosario Campo e Antonio Farnocchia, per un importo complessivo pari ad 634.521,90 euro nonché delle spese di costituzione in giudizio”, queste le parole dell’avvocato dell’Inail Giuseppe Quartararo. I due morirono mentre si recavano al lavoro trovandosi sfortunatamente a passare nelle vicinanze della stazione ferroviaria di Viareggio al momento della tragica esplosione del 29 giugno 2009.

Eternit bis, la difesa chiede di trasferire il processo a Ivrea

Il primo dei 258 decessi, per i quali Stephan Schmidheiny è accusato di omicidio, è avvenuto a Cavagnolo: quindi, secondo gli avvocati dell’imprenditore che nella prima udienza avevano parlato di “violazione dei diritti umani”, la competenza non è di Torino. Il giudice si pronuncierà giovedì.

Torino – Trasferire a Ivrea il processo Eternit bis. E’ la richiesta presentata oggi dalla difesa di Stephan Schmidheiny, proprietario della fabbrica che produceva amianto, accusato di avere causato la morte di operai e cittadini a Casale Monferrato, al gup Federica Bompieri in tribunale a Torino. L’avvocato Astolfo di Amato, che già durante la prima udienza aveva parlato di “violazione dei diritti umani” nei confronti del suo assistito, ha detto che per stabilire la competenza territoriale nel nuovo processo per omicidio bisogna fare riferimento al primo dei 258 decessi contestati, quello di Giovanni Pagliaro, ex dipendente Eternit a Cavagnolo (Comune oggi sotto la competenza degli uffici giudiziari di Ivrea), morto nel 1984.

L’udienza è stata quindi aggiornata a giovedì, quando il giudice deciderà se spostare il processo o lasciarlo a Torino. Ma oltre alla questione sulla competenza territoriale la difesa ne ha proposta una sulla partecipazione al processo degli enti come parti civili. Ha chiesto inoltre di escludere dalle parti civili alcuni Comuni e le articolazioni locali dei sindacati. Quanto all’Inail, ha spiegato che per tutti i casi contestati, meno uno, i suoi diritti di rivalsa sono caduti in prescrizione. Se accolta, quest’istanza potrebbe portare a un lungo stop del processo.

Inail: in calo morti e infortuni sul lavoro

Roma – Calano in tutti i settori produttivi gli infortuni mortali sul lavoro accertati nel 2013. È quanto emerge dal rapporto annuale Inail, che come sempre analizziamo in dettaglio nella pagina dedicata del nostro sito.

Nell’industria e nei servizi la diminuzione in un anno è stata del 22,22% per un totale di 560 infortuni contro i 720 del 2012; nell’agricoltura il calo è stato del 18,27%, con 85 decessi contro 104. Unica voce in crescita sono gli infortuni avvenuti per conto dello Stato, precisa il rapporto, passati da 11 a 15 con un aumento del 36,36%. Quanto alla mappa geografica delle morti sono state 180 nel Nord Ovest contro 224 del 2012, 134 nel Nord Est contro i 211, 148 al Centro contro 161 e 133 al Sud contro 175; unica area in crescita le isole con 165 infortuni mortali, uno in più rispetto all’anno precedente.

Amianto killer a Prato, i “cenciaioli” fra le principali vittime

Secondo uno studio dell’Istituto di prevenzione oncologica l’incidenza di tumori fra i cernitori di stracci supera persino quella della fabbrica Eternit di Casale Monferrato

Prato – La causa del mesotelioma pleurico che ha colpito decine di cernitori di stracci e operai del settore tessile, a Prato, è l’espozione all’amianto, addirittura superiore per i lavoratori tessili rispetto a quella degli operai della Breda di Pistoia. Lo rivela un recente studio dell’Ispo, Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica di Firenze.

Già si sapeva che il tumore correlato alla presenza dall’amianto ha colpito anche nel tessile, ed era anche noto che tra le persone che si sono ammalate in questi anni c’erano pure gli stracciaioli o cernitori. Ma non era chiara la frequenza delle diagnosi. Nella ricerca, che come prima firmataria ha Elisabetta Chellini di Ispo e alla quale hanno partecipato tra gli altri anche Aldo Danti e Luigi Mauro della Asl pratese, si spiega che il mesotelioma tra il 1988 e il 2012 ha avuto tra i cernitori un’incidenza compresa tra i 74 e i 166 casi per 100mila abitanti. Il primo dato è più alto di quello registrato alla Breda di Pistoia, il secondo, appunto, vale quello di Casale Monferrato.

Comunque sia siamo a livelli molto importanti. L’incidenza nel resto del tessile è stata assai più bassa: 3,5 casi per 100mila abitanti. Tutto questo considerando i soli mesoteliomi, 40 casi tra i cenciaioli. Se si aggiungono le altre malattie correlate all’esposizione all’amianto, almeno altrettante diagnosi, ce n’è abbastanza per mettere mano a una questione legata al riconoscimento da parte dell’Inail delle indennità previste per questa malattia professionale.

Due le possibili modalità di esposizione. La prima è la presenza di tracce di amianto negli indumenti durante la fase della sfoderatura; l’altra, più probabile, l’uso di sacchi di juta che erano stati in precedenza usati per trasportare amianto, una pratica di cui ci sono conferme dagli anni Sessanta agli anni Ottanta.

Denunciata la Fiat per amianto nello stabilimento di Mirafiori

La denuncia presentata da un operaio del reparto carrozzeria. E’ stato esposto all’amianto senza protezioni per 10 anni.

Torino – Denunciata per la presenza di amianto nello stabilimento la Fiat Mirafiori a Torino. Un operaio del reparto di carrozzeria ha depositato un esposto-denuncia per il reato di lesioni a carico degli amministratori e titolari delle posizioni di garanzia, nel quale ha messo in evidenza la presenza di amianto in fabbrica.

G.F. ha lavorato in Fiat come operaio metalmeccanico/metallurgico dal 1963 al 1973 ed è rimasto esposto ad amianto senza alcuna protezione e senza il confinamento dei reparti, dove ha contratto il mesotelioma. L’Inail ha riconosciuto la patologia come di origine professionale.

Il fascicolo sarà portato all’attenzione del Procuratore Aggiunto della Repubblica di Torino Raffaele Guariniello, che ha già condotto il processo Eternit.

Strage di Viareggio: Regione, Provincia ed Inail saranno parti civili nel processo

Regione, Provincia ed Inail saranno parti civili nel processo per la strage di Viareggio. L’ha deciso il Tribunale di Lucca che ha respinto le richieste di esclusione presentate dalla difesa

Firenze – Regione, Provincia ed Inail saranno parti civili nel processo per la strage di Viareggio. L’ha deciso il Tribunale di Lucca che ha respinto le richieste di esclusione presentate dalla difesa. I legali di Rete Ferroviaria Italia avevano chiesto l’esclusione di gran parte delle parti civili, eccetto i familiari stretti delle 32 vittime. Il Tribunale ha rigettato la richiesta ed assieme agli enti, saranno parti civili nel processo anche i Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza, il Codacons, Medicina Democratica, la Pubblica Assistenza Croce Verde, Cittadinanza Attiva, la Associazione Matteo Valenti, oltre a quasi tutti i familiari, stretti  e non, delle vittime. Uniche eccezioni coloro che hanno già ricevuto i risarcimenti e firmato accordi transattivi.