Editoria, Il Fatto Quotidiano ha 1,5 milioni di fan su Facebook: seconda testata sui social network.

Il Fatto Quotidiano è la seconda testata giornalistica italiana sui solcial network.

Firenze Il Fatto Quotidiano è la seconda testata giornalistica italiana (carta e web) sui social network e oggi raggiunge un grande traguardo, un milione e mezzo di iscritti alla pagina Facebook. Prima del quotidiano Il Fatto, c’è solo la Repubblica. In cinque anni hanno costruito una comunità che conta milioni di iscritti. Nell’ultimo anno la fonte di traffico da Facebook è salita dal 16% al 24% in un trend di crescita di tutto il sito.

Finmeccanica esclude il Fatto dalla conferenza stampa.

MilanoIn mattinata al giornalista de “Il Fatto” Gianni Barbacetto non è stata data la possibilità di partecipare alla conferenza stampa, convocata a Milano nello studio dell’avvocato dell’amministratore delegato di Finmeccanica Giuseppe Orsi. «Sono stato bloccato all’ingresso – ha raccontato Barbacetto – Dopo un po’ di attesa una dipendente dell’avvocato (Ennio Amodio ndr) mi ha spiegato che noi non siamo stati invitati e siamo sgraditi, anche perché l’avvocato stesso ha avuto mandato di querelarci». L’annuncio di querela, accompagnato al mancato invito e all’essere sgraditi, come ha ricordato lo stesso Barbacetto, hanno escluso il Fatto dal raccogliere un punto di vista e dal fare domande. 

Caro Biagi, i Tg oggi sono questi

FirenzeIl 9 agosto a Pianaccio, sull’Appennino Tosco-Emiliano a un’ora da Bologna, si fa festa. Novantadue anni fa nasceva Enzo Biagi. Il concerto con il coro di montagna organizzato dall’Anpi in ricordo del partigiano di Giustizia e Libertà e gnocco fritto per tutti. In questi giorni di ferie ho pensato molto a Biagi e alla nostra trasmissione chiusa per un editto di Berlusconi.
Guardando i tg mi sono reso conto quanto è cambiato il nostro lavoro. Avevamo un motto in redazione: i giornali dovevano inseguire le notizie date dal Fatto di Enzo Biagi. Se il giorno dopo la puntata non era ripresa almeno da un quotidiano significava che avevamo commesso qualche errore. Oggi il lavoro del giornalista del tg è fatto in modo strano: stare seduto davanti ad un computer osservando le agenzie e soprattutto a leggere i giornali. Questo fa sì che un intervista data da Angelino Alfano al Corriere della sera diventi un titolo di primo piano per l’edizione delle 20. Il tg riporta un fatto vecchio di ventiquattro ore.

Non credo che sia difficile intervistare il segretario del Pdl su Casini (la bella di Siviglia tutti la vogliono nessuno la piglia), con la fame di apparire che i politici hanno. Oppure l’ntervista di Monti al settimanale tedesco Spiegel uscita il giorno prima, riportata dai giornali italiani il giorno dopo e ribattuta dai tg della sera. Anche il presidente Monti non mi pare uno che disdegni andare in tv. Per non parlare del così detto “pastone politico”, il più delle volte un collage tratto da Repubblica e Corriere con frasi ricopiate per intero. All’epoca di Rossella prima e di Minzolini poi almeno le notizie rosa erano quasi sempre in esclusiva, oggi si prendono direttamente dal settimanale Chi: si fa vedere la copertina e qualche foto interna e la marchetta è fatta. Poi vi è il rovescio della medaglia: le notizie che non si devono dare.

La trattativa tra Stato e mafia, ad esempio, con le intercettazioni che hanno coinvolto il presidente della Repubblica, non sarebbe argomento per uno speciale del tg? Il telespettatore ha il diritto di sapere o no? Il giornalista alla Battista (un colpo al cerchio e uno alla botte), che va molto di moda, avrebbe trovato tutto su due giornali (a favore della Procura di Palermo, il Fatto Quotidiano, a favore del Colle, la Repubblica), non avrebbe dovuto neanche alzare le chiappe dalla poltrona, in perfetta continuità con i tempi.

Chi tocca muore. In questi giorni è apparsa sul Fatto un’intervista molto interessante di Pagani a l’ex capo della Protezione Civile Bertolaso, accusato di far parte della “cricca” (quella che ha approfittato delle disgrazie del Paese), in cui dichiara di essere stato intercettato al telefono con Napolitano e che è stato il suo unico punto di riferimento. Chissà perché i tg non l’hanno ripresa?

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto

Trattativa Stato-mafia, Procuratore di Palermo: “Le critiche di Scalfari sono infondate”.

Firenze –  «Nell’ordinamento attuale nessuna norma prescrive o anche soltanto autorizza l’immediata cessazione dell’ascolto e della registrazione quando, nel corso di una intercettazione telefonica legittimamente autorizzata, venga casualmente ascoltata una conversazione fra il soggetto sottoposto ad intercettazione ed altra persona nei cui confronti non poteva essere disposta alcuna intercettazione». Ad affermarlo è il Procuratore di Palermo Francesco Messineo che replica all’editoriale di Eugenio Scalfari. «Si muovono alla polizia giudiziaria ed alla Procura di Palermo gravi quanto infondate accuse di avere commesso persino “gravissimi illeciti” – dice il capo del pool antimafia – violando non meglio specificate norme giuridiche».  

Nell’editoriale Scalfari sostiene che le conversazioni telefoniche tra l’ex ministro Mancino, indagato per falsa testimonianza nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, e il Presidente della Repubblica non dovevano essere ascoltate, ma l’intercettazione si sarebbe dovuta interrompere subito. Il fondatore di Repubblica rimprovera ai Pm di conservare queste intercettazioni pur avendole giudicate, anche pubblicamente, irrilevanti e da distruggere. “Senza alcun intento polemico, ma solo per doverosa precisazione – aggiunge il comunicato – si chiarisce inoltre che in tali casi, alla successiva distruzione della conversazione legittimamente ascoltata e registrata si procede esclusivamente, previa valutazione della irrilevanza della conversazione stessa ai fini del procedimento e con la autorizzazione del Giudice per le indagini preliminari, sentite le parti. Ciò è quanto prevedono le più elementari norme dell’ordinamento – conclude il Procuratore di Palermo – che sorprende non siano state tenute in considerazione» (link).

Le parole di Scalfari… (fonte: 19luglio1992, di Gianluigi Placella)

 

Editoria, Telese lascia “Il Fatto” e fonda un nuovo giornale.

Luca Telese lascia il “Fatto” e fonda un nuovo quotidiano.

Firenze Luca Telese lascia il “Fatto” e fonda un nuovo quotidiano. E’ lo stesso giornalista a dirlo, non dalle colonne del suo ormai ex giornale ma da quelle del Corriere della Sera. Una decisione, ammette lo stesso Telese, frutto dei dissidi con Marco Travaglio. Nelle dichiarazioni rilasciate al quotidiano di via Solferino, Telese ricorda la rimozione di Roberto  Corradi, ideatore dell’inserto satirico “Il Misfatto” e l’uscita di scena dell’amministratore delegato de “Il Fatto” Giorgio Poidomani, costretto alle dimissioni secondo Telese. Inoltre – aggiungiamo noi -, la sospensione temporanea dell’inserto culturale Saturno diretto da Riccardo Chiaberge, anche quest’ultimo dimissionario. Il nuovo quotidiano sarà in edicola il prossimo 18 settembre e si chiamerà “Pubblico”.

In questa sua nuova avventura Luca Telese mostra coraggio e non poco, visto la crisi economica e in questa vi è anche quella editoriale. Il giornalista ostenta anche altro: l’impazienza di avere un ulteriore spazio proprio dove mostrare tutto il proprio ego, al pari del suo alleato, fino a ieri, Marco Travaglio. Nell’era del berlusconismo non vi è da stupirsi. Un clima respirato, suo malgrado, anche da Enzo Biagi, ma lui aveva un altro stile e rappresenta un’altra cultura.  

 

 

18 aprile 2002-18 aprile 2012: a dieci anni dall’ “editto bulgaro”

18 aprile 2002-18 aprile 2012: a dieci dall’ “Editto Bulgaro. Per non dimenticare.

FirenzeSono passati dunque dieci anni dal giorno in cui l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi in visita a Sofia, Bulgaria, si lasciò andare, diciamo così, alla famosa dichiarazione secondo la quale tre persone, in ordine alfabetico Biagi, Luttazzi e Santoro, avrebbero dovuto essere cancellati dai palinsesti della Rai. Motivo, sempre a giudizio del Premier: i tre personaggi avevano fatto un «uso criminoso» della tv pubblica. Confesso che sia io, sia la mia famiglia, ci eravamo dimenticati di quella data, o forse abbiamo voluto cancellarla, ma se altri, in queste settimane, non ce l’avessero ricordata, in casa nostra proprio non se ne sarebbe fatta parola. Forse perché ne erano state spese troppe.

Tornando a quella lontana primavera, nessuno di noi prese sul serio la frase del Capo del Governo e pensando a nostro padre le mie sorelle ed io non riuscivamo a credere che non venisse rinnovato il contratto a un signore più che ottantenne, riconosciuto come un’icona del giornalismo e stimato in tutto il mondo. Dirò di più: a volte liquidavamo le preoccupazioni paterne con una battuta e i suoi pensieri ci parevano eccessivi.

Ci siamo sbagliate. Le cose andarono come tutti ormai sanno ed Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi furono cancellati dall’elenco dei dipendenti di viale Mazzini. Per il più anziano di loro era un momento particolarmente difficile: nel giro di un anno aveva perso la moglie e la figlia più giovane e se non si possono paragonare due lutti così dolorosi alla chiusura di un rapporto di lavoro, certo è che da quel momento noi abbiamo visto nostro padre improvvisamente vecchio.

Allontanato dalla sua redazione del “Fatto”, aveva il pensiero fisso per tutti quelli che avevano lavorato con lui in corso Sempione e che, in modi diversi, avevano pure loro subito l’editto bulgaro. «Cosa volete che sia per me?», diceva. «Non ho le rate del mutuo da pagare né bimbi piccoli da crescere, ma tanti di quelli che erano con me sì. E poi togliere il lavoro a una persona significa togliergli la sua dignità».

Anche se continuava a scrivere sul “Corriere della Sera”, su “L’Espresso” e su “Oggi”, a poco a poco si intristì, il telefono suonava meno e lo consolavano solo le cene con Loris Mazzetti, a immaginare programmi che avrebbero potuto fare, e le chiacchierate con Franco Iseppi, ricordando una Rai che non c’era più.

Non covava rancori, solo si sentiva profondamente offeso per il fatto che quarantuno anni in quell’azienda fossero stati chiusi con una raccomandata con ricevuta di ritorno. La vita, poi, gli fece un ultimo regalo: il 23 aprile 2007 i telespettatori di Rai3 videro affacciarsi in video Enzo Biagi, seduto alla scrivania di “Rt” a intervistare Roberto Saviano, don Ciotti, Paul Ginsborg, Umberto Veronesi, Gherardo Colombo e Pippo Baudo. Era certamente diverso: la voce arrochita dalla malattia, i capelli ancora più bianchi, lo sguardo che spesso si velava di malinconia, ma quando si accendevano le luci pareva che avesse vent’anni di meno. Poi le luci si sono spente, ma non per qualche editto.

Firma: Bice Biagi

Fonte: Articolo 21

La Tv resta cosa sua (di Loris Mazzetti, fonte: Il Fatto Quotidiano)

Carlo Freccero: il regime dell’ “editto bulgaro” non è finito (di A. Baldazzi, fonte: Articolo 21)

MoveOn Italia mercoledì 18 aprile… (fonte: Articolo 21)

Editto Bulgaro

“Il Fatto” di Enzo Biagi, 18 aprile 2002

L’EDITTO

 

 

A furia di insulti, Ferrara si è preso il posto di Biagi

FirenzeAccostare Giuliano Ferrara a Enzo Biagi è un’eresia. “Il Fatto nacque (presidente Rai Letizia Moratti), per un’esigenza di palinsesto: creare un break pubblicitario in più nella fascia di maggior ascolto, quella dopo il Tg1. Fu realizzato uno studio con tanto di sondaggio da cui risultò che il giornalista, che per credibilità professionale e statura morale fosse in grado di andare in onda per pochi minuti tra due spazi pubblicitari, senza far perdere ascolto a Rai 1, era Enzo Biagi (secondo risultò Piero Angela, non ricordo di aver letto il nome di Ferrara già allora sulla breccia).Sempre su “Panorama” nel 2001 Ferrara scrisse: “Mi sono chiesto se avrei mai fatto contro un D’Alema ciò che ha fatto Enzo Biagi in tv contro Berlusconi. In quel caso, sarei andato in camerino, e mi sarei sputato in faccia“. Rimango in attesa di vederlo in onda il 14 marzo dopo il Tg.

Il Fatto di Enzo Biagi (il vero titolo della trasmissione) andò in onda per 8 edizioni con una media di ascolto del 24% di share con oltre 6 milioni di telespettatori a puntata, con punte addirittura di 11 milioni. “Il Fatto” è stato premiato nel 2004 come il miglior programma dei primi cinquant’anni della Rai. La trasmissione approfondiva l’avvenimento del giorno partendo da un punto di vista, quello di Biagi, dando la parola a tutti i protagonisti, nessuno escluso. Al di là dell’editto bulgaro (la puntata di Benigni, durante la campagna elettorale del 2001 fu una scusa, a B. dava fastidio l’indipendenza di Biagi e la goccia che fece traboccare il vaso fu l’intervista a Indro Montanelli di qualche mese prima). “Il Fatto” è sempre stato citato come esempio di tv di servizio pubblico. Lo stesso B. intervenne diverse volte.

Ferrara, mi auguro che non si offenda se lo definisco il vero fazioso, lui stesso si è dichiarato:Un maestro di partigianeria”, arriva in Rai solo per “ragioni politiche” e non professionali. Credo che nessuno si sia accorto della sua assenza, ormai triennale, dal video. Lilli Gruber lo ha sostituito più che degnamente a “Otto e mezzo, triplicandone gli ascolti. Il direttore, ex comunista, ex socialista, ex parlamentare europeo, ex ministro, torna in Rai solo perché B. è un bulimico: non si accontenta di avere a disposizione tutto lo spazio mediatico, vuole di più: si è reso conto che i suoi “addetti” (i Sallusti, i Belpietro, le Santanchè, le Bernini, ecc.), non bucano il video, anzi alla lunga la loro arrogante antipatia diventa controproducente alla causa.

Ferrara, invece, è capace di stare davanti ad una telecamera, anche se il guizzo di “Radio Londra” è lontano e lo stesso giornale da lui fondato,Il Foglio, non fa più opinione ed è in profonda crisi. Non si può fare il giornalista e il politico allo stesso tempo. Della sua discesa in politica alle elezioni del 2008, con la lista “Aborto? No grazie”, ci si ricorda per il suo spiritoso commento al risultato:Più che una sconfitta, una catastrofe: io ho lanciato un grido di dolore per un dramma e gli elettori mi hanno risposto con un pernacchio”.

Ferrara per anni ha scritto male di Biagi, spacciandosi come il Robin Hood di B. Con il distacco che il tempo inevitabilmente porta, penso che quel suo modo di fare, più che dettato dall’essere un dipendente di B., fosse la conseguenza di una profonda umiliazione che Biagi e il suo amico Montanelli gli avevano dato. Quando Ferrara andò a dirigere “Panorama, Biagi e Montanelli si dimisero dal settimanale. Ricordo le sue telefonate per convincere Biagi a rimanere. L’ultima volta che i due si parlarono, Biagi gli disse che la sua presenza sarebbe stata di intralcio al suo lavoro. Sia Biagi che Montanelli avevano capito la vera intenzione di Ferrara: quella di trasformare lo storico giornale, che era stato diretto da due grandi, Lamberto Sechi e Claudio Rinaldi, in house organ di Forza Italia. Cosa che avvenne regolarmente.

Il punto più basso Ferrara lo toccò l’anno dopo durante la direzione di Rossella. Dedicò la sua rubrica, L’Arcitaliano, ai due grandi giornalisti, ricoprendoli di insulti. Il vero inizio della macchina del fango. Ottanta colleghi di “Panoramamandarono una lettera, a difesa di Biagi e Montanelli, al direttore per dissociarsi da quell’articolo. Se, nonostante i tanti cloni che sostituirono “Il Fatto” (Battista, Giannino, Berti, Mimun i conduttori), durati il tempo di un sospiro, si continua a parlare solo della trasmissione di Biagi, una ragione ci sarà.

Firma: Loris Mazzetti.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Saviano, il tricolore contro la macchina del fango

PratoUn’immagine straordinaria ha accompagnato verso la fine di “Vieni via con me” il telespettatore: Roberto Saviano sfila la bandiera italiana dall’asta come simbolo non solo dell’Unità, ma l’idea di un paese nato da un sogno: <<Dietro il sangue, i moti, i personaggi, le date>>, ha detto Saviano guardando intensamente la telecamera che rappresenta gli occhi del pubblico, <<noi italiani abbiamo una fortuna, a differenza della Spagna, della Francia, della Germania, l’Unità è stata un sogno, non un progetto, non un patto tra nobili. L’Italia nel sogno di Mazzini era un’unica patria indivisibile libera dallo straniero e repubblicana>>. (Sfido a duello chi non è d’accordo che Rai 3 con Fazio, Saviano, Benigni, Abbado, Silvestri, Vendola, Angela Finocchiaro, la giovane laureata precaria, suor Giuliana che citando la Costituzione elenca i motivi per cui è giusto costruire la moschea a Torino, le musiche di Paolo Conte e l’arte dei danzatori diretti da Roberto Castello non sia stato un esempio di tv-servizio pubblico).

Quel sogno non è ancora svanito. Nell’Italia unita non vi sono confini padani, non vi sono contrapposizioni geografiche tra Nord e Sud, vi è, invece, il grande rispetto per i patrioti, donne e uomini, che hanno sacrificato la loro vita: è dal Sud che è partita la spinta risorgimentale. Viviamo in un Paese costantemente alla ricerca della Libertà: il Risorgimento prima, la Resistenza dopo. La ricerca della Libertà è la costante che ci ha accompagnato in questi anni di seconda Repubblica in cui i vari governi della destra hanno in continuazione tentato l’assalto alla Costituzione.

A Roberto Benigni, altro meraviglioso protagonista della trasmissione, fantasticamente generoso, va il mio affetto nel ricordo dell’amico Enzo Biagi (il 6 novembre è stato il terzo anniversario della scomparsa), nei momenti che contano lui c’è sempre. È tutto mio, la canzone che Benigni ha interpretato sulla lista delle proprietà di B., ci ha fatto capire, meglio di qualsiasi altra cosa, perché il nostro Paese sta andando a rotoli non solo economicamente, nei valori e nell’etica.

Roberto Saviano ha iniziato il primo monologo, o meglio la prima “orazione civile”, straordinaria, intitolata Macchina del fango, che rappresenta, in modo inequivocabile, la strategia adottata da B. per mantenere il potere. Ha detto Saviano: <<La diffamazione per me è stata sempre un’ossessione perché sono nato in una terra in cui chiunque decide di ostacolare il potere criminale viene diffamato… la democrazia è in pericolo perché se sei contro certi poteri ti trovi addosso una macchina che getta fango>>. Questo è tipico delle mafie e dei moderni regimi che nascono sotto la bandiera della democrazia, che propagandano l’onore verso la Patria, che si reggono sul consenso ad ogni costo, che si impadroniscono della tv pubblica umiliando il ruolo del Parlamento che dovrebbe decidere non solo le regole ma anche gli uomini che le applicano, invece, questi vengono scelti direttamente da B. nella sua reggia a palazzo Grazioli, a cena con qualche ministro compiacente che prende appunti e poi passa il foglietto con i nomi a chi di dovere. Questo è il vero “uso criminoso della televisione pagata con i soldi di tutti”.

Chi si permette di fare inchieste: sulla corruzione “diventata sistema di governo”, sui festini con le escort; sul perché i giovani, che non voglio avere un futuro da precari, sono costretti ad andare all’estero, sui tagli alla cultura, sulle denunce della Marcegaglia e di Draghi sulla caduta di competitività, deve essere messo a tacere. “L’uso criminoso della tv” non fu fatto da Biagi, Santoro e Luttazzi, ma da chi fece chiudere “Il Fatto”, “Sciuscià” e “Satiricon”, da chi, in questi anni, ha usato i tg e tante trasmissioni anche di intrattenimento, come strumenti di propaganda, da chi ha interesse ad impoverire la Rai, non solo dal punto di vista editoriale ma anche industriale, per far crescere le proprie tv. In particolare con Enzo Biagi, per anni il Giornale ha tentato di delegittimarlo come giornalista, esattamente come è stato fatto più recentemente con il direttore dell’Avvenire Boffo, spacciato per “noto omosessuale già attenzionato dalla polizia”, perchè si era permesso di criticare il comportamento del premier, poi con Gianfranco Fini, con la telenovela dedicata alla casa di Montecarlo, quando ha cominciato a dissentire dalle scelte del Pdl. Sono atti di disinformazione che, come ha detto Saviano: <<È più sottile della semplice calunnia che agisce soprattutto coi nemici, la disinformazione punta a distruggere le vittime nel campo degli amici>>.

B. ha bisogno del consenso, è la sua droga, non sopporta chi gli è contro, chi gli si mette di traverso, chi intralcia i suoi piani: <<Si attiva una macchina fatta di dossier, di giornalisti conniventi, di politici faccendieri – ha ricordato Saviano, – che cercano attraverso media e ricatti di delegittimare i rivali>>.

“Vieni via con me”, per amore di verità e giustizia, o semplicemente perché crede che il cittadino abbia il diritto di essere informato, ha raccontato i fatti. Questo è la Rai che rappresenta il servizio pubblico.

Firma: Loris Mazzetti.

Fonte: Il Fatto Quotidiano.