Ilva, incostituzionale il decreto 2015 del governo Renzi

Roma – La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il decreto “Salva Ilva” del 2015 (governo Renzi) che autorizzò l’utilizzo dell’altoforno 2 del siderurgico tarantino, sequestrato a giugno dal gip Martino Rosati dopo la morte di un operaio, ucciso poche settimane prima da un getto di ghisa mentre lavorava nell’impianto.

Canone Rai, arriva il sì del Consiglio di Stato ma resta il caos

Il Consiglio di Stato dà il via libera al provvedimento che riforma le modalità di pagamento dell’abbonamento Rai

Firenze – Dopo aver bocciato nelle scorse settimane alcuni passaggi, il Consiglio di Stato ha ora dato il via libera al provvedimento che riforma le modalità di pagamento dell’ abbonamento Rai. I giudici hanno, infatti, accolto le proposte avanzate dal ministero dello Sviluppo Economico che, tuttavia, ha recepito solo in parte i rilievi che i giudici gli hanno indirizzato. Non a caso i giudici di Palazzo Spada, pur concedendo l’ok, ribadiscono che la «formulazione delle disposizioni è eccessivamente tecnica»  «di non facile comprensione per i non addetti al settore», e per darne l’interpretazione autentica sarà necessaria  «una circolare dell’Agenzia delle Entrate, alla quale sarà data ampia pubblicità». In pratica, «rimane il caos», commentano Aduc e Codacons.

 

 

Canone Rai, il Consiglio di Stato boccia il decreto

RomaIl Consiglio di Stato boccia il decreto del governo sul pagamento in bolletta del Canone Rai. Per legge il Consiglio di Stato era chiamato ad esprimersi sull’atto, prima della sua promulgazione. Così, il Consiglio di Stato si è espresso in materia evidenziando che il decreto del ministero dello Sviluppo è da riscrivere perché «non offre una definizione di cosa debba intendersi per apparecchio televisivo», si legge nella sentenza. Inoltre,  «non c’è nessun riferimento allo scambio dati tra vari enti coinvolti necessario per l’addebito in bolletta» e il testo «non è di facile comprensione».

 Il Consiglio di Stato boccia…. (fonte: Repubblica)

Inchiesta Petrolio, indagato il capo della Marina. I pm ascolteranno Federica Guidi e Maria Elena Boschi.

Firenze Anche il capo di Stato Maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi, è indagato sull’inchiesta sul petrolio che ha già determinato le dimissioni dell’ex ministra dello Sviluppo Federica Guidi. Inoltre, la Procura di Potenza è pronta ad ascoltare la stessa Guidi e la sua ex collega Maria Elena Boschi. L’ammiraglio Giuseppe De Giorgi è stato iscritto nel registro degli indagati della Procura di Potenza insieme a Valter Pastena, dirigente della Ragioneria dello Stato. Le accuse per il militare vanno dall’associazione per delinquere all’abuso d’ufficio fino al traffico di influenze e al traffico illecito di rifiuti, stessi illeciti contestati a Gianluca Gemelli, compagno della Guidi.

 Inchiesta Petrolio, indagato il numero uno della Marina…. (fonte: Il Fatto)

Petrolio in Basilicata, 850mila tonnellate di sostanze pericolose… (fonte: Il Fatto)

 

Scandalo Eni, la ministra Guidi si è dimessa

Roma La ministra dello Sviluppo Economico Federica Guidi si è dimessa, con una lettera al presidente del consiglio Matteo Renzi. Il suo nome è nelle carte dell’inchiesta sugli impianti petroliferi Eni in Basilicata. Agli atti ci sono le telefonate con il compagno Gianluca Gemelli, indagato per traffico d’influenze, a proposito di emendamenti favorevoli alla Total, con cui Gemelli è in rapporti d’affari. In particolare, le carte dei magistrati di Potenza riportano una conversazione in cui Gemelli e la Guidi parlano di un emendamento –  bocciato nello “sblocca Italia” – da inserire di nuovo nella legge di stabilità. Un emendamento “nell’interesse di Total”, annotano gli investigatori, e che poi sarà approvato.

Inchiesta rifiuti nel centro Eni di Viggiano… (fonte: La Repubblica)

Banca Etruria, indagato il padre della Boschi per bancarotta fraudolenta

Firenze – Pier Luigi Boschi, ex vicepresidente di Banca Etruria e padre del ministro per le Riforme del governo Renzi, è indagato dalla procura di Arezzo per concorso in bancarotta fraudolenta insieme agli altri membri dell’ultimo consiglio di amministrazione dell’istituto. L’inchiesta dei pm aretini sul dissesto della banca è arrivata alla svolta largamente attesa dopo l’apertura, l’11 febbraio, del fascicolo per bancarotta. Tutti gli ex vertici, in carica dal 4 maggio 2014 all’11 febbraio 2015, sono sotto accusa per il buco che secondo il commissario liquidatore Giuseppe Santoni ammonta a 1,1 miliardi di euro.

Sotto inchiesta il Cda di Banca Etruria… (fonte: Il Corriere)

Banca Etruria, indagato anche il padre della Boschi (fonte: La Stampa)

Banca Etruria…. C’è anche il padre della ministra Boschi (fonte: Repubblica)

 

Caso Ballarò, non si chiede mai il licenziamento di una voce libera

Firenze  Devo al lettore due precisazioni. La prima. Credo di essere stato il primo in tv (ero ospite di Lilli Gruber, regolarmente autorizzato dalla Rai) ad aver parlato del conflitto d’interessi del ministro Boschi sulla vicenda della Banca Etruria. Anche dopo il voto del Senato, che rispetto, continuo a pensare che Maria Elena Boschi sia portatrice di un conflitto enorme e che il governo sia stato condizionato nel fare il decreto salva banche. Sull’influenza della massoneria in tutta la vicenda e non solo, emersa in questi giorni, ci sarà ancora molto, molto da scrivere.

La seconda. Sono amico di Michele Anzaldi. Lo reputo uno dei pochi in Commissione di Vigilanza che sappia di Rai e di tv in generale. All’epoca dell’editto bulgaro era al nostro fianco contro i pasdaran che in Rai hanno fatto di tutto, riuscendoci, per cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi e tanti altri. Ritengo che Michele Anzaldi abbia sbagliato a chiedere il licenziamento di Massimo Giannini che, contrariamente ad altri colleghi, certi argomenti li affronta nonostante il diktat di Renzi o chi per lui. Non si chiede mai il licenziamento di una voce libera, soprattutto perché non è la prima volta e rischia di diventare una persecuzione contro il conduttore di Ballarò e contro Rai3. Sono anche questi gli atti che portano l’Italia ad essere al 72° posto per la libertà d’espressione. Per Anzaldi, Giannini, è da condannare per aver definito il caso Etruria «rapporto incestuoso». Alcuni renziani del Pd (non solo Anzaldi) hanno reagito contro la volgarità dell’affermazione, creando nell’accusa una certa ambiguità. E’ l’argomento che disturba o la volgarità nell’uso della parola? Vorrei che il lettore notasse che una certa scurrilità è presente in tv a tutte le ore del giorno e in tutti i salotti. Ormai non ci si scandalizza se qualcuno nomina qua e là gli organi genitali come intercalare (non mi riferisco ai soli comici), la parola “cazzata” è diventata di uso comune. Stupisce, invece, che i politici intervengano sulla “parola volgare” solo quando questa viene usata per definire, anche efficacemente, un atto della stessa politica. Conosco troppo bene Michele Anzaldi, non gli passerebbe mai per la testa di disseppellire l’editto bulgaro, chi parla oggi ricordando la violenza berlusconiana lo fa perché non l’ha vissuta sulla propria pelle. Quella di Michele è una provocazione, sbagliata, ma una semplice provocazione. Scriverei la stessa cosa se al posto di Giannini ci fosse Vespa, è risaputo la mia poca considerazione nei suoi confronti, le voci si accendono non si spengono, e il governo, se volesse veramente far finire le polemiche, dovrebbe proporre quella benedetta legge sul conflitto d’interessi annunciata a suo tempo da Renzi. Giannini, denunciando il conflitto di interessi, aggiungo la mancata riforma del sistema radiotelevisivo, esprime il parere di milioni di italiani. Glielo consente l’articolo 21 della Costituzione.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21

Ilva, ministro Guidi firma il decreto per la cessione ai privati

Il ministro Guidi firma il decreto per la cessione ai privati.

Firenze Dopo il no, pronunciato dal tribunale federale di Bellinzona, in Svizzera, al rientro in Italia degli 1,2 miliardi sequestrati ai Riva, il governo Renzi prova ad accelerare sulla vendita dell’Ilva a una cordata di imprenditori privati. Il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi ha infatti firmato il decreto che autorizza «l’esecuzione del programma di cessione dei complessi aziendali» del siderurgico predisposto dai tre commissari Piero Gnudi, Corrado Carruba ed Enrico Laghi, che «avrà una durata fino a quattro anni», e «l’avvio delle procedure per il trasferimento delle aziende che fanno capo alle società del gruppo Ilva ora in amministrazione straordinaria». Domani sarà pubblicato il bando per le manifestazioni di interesse dai parte dei possibili acquirenti. La data ultima per chiudere le relative procedure, come previsto dal decreto del 4 dicembre, è il 30 giugno 2016.

Nel frattempo però l’Italia deve fare i conti  con la procedura di infrazione Ue per aiuti di Stato, a causa del prestito ponte da 300 milioni concesso a dicembre che va ad aggiungersi agli 800 milioni già messi sul piatto dalla legge di Stabilità. E, così, si profila di nuovo l’ipotesi del provvidenziale intervento di Cassa depositi e prestiti, pronta secondo Repubblica a rilevare il 40% del gruppo mentre i privati si limiterebbero a prendere in affitto la parte cosiddetta “sana”.

Strage di Bologna, il governo Renzi e le promesse dimenticate

Firenze Alla commemorazione della Strage di Bologna, il governo non se la caverà con il solito ministro irresponsabile dalle inutili promesse come è accaduto con Delrio e Poletti. Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei famigliari delle vittime, parlamentare Pd molto deluso, è chiaro: «Non abbiamo intenzione di fischiare nessuno, contesterò il comportamento del governo Renzi che in 35 anni è l’unico che non ha mantenuto la parola data. Se il premier non vuole essere contestato chieda immediatamente all’Inps di applicare la legge 206 sui risarcimenti alle vittime di stragi approvata nel 2004: subito la pensione alle quattro persone (allora bambini) rimaste ferite sull’80% del corpo, per i restanti aventi diritto con legge di Stabilità. Renzi, contro la nostra volontà, ci sta obbligando a portare l’Inps in tribunale».

Il 2 agosto 1980 i criminali fascisti Giusva Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini misero una bomba alla stazione di Bologna che esplose alle 10,25: 85 morti e 200 feriti. A chi interessa la verità? I politici di oggi, come quelli di allora, sono alla ricerca dell’oblio. Il tempo consuma la storia: i testimoni scompaiono e i giovani, non sono aiutati dalla scuola a conoscere i fatti. «Renzi era partito bene quando nel 2014 fece declassificare i documenti delle stragi dal 1969 al 1984. La direttiva non doveva essere lasciata andare al caso». Secondo Bolognesi il governo avrebbe dovuto seguirla anche nei minimi dettagli, e ad applicarla non dovrebbero essere gli stessi uomini che nel passato avevano nascosto gli atti. Non esiste un elenco consultabile e i documenti che vengono consegnati sono a discrezione dei singoli ministeri. «Mi sembra una barzelletta. Avevamo consegnato 70 domande ai servizi segreti, dopo un anno hanno risposto solo a 4: sui rapporti tra Fioravanti, Gelli e la P2, ci hanno risposto che non c’è nulla».

Bolognesi non si arrende, grazie alla digitalizzazione degli atti dei processi e all’importante lavoro fatto dai magistrati sulla strage di Brescia, che ha portato la Cassazione a condannare all’ergastolo i fascisti di Ordine nuovo Maggi e Tramonte, scoprono la relazione tra Fioravanti e la P2 di Gelli. Elio Massagrande, uno dei fondatori di Ordine nuovo, rifugiato in Paraguay, nel 1984 ospita Gelli dopo l’evasione dalla Svizzera. Lì il Venerabile riceve una lettera dai fascisti Paolo Marchetti e Rita Stimamiglio in cui gli scrivono: «Saremmo onorati di incontrala». I due coniugi avevano ospitato a Padova Fioravanti e Mambro subito dopo la strage di Bologna.

«L’esistenza di rapporti tra la P2 e gli assassini fascisti è documentata. Perché l’abbiamo trovata noi e non i servizi segreti?» Bolognesi aggiunge: «I depistaggi esistono ancora oggi, come quello inventato da Cossiga: la fantomatica pista palestinese». Quella lettera di per sé non dice nulla, ma è importante se messa in relazione con altri fatti documentati. Fioravanti, che non è solo uno spietato killer o un capro espiatorio, come qualcuno tenta di far credere, è il filo conduttore che lega l’omicidio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980) e l’assassinio del giudice Mario Amato che stava indagando sui fascisti e aveva intuito ciò che stava per accadere.

La sentenza della Cassazione sulla strage di Brescia è importante perché ha creato un percorso. «Nel 1974 sono quattro le stragi, solo mettendole in relazione l’una con l’altra si può arrivare al vero obiettivo dei mandanti». Vi è un’altra promessa disattesa da parte del governo che riguarda l’introduzione nel codice penale del reato di depistaggio e inquinamento processuale. Nel 2013 Del Rio disse: «Costruiremo una corsia preferenziale per approvarla al più presto». La legge è stata votata alla Camera nell’autunno 2014, grazie al lavoro in Parlamento di Bolognesi, poi insabbiata al Senato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Mattarella: “L’Italia ha il dovere di non dimenticare la strage di Bologna…”

35 anni fa la strage di Bologna… (di Stefano Corradino, fonte Articolo 21)

Strage di Bologna, Guccini… (di Emiliano Liuzzi, fonte: Il Fatto)

Strage di Bologna… (di David Marceddu, fonte: Il Fatto)

www.stragi.it 

L’anniversario… (fonte: Il Fatto)

Dopo 35 anni non si dimentica… (di Beppe Persichella, fonte: Corriere della Sera)

Strage di Bologna… (di Emilio Marrese, fonte: La Repubblica)

 

 

 

 

 

2 agosto 1980, le stragi e gli impegni del governo: la petizione per chiedere a Renzi di rispettarli

Firenze Ci siamo stancati delle parole cadute nel vuoto e per questo chiediamo aiuto ai cittadini a cui chiediamo di firmare una petizione rivolta al presidente del consiglio Matteo Renzi affinché rispetti le promesse. Perché queste promesse sono tante e sembrano accanirsi contro le vittime. Le vittime della strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980, ma non solo: pensiamo a Piazza Fontana, Piazza della Loggia (con le sue recentissime condanne all’ergastolo), treno Italicus, Rapido 904, via dei Georgofili. Tutte le vittime, un concetto da estendere anche ai feriti e ai familiari di morti e sopravvissuti. Ho provato a fare un elenco, delle promesse mancate, e sono davvero tante.

2 agosto 2013: risarcimenti e indennizzi mai visti

Era il 2 agosto 2013 quando il ministro Graziano Delrio assicurò che, entro settembre, la legge 206/2004 (Nuove norme in favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice) sarebbe stata completamente attuata. Per agevolare questa operazione, avevamo sottoposto 10 punti che avrebbero permesso il completamento. Di lì è iniziata la pantomima. Delrio, un mese dopo, mi informò che non si poteva fare e che occorreva aspettare la legge di stabilità. A me, in quanto deputato, l’onere di presentare un emendamento e a fronte di ciò il governo l’avrebbe fatto suo. Ovviamente l’emendamento l’ho presentato, ma è stato respinto. Ma c’è di più. Un emendamento è stato presentato anche da altri della maggioranza e riguardava i vitalizi (uno dei 10 punti che avevamo avanzato). Lo aveva elaborato l’Inps, ma era scritto talmente male che ci sono voluti 8 mesi per l’interpretazione corretta. Risultato: la proposta non era adeguatamente coperta dalle risorse stanziate (e ancora oggi le coperture non sono adeguate).

A questo punto dobbiamo saltare all’aprile 2014. È allora che vengono inseriti altri 3 emendamenti all’interno di un provvedimento sulle pensioni. Allora il ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Giuliano Poletti assicurò che nella successiva legge di stabilità avremmo completato tutti i 10 punti. Peccato che l’Inps, dipendente dal suo ministero, confeziona una relazione tecnica assurda poi respinta dalla Ragioneria. Passa l’estate e, dopo un’elaborazione delle associazioni delle vittime in cui ribadiamo l’assurdità della relazione dell’Inps, si ottiene l’inserimento dei 3 emendamenti nella legge di stabilità 2014-15. C’è anche la copertura stavolta, molto superiore al necessario. A posto allora? Macché. A luglio 2015 non c’è ancora traccia di nulla.

Il reato di depistaggio che non s’ha da fare

In questi anni in parlamento ho lavorato perché fosse inserito il reato di depistaggio nel codice penale. Sempre il 2 agosto 2013 il solito ministro Delrio assicurò che vi sarebbe stata una corsia preferenziale per questa legge. Non solo non è avvenuto, ma per farlo approvare alla Camera abbiamo dovuto penare e nell’ottobre 2014 la legge è passata con i voti favorevoli del Pd e del Movimento 5 Stelle. E al Senato? La legge – valida che prevede pene per tutti i cittadini che si macchiano di questi reati e che si aggrava nel caso di pubblici ufficiali – ‘è bloccata senza alcun apparente motivo. A me viene da pensare che, vista la situazione in Sicilia, i depistaggi che ancora oggi emergono nelle indagini in molte zone d’Italia e le frodi processuali che si ravvisano ogni giorni, ci sia chi ancora oggi abbia interesse a far sì che questo provvedimento rimanga lettera morta. Lettera morta che deve rimanere anche – o forse soprattutto – nel caso in cui qualcuno decida di collaborare facendo i nomi di chi ordisce il depistaggio con lo sconto di pena, per il collaboratore, fino a metà.

La direttiva Renzi sul segreto di Stato e sull’apertura degli archivi

Ecco, nell’aprile 2014 arriva la direttiva con cui si vuole fare luce (a parole, viene da dire) sui fatti di terrorismo e di stragi in questo Paese con l’apertura degli archivi e il loro versamento all’Archivio di Stato. Cos’è accaduto in tutto questo tempo? Ve lo racconto io. Innanzitutto è accaduto che, partendo dal principio corretto della direttiva, le persone che hanno coperto crimini tanto gravi oggi sono chiamati a collaborare con questa farlocca operazione di disclosure che niente ha dischiuso, al momento. Difficile poi capire se e cosa viene versato all’Archivio di Stato se manca un elenco delle carte. Inoltre è bene che i cittadini sappiano che il ministero degli Esteri con la scusa che non ha documenti con la dicitura “strage di ….” (Bologna, Italicus, Ustica, Brescia o qualsiasi altra) non verserà nulla. Forse dimenticano che sicuramente hanno tutti i rapporti delle ambasciate di Grecia, Spagna, Portogallo e America Latina, dove ci sono state dittature. E che quei rapporti che dovrebbero descrivere i rapporti con i terroristi e Gelli con quei Paesi. Non meglio è andata al ministero degli Interni che candidamente ci ha avvertito che deve preselezionare i documenti: preselezionare vuol dire che, se va bene, consegnano solo le carte che ritengono opportuno consegnare. Inoltre non hanno naturalmente indicato i documenti del famigerato l’Ufficio affari riservati che tanta parte ha avuto della strategia della tensione. Dal canto suo, invece, la Difesa deposita un po’ di documenti non digitalizzati e un altro po’ carte in digitale, ma senza gli originali rendendo così grandiose le possibilità di mettere in circolazione un falso.

Che fare? Ci aiutino i cittadini

Per uscire da questa pazzesca situazione, solo i cittadini ci possono aiutare. Innanzitutto firmando la petizione che abbiamo pubblicato in rete per supportarci nella richiesta a Renzi di rispettare gli impegni. Una richiesta, me ne rendo conto, che in molti tentano di ostacolare. Matteo Renzi, presidente del Consiglio, deve rendersi conto che ne va della credibilità di questo governo continuare su una simile strada. E glielo ripeto: nessuno può utilizzare l’anniversario del 2 agosto per fare promesse vane senza pagare dazio.

Firma: Paolo Bolognesi (Presidente Associazione vittime della strage di Bologna)

Fonte: Il Fatto