Saviano, la forza della parola

Firenze Le luci dello studio tv di “Vieni via con me” si sono spente, è giunto il momento di fare un bilancio su Roberto Saviano, per la prima volta coautore di un programma televisivo. Un trionfo di ascolto, non solo per i dieci milioni di telespettatori sintonizzati su Rai3, ma per i tre milioni che si sono aggiunti alla media del periodo: “La trasmissione ha spostato i consumi di televisione, ha scritto Mele sul Sole 24 Ore. Molte le critiche: dai quotidiani di B. anche il tentativo di delegittimazione nei confronti di Saviano con una raccolta di firme (a difesa delle mafie?), dal professor Aldo Grasso che, con la solita stroncatura, è il porta fortuna dei programmi di Rai3, infine dalla politica. Come diceva quel tale: “Non si può piacere a tutti.

Ancora una volta Saviano, con l’uso della parola (l’arma potentissima con la quale riesce a combattere la criminalità organizzata), ha vinto. L’autore di Gomorra ha dimostrato di non essere solo un grande scrittore ma anche uno straordinario comunicatore. Prima la denuncia contro la camorra (chi aveva sentito parlare dei casalesi al di là dei confini campani?), ora landrangheta: l’organizzazione criminosa che da anni si è inserita nel tessuto sociale della Lombardia e non solo, attraverso l’imprenditoria, creando un’area grigia tra burocrazia e politica che le serve tuttora per realizzare gli affari. Saviano non è il primo, mi auguro neanche l’ultimo, ad aver messo in relazione mafie e Nord Italia. La forza della sua parola ha illuminato, come non mai, la corruzione, l’intreccio tra criminalità e politica, al punto che sono riapparse nelle prime pagine dei giornali e nelle trasmissioni di approfondimento le indagini della magistratura che avevano portato all’arresto centinaia di persone. Saviano ha messo a nudo, davanti a dieci milioni di telespettatori, il meccanismo che ha portato la ‘ndrangheta alla conquista del territorio nordista.

Ci sono due momenti, uno all’esterno della trasmissione e l’altro all’interno che mi hanno, per ragioni diverse, stupito: l’urlo di Beppe Grillo in teatro: “Il nano gode come un riccio, riferendosi alla compartecipazione azionaria di B. nella società Endemol che ha contribuito alla realizzazione di “Vieni via con me”, e la decisa solidarietà a Saviano del capo dell’Antimafia Piero Grasso che, con fermezza, guardando diritto verso la telecamera, ha detto: “Ho bisogno di conoscere tutti i segreti della mafia, i suoi progetti criminali, le sue strutture, i suoi traffici, le sue relazioni esterne, attraverso pentiti e testimoni di giustizia che vanno incentivati con le intercettazioni, che nel rispetto della privacy, del segreto investigativo e senza imporre bavagli all’informazione, non vanno assolutamente limitate. Chi dei due ha perso un’occasione?

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Saviano, respinta l’accusa di plagio. Condannati editori campani.

Il Tribunale di Napoli ha respinto le accuse di plagio mosse a Roberto Saviano dagli editori dei quotidiani “Cronache di Napoli” e “Corriere Caserta”.

FirenzeIl Tribunale di Napoli ha respinto le accuse di plagio mosse a Roberto Saviano dagli editori dei quotidiani “Cronache di Napoli” e “Corriere Caserta”. Secondo la tesi degli editori per la stesura di “Gomorra”, Saviano avrebbe utilizzato parti di loro articoli. Con lo stesso provvedimento il Tribunale di Napoli ha invece condannato proprio gli editori di “Cronache di Napoli” e “Corriere di Caserta” per aver copiato articoli che lo scrittore aveva pubblicato su Repubblica e altri quotidiani.

 

Il commento di Roberto Saviano (La Repubblica)

Alla puntata speciale “Che tempo che fa”, Saviano ricorda l’intervista che fece da Biagi.

Parlando delle accuse di plagio, Roberto Saviano, ospite ieri sera al programma “Che tempo che fa”, ricorda Enzo Biagi.

MilanoNella puntata speciale di ieri sera “Che tempo che fa”, dedicata a Roberto Saviano, autore di Gomorra, lo scrittore parlando delle accuse di plagio, ha ricordato l’intervista che fece con Enzo Biagi. «Lui mi disse – ha ricordato – “sei arrivato davvero quando fanno un falso del tuo libro e ti accusano di plagio” e io ce li ho tutti e due». Per approfondire l’argomento vi invitiamo a leggere l’articolo scritto da Loris Mazzetti, collaboratore per anni del compianto giornalista, sulle pagine on-line di Articolo 21.

W., il divo americano

Prato – Confrontarsi con la mediocrità e trarne un affresco cinematografico. E’ quello che secondo me è riuscito a fare Oliver Stone in W., il suo ultimo lavoro dedicato all’ormai ex presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

 

Stone non segue la chiave documentaristica e di inchiesta percorsa in JFK, arrivando a non citare eventi cruciali della recente storia americana (la contestata elezione con l’accusa di brogli del 2000, l’11 settembre). Il regista racconta una serie di momenti significativi della vita di George W., seguendolo nel suo tortuoso percorso umano, dai problemi caratteriali della gioventù alla redenzione religiosa. Ne viene fuori la figura di un uomo mediocre, complessato nei confronti dell’altro sesso e dell’ingombrante figura paterna, tenace e determinato ai limiti dell’ottusità.

 

La bravura di Stone e dell’interprete Josh Brolin, perfettamente a suo agio in una parte così scomoda, secondo me è consistita proprio nell’evitare la caduta nella macchietta. Stone evita di calcare eccessivamente la mano (che Bush non sia acutissimo è risaputo) e questo aspetto lo ha portato a subire diverse critiche, ma il trattamento quasi caritatevole riservato al presidente in alcune scene non può essere letto come tentativo di ridimensionare le sue colpe.

 

Neanche il popolo americano ne esce bene: quando la mediocrità va al potere è il paese intero a essere diventato mediocre. L’empatia di George W. col popolo è elevata fin dall’inizio della sua carriera politica, il tentativo fallito di diventare Governatore del Texas. “Sono uno di voi… parlo coi tifosi, coi venditori di hot dog”, dice in un comizio di quegli anni. Il feeling resta elevato anche in seguito nonostante (o forse proprio per) l’evidente impaccio mostrato in pubblico. Evidentemente gli ideali Dio-Patria-Famiglia, vera pietra angolare dell’operato del nostro, bastano e avanzano, e l’immagine delle riunioni di governo, con Bush che prega mentre Cheney, Rumsfeld e Rove portano avanti le loro strategie,  è emblematica.

 

Il ritmo del film è compassato e riflessivo, con grande spazio lasciato all’ironia. In questo ho notato una certa somiglianza con “Il divo” di Paolo Sorrentino, che secondo me è il miglior film italiano del 2008, anch’esso criticato a torto per avere lasciato un’immagine troppo umana di Giulio Andreotti. Ma quando la storia ha già dato il suo giudizio, il compito dell’artista non è forse quello di cercare altre angolazioni e di offrire nuovi spunti di riflessione?

 

Una riflessione finale la faccio anch’io, restando su un tema di attualità come gli Oscar. Il cinema americano sta riscoprendo il genere della monografia, come testimoniano le diverse pellicole in uscita anche in Italia e dedicate a personaggi più o meno importanti della storia recente: oltre a W. di Stone è già nelle sale “Milk” di Gus Van Sant, dedicato al politico omosessuale degli anni ’70, e domani uscirà “Frost-Nixon” di Ron Howard. Considerato il contesto io avrei inviato come rappresentante del cinema italiano alla corsa per le ambite statuette proprio “Il divo” invece di “Gomorra”, un film bellissimo ma che ha il difetto di presentare un’immagine della criminalità lontanissima da quella dei vari Padrini che piacciono tanto al pubblico americano. L’esclusione del film di Garrone dalla pre-list dei nove titoli mi sembra eccessiva, pur non avendo visto i concorrenti, ma ritengo che “Il divo”, sia per meriti propri che per il fatto di inserirsi nel contesto di cui parlavo, avrebbe avuto maggiori possibilità di vittoria.