Corruzione, Tremonti indagato a Milano

L’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti è indagato dalla Procura di Milano per l’ipotesi di reato di corruzione.

Milano L’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti è indagato dalla Procura di Milano per l’ipotesi di reato di corruzione. Nel marzo 2009, durante il quarto governo Berlusconi, avrebbe ricevuto una tangente da 2,4 milioni di euro dal gruppo Finmeccanica, controllato dallo stesso Tesoro, per dare il via libera all’acquisto della società Usa Drs. A rivelarlo è il Corriere della Sera, secondo cui entro 15 giorni gli atti sul caso saranno trasmessa al Tribunale dei ministri di Milano. I Carabinieri hanno perquisito lo studio legale tributario milanese dell’ex ministro, che si è difeso dicendo di non aver «mai chiesto o sollecitato nulla».

Se un lavoratore muore…

FirenzeSe un lavoratore muore, molto spesso la chiamano “morte bianca”, tragica fatalità, incidente sul lavoro. Se un lavoratore muore, il ministero del Lavoro spende ben 9 milioni di euro, per  fare una campagna per la sicurezza,  dal titolo “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”.
Se un lavoratore muore, ai familiari viene data una rendita da fame o peggio solo un assegno di rimborso spese funerarie.
Se un lavoratore muore, il ministro Tremonti dice che <<robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci>>.
Se un lavoratore muore, il governo Berlusconi vara il Dlgs 106/09, che stravolge il Testo Unico per la sicurezza sul lavoro voluto dal Governo Prodi (Dlgs 81/08).
Se un lavoratore muore, i mezzi d’informazione ne parlano raramente.
Se un lavoratore muore, i sindacati confederali proclamano uno sciopero generale di un’ora.
Se un lavoratore muore, non si aumentano gli ispettori Asl.
Se un lavoratore muore, l’Inail dice che le morti sul lavoro sono in calo.
Se un lavoratore muore, lo Stato utilizza il “tesoretto” derivante dagli avanzi di bilancio Inail, che ammonta a circa 15 miliardi di euro , per ripianare i debiti, quando questi soldi dovrebbero essere utilizzati per aumentare le rendite da fame agli invalidi e ai familiari delle vittime del lavoro.
Se un lavoratore muore, ci dicono che oltre il 50% degli infortuni mortali avviene su strada e non nei luoghi di lavoro.
Se un lavoratore muore, è normale, doveva succedere, infatti quasi nessuno s’indigna più.
Se un lavoratore muore, non si insegna la sicurezza sul lavoro a partire dalle scuole elementari.
Se un lavoratore muore, il datore di lavoro viene condannato, molto spesso, a pene irrisorie.
Se un lavoratore muore, è perché la sicurezza sul lavoro è un costo insopportabile per le aziende.
Se un lavoratore muore, si fanno “lacrime di coccodrillo”, invece ci vorrebbero i fatti per fermare questo stillicidio quotidiano nei luoghi di lavoro.
 

Firma: Marco Bazzoni

(Operaio metalmeccanico e Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza-Firenze)

Fonte: Articolo 21.

 

Bobo for president

FirenzeDa quando Roberto Maroni è ministro dell’Interno sono stati arrestati numerosi latitanti, capi e capetti della criminalità organizzata, l’ultimo il camorrista Iovine alla macchia da quattordici anni. Complimenti al ministro e ai magistrati, che grazie alle loro indagini, lo hanno permesso e alle forze dell’ordine che materialmente lo hanno realizzato. Da una settimana Maroni, ritenendosi personalmente offeso, sta replicando in ogni angolo del palinsesto tv a Saviano che ha affermato a “Vieni via con me”:  <<La ‘ndrangheta al Nord come al Sud cerca il potere della politica e al Nord interloquisce con la Lega>>. Per i pochi che non lo sanno il significato di interloquire è il seguente: intervenire in un discorso, intromettersi in una discussione.

Il 15 gennaio 1993 fu arrestato Totò Riina, capo della mafia, latitante dal 1969; l’11 aprile 2006 la stessa sorte toccò a Bernardo Provenzano, dopo quarantatré anni di latitanza. Quante ore di trasmissione le tv avrebbero dovuto mettere a disposizione dei due politici allora a capo del Viminale, Nicola Mancino e Giuseppe Pisanu, e dei due Procuratori nazionali antimafia che hanno coordinato le indagini: Bruno Siclari e Piero Grasso? Lo stesso Viminale, mentre Maroni passa da un programma all’altro, ha affermato che il Nord è la zona dell’Italia dove si registra la maggior infiltrazione di denaro sporco, infatti l’affermazione più importante di Saviano (stranamente sorvolata) è stata: <<Non c’è nessuna strategia nel contrastare il dilagare dell’imprenditoria mafiosa che investe i suoi capitali al Nord>>. Sempre il Viminale ha dichiarato che il Nord è la parte del Paese nella quale esiste la maggior carenza d’organico nel controllo del territorio: meno 7250 unità tra polizia, carabinieri e guardia di finanza.

Credo che Maroni non abbia fatto tutto questo can can solo per poter replicare alle affermazioni di Saviano. Maroni, ben consigliato, ha cavalcato “l’offesa” al popolo leghista diventando il candidato numero uno per il dopo B. La Lega ha bisogno di un leader, Bossi è e rimarrà il punto di riferimento, ma il cavallo che il partito padano farà scendere in pista è lui: il ministro “sceriffo” Maroni. Il Pdl è <<allo sbando tra comitati d’affari e bande di potere>>, sono le parole pronunciate da Mara Carfagna pronta a lasciare ministero e partito. Perché il partito di Bossi, in costante ascesa non solo al Nord, in caso di voto anticipato, non può candidarsi alla Presidenza del Consiglio? È lo stesso Maroni che risponde “no” a Pier Ferdinado Casini, pronto a ritornare sul carro per un “governo d’armistizio”. È sempre Maroni che candida Tremonti, bruciandolo, per il dopo B. È ancora lui, il ministro, che con Bossi al fianco indica le elezioni anticipate come conseguenza unica alla possibile sfiducia a B. del 14 dicembre. Maroni for president?

Firma: Loris Mazzetti.

Fonte: Blog di Loris Mazzetti e Il Fatto Quotidiano

I tempi di Biagi e Montanelli

FirenzePurtroppo mancano giornalisti, come Biagi e Montanelli in grado di incidere sull’opinione pubblica, veri cani da guardia della democrazia. Tangentopoli è stato un gioco da ragazzi rispetto all’attuale “magna magna” istituzionalizzato: politici corrotti e al servizio delle mafie, magistrati venduti. Ve l’immaginate Biagi e Montanelli a organizzare feste per far inciuciare i politici, o a trasformare i tg in house organ di B., mettendo in onda i suoi interventi scaricati da siti di partito. Oppure i due grandi giornalisti che scrivono, come alcune contemporanee dei tg (che nulla hanno da invidiare alla Daddario), sotto dettatura dei Bonaiuti di turno.                                              

Il nostro è il Paese che dopo 18 anni scopre che Paolo Borsellino è stato ucciso con la scorta, per essersi opposto alla trattativa tra Stato e mafia. Il presidente del Senato che non si presenta alla commemorazione del magistrato, i suoi colleghi del Governo che decidono di non partecipare il 2 agosto alla commemorazione del trentennale della Strage di Bologna, per paura dei fischi.  E ci sono altri fatti, non meno importanti, che purtroppo non fanno notizia.

Attraverso la manovra economica Tremonti sta tentando di cancellare la memoria della Resistenza, tagliando i contributi che servono per diffondere quei principi e valori che portarono alla nascita della Costituzione Italiana. Il museo che ricorda la storia dei 7 fratelli Cervi rischia di subire un taglio del 15% dei contributi che ammontano alla modesta cifra di 60 mila euro. Sono oltre 5 mila gli studenti che, ogni anno, partecipano alle varie iniziative dell’istituto. Quello che sta per accadere al museo di Gattatico è previsto anche per altri luoghi della memoria: il museo della Liberazione di via Tasso a Roma e l’ex campo di concentramento di Fossoli. In compenso Tremonti stanzia 20 milioni di euro per un progetto, così detto di pace, organizzato dalle Forze Armate, dal nome che, a proposito di memoria, è tutto un programma: legge Balilla. Firmatari, oltre al ministro dell’Economia, anche La Russa e la giovane Melloni (eredi di quel regime che il 28 dicembre ‘43 fucilò i 7 fratelli Cervi). Questi soldi servirebbero a portare i giovani in caserma, che in divisa, frequenterebbero corsi di formazione per capire come è bello andare in missione in giro per il mondo. Con il ritorno di B. è tornato anche il regime. Nel 2001 Biagi e Montanelli, in una puntata de Il Fatto, lo avevano previsto. 

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Editoria, nuovo colpo di mano: il governo abroga le tariffe agevolate.

Abrogate dal governo le tariffe agevolate a favore dell’editoria.

FirenzePubblichiamo le dichiarazioni dei deputati Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita sulla decisione, assunta dal governo, di abrogare tutte le tariffe agevolate a favore dell’editoria.

«Dal primo aprile, e non è uno scherzo, saranno abrogate tutte le tariffe agevolate a favore della editoria con particolare riferimento alla spedizione degli abbonamenti» . A evidenziare questo nuovo colpo inflitto al comparto editoriale, Giuseppe Giulietti e Vincenzo Vita. «Tutti gli editori italiani – aggiungono – dai più grandi ai più piccoli riceveranno una vera e propria pugnalata alle spalle che in alcuni casi potrà portare all’immediata chiusura delle testate…. La decisione, non preceduta da alcuna consultazione in sede parlamentare è stata assunta dal ministro Tremonti facendosi beffa di tutti gli impegni assunti in sede parlamentare che andavano nella direzione di un progressivo reintegro dei fondi per l’editoria e della contestuale approvazione di una riforma organica del settore».

Per l’ennesima volta, affermano Giulietti e Vita, «si è scelta la strada opposta dando così al provvedimento uno spiacevole sapore vendicativo nei confronti di un settore che questo governo non ha mai amato. Non ci è chiaro quale sia stato e quale sia, su questa vicenda il parere del sottosegretario Bonaiuti, che ha la delega per il settore e che a questo punto potrà serenamente procedere a buttare nel più vicino cestino la proposta di riforma dell’editoria dal momento che, con questo colpo di mano è stata già realizzata».

«Per quanto ci riguarda – affermano i due deputati – questa vicenda non è meno grave della chiusura dei programmi o dell’alterazione permanente della par condicio o delle rappresaglie nei confronti dei singoli giornalisti perchè colpisce in modo ancora più subdolo il pluralismo nel settore editoriale e condanna a morte sicura decine di testate e centinaia di posti di lavoro con il rischio di ridurre anche nel settore della carta stampata un pluralismo che nel settore dei media è già ai minimi termini».

Fonte: Articolo 21.

Editoria no profit, il Senato ripristina i fondi (70 milioni)

Roma Tornano, anche se in parte, i fondi per l’editoria no profit e di partito. L’ha deciso il Senato quasi all’unanimità. Un emendamento ad ddl sul nucleare ripristina 70 milioni di euro per il periodo 2009-2010 al fondo detratto da Tremonti per decreto nell’estate 2008.  Un risultato di non poco conto che darà l’opportunità a diverse testate di andare avanti. L’emendamento è stato sottoscritto dai senatori Luigi Lusi (Pd), Alessio Butti (Pdl), Silvano Mura (Lega Nord) e dal vicepresidente della Commissione Cultura Vincenzo Vita (Pd).