Goodbye Italy, I’m a (free)lance

Firenze –  Trecento euro al mese come collaboratore del Tirreno, quotidiano locale del gruppo l’Espresso. Al Corriere di Livorno, chiuso dopo tre anni dal suo primo numero in edicola, ad un certo momento lo stipendio non l’ha visto per dieci mese. Sono alcuni dei passaggi della storia professionale di Chiara Giannini, giornalista, che l’ha pubblicata  lo scorso 10 marzo sul suo blog, www.11onair.com.  Un racconto che coinvolge l’ex direttore del quotidiano, Bruno Manfellotto, ora dirige l’Espresso. Dopo «Vent’anni di gavetta…», così inizia il racconto, la cronista ha deciso di lasciare l’Italia. Intanto, si è specializzata in reporter nelle zone di conflitto. In un prossimo articolo pubblicheremo la risposta di Manfellotto, seguita dalla replica della Giannini, entrambi già presenti su www.11onair.com e accompagnati da una nostra introduzione.

 «Vent’anni di gavetta, perché non finisci mai di tentare la scalata, in questo mondo fatto di block notes e registratori. Vent’anni in cui ti sei reso conto che ogni giorno che passa ti aggravi sempre di più, perché il giornalismo è una malattia, che peggiora col passare del tempo, che ti corrode l’anima, ti impedisce di dormire la notte. Quando scoppiò il conflitto libico iniziai a rigirarmi nel letto per ore e ore. Non c’era verso di chiudere occhio, dovevo partire. In nome di quella passione che arde dentro di te e che ti fa sentire che ogni notizia che non vai a verificare di persona è una notizia persa.

Ero reduce da anni di collaborazioni con Il Tirreno, quotidiano locale del gruppo Espresso in cui le promesse vane dei capiservizio erano addolcite con la pillola delle 400 lire a modulo (4 righe) prima e dei 20 centesimi dopo. Trascorrevo la mia giornata in redazione, dal lunedì alla domenica, ma ero felice, era la mia vita, quella. Nient’altro mi procurava tanta adrenalina quanto il poter scrivere un fatto di cronaca. E la gioia maggiore arrivava la mattina successiva, quando potevo toccare con le mani la carta opaca del giornale. La accarezzavo, la strofinavo, delicatamente, come si fa con la pelle morbida di un bambino. Leggevo il mio articolo, lo rileggevo ancora. E poi la gioia del momento lasciava il passo all’ansia, a quel fuoco che sembra corroderti lo stomaco, la voglia di passare alla notizia successiva. Ma il rapporto con quel giornale si interruppe in seguito a una mia lettera all’allora direttore, Bruno Manfellotto, in cui facevo presente che dopo quasi un decennio di collaborazione sottopagata, dopo aver dato il sangue a quel quotidiano, nessuna prospettiva di assunzione pareva aprirsi. Ricordo che andai a parlarci. Mi disse: “Frequenta una scuola di giornalismo e poi ne riparliamo”. Avevo 32 anni e una laurea e lo odiai, quanto non potete immaginarlo. Guadagnavo 300 euro al mese e i miei genitori ne rimettevano almeno 700 per mantenere questo mio “capriccio giornalistico”. Ma lo facevano perché sapevano che era la mia vita. A 32 anni nessuna scuola di giornalismo ti prende. Mi aveva chiuso le porte in faccia.

Quando aprì il Corriere di Livorno, molti anni dopo, fui assunta come praticante, redattore e diventai, infine, responsabile della redazione di Cecina. Ma le vicende giudiziarie di quel giornale sono note a tutti. Chiuse dopo tre anni. Non riscuotemmo per dieci mesi e non abbiamo mai avuto i soldi per straordinari e domeniche lavorate. Avevo all’attivo 4.400 ore in più, il cui corrispettivo, con ogni probabilità, non lo vedrò mai. Partii per la Tunisia, per seguire il conflitto libico e da lì mi sono specializzata in Difesa e Forze armate e ho iniziato a girare, ad affrontare i teatri operativi e le zone di conflitto assieme ai grandi inviati e ho scoperto di avere stoffa, per questo lavoro. “Un purosangue su cui nessuno aveva mai scommesso”: mi ha detto più volte un grande amico e grande reporter di guerra. Il primo che mi abbia dato fiducia. Spesso in prima pagina, sempre in prima linea. Per appena 50 euro ad articolo, anche dall’Afghanistan, anche dai posti peggiori. E spesso anche gratis, perché qualche giornale non ha soldi per pagarmi. Perché a questo ha portato la crisi dell’editoria e un sistema che i poteri forti non sono disposti a spezzare. Ho quasi quarant’anni e faccio la freelance. Ho tirato avanti a lungo con la cassa integrazione e in seguito con la disoccupazione. Alcuni dei giornali per cui scrivo pagano a sei mesi. Finora questa storia non ve l’avevo raccontata. Ma credo sia giusto farlo, per i giovani che intendano avvicinarsi a questa professione, per chi crede che i giornalisti siano brutti, cattivi e ultra pagati, per chi vede il giornalista solo come qualcuno che sta dietro a una scrivania e compone l’articolo grazie alle agenzie. Io le mie chiappe le ho sempre alzate e sono andata a tastare con mano, a verificare ciò che accadeva, ho sofferto, ho sudato sangue per il mio lavoro, ma sono ancora qui a farlo, nonostante tutto.

Sono qui a scrivere perché, dopo tanti anni, ho deciso di fare l’unica cosa possibile: emigrare. Perché in Italia c’è la crisi, perché in Italia i politici ti querelano (ho due querele importanti, da Gianfranco Fini ed Enrico Rossi, così saranno felici di esser citati in questo articolo e forse mi quereleranno di nuovo), perché in Italia vanno avanti i mediocri o i raccomandati o chi scrive senza mai alzare il sedere da una sedia o, come mi è capitato di vedere un po’ di tempo fa, come i giornalisti del Corriere della Sera, che arrivano sul posto con l’auto NCC (noleggio con conducente) o come chi si sente un giornalista di serie A, solo perché ha un regolare contratto o ancora chi si sente privilegiato perché viene invitato, in quanto assunto, a ogni evento nazionale o internazionale, mentre a noi poveri freelance capita solo ogni tanto e nella maggior parte dei casi tocca pagarci il viaggio. Oggi ho detto basta e ho deciso di emigrare. Continuerò a scrivere in inglese, visto che in italiano non mi consentono più di farlo, perché scrivere in italiano non ti dà più da mangiare. So, goodbye and good luck. A tutti coloro che sono giornalisti davvero, coloro che soffrono e non si arrendono, coloro che scrivono e lo fanno come missione di vita. A tutti gli altri auguro di cambiare mestiere. O di fare come me. Perché l’Italia è buona solo per la pastasciutta».

Napolitano: “Basta ingiustificata precarietà e inammissibile sfruttamento”

Roma«Nell’attuale fase economica l’impegno delle istituzioni e delle organizzazioni sindacali deve innanzitutto essere volto a contrastare la piaga della disoccupazione, che colpisce in primo luogo donne e giovani». Lo ha scritto il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano in un messaggio all’Ugl. «Le giovani generazioni – ha sottolineato il Capo dello Stato -, sulle quali grava già un debito pubblico che tende a diventare un fardello insopportabile, devono poter accedere al mercato del lavoro in modo che non siano penalizzate da ingiustificate precarietà o da forme inammissibili di sfruttamento. È a tal fine indispensabile che le parti sociali contribuiscano a sviluppare un confronto aperto e costruttivo sulle soluzioni da perseguire, con forte spirito unitario».

Primo Maggio, da festeggiare c’è ben poco

FirenzeI padri perdono il lavoro, i giovani sperano in un impiego stabile. In quella stabilità garantita alle generazioni passate. L’universo femminile, più esposto ai ricatti di varia natura, non vede ancora l’alba della propria emancipazione. La responsabilità ricade in un mercato senza anima che accentua in modo costante il divario fra chi ha di più e chi invece possiede sempre meno. Dopo il crollo delle ideologie, la maggioranza del popolo occidentale, e non solo, avverte un senso di insicurezza, figlio di un tessuto sociale frantumato, diviso e sempre più distante da logiche fondate sulla solidarietà e la collaborazione. A rendere ancora più complicato tale scenario, ci ha pensato la crisi economica. La bufera si è abbattuta nell’ultimo trimestre 2008, persiste ad oggi e non sappiamo quando terminerà. Un fatto però è già stato accertato e nel commentarlo tutti parliamo la stessa lingua. Molte aziende, anche colossi internazionali, hanno chiuso e il primo effetto drammatico è ricaduto sui lavoratori, licenziati e quando è andata bene in cassa integrazione o mobilità. Vorremmo pensare che fosse finita qui ma forse non sarà così. Di certo non è così il numero degli incidenti sul lavoro nel nostro Paese. Ogni giorno assistiamo inermi ad un infortunio. Dall’inizio dell’anno ad ora si registrano 345810 infortuni, 8645 invalidi e 345 morti (fonte Articolo 21). Cifre ahimé provvisorie. Anche in questo caso vorremmo pensare che fosse finita qui. Altrettanto vorremmo fare per i diritti dei lavoratori che nell’era globale si sono visti scippare di mano diversi di questi diritti, conquistati con lotte, a volte anche aspre, da parte di coloro che li hanno preceduti. In sostanza, siamo di fronte ad un periodo storico che ha annullato la classe media, molte persone stanno o sono già scivolate nella fascia della povertà e ha cancellato sul nascere i sogni di tante persone, speranzose di fare un lavoro e costrette invece a farne un altro. Per quest’ultimo appunto, in verità, la storia ha sempre concesso poco al popolo. A più riprese l’essere umano è stato costretto a porre in cima alle sue priorità le esigenze della vita quotidiana, rinviando ad un domani l’eventuale libertà di scelta. In questo contesto oggi si celebra il Primo Maggio, ma da festeggiare c’è ben poco, da riconquistare molto. Viviamo questa giornata come momento di incontro e di speranza nel tentativo di ritrovare in prospettiva la via della solidarietà, della collaborazione. Lasciamo ad altri il senso del rito, della passerella e proviamo a tramutare in confronto il risentimento, il rancore e la delusione dei lavoratori verso i partiti della sinistra (che c’era), i sindacati e un mercato che tutto è, tranne che libero.