“Io sto con Trocchia”, appello lanciato a sostegno del giornalista minacciato dalla camorra

Lanciato un appello da parte di diversi giornalisti a difesa di Nello Trocchia, il cronista minacciato da un boss della Camorra.

Firenze “Io sto con Trocchia” è l’appello lanciato dai giornalisti Giovanni Tizian, Manuele Bonaccorsi, Luca Ferrari e Giorgio Mottola per chiedere un intervento “del prefetto di Napoli, Gerarda Maria Pantalone“, in merito alla vicenda del cronista collaboratore de Il Fatto Quotidiano, minacciato lo scorso giugno da un boss della camorra  – “A quel giornalista gli spacco il cranio”, la frase pronunciata e intercettata dalle cimici della Procura di Napoli – a seguito dei suoi articoli pubblicati sul Fatto. Tra i firmatari dell’appello, che chiede inoltre all’Ordine dei giornalisti nazionale e ragionale una presa d’atto, ci sono anche: Roberto Saviano, Milena Gabanelli, Riccardo Iacona, Peter Gomez e Lirio Abbate.

Il silenzio dei giornalisti fa bene al potere

Firenze Le strategie dei potenti nei confronti della libera informazione, vero cane da guardia della democrazia e delle istituzioni (definizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), sono, più o meno, quelle usate dalle mafie. La minaccia fisica è sostituita dalla querela (penale e civile), per indurre alla censura o peggio all’autocensura. Per un giornalista che scrive per un piccolo giornale di provincia, perdere una causa, potrebbe significare la fine della professione e la crisi del giornale.

In tv le trasmissioni che fanno inchiesta si portano dietro decine di querele con richieste milionarie di risarcimento: Report di Rai 3. L’obiettivo è quello d’intimidire il giornalista, che alla minaccia del potente vede aggiungersi le pressioni dell’editore. Recentemente le mafie, non solo minacciano l’incolumità di chi scrive, ma chiedono e ottengono anche il licenziamento del redattore, com’è successo a Enzo Palmesano cacciato su due piedi dal Corriere di Caserta su richiesta del camorrista Vincenzo Lubrano, com’è emerso dalle intercettazioni ambientali. In una lettera ad Articolo 21 Palmesano ha denunciato:  «Non posso più scrivere sulla stampa locale casertana, non posso più pubblicare le mie inchieste sugli intrecci tra politica, affari e camorra».

Per Ossigeno per l’informazione dall’inizio del 2015 i giornalisti minacciati sono stati 116, dal 2006 a oggi ben 2.261, la regione più colpita il Lazio seguita da Campania e Lombardia. Circa cinquanta vivono sotto scorta, recentemente a noti: Saviano, Capacchione, Abbate e Tizian, si è aggiunto Sandro Ruotolo (#iostoconsandro) minacciato dal boss Michele Zagaria per aver realizzato, per Servizio pubblico, un’inchiesta sulla terra dei fuochi che conteneva un’intervista a Carmine Schiavone, il camorrista collaboratore di giustizia recentemente scomparso.

L’ennesimo declassamento dell’Italia dal 49esimo al 73esimo posto nella classifica mondiale della libertà (Reporter sans frontières) è dovuto al numero di giornalisti minacciati, sotto scorta e querelati. Tutto ciò ha un unico obiettivo: mettere il bavaglio per spegnere la luce sugli affari che neccessitano di buio e silenzio. Il legislatore non sta dalla parte di chi informa. A proposito di diffamazione, con la scusa di togliere il carcere ai giornalisti per reati di stampa, il testo, che modifica la legge del 1948 (approvato al Senato), sta introducendo norme molto severe sul piano pecuniario e aumentando le limitazioni e i condizionamenti sulla libertà dell’informazione anziché diminuirle, come dovrebbe avvenire un paese così detto democratico.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto

E’ morto Mario Pirani, fondò assieme a Scalfari Repubblica

E’ morto Mario Pirani

Roma  E’ morto a Roma all’età di 89 anni il giornalista Mario Pirani. Aveva partecipato alla fondazione del quotidiano la Repubblica, di cui era divenuto vicedirettore con Gianni Rocca, Giampaolo Pansa e, ovviamente, Eugenio Scalfari.

Biografia (wikipedia)

Calabria, giornalista pubblica la relazione sullo scioglimento del comune di Taurianova. Adesso, dovrà difendersi dall’accusa di ricettazione.

FirenzeQuella relazione non doveva essere pubblicata. E poco importa se, come ha stabilito il Tribunale di Cosenza, quegli articoli rientravano “nell’esercizio del diritto di cronaca e di critica politica”. Per la procura di Palmi è ricettazione e il giornalista rischia una condanna fino a otto anni di carcere per aver informato i lettori circa le motivazioni con cui nel 2008 è stato sciolto il comune di Taurianova. Notizie trattate al pari di un’auto rubata e rivenduta. Giornalisti colpevoli di avere informato i lettori su come quel comune è stato infiltrato dalla ‘ndrangheta. Non essendo mai stata individuata la sua fonte, il giornalista Agostino Pantano, all’epoca responsabile della redazione di Gioia Tauro di “Calabria Ora”, dovrà presentarsi il 16 aprile in Tribunale per difendersi dall’accusa di ricettazione. Per il pubblico ministero, infatti, Pantano si sarebbe appropriato in modo illecito della relazione della Commissione d’accesso.

Goodbye Italy, I’m a (free)lance

Firenze –  Trecento euro al mese come collaboratore del Tirreno, quotidiano locale del gruppo l’Espresso. Al Corriere di Livorno, chiuso dopo tre anni dal suo primo numero in edicola, ad un certo momento lo stipendio non l’ha visto per dieci mese. Sono alcuni dei passaggi della storia professionale di Chiara Giannini, giornalista, che l’ha pubblicata  lo scorso 10 marzo sul suo blog, www.11onair.com.  Un racconto che coinvolge l’ex direttore del quotidiano, Bruno Manfellotto, ora dirige l’Espresso. Dopo «Vent’anni di gavetta…», così inizia il racconto, la cronista ha deciso di lasciare l’Italia. Intanto, si è specializzata in reporter nelle zone di conflitto. In un prossimo articolo pubblicheremo la risposta di Manfellotto, seguita dalla replica della Giannini, entrambi già presenti su www.11onair.com e accompagnati da una nostra introduzione.

 «Vent’anni di gavetta, perché non finisci mai di tentare la scalata, in questo mondo fatto di block notes e registratori. Vent’anni in cui ti sei reso conto che ogni giorno che passa ti aggravi sempre di più, perché il giornalismo è una malattia, che peggiora col passare del tempo, che ti corrode l’anima, ti impedisce di dormire la notte. Quando scoppiò il conflitto libico iniziai a rigirarmi nel letto per ore e ore. Non c’era verso di chiudere occhio, dovevo partire. In nome di quella passione che arde dentro di te e che ti fa sentire che ogni notizia che non vai a verificare di persona è una notizia persa.

Ero reduce da anni di collaborazioni con Il Tirreno, quotidiano locale del gruppo Espresso in cui le promesse vane dei capiservizio erano addolcite con la pillola delle 400 lire a modulo (4 righe) prima e dei 20 centesimi dopo. Trascorrevo la mia giornata in redazione, dal lunedì alla domenica, ma ero felice, era la mia vita, quella. Nient’altro mi procurava tanta adrenalina quanto il poter scrivere un fatto di cronaca. E la gioia maggiore arrivava la mattina successiva, quando potevo toccare con le mani la carta opaca del giornale. La accarezzavo, la strofinavo, delicatamente, come si fa con la pelle morbida di un bambino. Leggevo il mio articolo, lo rileggevo ancora. E poi la gioia del momento lasciava il passo all’ansia, a quel fuoco che sembra corroderti lo stomaco, la voglia di passare alla notizia successiva. Ma il rapporto con quel giornale si interruppe in seguito a una mia lettera all’allora direttore, Bruno Manfellotto, in cui facevo presente che dopo quasi un decennio di collaborazione sottopagata, dopo aver dato il sangue a quel quotidiano, nessuna prospettiva di assunzione pareva aprirsi. Ricordo che andai a parlarci. Mi disse: “Frequenta una scuola di giornalismo e poi ne riparliamo”. Avevo 32 anni e una laurea e lo odiai, quanto non potete immaginarlo. Guadagnavo 300 euro al mese e i miei genitori ne rimettevano almeno 700 per mantenere questo mio “capriccio giornalistico”. Ma lo facevano perché sapevano che era la mia vita. A 32 anni nessuna scuola di giornalismo ti prende. Mi aveva chiuso le porte in faccia.

Quando aprì il Corriere di Livorno, molti anni dopo, fui assunta come praticante, redattore e diventai, infine, responsabile della redazione di Cecina. Ma le vicende giudiziarie di quel giornale sono note a tutti. Chiuse dopo tre anni. Non riscuotemmo per dieci mesi e non abbiamo mai avuto i soldi per straordinari e domeniche lavorate. Avevo all’attivo 4.400 ore in più, il cui corrispettivo, con ogni probabilità, non lo vedrò mai. Partii per la Tunisia, per seguire il conflitto libico e da lì mi sono specializzata in Difesa e Forze armate e ho iniziato a girare, ad affrontare i teatri operativi e le zone di conflitto assieme ai grandi inviati e ho scoperto di avere stoffa, per questo lavoro. “Un purosangue su cui nessuno aveva mai scommesso”: mi ha detto più volte un grande amico e grande reporter di guerra. Il primo che mi abbia dato fiducia. Spesso in prima pagina, sempre in prima linea. Per appena 50 euro ad articolo, anche dall’Afghanistan, anche dai posti peggiori. E spesso anche gratis, perché qualche giornale non ha soldi per pagarmi. Perché a questo ha portato la crisi dell’editoria e un sistema che i poteri forti non sono disposti a spezzare. Ho quasi quarant’anni e faccio la freelance. Ho tirato avanti a lungo con la cassa integrazione e in seguito con la disoccupazione. Alcuni dei giornali per cui scrivo pagano a sei mesi. Finora questa storia non ve l’avevo raccontata. Ma credo sia giusto farlo, per i giovani che intendano avvicinarsi a questa professione, per chi crede che i giornalisti siano brutti, cattivi e ultra pagati, per chi vede il giornalista solo come qualcuno che sta dietro a una scrivania e compone l’articolo grazie alle agenzie. Io le mie chiappe le ho sempre alzate e sono andata a tastare con mano, a verificare ciò che accadeva, ho sofferto, ho sudato sangue per il mio lavoro, ma sono ancora qui a farlo, nonostante tutto.

Sono qui a scrivere perché, dopo tanti anni, ho deciso di fare l’unica cosa possibile: emigrare. Perché in Italia c’è la crisi, perché in Italia i politici ti querelano (ho due querele importanti, da Gianfranco Fini ed Enrico Rossi, così saranno felici di esser citati in questo articolo e forse mi quereleranno di nuovo), perché in Italia vanno avanti i mediocri o i raccomandati o chi scrive senza mai alzare il sedere da una sedia o, come mi è capitato di vedere un po’ di tempo fa, come i giornalisti del Corriere della Sera, che arrivano sul posto con l’auto NCC (noleggio con conducente) o come chi si sente un giornalista di serie A, solo perché ha un regolare contratto o ancora chi si sente privilegiato perché viene invitato, in quanto assunto, a ogni evento nazionale o internazionale, mentre a noi poveri freelance capita solo ogni tanto e nella maggior parte dei casi tocca pagarci il viaggio. Oggi ho detto basta e ho deciso di emigrare. Continuerò a scrivere in inglese, visto che in italiano non mi consentono più di farlo, perché scrivere in italiano non ti dà più da mangiare. So, goodbye and good luck. A tutti coloro che sono giornalisti davvero, coloro che soffrono e non si arrendono, coloro che scrivono e lo fanno come missione di vita. A tutti gli altri auguro di cambiare mestiere. O di fare come me. Perché l’Italia è buona solo per la pastasciutta».

Io, la Rai e la Fiat: tanti saluti al diritto di critica.

FirenzeUn giudice di Torino ha condannato me e la Rai a risarcire con 7 milioni di euro Fiat per aver realizzato un servizio, nel dicembre del 2010, per la trasmissione Annozero. Si tratta di una condanna senza precedenti, applicata sulla base del codice civile. Una cifra impressionante, del tutto insostenibile. Una sentenza che investe non soltanto la vita di una persona, ma le ragioni stesse della nostra professione.

Nel servizio incriminato, al fine di valutare la competitività di Alfa Romeo sul mercato delle auto sportive, avevo messo a confronto tre piccole “belve” su una pista per testare le loro prestazioni assieme a un pilota collaudatore. Un confronto già peraltro realizzato dalla più autorevole rivista di settore, Quattroruote, la quale aveva sancito con tanto di responso cronometrico che l’Alfa Romeo Mito Quadrifoglio Verde, una delle tre auto a confronto, era la più lenta su circuito, distanziata dalla Mini Cooper S di tre secondi e dalla Citroen DS3 di un secondo e mezzo. Insomma, il test di Annozero si era limitato a ribadire un confronto già realizzato e mai contestato.

In uscita dal servizio, dentro lo studio della Rai dove mi trovavo, mi sono limitato a constatare che la Mito “si è beccata tre secondi dalla Mini”. Frase che, agli occhi di Fiat, è risultata un’insopportabile aggressione mediatica. Non mi addentro nelle ragioni giuridiche di questa sentenza, mi limito a osservare l’immensa sproporzione tra fatto e ammenda, quindi il suo intento punitivo. Del totale, “solo” un milione e settecentocinquanta mila euro quantificano il danno patrimoniale, mentre ben cinque milioni e duecentocinquantamila euro rappresentano il danno non patrimoniale. Insomma, cinquanta secondi di filmato nel quale il giornalista afferma non che l’Alfa Mito perde le ruote a 180 all’ora in autostrada e causa la morte di chi la guida, bensì che in pista è sì stabile e sicura, ma meno veloce di una Mini (fatto non contestato dalla Fiat), valgono molto più della vita di una persona: le tabelle in vigore presso il tribunale di Milano, fatte proprie dalla Suprema Corte, riconoscono al padre che ha perso un figlio un danno non patrimoniale massimo di 308.700 euro.

Naturalmente sul mio servizio si può dissentire. Ma quale principio democratico afferma una sentenza che contesta non il fatto raccontato, bensì l’incompletezza dell’informazione in questione? In sostanza Fiat sostiene (e il giudice accoglie) che non puoi parlare della sportività di un’auto senza citare anche l’ampiezza del suo bagagliaio, la qualità delle sue finiture e la comodità del suo abitacolo. Insomma, se dici che un’auto è più lenta di un’altra (dato, insisto, mai contestato da Fiat), devi anche aggiungere che in compenso è bella, spaziosa. Con tanti saluti al diritto di critica e di scelta del terreno del confronto.

Questa sentenza è un atto di intimidazione nei confronti di chi si azzarda a criticare un prodotto industriale. Nell’era della crisi globale, quando crescita e competitività diventano fattori cruciali per il futuro di un paese, una stampa orientata più ai consumatori che ai produttori è non solo necessaria, ma utile a stimolare le imprese. La domanda è: in Italia questo giornalismo libero di confrontare e criticare un prodotto ce lo possiamo ancora permettere? O questi 7 milioni di euro stabiliscono il limite oltre il quale non ci si può spingere? In Italia, guardando la tv o leggendo le riviste specializzate, tutte le auto sono belle, comode e veloci. Ma è sufficiente guardare un programma della Bbc (per esempio il mitico Top Gear) per rendersi conto di quanto lontano si spinga nel mondo anglosassone la facoltà di critica.

In Italia può esercitare il ruolo di perito indipendente del tribunale chi riceve finanziamenti da una delle parti: nel mio caso è successo per ben due dei tre consulenti indipendenti, i quali hanno ammesso di fronte al giudice che i rispettivi istituti ricevono finanziamenti da Fiat. Eppure sono rimasti tranquillamente al loro posto. Difficile per un giornalista, solo di fronte a questa condanna immensa, immaginare di continuare a esercitare il proprio diritto di critica. Chi parla male di un’auto Fiat, in Italia paga. Questa è la morale, questo deve sapere chi si appresta a fare il nostro mestiere.

Firma: Corrado Formigli

Fonte: Il Blog di Corrado Formigli

(guarda il video e riflettiamo)

 

Giornalista e partigiano, ci ha insegnato la libertà

FirenzeE’ molto difficile cercare di non essere banali nel parlare di Giorgio Bocca, che è stato un grande giornalista e un partigiano per sempre, ma non solo, lui è stato ben di più. Sempre coerente con le sue idee, nessun problema ad ammettere, quando accadeva (poche volte), di aver preso un’accantonata. Nessuno come lui ha raccontato il mondo del lavoro dal punto di vista di chi tutte le mattine entra in fabbrica, il “posto” tanto amato quanto odiato, attorno al quale ruota la vita, non solo dell’operaio e della sua famiglia, di un Paese intero. Bocca ci ha insegnato che il “posto” va rispettato e che i padroni non sono tutti uguali. Il migliore nella cronaca della Seconda Repubblica e del suo “dittatore, ma di nuovo tipo”.

La sua penna, priva di aggettivi e carica di verità, mai al servizio del compromesso, come quella volta quando lavorava per l’Europeo e Mattei, il presidente dell’Iri, aveva tolto la pubblicità alla Rizzoli per certi articoli apparsi su Oggi. Con un intervento di Nenni tutto tornò a posto. A dimostrazione della ripresa del rapporto, il direttore disse a Bocca di scrivere un pezzo sulla Persia dove Mattei aveva stipulato un importante contratto petrolifero. Il giornalista incontrò un alto funzionario dell’Eni che lo informò, come cosa naturale, che erano già stati pagati l’albergo, i biglietti dell’aereo, automobili, accompagnatori. La risposta fu immediata: “Mi spiace, ma non voglio collusioni economiche con l’Eni”.

Bocca con i suoi articoli e i suoi libri ha aiutato il cittadino a capire chi è realmente Silvio Berlusconi, seguendolo passo dopo passo, violenza dopo violenza, balla dopo balla, fino alla sua inevitabile caduta, avvenuta grazie agli stessi italiani, prima sedotti dall’imprenditore fattosi dal nulla, capace di diventare un grande dell’impresa e dell’editoria, che rispetto alla politica degli Occhetto, dei De Mita, alla corruzione dei Craxi, sapeva di nuovo, che non si è mai preoccupato né della cultura né della morale. Gli italiani inutilmente avevano sperato che dopo Tangentopoli “il signore dei telegatti e della stampa colorata o rosa o gialla”, portasse benessere. “Berlusconi”, ha scritto Bocca, “non ha saputo o voluto essere un dittatore sanguinario, torturatore feroce. Ha pensato di poter sostituire i plotoni di esecuzione con il fango della diffamazione e le persuasioni della corruzione…. Come dittatore di nuovo tipo Berlusconi ha usato le armi di cui era ben fornito: il denaro e la stampa gialla. Era dagli anni Venti, dalla nascita del fascismo, che un aspirante tiranno preferiva la diffamazione dell’avversario all’intimidazione fisica.”

Ho avuto la fortuna di incontrare Giorgio Bocca tante volte, soprattutto per lavoro. Non ho conosciuto il Bocca, taciturno, spigoloso, un po’ scontroso, come spesso veniva descritto. Ogni volta che lo chiamavo per un’intervista per “Il Fatto” di Enzo Biagi o per una partecipazione a “Che tempo che fa” rispondeva sempre “presente”. Un giorno parlammo a lungo del suo rapporto con la tv. Negli anni Ottanta aveva realizzato alcuni programmi nelle tv di Berlusconi, che allora si vantava di aver preso la nazionale del giornalismo. Insieme a Bocca facevano parte della squadra: Guglielmo Zucconi, Arrigo Levi, Enzo Bettiza e Indro Montanelli dirigeva il Giornale. Bocca mi chiese, sapeva che lavoravo da anni con il suo amico Enzo Biagi: “Come fa Enzo ad essere così bravo anche in tv. Io ero negato”. Poi aggiunse: “Non mi hanno mai aiutato, non mi indicavano neanche quale telecamera dovevo guardare”. Gli chiesi come mai avesse smesso di farla. Lui rispose: “Berlusconi mi ha licenziato”. “Non ci posso credere”, replicai. “Ti racconto come avvenne. Mentre stavo registrando entrò in studio Confalonieri che mi invitò a cena a casa sua la sera stessa. Arrivai con la mia signora all’ora stabilita. Ci accomodammo a tavola, notai due sedie vuote, una alla mia destra. Poco dopo arrivò Berlusconi con Veronica Lario che aveva portato un formaggio fatto da lei, immangiabile. Il Cavaliere salutò e diede a mia moglie un mazzo di fiori, ovviamente in argento. Verso la fine della cena Berlusconi mi disse tra una battuta e l’altra, con la bocca piena di cibo: ‘Caro Bocca tu non hai bisogno di soldi con Repubblica guadagni bene. I tuoi articoli fanno incazzare molto Craxi. Io ho bisogno di lui, mi spiace ma non ti rinnovo il contratto’. Poi si girò verso la persona seduta alla sua destra. Da allora non ho mai più fatto televisione”.

Era un Berlusconi ancora lontano dalla fondazione di Forza Italia. Con il politico Berlusconi Bocca non avrebbe mai lavorato nelle sue televisioni, infatti quando “scese in campo” il “Provinciale” abbandonò la casa editrice Mondadori: “Non posso scrivere male di Berlusconi e contemporaneamente prendere i suoi soldi”. Fu uno dei pochissimi a farlo in questi lunghi diciassette anni. Ha scritto Bocca: “Il berlusconismo non è stato un rifacimento del fascismo: diversissime le condizioni economiche e i rapporti internazionali, ma del fascismo ha ripetuto le esitazioni e i pentimenti che fecero dire a Goebbels che Mussolini non aveva la statura dei grandi dittatori, non era il capo che ‘faceva la storia’ come Hitler o Stalin”.

“La ripresa della libertà di stampa”, ha scritto Bocca, “passerà, probabilmente, se non per un ritorno alla povertà, per un rifiuto della ricchezza soffocante e stravolgente”. Lui, come Biagi e Montanelli, ci ha insegnato cosa significa essere liberi sempre.

Firma: Loris Mazzetti (Fonte, Il Fatto Quotidiano)

La nostra solidarietà a Ruotolo.

FirenzeNel nostro Paese, e non solo, fra i tanti malanni, vi è quello della mancata libertà di pensiero. Prima di esporre un pensiero, peraltro elementare e doveroso, ho a cuore una lunga premessa. Non vorrei andare in tilt a vantaggio della demagogia. E’ materia non interessante. Almeno per noi. La nostra indole non è rastrellare voti. Amiamo il confronto, il dialogo, ci piace ascoltare e ci unisce una grande passione: il giornalismo. Abbiamo un obiettivo, anzi due: difendere i valori della Resistenza e onorare ogni giorno – almeno ci proviamo – la storia professionale di Enzo Biagi, uomo umile, semplice e dalla schiena dritta, così come ce ne sono anche in altri settori. Abbiamo a cuore anche le sorti dei lavoratori, di chi rischia la vita per mandare avanti la propria famiglia. Fine della premessa. Da tempo, probabilmente da sempre, ogni accadimento tende ad assumere forme faraoniche. In omaggio alla strumentalità e, forse, frutto di quel senso di vuoto, di nulla che vive nell’essere umano, accompagnato però dalla sua bramosia di potere. Un desiderio per nulla attraente. Almeno per noi. Quando la bramosia si tramuta in realtà, in potere conquistato, l’uomo o la donna di turno potente appare insofferente alle norme, scritte e non, della democrazia. Il cittadino fatica a esprimere in toto il suo pensiero. Specie in ambito lavorativo.  Un po’ per l’ambiente, un po’ per opportunismo (a volte sano), un po’ perché non si sente parte integrante della macchina dello Stato. Nel giornalismo il problema aumenta all’ennesima potenza, proprio perché il cronista è chiamato a raccontare i fatti, non importa chi si trova o si troverà di fronte. La riprova, l’ultima in ordine di tempo, è rappresentata dalle minacce di morte, indirizzate a Sandro Ruotolo – con tutti i risvolti spiacevoli per lui e la sua famiglia -, cronista libero ed indipendente impegnato da sempre a raccontare i fatti legati alla criminalità organizzata. Minacce, indimidazioni alle quali lo stretto collaboratore di Michele Santoro ha già risposto. Il gesto della minaccia è di per sé un tentativo di limitare, in questo caso, la libertà di stampa (link). 

Esprimiamo la nostra assoluta solidarietà al giornalista della Rai e fiducia negli organi deputati alle indagini.

L’ultima lezione di Enzo Biagi

Pubblicato da Rubettino, è uscito da pochi giorni “L’ultima lezione di Enzo Biagi” di Annarosa Macrì, giornalista dal 1978 in Rai. Una testimonianza precisa ed accurata sul modo in cui Enzo Biagi interpretava il giornalismo. Un contributo per capire il suo metodo, la sua lezione e i principi fondamentali ai quali si atteneva.
Annarosa Macri’ ha collaborato con Enzo Biagi fin dal 1990. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi programmi, dai ‘Dieci comandamenti all’italiana’ a ‘Il fatto’ e a ‘Rt’ di cui e’ stata curatrice. Enzo Biagi le ha insegnato le regole alle quali ciascun giornalista deve attenersi con scrupolo. L’amore per la professione, spiegava Biagi, si deve tradurre nella ricerca della verita’ condotta con una grande onesta’ intellettuale. Una ricerca che, soprattutto, deve coincidere con la difesa del proprio punto di vista. Non solo. Il giornalista, spiegava ancora Biagi, deve esercitare la liberta’ di giudizio senza lasciarsi mai intimorire dal padrone di turno.
Prefazione di Loris Mazzetti.

Fonte AdnKronos