L’Anpi: “25 aprile, 1° maggio e 2 giugno non si toccano”.

Roma«Il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno non si toccano. Sono i valori su cui si fonda la Repubblica». E’ la posizione espressa in sintesi dall’Anpi in merito all’ipotesi del governo di sopprimere o accorpare alcune feste nazionali per aumentare la produttività. Nella scure incapperebbero anche le tre festività ben note per essere state già oggetto di tentativi analoghi.

«Non ci si dica – si legge nel comunicato – che non ci sono altri strumenti per incrementare la produttività e far crescere il Pil; ci sono provvedimenti in corso di esame, da tempo preannunciati, di cui si può accelerare l’iter; e ce ne sono altri, da molti invocati (la patrimoniale, per fare un esempio) che a torto si finge di ritenere improponibili».

«Dobbiamo – prosegue l’Anpi – essere estremamente chiari: non abbiamo – ovviamente – obiezioni di fronte ai sacrifici che possono essere chiesti ai cittadini in una fase difficile per il Paese; ma che si debba rinunciare alla storia, a quelli che sono i fondamenti comuni del nostro vivere civile, ci sembra davvero troppo. Ci sono festività che nascono da consuetudini o semplici abitudini, che forse possono consentire qualche operazione. Altre, come quelle citate, rappresentano il nostro passato migliore, i valori su cui si fonda la nostra Repubblica: sono, in una parola, la nostra storia. E non vanno toccate. Si faccia quello che occorre, per salvare il Paese da una crisi che non ci dà tregua. Ma si lasci al Paese la sua storia, si conservino i suoi valori, quelli a cui la stragrande maggioranza dei cittadini continua a richiamarsi. Questa è la richiesta che formuliamo alle istituzioni pubbliche e in particolare al governo». Infine, l’appello dell’Anpi: «Alle nostre organizzazioni rivolgiamo l’invito ad una mobilitazione immediata e diffusa, assumendo ogni possibile iniziativa, coinvolgendo i parlamentari e le istituzioni territorialmente competenti, sollecitando l’adesione e l’impegno dei cittadini. Il gravissimo proposito che è stato enunciato dalla stampa, se corrispondente ai reali intenti del governo, deve essere sventato e respinto, prima di tutto dalla coscienza civile e democratica del popolo italiano».

Fonte: Anpi

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Trattativa Stato-mafia, Scalfari attacca i pm di Palermo e chiede provvedimenti disciplinari

FirenzeEugenio Scalfari attacca il “Fatto Quotidiano”, le sue inchieste sulla Trattativa Stato-mafia, le richieste di chiarezza rivolte da Antonio Padellaro al capo dello Stato sulle telefonate con Nicola Mancino, oggi indagato per falsa testimonianza. E sulla base di una scarsa conoscenza del codice di procedura penale, arriva persino a domandare interventi disciplinari contro la procura di Palermo.

«Alcuni giornali conducono da tempo una campagna sul cosiddetto caso Mancino per mettere in difficoltà il Presidente della Repubblica» scrive su la “Repubblica” Scalfari al termine del suo editoriale della domenica. Che poi prosegue: «Negli ultimi giorni lo esortano a rendere pubbliche le telefonate che ha avuto con Nicola Mancino e che sono stare registrate dalla Procura di Palermo. Non entro nel merito, che riguarda le Procure interessate, i gip che ne autorizzano gli interventi, il Procuratore generale della Cassazione che ha la vigilanza sul corretto esercizio della giurisdizione e detiene l’iniziativa di eventuali procedimenti. Osservo soltanto che quei giornali così legittimamente desiderosi di chiarire eventuali misteri e possibili ipotesi di reato scrivono come se sia un fatto ovvio che il Presidente della Repubblica è stato intercettato e che il nastro dell’intercettazione è tuttora esistente e custodito dalla Procura di Palermo».

E sì, perché, secondo il fondatore di Repubblica, «gli intercettatori avrebbero dovuto interrompere immediatamente il contatto» e perché «forse l’agente di polizia giudiziario incaricato dell’operazione non sapeva o aveva dimenticato che da quel momento in poi stava commettendo un gravissimo illecito». Quindi l’attacco frontale ai pm: «Ma l’illecito divenne ancora più grave quando il nastro fu consegnato ai sostituti procuratori i quali lo lessero, poi dichiararono pubblicamente che la conversazione risultava irrilevante ai fini processuali, ma anziché distruggerlo lo conservarono nella cassaforte del loro ufficio dove tuttora si trova».

Secondo Scalfari «la gravità di questo comportamento (quello di aver intercettato Napolitano e conservato la registrazione, ndr) sfugge del tutto ai giornali che pungolano il Capo dello Stato senza però dire una sola sillaba sulla grave infrazione compiuta da quella Procura la quale deve sapere che il Capo dello Stato non può essere né indagato né intercettato né soggetto a perquisizione fino a quando – in seguito ad un “impeachment” –  non sia stato sospeso dalle sue funzioni con sentenza della Corte Costituzionale eretta in Suprema Corte di Giustizia».

Secondo il fondatore de la Repubblica, «si tratta di norme elementari della Costituzione e trovo stupefacente che né i Procuratori interessati, né i giudici che autorizzano i loro interventi, né i magistrati preposti al rispetto della legge, né gli opinionisti esperti in diritto costituzionale abbiamo detto una sola sillaba in proposito con l’unica eccezione dell’ex senatore Giovanni Pellegrino, già presidente della Commissione parlamentare sulle stragi».

Purtroppo per Scalfari le cose stanno in modo diverso. Nessuno tra coloro i quali conoscono le leggi italiane ha detto una sillaba denunciando il presunto abuso, semplicemente perché l’abuso non c’é. In questo caso infatti l’intercettato per ordine di un giudice era Mancino (non coperto da nessuna immunità). E solo il giudice, al termine di un’apposita udienza, una volta sentiti pm e avvocati (ai quali l’intero materiale va messo a disposizione), può decidere di distruggere intercettazioni ritenute irrilevanti. Il perché é semplice: se lo potessero fare da soli gli investigatori, magari interrompendo a piacimento gli ascolti, o i pm (eliminando conversazioni quando vogliono) il rischio deviazione in tutte le indagini sarebbe altissimo. Perché, senza nessun controllo, potrebbero essere buttate via prove a discarico degli indagati o conversazioni che invece ne dimostrano la colpevolezza.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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25 aprile, Anpi: la memoria batte nel cuore del futuro

FirenzePubblichiamo l’appello dell’Anpi per la festa della Liberazione.

«L’Anpi fa appello a tutte le italiane e a tutti gli italiani affinché il 25 aprile scendano nelle piazze a festeggiare la Liberazione, a ritrovarsi uniti e appassionati attorno alle radici autentiche della nostra democrazia e del futuro: Antifascismo, Resistenza, Costituzione. Raccontarle a chi non sa o ancora non vuol sapere, ai distratti, agli indifferenti, a chi non smette di strumentalizzare questo giorno facendone mero strumento di cieca e violenta propaganda.

Vi è stato chi ha attaccato la nostra Associazione e il suo Presidente nazionale, con argomenti infondati e inaccettabili e addirittura con insulti e accuse di “fascismo” su una specifica questione politica fino a sostenere che non dovremmo celebrare la festa del 25 aprile: facciamola quindi più grande e più partecipata per ribadire con forza la nostra volontà di contribuire al “riscatto” del Paese e il significato profondo della guerra di Liberazione e della inedita partecipazione di tanta parte del popolo italiano.

Ricordiamo che l’unità di forze diverse tra loro, con un impegno e una generosità straordinari, condusse il Paese fuori dal baratro della dittatura nazifascista, inaugurando una stagione di grande entusiasmo e rigenerazione civili, destinata ad approdare ad una Costituzione tra le più avanzate del mondo. E cerchiamo di ritrovare quell’impulso, quel prendersi per mano, con fermezza e intelligenza, per intraprendere sentieri comuni, imprescindibili.

Ricordiamo i partigiani, forti di cuore e di coraggio, forti di amor di Patria e di sogno: democrazia e socialità, col concorso responsabile di ognuno, ogni giorno. Ricordiamo la loro aspirazione più profonda alla pace, al dialogo, all’uguaglianza, alla giustizia. Prendiamoci cura della memoria di queste donne e uomini della libertà, teniamone in vita virtù e tensione morale, difendiamoli dal revisionismo, dalla strumentalizzazione e dall’indifferenza.

Ricordiamo i tanti militari che dissero no al fascismo risorto dopo l’8 settembre ’43 e per questo pagarono il prezzo altissimo e tragico della deportazione e della morte. Ricordiamo tutti coloro che vollero resistere alla sopraffazione, anche senz’armi: la nostra Repubblica è fondata sul loro sacrificio. Ricordiamo il contributo del popolo, che tanto diede ai partigiani, nutrendoli, offrendo loro un riparo, un conforto; spesso restando nell’anonimato e correndo pericoli gravissimi per sé e per le proprie famiglie.

Portiamo in piazza le “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”, leggiamole, facciamole conoscere, sono il miglior antidoto all’imbarbarimento politico e sociale. Portiamo in piazza la parte migliore dei cittadini; quella che non cede al disincanto e alla indifferenza, quella che è ancora capace di indignarsi di fronte alla decadenza morale ed alla corruzione diffusa; quella che aspira ad una democrazia vera, fatta di uguaglianza e socialità. Quella che vuole portare avanti i sogni, le speranze, le attese di tutti coloro che combatterono e si impegnarono per la libertà. Sarà così una grande festa di popolo, in cui la memoria si unirà alla riflessione, all’impegno antifascista, alla volontà di uscire dalla crisi con un avanzamento generale della nostra società e della democrazia, nella riaffermazione dei valori di fondo della Resistenza e della Costituzione».

Fonte: Anpi

Prato, il Museo della Deportazione e della Resistenza festeggia il suo decennale

Gattatico (Reggio Emilia), le iniziative all’Istituto Alcide Cervi

Guccini: «Offesa e tradita la mia “Locomotiva”» (fonte: La Repubblica)

25 aprile, Carlo Smuraglia: “diamo alla memoria… ” (fonte: Articolo 21) 

 

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Articolo 18 contro flessioni e flessibilità

FirenzeE’ stato denunciato che presso un negozio milanese ai dipendenti viene imposto come sanzione disciplinare un certo numero di flessioni. Un evidente esempio di abuso di potere in violazione della dignità del lavoratore. Che ciò sia potuto accadere è la conferma della debolezza del sindacato e della inadeguatezza dell’apparato pubblico che dovrebbe garantire ai lavoratori le più elementari tutele. Si tratta dei servizi ispettivi e della giustizia del lavoro, spesso troppo lenta per dare affidamento a chi avrebbe necessità di un suo tempestivo intervento. Che simili vicende possano verificarsi in aziende dove sarebbe applicabile l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce il licenziamento del lavoratore che si ribelli all’ingiustizia, deve indurre a riflettere su quel che potrebbe accadere se la portata di questa norma fosse ridimensionata, in omaggio ai valori, oggi predicati, della flessibilità.
La fantasia dei “capetti” nell’escogitare nuove forme di punizione non avrebbe più limiti. Per questo la difesa dell’art. 18 deve essere intransigente. Anzi si deve pretendere dallo Stato che questa norma venga effettivamente e rapidamente applicata. Ciò vale non solo per le aziende commerciali e industriali ma anche per quelle che producono informazione.
Le vicende del Tg1 stanno a dimostrare che esistono forme di punizione meno pittoresche delle flessioni, ma certamente molto più efficaci, per tenere a bada i giornalisti che difendono la loro libertà e autonomia. Il loro silenziamento non costituisce soltanto una violazione dei diritti derivanti dal rapporto di lavoro, ma un grave attentato alla libertà di informazione e quindi all’ordinamento democratico.
Il popolo non è sovrano – ha detto recentemente la Cassazione – se non è compiutamente e correttamente informato sugli avvenimenti di interesse generale. Garantire l’autonomia dei giornalisti, anche con l’articolo 18, significa rendere effettivo il diritto dei cittadini all’informazione, in applicazione non solo dell’articolo 21 della Costituzione ma anche dei principi affermati dai Trattati europei.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Il giudice Ingroia: “Sono un partigiano della Costituzione”. Attacchi dal Pdl

Roma - Il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo Antonio Ingroia è intervenuto al congresso dei Comunisti italiani: “Fra chi difende la Carta e chi ogni giorno cerca di violarla, violentarla, stravolgerla, so da che parte stare”. 

”Un magistrato deve essere imparziale – ha detto Ingroia – quando esercita le sue funzioni -e non sempre certa magistratura che frequenta troppo certi salotti e certe stanze del potere lo è – ma io confesso non mi sento del tutto imparziale, anzi, mi sento partigiano. Partigiano non solo perché sono socio onorario dell’Anpi, ma sopratutto perché sono un partigiano della Costituzione”. L’intervento di Ingroia è stato fortemente criticato da vari esponenti politici del centrodestra.

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L’articolo 18 è l’unica effettiva remora ai licenziamenti ingiustificati.

RomaLa proposta italiana all’Unione Europea di modificare le regole in materia di licenziamenti per ragioni economiche, abrogando in tutto o in parte l’art. 18 St. Lav. viene presentata come un’iniziativa diretta a consentire alle imprese di far fronte a situazioni critiche. Non è così. La possibilità di ristrutturare le aziende mediante licenziamenti è già ampiamente prevista dalla leggi in vigore, che consentono di procedere sia a licenziamenti individuali per ragioni organizzative (legge n. 604 del 1966) sia a operazioni di riduzione del personale ovvero di licenziamento collettivo (legge n. 223 del 1991). E’ sufficiente che un’azienda dimostri di avere la necessità di sopprimere uno o più posti di lavoro, perché possa legittimamente farlo. L’art. 18 St. Lav. non lo impedisce minimamente. Questa norma entra in funzione soltanto se un’azienda con più di 15 dipendenti nell’effettuare uno o più licenziamenti non rispetta le regole del sistema ovvero adduce motivazioni prive di fondamento. La reintegrazione è una sanzione, che è stata introdotta per le aziende di una certa dimensione in considerazione del fatto che per esse il pagamento di un indennizzo in caso di licenziamento ingiustificato non è un problema.
Abolire l’art. 18 significa sostanzialmente dare mano libera in materia di licenziamenti. Nessuna sanzione economica potrà scoraggiarli, anche perché i lavoratori espulsi, quelli più costosi, per la loro età, potranno essere sostituiti da giovani alle prime armi più docili e meno retribuiti. In questo modo si favoriscono gli imprenditori abituati a realizzare i profitti torchiando i dipendenti e non coloro che vogliono investire nell’innovazione. Inutile dire che la libertà di licenziare può essere utilizzata come strumento nel confronto politico e come mezzo di pressione. Nel nostro Paese dove, per carenza di capacità imprenditoriali, le possibilità di lavoro scarseggiano, perdere il posto significa essere emarginati dalla società. Con buona pace dell’art. 1 della nostra Costituzione che pone il lavoro a fondamento della Repubblica.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Antonio Ingroia: “Chiedo il diritto di replica per gli attacchi che spesso subiamo”

Firenze - Dopo gli attacchi successivi al suo intervento alla manifestazione “A difesa della Costituzione”, il Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia ha rilasciato al Comitato a difesa della Costituzione questa dichiarazione: «Rivendico il diritto alla libertà di espressione di un magistrato: quando poi si tratta di riforme che riguardano la giustizia quel diritto diventa un dovere. Mancherei a questo dovere se tacessi. Mi piacerebbe che io, come altri miei colleghi messi nel mirino solo perché esprimiamo opinioni, potessimo avere un diritto di replica agli attacchi che spesso riceviamo da alcune reti televisive».

Fonte: Articolo 21

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12 marzo: Anpi, dal 25 aprile non si torna indietro

Firenze – E’ allarme democrazia. Chi governa invece di dare risposte responsabili ai problemi gravi e reali del Paese alimenta, con un populismo autoritario, scontri tra le istituzioni, umilia il Parlamento, contrasta la libertà dell’informazione, alla giustizia antepone il privilegio, con sfacciati propositi eversivi dei valori, dei principi e delle regole, aggredisce la Costituzione conquistata col sangue dalla Resistenza. Il Paese vive in uno stato di abbandono sociale senza precedenti e l’interesse individuale, l’attesismo, le divisioni, sono le uniche, incredibili risposte della politica.

Non è più possibile esitare. E’ l’ora di una piazza nazionale, immensa, responsabile, unita, una piazza di radici autenticamente civili: una piazza della Costituzione. Una piazza della memoria, di donne e uomini che ricordano o gli è stato raccontato, insegnato cos’è stato il Paese senza la Costituzione, senza diritti, libertà, un Paese intollerabile, che non deve essere rivissuto. Un piazza per chi non sa, è distratto, appartato, “tanto non cambia niente”. Una piazza per unire, riconsegnarci alla cultura del bene comune, la democrazia. Una piazza per il dopo. Per camminare insieme, riconoscerci uguali nei diritti, nei doveri: l’unica patria possibile è questo popolo, questa coscienza.

Dal 25 aprile non si torna indietro. Da quella ritrovata unità nella Liberazione. Il 12 marzo i partigiani, gli antifascisti e tutti i democratici saranno in ogni città, in ogni quartiere, in tutta Italia. Se non ora quando?

 Firma: Andrea Liparoto (Anpi)

 Fonte: Articolo 21

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Napolitano: “Il giusto processo è già garantito dalla Costituzione”

FirenzeIn Italia, il giusto processo è già garantito dalla Costituzione. E’ questo il messaggio che il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha voluto mandare al Paese incontrando stamani al Quirinale il comitato di presidenza e una rappresentanza del Csm. Il Capo dello Stato si è intrattenuto con il vicepresidente e i componenti di diritto del comitato di presidenza del Csm che – si legge in una nota diffusa dal Quirinale -, <<gli hanno espresso la preoccupazione e l’inquietudine del Consiglio e della magistratura per l’aspro conflitto istituzionale in atto>>. Il Presidente Napolitano, come già espresso durante la Giornata dell’informazione, ha ricordato che <<nella Costituzione e nella legge – prosegue il comunicato del Quirinale – possono trovarsi i riferimenti di principio e i canali normativi e procedurali per far valere insieme le ragioni della legalità nel loro necessario rigore e le garanzie del giusto processo. Fuori di questo quadro, ci sono solo le tentazioni di conflitti istituzionali e di strappi mediatici che non possono condurre, per nessuno, a conclusioni di verità e di giustizia>>. Le parole del Capo dello Stato sono arrivate dopo gli ultimi attacchi alla giustizia  messi in atto dal Pdl. Dalla proposta di un decreto legge sulle intercettazioni, a quella sul processo breve e la volontà del Presidente del Consiglio, espressa in un’intervista rilasciata a Giuliano Ferrara sul Foglio, di ritornare all’immunità. Nel pomeriggio, alle 17, il Capo dello Stato incontrerà il premier Berlusconi (link). 

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L’Anpi dice sì alla proposta di Articolo 21. In piazza in difesa della Costituzione.

Firenze - La Presidenza e la segreteria nazionale dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia ha inviato un messaggio ad Articolo 21 in cui aderisce alla manifestazione proposta da Articolo 21 (che nei suoi termini operativi  è ancora in via di definizione). 
<<L’Anpi – si spiega in una nota – aderisce con piena e appassionata convinzione all’appello lanciato da Articolo 21 per una grande, unitaria manifestazione nazionale di “orgoglio costituzionale”. Ci saremo, come siamo sempre stati in tutte le iniziative volte a fondare nel Paese una coscienza democratica, responsabile e condivisa. Siamo schierati contro i continui attacchi, divenuti intollerabili, alla Costituzione – nata dalla Resistenza – radice della nostra identità nazionale, attacchi che stanno precipitando l’Italia verso un destino di profonda involuzione e degrado. Nell’auspicare una grande riuscita, auguriamo agli amici di Articolo 21 e al suo portavoce nazionale Giuseppe Giulietti buon lavoro>>.

Fonte: Anpi

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