Mancata scorta a Biagi, prescrizione per Scajola e De Gennaro

Firenze – Finisce nel nulla, causa prescrizione, il procedimento contro Claudio Scajola e Gianni De Gennaro, indagati a Bologna per cooperazione colposa in omicidio colposo in relazione alla mancata concessione della scorta a Marco Biagi, il giuslavorista ucciso nel capoluogo emiliano dalle Brigate rosse il 19 marzo 2002. La prescrizione è stata dichiarata dalla sezione distrettuale del Tribunale dei ministri di Bologna. «Era la nostra richiesta», si è limitato a dire il procuratore capo di Bologna Roberto Alfonso. Di ben altro tenore la reazione della famiglia Biagi: «La prescrizione consentirà agli indagati di non confrontarsi con la giustizia e con la realtà dei fatti», ha detto all’Ansa il legale Guido Magnisi. «Mi limito a fare mia la considerazione della famiglia Biagi: per citare Jung, agli stessi soggetti coinvolti resta il doloroso e sofferente confrontarsi con le proprie coscienze».

Marco Biagi, indagati Scajola e De Gennaro

Firenze Sono passati nove mesi da quando emerse la notizia che la Procura di Bologna aveva aperto una nuova indagine sull’omicidio del giuslavorista Marco Biagi, ammazzato dalle Brigate Rosse il 19 marzo del 2002. Claudio Scajola e Gianni De Gennaro, secondo quanto riporta l’agenzia Ansa, sono indagati nell’inchiesta bis sulla revoca della scorta al consulente del ministero del Lavoro. All’epoca Scajola e De Gennaro erano rispettivamente ministro dell’Interno e capo della Polizia.

L’ipotesi di reato su cui gli inquirenti avevano riaperto l’inchiesta archiviata sui comportamenti omissivi di funzionari di Stato nella revoca della scorta è omicidio per omissione. Si tratta di un’ipotesi di reato più grave dell’omissione semplice – che si sarebbe prescritta dopo 7 anni e mezzo (nel 2009) – e dunque ancora perseguibile. Ma, secondo quanto scrive l’Ansa, il reato contestato è cooperazione colposa in omicidio colposo.

La moglie di Matacena arrestata all’aeroporto di Nizza

Arrestata la moglie di Amedeo Matacena, Chiara Rizzo.

Firenze Chiara Rizzo, moglie dell’ex deputato di Forza Italia Amedeo Matacena – condannato a cinque anni e quattro mesi per concorso esterno in associazione mafiosa e latitante a Dubai – è stata arrestata all’aeroporto di Nizza in esecuzione del mandato di arresto europeo emesso dal Gip del Tribunale di Reggio Calabria, Olga Tarzia. La donna, al centro dell’indagine sulla fuga di Matacena con il supporto dell’ex ministro Claudio Scajola, è stata presa in consegna dalla polizia francese, presente l’ufficiale di collegamento italiano e funzionari della Dia.

Scajola arrestato dall’antimafia di Reggio Calabria

Arrestato Claudio Scajola.

Firenze La Direzione antimafia di Reggio Calabria ha arrestato l’ex ministro Claudio Scajola. Secondo l’accusa Scajola avrebbe aiutato il suo collega di partito, Amedeo Matacena, nella latitanza. L’ex coordinatore del Popolo delle Libertà che nei governi di Berlusconi aveva avuto prima la delega agli Interni e poi allo Sviluppo Economico è stato fermato mentre si trovava in un albergo di Roma. Sono otto i provvedimenti eseguiti dalla Dia calabrese. Tutti hanno a che fare con il sostegno della fuga dell’ex parlamentare del Pdl Amedeo Matacena, imprenditore reggino. Tra le persone colpite da misura cautelare la moglie Chiara Rizzo, la madre Raffaella De Carolis, Martino Polito – ritenuto il factotum di Matacena – il commercialista Antonio Chillemi, la segretaria di Matacena Maria Grazia Fiordalisi e anche quella di Scajola Roberta Sacco. Sono state eseguite numerose perquisizioni in Piemonte, Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Calabria e Sicilia, oltre a sequestri di società commerciali italiane, collegate a società estere, per un valore di circa 50 milioni di euro. Matacena è stato condannato in via definitiva a 5 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Scajola stava cercando di farlo uscire da Dubai, dove si trova attualmente, per farlo andare in Libano dove sarebbe stato al sicuro dall’arresto per l’esecuzione della pena. 

Scajola arrestato, i pm: “Ex ministro in prima fila… ” (di Lucio Musolino, fonte: Il Fatto)

Repubblica Tv, il trasferimento in carcere (fonte: Repubblica)

Arrestato Scajola… (fonte: Repubblica)

“Vi spieghiamo perché abbiamo arrestato Scajola” (fonte: Giornalettismo)

Sentenza Diaz. I mandanti mancano sempre.

FirenzeAntonio De Gennaro (all’epoca del G8 di Genova capo della polizia), ha parlato, non ha chiesto scusa, portando tutta la sua solidarietà umana e affettiva ai funzionari di polizia, «di cui conosco personalmente il valore professionale…», condannati definitivamente dalla Giustizia per essere stati gli esecutori materiali di tutto ciò che è accaduto all’interno della scuola Diaz. Una violenza inaudita che ricorda quella usata nel Ventennio dal regime fascista, inammissibile e intollerabile in una Repubblica democratica. De Gennaro subito dopo i fatti disse che «la Diaz era una semplice operazione di identificazione che si è trasformata in un’azione di ordine pubblico perché gli agenti sono stati attaccati». Questo rappresentante dello Stato, sarebbe quello, come si è definito, che ha sempre operato nel rispetto della Costituzione.
Quel giorno, caro De Gennaro, no.

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Manganelli, le scuse non bastano

FirenzeLe scuse per i misfatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova arrivano troppo tardi e Manganelli (allora vicecapo della Polizia in ferie) è la persona sbagliata, è Antonio De Gennaro, il capo di allora, che avrebbe dovuto in questi 11 anni, scusarsi con tutti quelli che la violenza l’hanno vissuta sulla loro pelle e che probabilmente da quel giorno le loro notti non sono state più come prima. I responsabili, invece, inchiodati anche dai video mentre prendevano a calci i manifestanti, nel frattempo hanno fatto carriera e neanche dopo la sentenza di secondo grado sono stati allontanati da ruoli operativi. La verità è che fino all’ultimo, tutti quelli coinvolti compreso i vertici del Viminale, hanno sperato che la Cassazione rimandasse la sentenza in Appello. «E’ ora di riconoscere le colpe della Polizia», ha dichiarato Manganelli. E’ ora di dire: chi furono i mandanti, chi diede l’ordine, come al solito in Italia i condannati sono sempre gli esecutori.

Sopra ai vari funzionari, oltre al Capo della Polizia, chi è intervenuto? Il ministro dell’Interno Scajola? Il presidente del Consiglio Berlusconi? Il segretario con delega ai servizi segreti Letta o il vice presidente Fini che in quei giorni stazionava nella sala controllo della questura? L’unico che non parla è De Gennaro (in giornata si è deciso, ndr), assolto dalla Cassazione dopo essere stato condannato in Appello per induzione alla falsa testimonianza, ma dalla responsabilità professionale e morale non c’è tribunale al mondo che lo può liberare. Dopo Genova altri fatti hanno coinvolto poliziotti: quattro di loro sono stati condannati definitivamente per aver ammazzato il giovane Federico Aldrovandi, le morti di Stefano Cucchi e Giuseppe Uva, fino al 63enne che pochi giorni fa a Milano è stato pestato a sangue da due poliziotti in borghese, per non parlare della violenza durante le manifestazioni in particolare nei confronti degli studenti scesi in piazza contro la legge Gelmini. Amnesty International dovrebbe intervenire come ha fatto nei confronti della polizia in Grecia.

Non bastano le scuse di Manganelli, i cittadini oltre alla sfiducia cominciano ad avere paura esattamente come accadde durante il Ventennio. Negli anni la vicenda della Uno bianca non è rimasta un fatto isolato e il dubbio che questi per omertà siano stati protetti anche dai responsabili rimane. C’è qualcosa che non funziona nel reclutamento i cui criteri andrebbero riformati? Anche per la Polizia vale il detto: “cane non morde cane”.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto