Canone Rai, arriva il sì del Consiglio di Stato ma resta il caos

Il Consiglio di Stato dà il via libera al provvedimento che riforma le modalità di pagamento dell’abbonamento Rai

Firenze – Dopo aver bocciato nelle scorse settimane alcuni passaggi, il Consiglio di Stato ha ora dato il via libera al provvedimento che riforma le modalità di pagamento dell’ abbonamento Rai. I giudici hanno, infatti, accolto le proposte avanzate dal ministero dello Sviluppo Economico che, tuttavia, ha recepito solo in parte i rilievi che i giudici gli hanno indirizzato. Non a caso i giudici di Palazzo Spada, pur concedendo l’ok, ribadiscono che la «formulazione delle disposizioni è eccessivamente tecnica»  «di non facile comprensione per i non addetti al settore», e per darne l’interpretazione autentica sarà necessaria  «una circolare dell’Agenzia delle Entrate, alla quale sarà data ampia pubblicità». In pratica, «rimane il caos», commentano Aduc e Codacons.

 

 

Canone Rai, il Consiglio di Stato boccia il decreto

RomaIl Consiglio di Stato boccia il decreto del governo sul pagamento in bolletta del Canone Rai. Per legge il Consiglio di Stato era chiamato ad esprimersi sull’atto, prima della sua promulgazione. Così, il Consiglio di Stato si è espresso in materia evidenziando che il decreto del ministero dello Sviluppo è da riscrivere perché «non offre una definizione di cosa debba intendersi per apparecchio televisivo», si legge nella sentenza. Inoltre,  «non c’è nessun riferimento allo scambio dati tra vari enti coinvolti necessario per l’addebito in bolletta» e il testo «non è di facile comprensione».

 Il Consiglio di Stato boccia…. (fonte: Repubblica)

Tv al mercato: serve un vigile

FirenzeBeppe Grillo, oltre a predicare di cancellare il canone Rai dovrebbe prendere seriamente in considerazione il mercato televisivo a tutela dei cittadini. B. pur ferito (Mediaset e la Mondadori in caduta libera), sta per calare l’asso piglia tutto: maggioranza all’interno dell’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni e accordo con Telecom per la banda larga.

Dopo la rivoluzione del digitale la tv del futuro è quella connessa. Le nuove televisioni hanno la possibilità, attraverso il cavo telefonico, di connettersi alla Rete. Mediaset entrerebbe in Matrix (la società di Telecom che controlla le attività Internet) e nel motore di ricerca Virgilio, in cambio Publitalia diventerebbe la concessionaria per la pubblicità delle società di Bernabè. Il bouquet di Telecom, lievemente aumentato, comprenderà, oltre al telefono e l’adsl, anche Mediaset Premium. TI Media (la società de La7), entro la fine dell’anno sarà messa in vendita divisa in due aziende. La prima comprende il marchio e i contenuti della tv: La7, La7 Donna e il 51% di Mtv Italia. Economicamente la meno appetibile (valore 160 milioni), con un buco economico aumentato nell’ultimo periodo (circa 100 milioni) grazie ai super contratti con le star della tv e al costo delle loro produzioni nettamente superiore alle entrate pubblicitarie.

La seconda è Timb (Telecom Italia Media Broadcasting), il vero business, quella che gestisce le infrastrutture di rete, cioè ripetitori e frequenze. A questa è interessato Carlo De Benedetti che aggiungerebbe i 3 multiplex de La7 ai 2 già in suo possesso. Se l’operazione andasse in porto sarebbe la nascita del secondo polo privato dopo EI Towers (nata dalla fusione di Elettronica Industriale di Mediaset con Dmt di Alessandro Falciai). Per la Rai sarebbe un’ottima occasione per mettere sul mercato parte di Raiway (la società che gestisce la rete di trasmissione) in modo tale da appianare l’indebitamento con le banche (oltre 300 milioni) e fare cassa, scongiurando l’emorragia di qualche migliaia di lavoratori. Questa nuova società, avendo come scopo non il controllo mediatico ma gli affari, potrebbe dare vita a quel pluralismo di mercato che da noi manca da anni.

Chi, inaspettatamente, sta manovrando nel silenzio assoluto è Mario Monti che, con l’aiuto di Passera, sta pensando seriamente alla vendita di parte della Rai dando così risposta al referendum del 1995 che decretò la privatizzazione, prevista anche dall’articolo 19 della legge Gasparri. L’esempio a cui farebbe riferimento Monti è quello della tv francese: privatizzare il canale più appetibile, Rai1. Il rischio è quello che gli acquirenti siano i soliti amici degli amici. Grillo dovrebbe fare quello che i partiti di centrosinistra non hanno fatto in questi vent’anni: vigilare.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

La Rai non è (ancora) la Bbc

FirenzeChe la Rai non è la Bbc l’aveva ben spiegato Renzo Arbore qualche tempo fa, oggi la lezione arriva autorevolmente dall’Upa (Utenti pubblicitari associati), l’organizzazione che riunisce le più importanti aziende industriali, commerciali e di servizi che investono in pubblicità. L’Upa si è sentita in dovere di occuparsi della Rai “sia per il ruolo che ricopre nel Paese sia perché gli investimenti pubblicitari rappresentano il 50 % dell’entrate della tv pubblica”. L’investimento vale all’incirca 1 miliardo di euro. L’associazione ha fatto esattamente quello che fece la Bbc negli anni di profonda crisi societaria, d’immagine e di qualità del prodotto prima di decidere quale strada intraprendere per il rinnovamento: sondare gli utenti.

“Cosa pensano della tv. La qualità dei programmi. Vi va di pagare il canone. Il servizio pubblico è ancora utile. Cosa si vuole dal servizio pubblico. La società lavora per il servizio pubblico”. Oggi la Bbc (sempre in contatto con i telespettatori attraverso i social network), ha raggiunto il suo obiettivo: la più autorevole in Europa; al 70 % degli utenti va di pagare il canone (la cui evasione rappresenta il minimo europeo: 4 %); la politica non interferisce sulla linea editoriale e chi sbaglia paga come dimostrano i licenziamenti dei direttori di Tv 1 e Radio 2. L’Upa ha fatto quello che avrebbe dovuto fare la Rai se non fosse così sensibile ai voleri del Cavaliere e poco a quelli dei telespettatori.

Un esempio: permettere a Saviano e Fazio di fare a maggio “Vieni via con me” su La 7 invece che a Rai 3. Sono convinto che per il pubblico non sarà la stessa cosa. L’Upa ha distribuito un questionario a 4 mila imprenditori, marketing manager, comunicatori e opinion leader. Il risultato, assai prevedibile, denuncia che la Rai è un’azienda in grave difficoltà, con “l’urgenza di una riforma per risanare e salvare la maggior industria culturale del Paese, mal gestita, asservita alla politica, priva di strategia e ingovernabile, iperburocratica con troppi livelli decisionali tutti inefficaci; il ruolo di servizio pubblico è passato in secondo piano penalizzando la qualità a favore della quantità; la Rai è decaduta rispetto al passato e ai principali concorrenti, in progressivo calo di reputazione, con meno attrattiva per gli ascoltatori e meno interessante per investitori; la Rai è depressa con molti talenti non o mal utilizzati e con un sempre minor orgoglio aziendale”. Nel sondaggio vi sono anche delle positività che fa pensare che non tutto è perduto: “La Rai è esperta, con un grande patrimonio di competenze e know how”. Da qui, dopo il tutti a casa alla scadenza del Cda, si può ripartire.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano