Chi tocca la sinistra muore

Firenze Chi tocca il centrosinistra muore. “La macchina del fango comincia a girare”. Dopo aver ascoltato le parole di Pierluigi Bersani, gli accenti berlusconiano-vittimisti del segretario Pd, sento che per una volta posso contravvenire a una delle regole auree del cronista: mai parlare di se stessi. E così racconterò dell’amara esperienza di diventare una specie di paria, un intoccabile nella mia città perché ho osato scrivere inchieste sul centrosinistra. Ma prima faccio una premessa. Nel corso degli anni ho parlato di decine di politici di entrambi gli schieramenti: Alemanno, Formigoni, Moratti, Storace, Berlusconi, Matteoli, Galan, Romani, Romano, Scajola, Grillo (Luigi), Calderoli, Bossi, D’Alema, Bersani, Penati, Burlando. Tanto per fare alcuni nomi. Gli esponenti di centrodestra sono la maggioranza.

Però dopo vent’anni di lavoro (prima di approdare al “Fatto” sono stato al “Messaggero”, “La Repubblica”, “Il Secolo XIX” e “La Stampa”) una cosa posso dirla: i fastidi che mi hanno procurato le inchieste sul centrosinistra non hanno uguali. Certo, il centrodestra è più duro, diretto, usa nei confronti dei giornalisti una logica proprietaria. Un certo centrosinistra no, non ti schiaccia direttamente, preferisce la calunnia, l’insulto, la telefonata a direttori ed editori. Con un’aggravante: l’arroganza del centrodestra, seppur più violenta, non pretende di essere “giusta”, ha lo scopo manifesto di metterti a tacere. Il centrosinistra è diverso: si sente investito di una missione, chi osa metterlo in discussione è “disonesto”, “in mala fede”, “vendicativo”, “scorretto”. Tutte accuse che mi sono state rivolte, sempre in forma anonima e senza lo straccio di una prova.

Ma veniamo ai fatti. Mi capita anni fa, mentre seguivo lo scandalo Antonveneta, di raccontare i rapporti di Gianpiero Fiorani con noti esponenti politici. Per giorni descriviamo i legami della Lega con il re delle scalate bancarie. Non succede nulla. Poi ecco che arriva la prima notizia su un esponente del centrosinistra: il contratto di leasing dello yacht di Massimo D’Alema è stato stipulato con una società legata alla Banca di Lodi. Niente di illegale, ma una storia che è giusto approfondire e magari riferire ai lettori. Risultato: mezzora dopo il mio colloquio con D’Alema arriva al giornale una telefonata che annuncia, in caso di pubblicazione, una denuncia per violazione del segreto bancario. Il giorno dopo D’Alema diffonde un comunicato e racconta “spontaneamente” l’episodio.

Piccolezze, si dirà, come decine di altri episodi. Ma i guai seri vengono quando decido di scrivere degli intrecci tra politica (di centrosinistra, come di centrodestra) e affari che stanno dietro alla cementificazione della Liguria. Non arriva una riga di smentita o querela, del resto sarebbe stato difficile, visto che ogni parola dell’inchiesta è documentata. Ma quando compare il primo articolo subito mi chiamano dal mio giornale: “Ferruccio, una persona ai vertici del centrosinistra ha fatto una telefonata ai massimi livelli. Dice che hai scritto un articolo pieno di falsità. Noi non ne teniamo conto, ma tu sappilo. Era l’inizio. Quando con il collega Marco Preve scrissi il libro, “Il partito del cemento”, dedicato alla passione bipartisan dei politici liguri per il mattone, mi dichiararono guerra aperta. Si parlava, tra l’altro, con anni di anticipo rispetto all’inchiesta della Procura di Roma, dei legami dei vertici del partito nazionale e ligure con Vincenzo Morichini, Franco Pronzato e i loro soci. Ancora nessuna replica. Un muro di silenzio. Finché mi venne offerto un posto di rilievo in un grande giornale. Dopo mesi venni a sapere che proprio nel periodo della trattativa i vertici del Pd nazionale avevano fatto arrivare il messaggio che l’incarico non era gradito al partito.

Insomma, la mia carriera ha rischiato. E anche il clima che respiravo in città è cambiato. Quando mi presentai nella sede del Pd genovese per scrivere un articolo sulle elezioni regionali del 2010 uno dei massimi dirigenti locali mi accolse così: “Ecco l’amico di Berlusconi. Vergogna, vattene, e via con accuse e insulti. Ma agli insulti, soprattutto se deliranti, è facile rispondere. Peggio sono le calunnie: non hai un interlocutore cui replicare. Di più: se ribatti dai dignità alle accuse che ti sono rivolte, le ingigantisci, dai loro concretezza. Insomma, devi subire. E lascio perdere gli episodi più pittoreschi, come quando mi avvertirono che qualcuno nel Pd faceva circolare l’immancabile voce che ero omosessuale, anzi, “buliccio” come si dice a Genova. Ne parlai con mia moglie, sorridemmo sorpresi: per me ovviamente non era un insulto, ma mi stupiva che qualcuno in un partito che si dice progressista lo considerasse tale. Lentamente la tenaglia, però, si stringeva. Difficile vivere nella vostra città quando venite condannati all’ostracismo dal partito che governa da decenni, che guida gli enti locali da cui arrivano milioni di euro in pubblicità istituzionale a puntellare i bilanci di tutti gli organi di informazione (un’altra inchiesta poco gradita dal Pd). Si finisce cancellati, pesantemente insultati a incontri pubblici (è toccato perfino alla mia famiglia, colpevole di avermi messo al mondo). Insomma, intoccabili. Finché sono arrivato al “Fatto, che per fortuna è impermeabile a certi interventi.
Mai nessuno, però, che abbia risposto alle nostre inchieste in modo documentato. Bersani, tengo a dirlo, non è mai stato coinvolto negli episodi che ho citato. Ma forse sarebbe bene che li conoscesse, prima di invocare la macchina del fango e vestire i panni della vittima.

*Non ho fatto volutamente i nomi dei protagonisti e dei testimoni di questi episodi. Posso scegliere di affrontare una battaglia, ma non posso trascinarci anche gli altri.

Firma: Ferruccio Sansa

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Rai, contro la Berlinguer un dossier partito dal Tg1

Un dossier, dal titolo “Libro Bianca”, contro il direttore del Tg3 Bianca Berlinguer e fatto circolare da Stefano Campagna, giornalista del Tg1 e membro dell’Usigrai.

Firenze –  Un documento colmo di accuse e aneddoti contro Bianca Berlinguer, messo assieme da un giornalista del Tg1 di Minzolini. Nella Rai dei lunghi coltelli, è l’ora dei dossier. A batterla è il “Libro Bianca” fatto circolare da Stefano Campagna, volto del Tg1 e membro dell’esecutivo dell’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai. Un elenco di presunte prepotenze della direttrice del Tg3, firmato da Campagna, che avrebbe raccolto “notizie da diversi colleghi, che supplicano l’anonimato”. Il giornalista le ha messe nero su bianco perché a suo dire «l’Usigrai non può occuparsi solo del Tg1, girando la testa dall’altra parte quando i problemi riguardano situazioni politicamente imbarazzanti». Così ha provveduto lui, che pure si dice “contrario al dossieraggio stile ex cdr Tg1”, diffondendo le presunte indiscrezioni “a uso interno”.
Peccato però che il dossier abbia fatto il giro di redazioni, dirigenti Rai vicini al centrodestra e rappresentanti sindacali. In tanti hanno letto le bordate contro Berlinguer, apostrofata come la “zarina” e la “direttorissima”. D’altronde il titolo, con l’assonanza con il libro bianco dedicato ad Augusto Minzolini, dice già molto sul senso del testo. “Per par condicio, dopo il libro bianco su Minzolini, qualche nota da sviluppare sul Tg3” ammicca la premessa. Così si parte accusando Berlinguer di aver omesso nel tg l’iscrizione sul registro degli indagati dei presidenti dell’Associazione bancaria italiana e del Monte Paschi di Siena. Oscurati, sempre secondo il dossier, anche l’arresto di un consigliere regionale siciliano del Pd e la condanna di un consigliere regionale democratico in Campania a quattro anni di carcere, per violenza sulla compagna e sulle figlie minorenni. Si legge poi di membri del cdr, promossi da Berlinguer perché l’avrebbero “accompagnata” alla direzione, e di una redazione in rivolta per i suoi metodi autoritari. Spazio anche per un fuori onda: “La conduttrice rivolgendosi al leader del Pd (Bersani, ndr) finisce la domanda con invito perentorio a rispondere sì o no. Bersani con imbarazzo risponde argomentando ma finita la diretta sbotta: “Risponda con sì o no lo dici a tua sorella”.
Solo falsità secondo Berlinguer, che in una nota replica: «Il testo si qualifica da solo, tanto è zeppo di accuse maleodoranti costruite su informazioni totalmente false, scambi di persona e attacchi infamanti a me e alla mia direzione». La direttrice, che ieri ha parlato anche con il nuovo dg della Rai, Lorenza Lei, annuncia il ricorso alle vie legali “nei confronti della fonte anonima e di chiunque abbia concorso alla circolazione” del testo. Le pagine contro Berlinguer riportano però la firma di Campagna. A ricordarlo è un comunicato del cdr del Tg3: “Il cdr non ha bisogno di delegare la tutela sindacale della testata a Stefano Campagna. Invitiamo il collega a non utilizzare l’alibi della tutela dei lavoratori, in quello che sembra un maldestro tentativo di difendere la direzione della sua testata”. Il segretario della Fnsi, Franco Siddi, sottolinea: «Dal caso Boffo fino al maldestro tentativo di colpire, dal Tg1, Pierluca Terzulli del Tg3, si sono verificati episodi che suscitano inquietudine». Mentre il segretario dell’Usigrai, Carlo Verna, precisa: «Il libro bianco su Minzolini è stata un’iniziativa dell’allora cdr del Tg1. Tutto alla luce del sole. Siamo estranei all’iniziativa individuale di Stefano Campagna, che negli ultimi due mesi tra autosospensione e assenze giustificate ha partecipato ai lavori dell’esecutivo una sola volta e per non più di un’ora».
La palla torna quindi nel campo di Campagna, vicino al vice di Minzolini, Gennaro Sangiuliano, a sua volta sostenuto dagli ex colonnelli di An come Gasparri e La Russa. Qualche anno fa Campagna suscitò curiosità definendosi “serenamente gay”. Ora è tornato alla ribalta con le sue segnalazioni. A uso interno.
Fonte: Il Fatto Quotidiano

Nessuno tocchi Bianca (Popolo viola)