Arrestato a Beirut Marcello Dell’Utri

Catturato a Beirut Marcello Dell’Utri.

FirenzeMarcello Dell’Utri è stato fermato a Beirut, in Libano. L’annuncio è venuto direttamente dall’ex compagno di partito il ministro dell’Interno Angelino Alfano al congresso del Nuovo Centrodestra. Sull’ex senatore pendeva un ordine di cattura emesso dai giudici di Palermo per la condanna a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Il 15 aprile è prevista l‘udienza in Cassazione che dovrà confermare o annullare quel verdetto. Per questo gli inquirenti di Palermo avevano chiesto e ottenuto, dopo aver ottenuto in passato due no, il mandato di arresto. L’8 aprile l’ex parlamentare però non era stato rintracciato dagli investigatori che erano andati in carcere a cercarlo e il 10 per lo Stato italiano l’ex parlamentare è diventato formalmente latitante.

Lavoratori, tutte le conquiste sono andate perdute. L’articolo 18 è sepolto.

Firenze«Le imprese avrebbero voluto la sparizione della parola reintegro, ma con il tempo capiranno che ciò avverrà in presenza di fattispecie molto estreme e improbabili». L’ha detto nei giorni scorsi il Presidente del Consiglio Mario Monti, in risposta ad una Emma Marcegaglia irritata nel rileggere “reintegro” (per i licenziamenti economici ndr) nella nuova versione dell’articolo 18 nell’ambito del disegno di legge sulla riforma del lavoro. Nel confrono mediatico fra il premier e il presidente di Confindustria, il primo ha cercato di rassicurare il secondo. «Confindustria fino a tre mesi fa si sarebbe sognata una riforma così». Intanto, il ddl sulla riforma del lavoro, dopo la firma del Presidente Napolitano, approderà la prossima settimana alle Camere. Il sì del Capo dello Stato non è stato isolato: la riforma ha trovato consensi anche in Europa, dove banche e finanza non trovano ostacoli per imporre la propria forza. Fin qui nulla di strano. Le anomalie arrivano invece con il sì del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, che al reintegro nel testo del termine reintegro ha detto: «Bene sull’articolo 18, ancora male su precariato e crescita». Insomma, sull’articolo 18 la Cgil è soddisfatta. Un appagamento probabile risultato di due fattori. Il primo. Di non aver rotto con il Pd, i cui esponenti, con in testa il segretario Bersani, ostentano fierezza nell’aver costretto il governo dei professori a modificare la precedente bozza. Un risultato, figlio anche dell’accordo con Alfano (Pdl) e Casini (Udc). Il secondo. Di trasmettere, nella loro idea, un messaggio positivo ai lavoratori, iscritti e non. In sostanza, il tentativo di far credere a chi lavora che la Cgil ha centrato l’obiettivo. Può darsi. Perché, allora, accettare modifiche dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori? Non andava bene così come era? Oggi, cosa direbbero Giacomo Brodolini e Gino Giugni? In realtà, l’articolo 18 dello Statuto è stato sepolto e i lavoratori hanno perso anche l’ultimo baluardo di difesa contro le sopraffazioni di chi ama guardare numeri, cifre e intende far valere solo la propria forza infischiandosene delle regole e del bene della collettività. Alle tute blu e ai colletti bianchi non è rimasto nient’altro: dalla perdita della scala mobile, alla sepoltura dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Tutte le conquiste sono andate perdute.

Grasso: “Come dialogare con chi chiama i magistrati golpisti?”.

Firenze Nel giorno della commemorazione della strage di Capaci, il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso va oltre il tono istituzionale e, nell’aula bunker del carcere dell’Ucciardone, si rivolge al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ospite come lui del dibattito moderato da Giovanni Minoli: «Come è possibile dialogare con chi ti prende a schiaffi, con chi chiama i magistrati matti, cancro, golpisti?». Proprio Minoli aveva appena chiesto a Grasso una battuta per smorzare la tensione tra magistrati e potere esecutivo. In un acceso botta e risposta fuori programma, il procuratore ha contestato la definizione della “riforma della giustizia” data al pacchetto legislativo approvato dal governo: «Qui si parla di riforma del rapporto tra magistratura e politica e non di riforma della giustizia». «I magistrati  – ha aggiunto il procuratore – chiedono solo un processo rapido e vogliono che le vittime vedano riconosciute le loro ragioni in un contesto come il nostro è difficile smorzare le tensioni».

Il guardasigilli ha risposto al procuratore citando un’intervista rilasciata da Giovanni Falcone in cui il magistrato ribadiva l’importanza della separazione delle carriere tra i magistrati. Citazione a cui Grasso ha obiettato: «La magistratura non può essere autonoma se le si toglie la direzione delle indagini». Per abbassare la tensione il giornalista Giovanni Minoli ha chiesto ai due partecipanti di citare una qualità l’uno dell’altro. Secondo Alfano «il procuratore è un uomo delle istituzioni che non fa sconto al governo». Grasso, ha invece dato atto al ministro di avere seguito l’input degli investigatori sull’importanza dei patrimoni mafiosì. Prima del diverbio, il ministro Alfano si era scagliato contro «i parlamentari collusi con la criminalità» che «se ne devono andare, non ho dubbi su questo, anzi, se i partiti hanno la forza di cacciarli è meglio». «La politica deve aggredire le collusioni, ma non sempre ne ha la forza», ha spiegato ancora Alfano denunciando la «storica responsabilità in questo senso delle classi dirigenti meridionali». «Passi avanti – ha aggiunto – sono stati realizzati: le liste sono sempre più depurate, la malattenzione della politica deve rimanere alta». Parole quelle del ministro che hanno richiamato la denuncia del procuratore nazionale che ha ribadito la necessità di «colpire le relazioni esterne della mafia».

«I pentiti sono importanti ma vanno maneggiati con cura. Bisogna stare attenti. Le loro dichiarazioni spesso sono fondamentali perché ci permettono di vedere la mafia da dentro, ma ci vuole sempre attenzione», ha puntualizzato Alfano. D’accordo anche Grasso.  «Ci sono dei casi molti importanti negli ultimi tempi – ha spiegato – in cui il pentimento è prima di tutto morale. Però è vero che serve sempre cautela».

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Falcone, riaperta l’inchiesta sulla strage (La Repubblica)

Riaperta l’inchiesta sulla strage di Capaci

Il programma della commemorazione

Mafia e politica: il ricordo di Giovanni Falcone… (Articolo 21, Roberto Morrione)

9 maggio, Giorno della Memoria: il governo non attua le norme a favore delle vittime del terrorismo

FirenzeAll’approssimarsi del 9 maggio giorno dedicato alla memoria delle “Vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”,  dobbiamo prendere atto che nonostante le promesse fatte dal Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi il 9 maggio del 2008 nulla è stato fatto per dare completa attuazione alla legge 206/2004 “Nuove norme a favore delle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice.” Questa legge approvata all’unanimità dal Parlamento ancora oggi non è completamente attuata. Il Sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta , durante l’incontro del luglio 2008 è stato prodigo di assicurazioni e promesse che al termine di lunghi e faticosi tavoli tecnici non hanno portato a nulla per la definitiva “scomparsa” dell’interlocutore. Il Sottosegretario e il suo staff non solo non si fanno più trovare, ma non si degnano di risponderci. Ogni anno il Parlamento approva all’unanimità ordini del giorno che impegnano il Governo a darne completa attuazione, ma tutti restano lettera morta.

E il Governo non applica nulla . Significativo è il caso di quattro ragazzi, all’epoca dei fatti ancora minorenni, che con una invalidità pari o superiore all’80% a tutt’oggi non hanno ancora ricevuto la pensione come previsto dalla legge 206/2004. Nell’aprile del 2009, nella Prefettura di Firenze, il ministro Angelino Alfano disse: «E’ una questione di giustizia! Me ne occupo io immediatamente» .

Non è successo nulla.!!!! Ogni anno all’incontro del 9 maggio e in altre occasioni, vari ministri si sono impegnati a risolvere le problematiche esistenti; anche questi impegni sono stati sempre disattesi. I familiari delle Vittime ed i Feriti in questi anni sono stati trattati come dei questuanti, solo perché chiedevano la completa attuazione di una legge già approvata e questo non fa sicuramente onore al Governo. Il 9 maggio sarà, per noi, un giorno di ricordo delle vittime e di impegno nei confronti dei sopravvissuti, ma anche l’ennesima metodica offesa consumata dai rappresentanti del Governo alle loro spalle.

Firma: Paolo Bolognesi (Presidente Associazione vittime strage di Bologna)

Fonte: Articolo 21

Legge Alfano, Napolitano: “Profonde perplessità” sull’estensione dello scudo al Colle

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in una lettera, inviata al Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato Carlo Vizzini, esprime “profonde perplessità” per l’estensione al Capo dello Stato dello scudo processuale previsto dal Lodo Alfano.

FirenzePubblichiamo la lettera del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, inviata al senatore Carlo Vizzini, Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, dove è in esame la proposta di legge costituzionale 2180/S.

<<Visto l’esito della discussione svoltasi sulla proposta di legge costituzionale 2180/S e nell’imminenza della conclusione dell’esame referente, ritengo di dover esprimere profonde perplessità sulla conferma da parte della Commissione della scelta d’innovare la normativa vigente prevedendo che la sospensione dei processi penali riguardi anche il Presidente della Repubblica. Questa previsione non era del resto contenuta nella legge Alfano da me promulgata il 23 luglio 2008. Come già ribadito più volte, è mia intenzione rimanere estraneo nel corso dell’esame al merito di decisioni delle Camere, specialmente allorché – come in questo caso – riguardino proposte d’iniziativa parlamentare e di natura costituzionale.

Non posso – prosegue il Presidente Napolitano – peraltro fare a meno di rilevare che la decisione assunta dalla Commissione da lei presieduta incide, al di là della mia persona, sullo status complessivo del Presidente della Repubblica riducendone l’indipendenza nell’esercizio delle sue funzioni. Infatti tale decisione, che contrasta con la normativa vigente risultante dall’articolo 90 della Costituzione e da una costante prassi costituzionale, appare viziata da palese irragionevolezza nella parte in cui consente al Parlamento in seduta comune di far valere asserite responsabilità penali del Presidente della Repubblica a maggioranza semplice anche per atti diversi dalle fattispecie previste dal citato articolo 90>>.

Su incarico del Presidente Napolitano – si legge in un comunicato del Quirinale -, il Segretario generale della Presidenza della Repubblica ha inviato al Presidente del Senato, e per conoscenza al Presidente della Camera, copia della lettera che richiama l’attenzione della Commissione del Senato sulle conseguenze che le decisioni finora assunte possono avere sull’esercizio delle funzioni del Capo dello Stato. In base a tali decisioni, infatti, il Parlamento potrebbe essere chiamato a pronunciarsi a maggioranza semplice sulla prosecuzione di procedimenti penali per fattispecie diverse da quelle previste dall’articolo 90 della Costituzione, possibilità invece esclusa dalla normativa costituzionale vigente e dalla costante prassi applicativa, possibilità non contemplata neppure dalla legge Alfano n. 124 del 2008.