Amianto, assolti otto ex dirigenti della Breda-Ansaldo di Milano

Milano – Amianto negli stabilimenti: assolti tutti gli otto ex manager della Breda TermomeccanicaAnsaldo, accusati di omicidio colposo per la morte di una decina di operai causata, secondo l’accusa, dall’esposizione alle fibre minerali tossiche nello stabilimento milanese di viale Sarca tra gli anni Settanta e il 1985. Indignazione dei familiari delle vittime e delle associazioni.

 

Amianto a Broni, condannati due ex manager per omicidio colposo

Firenze – Il Tribunale di Pavia ha condannato per omicidio colposo due ex manager della Fibronit di Broni, azienda che lavorava amianto in provincia di Pavia. Quattro anni di pena per l’ex amministratore delegato Michele Cardinale, 74 anni, e tre anni e quattro mesi per Lorenzo Mo, 70 anni, ex direttore dello stabilimento. Assolto invece l’ex consigliere Alvaro Galvani, 68 anni, per non aver commesso il fatto.

Le condanne per il reato di omicidio colposo sono state sentenziate in relazione alla morte di 27 persone, fra dipendenti della fabbrica e residenti, deceduti per patologie legate all’amianto. I giudici hanno stabilito inoltre una provvisionale che ammonta in totale, in solido tra i due imputati, a circa un milione di euro, ventimila euro per ogni erede di vittima che si è costituito parte civile al processo.

Processo Olivetti, Carlo De Benedetti condannato a 5 anni e 2 mesi per omicidio colposo.

FirenzeCarlo De Benedetti condannato a cinque anni e due mesi, stessa pena a Franco De Benedetti, fratello dell’ingegnere. Condannato anche Corrado Passera ad un anno e undici mesi, assolto invece, come gli stessi pubblici ministeri avevano chiesto in fase di requisitoria, Roberto Colaninno. E’ quanto deciso dal tribunale di Ivrea nell’ambito del processo per le morti di amianto all’Olivetti. I fratelli Carlo e Franco De Benedetti sono stati riconosciuti colpevoli di omicidio colposo e lesioni colpose. Nei confronti di Carlo De Benedetti inoltre ci saranno ulteriori accertamenti relativi alle morti da amianto. A ordinarli è stata la giudice Elena Stoppini che, come avevano chiesto i pm, ha disposto la trasmissione degli atti in procura per tre decessi attribuiti a un tumore polmonare e non, come accaduto in un primo tempo, a un mesotelioma. In tutto 13 condanne. L’ingegner Carlo De Benedetti ha già fatto sapere che presenterà, tramite i suoi legali, Tomaso Pisapia ed Elisabetta Rubini, ricorso.

Il giudice Elisa Stoppini ha deciso che gli indennizzi – a titolo provvisorio – alle parti civili ammonteranno a una cifra vicina ai due milioni di euro. Le somme dovranno essere versate “in solido” dagli imputati condannati, a seconda delle singole posizioni, e da Telecom, chiamata in causa come responsabile civile. Le provvisionali (un acconto sul risarcimento complessivo) sono state attribuite alle persone fisiche e all’Inail, per la quale il totale supera i 710mila euro. Le altre parti civili, fra cui enti territoriali, sindacati e associazioni, potranno attivare una causa giudiziaria.

Le altre condanneManlio Marini 4 anni e otto mesi, Luigi Gandi 4 anni e due mesi, Paolo Smirne 2 anni e 8 mesi, Giuseppe Calogero 2 anni e 2 mesi, Pierangelo Tarizzo e Renzo Alzati 1 anno e 11 mesi, Luigi Pistelli, Filippo Barbera Demonte e Roberto Frattini 1 anno e 8 mesi, Anacleto Parziale 1 anno.

Le assoluzioni. Roberto Colaninno, Bruno Onofrio Bono, Camillo Olivetti, Silvio Preve. I pubblici ministeri avevano chiesto tre e quattro mesi per Camillo Olivetti e due anni per Silvio Preve. Mentre, avevano chiesto l’assoluzione sia per Colaninno che per Bruno Onofrio Bono.

Processo Olivetti, pm Longo: “La decisione di fare le bonifiche spetta ai vertici dell’azienda”

Firenze – Dopo aver illustrato la tesi della Procura sul magazzino Telecom nel processo per le morti da amianto in Olivetti, la pm Laura Longo si è soffermata sulle deleghe, sulla divisione dei poteri e il loro relativo significato. La posizione del pubblico ministero è distante da quella delle difese, secondo cui i dirigenti, in base al sistema delle deleghe, disponevano di ampi poteri, decisionali e di spesa, per intervenire in tema di sicurezza ed igiene del lavoro. Mentre, il pubblico ministero imputa agli amministratori delegati, anche per gli elevati costi, il compito di decidere oppure no di eliminare i rischi derivanti dall’amianto. «Nulla si è detto da parte dei difensori dei datori di lavoro, sul fatto che le decisioni che avrebbero portato a eliminare i rischi di inalazioni fibre di amianto, in particolare le decisioni relative alle bonifiche, attengono a scelte strutturali e strategiche dell’azienda – afferma Laura Longo – Scelte, in quanto tali, che non sono delegabili». «La decisione di fare o non fare le bonifiche non può essere rimessa al singolo dirigente del singolo stabilimento – precisa la pm –  E’ una scelta che necessariamente deve essere fatta, anche per i costi che comporta, a livello generale».

La stessa Longo contesta il ragionamento delle difese, ma prima pone l’accento su un punto. «In nessun documento prodotto dalle difese vi è menzione espressa della materia sicurezza e igiene del lavoro», fa presente Laura Longo in riferimento alle deleghe, alle procure ed inoltre ricorda: «La difesa dell’imputato Carlo De Benedetti ha sostenuto che, stante l’ampiezza di poteri delegati a taluni dirigenti e gli elevati limiti di spesa che i medesimi avevano, questi avrebbero potuto assumere anche le decisioni in materia di sicurezza ed igiene sul lavoro». «Questo non è vero, perché le bonifiche i dirigenti non avrebbero potuto farle – sostiene la pm – Perchè, i limiti più alti di spesa che troviamo in queste procure sono di un miliardo di lire e le bonifiche costavano di più».

«L’impostazione difensiva – prosegue Laura Longo – non può essere condivisa per il semplice fatto che la delega in materia di sicurezza e igiene del lavoro, proprio per la responsabilità che comporta, deve essere esplicita ed accompagnata da autonomi poteri di spesa,  distinti dai poteri di spesa relativi agli altri settori di attività delegati al dirigente». «E’ ovvio che il dirigente abbia poteri di spesa per svolgere la propria attività – continua la pm -, ma questi sono una cosa diversa. Perché, generalmente, le spese in materia di sicurezza ed igiene del lavoro sono spese straordinarie che esulano dal budget assegnato ai singoli comparti di attività e alle singole articolazioni aziendali». «Questa è la ratio – conclude la Longo – che spiega il perché poteri di spesa in materia di sicurezza devono essere autonomi rispetto ai normali poteri di spesa che ciascun dirigente ha per lo svolgimento delle proprie attività e funzioni».

Fonte: radioradicale.it

  

Processo Olivetti, pm: “Colore talco? Le differenze di sfumature sono molto difficili da percepire per chi non è esperto”

Firenze – Il pubblico ministero Laura Longo nel processo per le morti da amianto all’Olivetti affronta il tema del talco e, in particolare, il colore di esso, altro elemento di polemica con le difese. Quest’ultime hanno ricordato che il campione di talco portato ad analizzare al Politecnico di Torino nel 1981 era verdognolo, mentre «tutti i testimoni hanno parlato di un talco bianco, bianco-biancastro» . «La maggior parte dei testimoni sentiti nel dibattimento abbia in realtà parlato genericamente di talco o borotalco – esordisce Laura Longo – In merito al colore, sono stati veramente pochi  ad esprimersi». E, quei pochi il pm li ricorda uno ad uno, fermandosi ad un elenco formato da cinque nominativi. 

 «Non avrebbe avuto senso analizzare un talco diverso da quello in uso – premette la pm Longo – Inoltre, la dottoressa Ravera ha detto in interrogatorio di aver mandato ad analizzare il talco in uso». «A prescindere da tutto questo – sostiene Laura Longo -, la differenza di sfumatura nel colore del talco ritengo che sia molto difficilmente percepibile ad un occhio non esperto come quello dei lavoratori, soprattutto se si utilizzano piccole quantità per volta». «Mentre è sicuramente percepibile – conclude la pm  – in sede di analisi da parte di un professionista (Enea Occella ndr) a cui viene richiesto di descrivere il reperto».  A riprova della sua tesi, il pubblico ministero cita un articolo, intitolato  “Il talco e la grafite delle Alpi Cozie“, pubblicato nel 1938 e leggibile anche su Internet, in cui già allora si evidenziavano, secondo l’autore, le diverse sfumature di colore del talco (pagina 9, capitolo Trattamento ndr). Il documento è stato acquisito dalla Corte.  

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

 

   

 

Processo Olivetti, pm replica alle difese sul magazzino Telecom

Firenze – «La comunicazione di Telecom relativa all’esistenza del magazzino di Settimo Torinese, si è rivelata inutile al fine della ricerca di ulteriore materiale probatorio». E’ un passaggio della pm Laura Longo che, nella sua replica alle difese, ha affrontato nell’ultima udienza del processo per le morti da amianto diversi argomenti. Fra questi (noi ci soffermeremo su alcuni di tali temi in vari articoli ndr), proprio il magazzino di proprietà Telecom che, secondo diversi avvocati, il pubblico ministero, non avrebbe esaminato tutta la documentazione presente, nonostante che la stessa Telecom avesse comunicato in Procura l’esistenza del magazzino già nel maggio 2015.   «Da questa omissione – esordisce Laura Longo -, secondo le difese, deriverebbe il mancato rinvenimento di eventuali documenti che potrebbero dimostrare l’utilizzo del talco privo di amianto in epoca anteriore non solo al 1986, ma addirittura al 1981. Quindi, ben prima delle analisi del Politecnico».

«A questo proposito – afferma il pubblico ministero – osserviamo inanzitutto che i processi si fanno con i documenti presenti in atti, non certo con quelli che potrebbero forse eventualmente ipoteticamente esistere, ma dei quali nulla si sa. Quindi, dal punto di vista processuale la polemica è del tutto priva di rilevanza. Tuttavia, qualche precisazione è doverosa». «In primo luogo – precisa Laura Longo -, in quel magazzino ci sono circa 15mila scatoloni pieni di documenti di varia natura. Per quanto risultava al pubblico ministero, non c’era nessuna classificazione a cui fare riferimento per orientare una qualsiasi ricerca». «Quindi, è evidente l’impossibilità oggettiva di esaminarli tutti – prosegue la pm -, non solo in tempo utile per il presente processo, ma in termini assoluti. La comunicazione di Telecom relativa all’esistenza di questo magazzino, si è rivelata inutile al fine della ricerca di ulteriore materiale probatorio».

«Evidentemente – continua Laura Longo -, è stata diversa la situazione per le difese e in particolare per quella di Carlo De Benedetti e del responsabile civile di Telecom, le quali sicuramente disponevano di una qualche classificazione, ma sufficientemente dettagliate, da consentire loro di trovare a colpo sicuro, in oltre 15mila scatoloni, quella documentazione relativa ai fornitori e clienti registri Iva, come dimostrano chiaramente le produzioni dell’avvocato Pisapia». «Ormai per questo processo è tardi – ricorda la pm -, però se gli avvocati che sono in possesso degli indici o della classificazione di questi 15mila scatoloni, o parte di essi, se volessero gentilmente mettere a disposizione anche dell’ufficio del pubblico ministero, certamente le esamineremo nell’ambito del procedimento Olivetti bis che è in corso di indagini».

«In secondo luogo, però, osserviamo un’altra cosa – ribatte Laura Longo – Stante la palese disponibilità da parte delle difese di disporre gli indici o le classificazioni di quei documenti presenti in 15mila scatoloni, il fatto che la difesa di Carlo De Benedetti abbia prodotto solo quella scarsa documentazione agli atti (anagrafica-fornitori in cui è indicata la “Talco & Grafite” alla data 31 marzo 1978, “Materiali srl” al 15 maggio 1981 e al 15 settembre 1981, registro Iva del 1981 ndr), significa evidentemente che non c’era più niente di concreto, di utile per sostenere le loro tesi». «Da qui nasce il tentativo di instillare nel giudice il dubbio – conclude la pm  – circa la possibile esistenza di chissà quali ulteriori fantomatici documenti favorevoli alla difesa. Ma, in atti non abbiamo assolutamente niente».

Fonte: radioradicale.it

Processo Olivetti, avvocato Guido Alleva (difesa Passera): “L’amianto? Non è un tema penale”

Firenze – «L’amianto non è un tema penale». Lo sostiene Guido Alleva, avvocato di Corrado Passera, imputato nel processo per le morti da amianto all’Olivetti. Per l’ex ministro, amministratore delegato del gruppo dal 1992 al 1996, i pubblici ministeri hanno chiesto una condanna a tre anni e sei mesi. «Il vero tema di crisi di questo processo è proprio quello dei criteri di imputazione – afferma Alleva – La prova dell’esposizione non esiste, non è stata fornita (Passera risponde di due casi di mesotelioma pleurico, di cui una persona al momento è in vita ndr), ma soltanto ipotizzata». «Il tema dell’esposizione – aggiunge Alleva -, in termini generali, è irrisolto in questo processo».

Dopo un breve cenno al sistema delle deleghe che Alleva definisce «adeguato», ed a un’ampia trattazione del nesso di casualità – anche in questo caso il legale rimarca l’assenza di prove -, lo stesso avvocato evidenzia, a suo avviso, come la storia dell’Olivetti di Ivrea sia ben diversa da quella dell’Eternit di Casale Monferrato. I due scenari, a detta del legale, non sono paragonabili. «L’Olivetti non utilizzava l’amianto come materia prima o come sostanza utilizzata nei processi industriali – dice Alleva – Quindi, il rischio non è connesso all’attività di impresa». «In buona sostanza – prosegue Alleva -, il rischio è legato al tema strutturale. Quindi, a degli elementi molto più circoscritti rispetto ad una situazione come quella ad esempio dell’Eternit».

L’ultimo passaggio dell’arringa è dedicato ad una considerazione personale. «L’amianto non è un tema penale nella stragrande maggioranza delle situazioni e che la risposta penale non sia adeguata», conclude Guido Alleva chiedendo, poi, l’assoluzione per il suo assistito.

A precedere l’intervento di Alleva nell’ultimo giorno dedicato alle difese, il suo collega Alberto Mittone che assiste Franco De Benedetti, amministratore delegato all’Olivetti dal 1978  al 1988. Nei suoi confronti la procura ha chiesto una condanna a sei anni e quattro mesi. Il primo punto affrontato dal legale è il decentramento della produzione e, quindi, a detta dell’avvocato, la volontà dei vertici aziendali di responsabilizzare i diversi dirigenti a capo delle nuove strutture. L’argomento del sistema delle deleghe era già stato affrontato dall’avvocato Elisabetta Rubini che assiste Carlo De Benedetti. «Il consiglio di amministrazione nel 1978 aveva quindici consiglieri, nel 1987 ventitre – ricorda Mittone – Il fatturato del 1978 era di 1555 miliardi di lire e c’erano 70mila dipendenti. A fronte di ciò, possiamo dire con un eufemismo che Olivetti era un’azienda di grandi dimensioni». «Olivetti ha decentrato in modo organizzativo la produzione – afferma Mittone – Inoltre, ha dato vita allo scorporo in società consociate che si avvalevano di uno staff. Il senso di questa impostazione era responsabilizzare colui che si giovava di un’autonomia».

Dopodiché l’avvocato chiede alla Corte di giudicare Franco De Benedetti sulla base delle norme e regolamenti in vigore negli anni in cui il suo assistito ha ricoperto la carica di amministratore delegato.  «Per Franco De Benedetti non si può avere attenzione per la legge 626 del 1994 (in materia di sicurezza sul lavoro ndr), per la riforma del 1996, per la 81 del 2008 (decreto legislativo, a firma dell’allora ministro del Lavoro Cesare Damiano, che unifica la normativa degli ultimi 50 anni in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro ndr) e non si può citare la sentenza Thyssen, Montefibre, perché la temporalità è fondamentale – sostiene Mittone – Non solo per quello che si conosce a quell’epoca, ma anche per le norme che vanno applicate». «Sono le norme dell’epoca che devono avere attenzione a Franco De Benedetti,  sono le disposizioni esistenti dal 1978 al 1988»,  continua Mittone che precisa: «Negli organigrammi del 1985, 1986, 1987 e 1988 il mio assistito era amministratore delegato, ma unicamente con l’attribuzioni della direzione delle consociate il cui responsabile non è mai entrato in questo processo».

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

 

 

Processo Olivetti, avvocato Pisapia (difesa Carlo De Benedetti): “Il talco è privo di amianto”

Firenze – Dopo l’intervento di Elisabetta Rubini, è la volta di Tomaso Pisapia, difensore di Carlo De Benedetti e che nei suoi confronti la procura ha chiesto la condanna a sei anni e otto mesi nel processo per le morti da amianto all’Olivetti.

«Non posso non evidenziare come i capi di imputazione sembrano riferirsi ad un amministratore delegato di un’azienda da 50 dipendenti – esordisce Pisapia – I profili di responsabilità che vengono individuati all’ ingegnere non sono di tipo organizzativo di un’azienda con 60mila  dipendenti, di cui 25mila nel comprensorio di Ivrea.». «Si sta parlando, nello specifico, di alcuni aspetti di colpa generica e di colpa specifica che vengono sapientemente miscelati e riguardano posizioni diverse da quelle dell’ amministratore delegato – prosegue Pisapia – All’ingegnere vengono contestati l’assenza di aspiratori, di mascherine e la mancata ispezione visiva dei locali». «Si sta facendo un processo ad una persona di 82 anni – continua il penalista -,  che ha speso 20 anni della sua vita per questa città prendendo un’azienda che era sostanzialmente decotta e portando il fatturato da 1000 a 10mila miliardi di lire».  «La filosofia di fondo dell’Olivetti, nella centralità e protezione del lavoratore, non è cambiata – aggiunge il penalista – Eppure, nonostante tutto ciò, i pubblici ministeri hanno chiesto di non concedere le attenuanti generiche ad un uomo incensurato».

Capitolo amianto ambientale.  «Nel momento in cui scopre che c’è dell’amianto, l’Olivetti si muove immediatamente – sostiene Pisapia – Il Sesl analizza visivamente tutti gli stabilimenti dove c’erano lavoratori, ben prima della circolare che obbligava le aziende a fare rilevamenti ambientali. In tutte le misurazioni rilevate nel 1987 e negli anni successivi, tranne quella del 1996, i valori sono inferiori ai limiti previsti».

Le bonifiche. «La circolare dell’86 del ministero della Sanità per la bonifica prevedeva due soluzioni: rimozione o fissaggio dell’amianto – ricorda Pisapia – Entrambe sono forme di bonifica. Il metodo del confinamento mediante vernici protettive è quello scelto da Olivetti fin dal 1986. Questi trattamenti venivano ripetuti». «Deve essere contestata l’impostazione della procura – dice Pisapia -, secondo cui  l’utilizzo di queste vernici sarebbe pericoloso, in quanto si rischierebbe il distacco dell’intonaco. E’ la stessa legge che prevede questo tipo di attività e lo sconsiglia solo in alcuni casi, ad esempio infiltrazioni d’acqua».

Il talco. «Telecom ha messo a disposizione della procura nel maggio dell’anno scorso un magazzino con 14mila scatoloni (il riferimento è a quello di Settimo Torinese ndr) – ricorda l’avvocato – Siamo andati a vederli e francamente la documentazione è molto frammentaria: alcuni documenti sono catalogati, altri no. Ci sono tutti i registri iva acquisti, vendite e i famosi libri codici. Ovviamente, a spizzichi e bocconi, perché è difficile trovarli regolari per un anno o una serie di anni consecutivi». «Questo serve a giustificare il fatto che del registro iva, noi abbiamo una sola pagina – prosegue il penalista – Ma, questa pagina è importante. Nel libro codici anagrafico fornitori-clienti, abbiamo trovato una prima registrazione contabile del 1978 della “Talco & Grafite Val Chisone” inserita con il codice 46 come fornitore». «Questo libro codice, ci dice che la “Talco & Grafite” era fra i fornitori dell’Olivetti – sostiene Pisapia – Nell’81, c’è un’altra registrazione, sempre codice 46, della “Materiali Srl” ed ancora un’altra nello stesso anno, sempre con la “Materiali Srl”». «Come si fa a capire che i codici sono relativi ai codici fornitori? – si domanda Pisapia – Perché abbiamo prodotto la copia della pagina del registro iva acquisti dell’Olivetti in cui il codice, assegnato alla “Materiali Srl” e relativo alla fattura dell’81, è esattamente identico al codice riportato nel libro codice, cioé quello iniziale 46, ovvero codice fornitore. Quindi, era un fornitore e il cui talco era privo di amianto».

«Il professor Occella che analizza nel 1981 il talco – puntualizza il penalista -, portato dalla Olivetti, risponde che è verdognolo. Tutti i testimoni hanno parlato di un talco bianco, bianco-biancastro. E’ un secondo elemento che la pubblica accusa non ha assolutamente considerato». «In questo procedimento c’è un dubbio enorme – conclude l’avvocato – sulle responsabilità e su come sono andati i fatti. Chiediamo l’assoluzione dell’ingegner Carlo De Benedetti da tutti i capi di accusa, perché il fatto non sussiste».

Fonte: radioradicale.it

Processo Olivetti, è il giorno della difesa di Carlo De Benedetti

Firenze – Il primo dei due difensori di Carlo De Benedetti a prendere la parola è Elisabetta Rubini – l’altro è Tomaso Pisapia – che, nel processo per le morti da amianto, ha affrontato oggi l’organizzazione in Olivetti e il sistema delle deleghe. Prima, però, è intervenuta in modo duro contro la procura. «Il pubblico ministero ha esordito il 13 giugno (giorno della requisitoria ndr) con un’affermazione denigratoria: l’Olivetti degli anni Settanta e Ottanta (quando Carlo De Benedetti era presidente ndr) non era certo l’Olivetti di Adriano», cita la Rubini che ribatte: «Abbiamo invece dimostrato quanto fossero importanti e presidiati dall’Olivetti i rischi connessi alla salute e alla sicurezza dei dipendenti». «L’istruttoria svolta dal pubblico ministero è stata molto carente – prosegue l’avvocato – perché non ha scandagliato l’enorme mole di documenti che la Telecom ha messo a disposizione della procura».   

Dopodiché, la stessa Rubini a partire dal 1978, anno in cui Carlo De Benedetti entra in Olivetti, ricostruisce, sulla base di documenti e testimonianze, l’organizzazione dell’azienda. «Nell’aprile 1978 l’ingegner De Benedetti viene nominato amministratore delegato di Ico, cioé della holding del gruppo – precisa l’avvocato – A partire da questo momento, egli dà inizio ad un esteso decentramento organizzativo e di sussidiarietà aziendale, per cui alla direzione centrale vengono affidate solo quelle funzioni che non possono essere svolte meglio decentrandole».  «Ad esempio tra la fine del 1979 e l’inizio dell’80 viene costituita la Ope – spiega la Rubini – Inoltre, la titolarità degli immobili industriali dell’intero comprensorio di San Bernardo viene trasferita da Ico a questa nuova società». «In questo caso, l’ingegner De Benedetti non è più il destinatario degli obblighi prevenzionistici sui suddetti immobili – prosegue il legale – Al contrario, è evidente che il soggetto di diritto destinatario di tali obblighi, deve essere individuato nel titolare delle situazioni giuridiche da cui discende la posizione di garanzia, cioè il rappresentante legale di Ope». In sostanza, secondo quanto sostenuto dall’avvocato nell’esempio indicato, gli obblighi in materia di prevenzione a tutela dei lavoratori negli immobili di San Bernardo non spetterebbero più a Carlo De Benedetti, ma al rappresentante legale della società Ope.

L’avvocato si sofferma inoltre, sempre sulla base di atti, sulle deleghe, necessarie per concretizzare il decentramento dell’azienda. «Vengono emanate norme che consentono ai responsabili delle singole strutture di operare con pieni poteri, decisionali e di spesa, e quindi, in alcuni casi di qualificarli come datore di lavoro», spiega la Rubini che aggiunge: «Il 23 maggio 2016 questa difesa ha portato in aula 58 procure notarili e, contrariamente a quanto sostenuto dalla pubblica accusa, hanno rilevanza in riferimento all’amianto strutturale. E’ evidente, infatti, che i poteri conferiti ai destinatari delle procure in materia di manutenzione degli immobili ha un’importanza assolutamente decisiva». «Nel 1980 – aggiunge la civilista   – i responsabili di primo livello hanno un potere di spesa di un miliardo di lire, che poteva aumentare con la firma congiunta di un dirigente della direzione centrale. I responsabili di secondo livello hanno un potere di spesa di 500 milioni di lire, quelli di terzo livello di 200 milioni. Nel corso degli anni queste cifre sono aumentate».  «In Olivetti – conclude la Rubini – esisteva un sistema di deleghe e di funzioni formalizzate da prima internamente e, poi, con evidenza esterna».

Nel corso dell’udienza odierna, spazio anche all’avvocato Maurizio Bortolotto (difensore di Roberto Frattini), e ai suoi colleghi  Cesare Zaccone e Michela Malerba, entrambi difesa Paolo Smirne.

 

Fonte: radioradicale.it 

 

  

 

 

 

   

Processo Olivetti, la difesa: “L’amianto è dovunque a Ivrea”

Firenze – E’ stato il giorno delle difese nel processo per le morti da amianto alla Olivetti. In realtà, una prima arringa è stata pronunciata il 20 giugno dall’avvocato Guglielmo Giordanengo che, insieme al collega Nicola Menardo, difende l’imputato Camillo Olivetti.  Nell’udienza di oggi, il primo a prendere la parola è stato l’avvocato Claudio D’Alessandro, difensore di Renzo Alzati, Filippo Demonte Barbera e Pierangelo Tarizzo.

Il legale ha avviato la sua arringa ricordando la legge che mette al bando l’impiego dell’amianto. «La legge n° 257 del 27 marzo 1992 non dice togliete l’amianto, ma che è vietato utilizzare amianto», esordisce Claudio D’Alessandro che puntualizza: «L’amianto era ed è tuttora dovunque. Allora, perché siamo così sicuri, al di là del ragionevole dubbio, che i morti di cui oggi si discute, siano da ascriversi all’Olivetti»? «Demonte, Tarizzo e Alzati erano a rischio amianto – continua l’avvocato – Frequentavano la mensa, hanno lavorato per decenni in Olivetti. Perché non hanno contratto il mesotelioma? Questo non lo possiamo sapere».

Dopodiché, l’avvocato ha criticato la scelta del comune di Ivrea di costituirsi parte civile in questo processo. «Mentre io sto parlando – spiega D’Alessandro – stanno togliendo l’amianto dal tetto del comune di Ivrea che è davanti al mio studio. Così, non ho fatto neanche tanta strada per appurarlo».

In un altro passaggio, il legale si è soffermato sulla deposizione di Luigina Bruna Perello (25 gennaio 2016 ndr). «La sua testimonianza – afferma D’Alessandro – , a proposito della struttura delle pareti dell’Officina H e della polvere che, a detta della testimone, lei tutte le mattine doveva ripulire dalla scrivania, è stata palesemente smentita». «I testi Cerbone (deposizione 15 febbraio 2016 ndr) e Boltri (deposizione 7 marzo 2016 ndr) – ricorda l’avvocato – ci dicono che i locali dell’Officina H erano costituiti da struttura metallica e vetro, come rilevabile dalla documentazione agli atti». «Non vi erano sostanzialmente pareti e comunque non pareti coibentate in amianto – precisa l’avvocato – C’era un po’ di amianto, era limitato al termoisolamento del tetto che probabilmente non rilasciava fibre». «Per quanto riguarda la polvere – conclude l’avvocato – abbiamo sentito due testi, Boni e Vittozzi (deposizione 7 marzo 2016 ndr), che hanno smentito l’assunto. I due testimoni hanno dichiarato che la pulizia veniva meticolosamente effettuata ogni sera e che non hanno mai trovato traccia di polvere». I tre imputati sono difesi anche da Matteo Chiantore.

Nel corso dell’udienza hanno parlato anche gli avvocati Luca Achiluzzi, (difensore di Manlio Marini), Stefania Marelli (assiste Anacleto Parziale) e Bruno Del Duomo che difende Giuseppe Calogero.

Fonte: radioradicale.it