Morti sul lavoro causate dall’amianto, tre importanti sentenze da Venezia, Viareggio e Taranto

Tre diversi tribunali hanno riconosciuto importanti risarcimenti in denaro ai familiari di vittime decedute a seguito di malattie legate all’amianto. Un killer che continua a uccidere

Prato – Tre sentenze importanti in materia di risarcimenti per decessi da malattie legate all’amianto contratte sui luoghi di lavoro. Tre storie di famiglie operaie che dopo avere pianto i loro cari vedono riconosciuti dai tribunali il diritto al risarcimento.

La prima storia arriva da Venezia. La Cassazione ha stabilito la responsabilità del Porto di Venezia per la mancata adozione di misure di protezione della salute dei lavoratori portuali adibiti a mansioni a diretto contatto con le polveri di amianto. Il ricorso era stato presentato dalla moglie e dai figli di un portuale, Stefano C., morto nel 2003 dopo aver respirato le polveri letali dal 1956 al 1980. La liquidazione era stata di 19.800 euro, pari a 150 euro per ciascuno dei 132 giorni di malattia del loro caro. La sentenza afferma che questa cifra è troppo bassa in quanto questo male che non lascia scampo è di particolare «penosità».

La seconda storia arriva da Viareggio. La Corte di appello di Firenze ha riconosciuto, dopo 13 anni, ottocentocinquantamila euro di risarcimento alla famiglia di Paolo B., lavoratore dell’Amag morto nel 1999, dopo ventisei anni a contatto continuo con le fibre di amianto.

La terza storia è collegata alla questione dell’Ilva. Il Giudice del Lavoro di Taranto ha riconosciuto oltre 250mila euro di risarcimento in favore degli eredi di un lavoratore della Sifi Spa, azienda che vinse l’appalto per il rifacimento degli altiforni Italsider, deceduto per mesotelioma pleurico da esposizione all’amianto nel gennaio del 2007.