L’ultimo applauso a Miriam Makeba

PratoMiriam Makeba, nonostante fosse malata da tempo, fino all’ultimo ha voluto far sentire la sua voce contro ogni forma di razzismo ed ingiustizia. La volontà di esserci su quel palco a Castelvolturno è costata la vita alla cantante sudafricana che sì è sempre impegnata durante la sua esistenza in difesa dei diritti civili e ha sempre rappresentato un simbolo alla lotta contro l’apartheid. Non sono mancati da tutto il mondo attestati di cordoglio e di affetto verso Miriam Makeba che si è sempre portata dentro l’ideale di una società libera e democratica. L’ex presidente sudafricano Nelson Mandela ha reso omaggio alla grande artista. «La first lady sudafricana della canzone, merita il titolo di Mamma Africa. Era la madre della nostra lotta e della nostra giovane nazione», ha scritto in un messaggio Mandela che per  difendere i suoi valori ha conosciuto per ben 27 anni il carcere. Sulla morte della Makeba è intervenuto anche il nostro Capo dello Stato. «L’Italia deve riconoscenza per il gesto che Miriam Makeba ha voluto compiere mettendo perfino a rischio la vita per esprimere solidarietà alle vittime africane della criminalità organizzata a Castelvolturno e dare il suo contributo alla causa della legalità e della civiltà nella nostra terra», ha affermato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

Il senso perduto della memoria

Prato – L’essere umano è capace di individuare i confini del bene e del male, discernere Caino da Abele ma, al contempo, interpreta entrambi i ruoli. Nel corso della vita, in generale, l’uomo è oggetto e soggetto di violenza, ed è addirittura vittima e carnefice nello stesso giorno. Proviamo, forse senza esito, a sviluppare tale riflessione. Non è necessario affannarsi nella ricerca di eventi registrati dai media, fatti che riempiono le cronache dei quotidiani. E’ sufficiente fare un riepilogo alla fine delle nostre giornate di quei piccoli avvenimenti che si presentano ogni giorno alla porta di ognuno di noi. Quante volte ci sentiamo umiliati dall’altro, presi in giro pesantemente, ma alla prima occasione tendiamo a riversare ad un terzo ciò che abbiamo subito. Un meccanismo infernale, privo forse di un doveroso bagno di umiltà. Nell’era della globalizzazione si è accentuato il materialismo, sempre più imperante, e forse l’atteggiamento sopra citato. In questo scenario l’individuo rischia di perdere di vista i valori, la morale e i principi che hanno rappresentato un punto inamovibile dei nostri predecessori. E’ opportuno rimarcare, riaffermare ciò che è andato perso o che rischiamo ulteriormente di perdere. In questa operazione Enzo Biagi è stato maestro di vita che con un linguaggio semplice e umile ha sempre agito nel fronteggiare i tentativi indirizzati a scalfire la memoria. Solo così probabilmente si può costruire un argine a quel senso perduto della memoria. Con queste parole vogliamo ricordare il partigiano di “Giustizia e Libertà”, ad un anno esatto dalla sua scomparsa.

Bice Biagi e don Giovanni Nicolini ospiti della Casa della Cultura Enzo Biagi

Prato. E’ con una certa emozione che il comitato Casa della Cultura Enzo Biagi presenta gli appuntamenti aperti a tutta la cittadinanza con cui intende ricordare, ad un anno dalla scomparsa, la figura di Enzo Biagi, e  al tempo stesso inaugurare ufficialmente le proprie iniziative culturali.
Il prossimo 15 novembre avremo infatti l’onore di ospitare la figlia del grande giornalista, Bice Biagi, che ringraziamo fin da ora per la gentilezza e la disponibilità dimostrataci nell’arco di tutto il concepimento dell’incontro. Prima del suo intervento verrà però presentato uno stralcio dell’intervista che il comitato ha realizzato lo scorso 21 ottobre insieme al Cardinale Ersilio Tonini nella sua abitazione di Ravenna. Venti minuti di parole piene di significato sulla figura di uomo e di giornalista di Enzo Biagi. Il prossimo 22 novembre, invece, la Casa della Cultura Enzo Biagi ospiterà Don Giovanni Nicolini, laureato in filosofia alla Cattolica di Milano ed ha studiato teologia all’università Gregoriana, è parroco di S. Antonio da Padova alla Dozza e S. Giovanni Battista a Calamosco. In passato è stato direttore della Caritas e Vicario Episcopale per la Carità dell’Arcidiocesi di Bologna. Nicolini adesso si dedica alla sua parrocchia della Dozza-Calamosco e alla comunità Le Famiglie della Visitazione.

Entrambi gli incontri si terranno alle ore 15,30 presso l’Auditorium dell’ISIT “A Gramsci – J.M.Keynes” di Prato  che nel 2005 è stato intitolato a Roberto Castellani, ex deportato a Mauthausen-Ebensee. L’ingresso è gratuito.

Viaggio nel cuore degli italiani

Enzo Biagi se n’è andato un anno fa, con la sua biro, il bloc notes e il distintivo da partigiano nel taschino della giacca. Fino all’ultimo il suo sogno è stato un viaggio, un’altra traversata nell’Italia, però lontano dal potere, vicino alle lettere dei giornali. «Non la raccontate più» rimproverava noi cronisti. «Bisogna tornare in strada, in provincia, per vedere cosa cambia» ricordava ogni volta.

Bice Biagi cambia i suoi programmi e decide di farlo lei, quel viaggio tante volte rimandato da suo padre: un viaggio intenso, caldo come un abbraccio, che la porta a incontrare «gente straordinaria e a scoprire posti che prima non sapevo nemmeno dove collocare sulla carta geografica». In viaggio con mio padre (Rizzoli) è il diario pubblico di una vicenda privata, il racconto di un anno nel cuore della gente che di Biagi conosceva molto, ma ha voluto saperne di più.Ed è un itinerario nella memoria di due sorelle che aprono lo scrigno dei ricordi per parlare in pubblico di un personaggio che per loro «è soltanto un papà».
In una biblioteca, in un cinema, una piazza, un teatro, un salone parrocchiale, una scuola di giornalismo, una facoltà universitaria, tra i partigiani di Giustizia e Libertà o in un giardino col suo nome, Bice e Carla Biagi non elaborano il lutto, ma fanno rivivere i comandamenti di un padre che la sera, prima di uno dei suoi viaggi intorno al mondo, raccomandava: «Siate buone, non fate arrabbiare vostra madre». Ma parlano anche del giornalista di carattere che per un’idea pagava con il posto e per la libertà di scrivere non accettava compromessi.

Lo testimonia un altro libro edito da Rizzoli, Io c’ero, ghiotta e indispensabile antologia del Biagi giornalista, dal dopoguerra ai nostri giorni, curata da Loris Mazzetti: cronache, incontri, interviste, polemiche nell’arco di quasi settant’anni.Di quel maestro, che gli voleva bene come a un figlio, Mazzetti ricorda che è stato «l’unico che ha saputo essere grande sia sui giornali che in televisione» e lascia un’eredità enorme per chi vuole fare questo mestiere: «Dalla politica bisogna farsi dare del lei». Biagi c’è riuscito: la gente per questo lo apprezza e per questo lo ricorda. In giro per l’Italia, Bice e Carla parlano però anche di un uomo normale, della sua semplicità.

Estratto da Biagi, viaggio nel cuore dell’Italia – Corriere della Sera – 4 novembre 2008

L’ultimo abbraccio a Vittorio Foa

ROMA – L’ultimo abbraccio a Vittorio Foa, scomparso lunedì scorso (20 ottobre) all’età di 98 anni. La cerimonia funebre s’è svolta oggi a Roma nella sede della Cgil dove Foa per anni è stato dirigente. Nato a Torino (18 settembre 1910), dove si laureò in Giurisprudenza, operò nella sua città natale sotto l’insegna di “Giustizia e Libertà”. Per la sua avversione al fascismo, il sindacalista a soli venticinque anni conobbe il carcere. Condannato a quindici anni di reclusione, dopo otto uscì di galera partecipando alla Resistenza come dirigente del partito d’Azione. Dopo la guerra, fu eletto deputato all’Assemblea Costituente nelle fila del PdA (Partito d’Azione) e, in seguito allo scioglimento di quest’ultimo, passò al PSI (Partito socialista italiano) dove fu deputato per tre legislature (1953-1968). L’ingresso di Foa nel mondo sindacale arrivò nel 1948 entrando nella FIOM; nel 1949 entrò nella Segreteria nazionale della CGIL di Giuseppe Di Vittorio e nel 1955 assunse l’incarico di segretario nazionale della FIOM. Per la sua passione civile e politica, Vittorio Foa è stato uno dei teorici della linea politica dell’autonomia operaia e ha sempre osteggiato la filosofia della rivoluzione. Negli anni Sessanta da una scissione a sinistra del PSI, nacque il PSIUP (partito socialista italiano di Unità proletaria), di cui Foa fu un dirigente nazionale. In quegli anni collaborò con la rivista “Sinistra” e con “Il Manifesto”. Nel 1970 Foa si dimise dalla CGIL e dal PSIUP ritirandosi, se pur per un breve periodo, a vita privata. Rimaniamo agli anni Settanta. Dopo lo scioglimento del PSIUP, assieme ad altri socialisti, Vittorio Foa nel 1972 dà vita al Nuovo PSIUP che, assieme al MPL (Movimento politico dei lavoratori), favorì la nascita del PDUP (Partito di Unità Proletaria) dove ritroviamo Foa nel ruolo di dirigente nazionale. Nel ’74 il PDUP si unificò al gruppo de “Il Manifesto” e nacque il PDUP per il comunismo: Foa ne fece parte come membro della sinistra del nuovo partito. Col PdUP, Foa prese parte allo sviluppo della lista unica della nuova sinistra, DP (Democrazia proletaria). Più avanti il PdUP perse la corrente ex-PSIUP-MPL (assieme alle cosiddette Federazioni unitarie e all’area sindacale di Giovannini) che prese parte alla costituente partitica di DP, mentre il partito rimase in mano alla componente de “Il Manifesto”. Foa decise nuovamente di allontanarsi dalla politica e accettò la cattedra di storia contemporanea all’Università di Torino. Nella sua lunga carriera politica, Foa è stato anche eletto nel 1987 come indipendente nelle liste del PCI. Nell’ultima parte della sua vita, l’uomo di “Giustizia e Libertà” si è dedicato ampiamente alla scrittura, una delle sue passioni. Per volontà dello stesso Vittorio Foa, il suo corpo sarà cremato e le ceneri saranno conservate nel cimitero di Formia dove da tempo il sindacalista viveva.

Enzo Biagi ricordato con una lapide al Famedio del Cimitero Monumentale di Milano

Ogni anno, il 2 novembre, Milano ricorda con una lapide al Famedio del Cimitero Monumentale le persone che l’hanno resa illustre. Tra le 14 personalità scelte dall’apposita commissione comunale per l’anno 2008 c’è anche il giornalista e scrittore Enzo Biagi.

 

Gli altri Grandi i cui nomi saranno solennemente iscritti al Famedio in una cerimonia pubblica il prossimo 2 novembre sono l’editore Franco Angeli, lo scultore Pietro Cascella, il tenore Giuseppe Di Stefano, il compositore Aldo Finzi, il direttore di coro e orchestra Romano Gandolfi, il filologo Dante Isella, l’attrice Isa Miranda, la fondatrice e presidente dell’Associazione nazionale emodializzati Franca Pellini Gabardini, l’attrice e drammaturga Teresa Pomodoro, l’imprenditore Ennio Presutti, il fondatore dell’omonima agenzia di recapito espressi Cesare Rinaldi, la stilista Mila Schön, il ricercatore Mario Silvestri.

 

Fonte: milano.repubblica.it

La lunga scia delle morti in Toscana

Nei primi sette mesi dell’anno, in Toscana ci sono state 44 morti sul lavoro: sei nei cantieri per la Variante di valico.

Con i tre operai morti il 2 ottobre salgono a sei le vittime nei cantieri per la Variante di valico, il nuovo tratto della Bologna-Firenze in costruzione sull’Appennino dal 2001. Quello odierno è il primo incidente sul lavoro avvenuto nei cantieri della Toscana, con il bilancio più grave per singolo infortunio. Gli altri tre operai morti sono deceduti in altrettanti incidenti avvenuti in Emilia Romagna.

La lunga strage. Il primo incidente risale al 5 agosto 2005, nel cantiere del lotto 4 a Gardelletta, nel comune di Marzabotto, vittima un operaio di 58 anni, morto travolto da una piastra di cemento staccatasi dal tetto di una galleria. Gli altri due incidenti sono avvenuti entrambi nel 2007: il primo, il 26 marzo, nel cantiere del lotto 9, a Badia Nuova di Castiglione dei Pepoli, vittima un operaio di 53 anni, morto dopo il crollo di un fronte di scavo. Il 14 maggio di due anni fa invece l’infortunio mortale avvenne a Casalecchio di Reno, nel cantiere del lotto zero: un operaio di 50 morì schiacciato da una gru.

44 morti nei primi sette mesi. Nei primi sette mesi dell’anno, in Toscana ci sono state 44 morti sul lavoro. Lo rende noto la Cgil citando una fonte Inail. Anche nello stesso periodo dell’ anno precedente, da gennaio a luglio, i morti furono 44. Lo rende noto la Cgil citando fonti Inail. Questi i numeri provincia per provincia: Arezzo 6 nel 2007, 3 nel 2008; Firenze 6 e 7; Grosseto 6 e 6; Livorno 4 e 2; Lucca 5 e 7; Massa Carrara 4 e 2; Pisa 5 e 6; Pistoia 3 e 5; Prato 2 e 3; Siena 3 e 3.

Nel resto d’Italia purtroppo le cose non vanno meglio: come si vede nell’immagine in alto, nei primi quattro mesi del 2008 i morti sul lavoro nel nostro paese sono stati ben 344.

Fonte: Corrierefiorentino

 

L’ultima lezione di Enzo Biagi

Pubblicato da Rubettino, è uscito da pochi giorni “L’ultima lezione di Enzo Biagi” di Annarosa Macrì, giornalista dal 1978 in Rai. Una testimonianza precisa ed accurata sul modo in cui Enzo Biagi interpretava il giornalismo. Un contributo per capire il suo metodo, la sua lezione e i principi fondamentali ai quali si atteneva.
Annarosa Macri’ ha collaborato con Enzo Biagi fin dal 1990. Ha partecipato alla realizzazione di numerosi programmi, dai ‘Dieci comandamenti all’italiana’ a ‘Il fatto’ e a ‘Rt’ di cui e’ stata curatrice. Enzo Biagi le ha insegnato le regole alle quali ciascun giornalista deve attenersi con scrupolo. L’amore per la professione, spiegava Biagi, si deve tradurre nella ricerca della verita’ condotta con una grande onesta’ intellettuale. Una ricerca che, soprattutto, deve coincidere con la difesa del proprio punto di vista. Non solo. Il giornalista, spiegava ancora Biagi, deve esercitare la liberta’ di giudizio senza lasciarsi mai intimorire dal padrone di turno.
Prefazione di Loris Mazzetti.

Fonte AdnKronos

E’ morto Florestano Vancini

E’ morto Florestano Vancini, regista de “La Banda Casaroli”. Un giovane Enzo Biagi riuscì ad intervistare il malvivente Casaroli in ospedale, dopo la sua cattura.

FERRARA – Se ne è andato un maestro di cinema, un uomo che con i suoi film ha raccontato la storia d’Italia. Florestano Vancini è morto il 18 settembre in un ospedale della capitale dove era ricoverato. A darne notizia il Comune di Ferrara a esequie avvenute “per rispettare le volontà del regista”. Florestano Vancini, scomparso a 82 anni, è stato uno dei più importanti interpreti del cinema italiano di ricerca storica e testimonianza civile nel panorama della cinematografia della seconda metà del Novecento. L’amministrazione di Ferrara nel ricordare la figura del regista ha espresso ” gratitudine per la sua opera e per il legame mai venuto meno con la sua Ferrara”. Nato nella città estense nel 1926, Florestano Vancini di cui si è avuta sabato scorso notizia della sua scomparsa, ha esordito con un film antifascista, “La Lunga notte del ’43” (1960), tratto da uno dei racconti ferraresi di Giorgio Bassani. Il suo percorso professionale si soffermò ad un certo punto su un tema trattato dallo stesso Enzo Biagi, la Banda Casaroli. Il regista nel 1962 decise di realizzare un film sulla banda che seminò terrore e morte. Ad interpretare Paolo Casaroli, l’attore Renato Salvatori.
Negli anni Cinquanta il giovane cronista di Pianaccio riuscì a intervistare Paolo Casaroli che dall’ottobre del 1950 al dicembre dello stesso anno passò alle cronache, assieme ad altri due (Romano Ranuzzi e Daniele Farris), per aver messo a segno alcune rapine in diverse banche del Nord. Fatale per la banda Casaroli, fu la rapina del 15 dicembre 1950 ad un’agenzia del Banco di Sicilia a Roma. I tre uscirono dalla filiale senza nessun bottino. In quegli attimi coincitati però perse la vita il direttore dell’agenzia, ucciso dai malviventi. I banditi fuggirono tornando in treno a Bologna, mentre un altro complice riportò nel capoluogo emiliano l’auto, una Fiat 1400, noleggiata dal Casaroli. Le indagini fin da subito portarono gli inquirenti sulle tracce dei quattro e il giorno seguente la rapina, le strade di Bologna furono macchiate dal sangue di innocenti. Morirono un agente di polizia, un commerciante e un tassista. Due i feriti: un secondo agente di polizia e un vigile urbano. Due dei tre componenti principali della banda si suicidarono (Ranuzzi e Farris), mentre Casaroli, colpito più volte, fu ricoverato in ospedale dove il giovane Biagi riuscì a intervistarlo. Per la cronaca Casaroli fu condannato all’ergastolo e, una volta uscito per buona condotta, morì nel 1993 in un ospedale romano. Gli altri film di Florestano Vancini. “La calda vita” , “Le stagioni del nostro amore” , “I lunghi giorni della vendetta”, “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” , “La violenza: quinto potere”, “Il delitto Matteotti” , “Amore amaro”, “Un dramma borghese”, “La baraonda”, “La neve nel bicchiere”. Poi, una parentesi durata più di quattro lustri durante i quali Vancini s’è dedicato alla regia televisiva, per tornare nuovamente nel 2005 al cinema con “E ridendo l’uccise”, ultima realizzazione cinematografica del regista ferrarese.