Una serata in ricordo di Enzo Biagi.

Milano – Giovedì 15 alle 20,30 saremo in tanti per ricordare Enzo Biagi. Non sarà il classico ricordo molto istituzionale. Lì, al Circolo della stampa di Milano, ci saranno i milanesi che vogliono bene a Enzo, quelli che non ci avrebbero pensato un attimo prima di dargli la grande medaglia d’oro. E ci saranno Michelino Crosti ed Elio delle Storie Tese che alla consegna dell’Ambrogino d’oro hanno detto che quella medaglia doveva essere data ad Enzo. Ci sarà Radiopopolare che farà la diretta a partire dalle 21. Radiolombardia col direttore Luca Levati che è stato fra i primi, su Facebook, ad aderire a questa iniziativa. Ci sarà Linus, ci sarà Articolo 21 con Andrea Riscassi ma anche con il gruppo di Milano e con alcuni che arriveranno da Roma. Ci Saranno Carla e Bice Biagi, le figlie di Enzo; le amati nipoti di Biagi e Loris Mazzetti, l’amico e collaboratore, Ferruccio De Bortoli, Giangiacomo Schiavi, forse Paolo Mieli. E poi ci saranno i tanti amici di Facebook, e ancora Filippo Penati, Nino Baseotto, Giovanni Negri, Letizia Gonzales, Rosi Brandi, Cesare Rimini, Guido Columba, Maurizio Trombini, Ottavia Piccolo, Claudio Rossoni, Beppe Giulietti.

 Facebook è stato uno strumento fantastico. Dopo che Michelino Crosti aveva dedicato il suo Ambrogino a Enzo Biagi, l’ho chiamato per una intervista. Alla fine ci siamo detti: perché non lanciare una campagna su facebook dedicata a Enzo. E a quel punto sono fioccate adesioni. Quella Milano che ama Biagi si è ritrovata, in parte, su internet. E da lì a dire <<facciamo un’iniziativa per Enzo>> è passato poco tempo.  Così il 15 saremo a Milano, al Circolo della stampa. Sono convinto che saremo davvero in tanti.

La serata si svolgerà in un modo molto semplice. Alle 20,30 cominceremo a ricordare Enzo Biagi con interventi, aneddoti e ricordi che si alterneranno ai tanti messaggi giunti in internet, sul sito di Articolo 21 ma anche e soprattutto sui gruppi di Facebook . Saranno interventi liberi, un po’ come libera è la rete. Niente di istituzionale, insomma. Si tratta di un omaggio ad un giornalista che per molti di noi rappresenta un modo di fare e vivere questa professione. Noi di Articolo 21 amiamo ricordare sempre le sue parole quando, dopo l’editto bulgaro, si congedò dai suoi telespettatori nel corso dell’ultima puntata de Il Fatto. <<Meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare a costo di certi patteggiamenti>>.

Ecco, questo suo modo di essere giornalista è la vera eredità che lascia a tutti coloro che fanno il mestiere. Raccontare la verità, sempre, comunque e dovunque, senza farsi intimorire da qualsiasi genere di pressione sia essa politica, economica e criminale. Un’eredità che è bene ricordare di tanto in tanto, un modo di <<essere>> che, a pensarci bene, non è solo utile per essere un buon giornalista, ma anche per essere un buon cittadino. Articolo 21 sarà a Milano per ricordarlo con questo spirito e per ringraziarlo. Ancora una volta. Del resto, per noi, Biagi è molto più di un grande giornalista. E’ stato uno dei nostri soci fondatori quando scoprimmo, insieme a lui, che l’Articolo 21 della Costituzione era ormai sottoposto a minacce continue. Minacce che, purtroppo, oggi più di ieri non cessano di esistere.

 

Fonte: Articolo 21.

Il ricordo di De André in radio e in Tv.

Genova – La sua voce, le sue parole continuano a riecheggiare nelle nostre menti provocando tuttora sussulti nei nostri cuori. Sono trascorsi dieci anni dalla scomparsa di Fabrizio De André, personaggio capace di mutare il modo di fare musica pur rimanendo distante dallo schermo e dalle principali manifestazioni canore dallo stile popolare. L’artista è morto l’11 gennaio 1999. Nelle sue canzoni ha raccontato le storie degli svantaggiati, di coloro costretti a vivere ai margini della società. Molti dei suoi testi sono considerati dei componimenti poetici e, come tali, inseriti nelle antologie scolastiche di letteratura. Faber, questo il soprannome usato dai suoi amici più stretti, sarà ricordato con numerose iniziative. Fra queste la più significativa è la mostra di Genova, la città natale del poeta, curata da Vittorio Bo, Guido Harari, Vincenzo Mollica e Pepi Morgia, in collaborazione con il Centro Studi De André di Siena e Mariano Brustio. L’esposizione a Palazzo Ducale propone un viaggio multimediale che permetterà ai visitatori di ricostruire la vita dell’artista attraverso testimonianze, videointerviste dello stesso De André, di sua moglie, Dori Ghezzi, e dei suoi più stretti collaboratori e amici. La mostra rimarrà aperta fino al 3 maggio. Fra le varie celebrazioni spicca l’impegno della Rai che stasera in seconda serata su RaiDue ricorderà l’artista con una puntata speciale di Palcoscenico dal titolo “Fabrizio De André, la musica della poesia”. Il programma di Giovanna Milella proporrà l’ultimo concerto di De André, con accanto i figli Cristiano e Luvi, al teatro Brancaccio di Roma pochi mesi prima di morire. Domenica un centinaio di radio italiane trasmetteranno alla stessa ora, in contemporanea con lo speciale di “Che tempo che fa” dal titolo <Fabrizio 2009>, <Amore che vieni, amore che vai>. La canzone è stata scelta da Dori Ghezzi come emblema di questo ricordo via etere.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti potete cliccare il sito dedicato a Fabrizio De André (www.fondazionedeandre.it).

Una scuola ispirata a don Milani.

Bologna – È una piccola Barbiana emiliana, trent’anni dopo, la scuola paterna di Sammartini, piccola frazione di campagna del comune di Crevalcore, a circa trenta chilometri da Bologna. Il prete illuminato che ha portato l’insegnamento di Don Milani nella bassa pianura padana è Don Giovanni Nicolini, ex direttore della Caritas di Bologna, che dall’esempio del piccolo borgo della diocesi di Firenze ha creato una scuola che si ispira agli stessi principi educativi, un’evoluzione di quel modello negli anni ’80, con condizioni sociali e di accesso all’istruzione molto diverse.

Tutto comincia alla fine degli anni ’70 quando Don Nicolini dopo alcuni anni trascorsi a Bologna, diventa cappellano della parrocchia di Sammartini. Pochi casolari sparsi, una chiesa e una scuola itinerante, di casa in casa, da raggiungere in bicicletta. Francesca Bergamini è la prima allieva di questo progetto nato da un gruppo di famiglie molto legate fra loro che dalla città ha seguito Don Nicolini fino in campagna. Di questa piccola comunità fanno parte alcuni genitori insegnanti, che dopo aver vissuto la stagione del ’68 sentono la necessità di interrogarsi sulla scuola e la riforma in atto in quegli anni nella fascia dell’obbligo. Dopo un paio d’anni nasce l’idea della scuola paterna, né pubblica né privata, unica in Italia, aconfessionale e aperta a tutti, anche a persone in difficoltà, in cui il valore principale è quello di dare stimoli e passioni agli studenti.

 «L’idea fin da allora fu quella di dare maggiore spazio alla libertà e a un concetto più vasto di cultura nel tentativo di curare di più l’approfondimento e percorsi personalizzati per bambini più o meno dotati in un sentiero di crescita proporzionato alle possibilità» racconta Don Nicolini «un’esperienza in cui non ci sono gerarchie di capacità e meriti». Lo schema giuridico della scuola paterna prevede che gli allievi siano regolarmente iscritti presso un istituto, al quale i genitori chiedono l’autorizzazione a provvedere e garantire l’istruzione ai propri figli. È una legge del ’26 a contemplare la possibilità da parte della famiglia di occuparsi direttamente dell’apprendimento dei figli, con l’obbligo di certificarlo alla scuola con un esame alla fine di ogni anno scolastico. Da qui la definizione di scuola paterna, una scuola fatta in casa e a misura di bambino, dove a fare i docenti sono gli stessi genitori che oltre alle materie previste dai programmi ministeriali danno spazio ad approfondimenti e percorsi didattici individuali in cui tutti possono sentirsi al passo, anche chi ha difficoltà di apprendimento o proviene da un contesto sociale difficile. I banchi sono a casa o in parrocchia, ma la religione non è materia di insegnamento, la scuola è aperta a tutte le fedi e anche ai non credenti, non è necessaria un’adesione religiosa, si tratta di un progetto educativo trasversale. I compiti non esistono, al loro posto c’è «ci ripenso ».

Ma torniamo al 1982 primo anno delle scuole medie fatte in casa nella piccola frazione di Sammartini, Francesca e Luca sono i pionieri di questa esperienza, la mamma di lei, già professoressa nella scuola pubblica, insegna lettere, la madre di Luca, scienze. A farsi carico delle altre materie ci sono altri genitori, in più ci sono corsi monografici sulla Shoah e il giornalismo, educazione tecnica, corsi di lettura, taglio e cucito, telaio e ceramica. L’anno successivo i nuovi iscritti sono 4 poi 6, nel frattempo la scuola inizia a richiamare alunni anche dai paesi vicini e c’è chi arriva apposta da Bologna. Non è una scuola elitaria, e a dimostrarlo negli anni ’90 è la sua apertura a bambini stranieri provenienti da percorsi di adozione e affidamento, e a profughi kosovari, oltre alla richiesta di inserimento sempre più frequente da parte dei servizi sociali di ragazzi con disagio che la scuola «normale» non riesce a seguire e alla collaborazione avviata con un’associazione che si occupa di bambini con handicap gravi. Un giorno alla settimana per le lezioni si va in trasferta a Bologna, nelle case dei nonni, che tanto hanno da insegnare, niente che si possa trovare sui libri. Fra gli allievi delle scuole medie a Sammartini anche Tommaso, figlio di Francesca, la prima ad aver iniziato questo percorso di scuola alternativa e che su quell’esperienza ha scritto la tesi di laurea in pedagogia. Francesca ha vissuto l’esperienza da allieva e da madredocente, una scelta gratificante e al tempo stesso impegnativa che le ha comportato un forte coinvolgimento personale decidendo di non delegare alla scuola la formazione del figlio, svolgendo un ruolo attivo in prima persona. Quest’anno in tutte e tre le classi gli iscritti sono 25, in aumento rispetto agli scorsi anni.

È sempre Don Nicolini l’anima della scuola, che a Bologna ruota intorno alla parrocchia di Sant’Antonio da Padova alla Dozza, quartiere periferico in zona fiera. È preside e insegnante di storia e geografia. I docenti sono circa una ventina, oltre ai genitori degli alunni, impegnati in prima persona, anche professori universitari, insegnanti in pensione e volontari che collaborano mettendo le loro professionalità al servizio dei ragazzi, qualità indispensabile la passione per la loro materia e la capacità di trasmetterla. Fra loro anche Vincenzo Balzani, professore di chimica all’Università di Bologna, specializzato in nanotecnologie, che coordina la sezione di scienze. Un dirigente di Datalogic insegna matematica, un architetto della Provincia geometria, un neonatologo il corpo umano. Le lezioni sono regolari tutte le mattine, il luogo, oltre alla sede della parrocchia e le case degli insegnanti, può essere un’aula universitaria dove fare esperimenti scientifici, o a spasso per la città per imparare educazione artistica.

 I risultati finora sono molto positivi «scompare il rischio di isolamento e anonimato, i ragazzi arrivano bene alla guerra delle superiori» dice Don Nicolini. A confermarlo i gemelli congolesi in affido ad Amelia Frascaroli, madre e docente con un passato nella Caritas bolognese, che appena arrivati in Italia, dal 2001 al 2004 hanno frequentato le medie a Sammartini. «È stata un’esperienza straordinaria, si sono sentiti accolti e sostenuti. Sono stati loro a incoraggiare il più piccolo di casa a frequentare la scuola paterna a Bologna» racconta la Frascaroli. Ora la scuola a conduzione familiare in città è frequentata fra gli altri anche da molti ragazzi stranieri e da alcuni con problemi relazionali e di dislessia, situazioni fragili a cui la scuola tradizionale fa fatica a dare risposte. Un vera sfida una scuola così di questi tempi.

Fonte: Il Manifesto (Linda Chiaramonte).

Doppio anniversario di celebrazioni. Non mancheranno le polemiche.

Milano – Dal 2003 anche in Italia si festeggia il Darwin Day ogni 12 febbraio, data di nascita del grande naturalista: una ricorrenza creata da tempo nel mondo anglosassone per celebrare la scienza e il libero pensiero. Ma il 2009 è un vero e proprio anno darwiniano, perché ricorrono insieme il bicentenario della nascita dello scienziato (1809) e il centocinquantesimo del suo testo più noto, “L’ origine delle specie” (1859). Molte le iniziative in programma (il calendario completo sul sito www.pikaia.eu), tra cui una mostra multimediale che sarà a Roma (Palazzo delle Esposizioni) dal 12 febbraio al 3 maggio e a Milano (Rotonda della Besana) dal 6 giugno al 24 novembre. Tutto ciò riproporrà di certo le polemiche sull’ evoluzione, molto vivaci negli Stati Uniti e ormai approdate anche in Italia, specie da parte degli ambienti, perlopiù di matrice religiosa, che in alternativa al darwinismo propongono l’ idea che la natura si sviluppi sulla base di un progetto trascendente (Intelligent Design). Tra i sostenitori più convinti di Darwin ci sono i biologi evoluzionisti, che terranno il loro congresso europeo a Torino dal 24 al 29 agosto (vedi www.sibe-iseb.it), ma la disputa ha anche un aspetto filosofico. È stata infatti l’ Unione degli atei (www.uaar.it) che ha importato il Darwin Day in Italia, mentre la Chiesa cattolica si appresta a dire la sua in un convegno promosso a Roma (3-7 marzo) dal Pontificio Consiglio della Cultura guidato da Gianfranco Ravasi.

Fonte: Corriere.it (Antonio Carioti)

Lanzetta: alla cultura non bisogna mai dire di no.

Giugliano – La cultura è a margine dell’esistenza umana? Un interrogativo che in molti si pongono e in cuor loro probabilmente hanno le adeguate risposte, accompagnate dalle dovute motivazioni. Il sapere spalanca le porte alla conoscenza che offre i necessari strumenti per arricchire l’anima delle persone, impegnate nel tentativo di esprimere varie forme di dialogo, di confronto e insofferenti all’egemonia del burattinaio. Un altro colpo potrebbe mortificare la sapienza. L’Istituto Italiano per gli Studi Europei, articolato in tre dipartimenti, è a rischio chiusura. I perché sono incentrati sempre sulla stessa ragione: la mancanza di fondi. L’istituto, che ha dato i natali a Giovan Battista Basile, è una ricchezza per Giugliano, per la Campania e per il nostro Paese. Fra coloro che hanno sollevato il problema ci sono i redattori di InterNapoli che hanno intervistato l’attore Peppe Lanzetta. Abbiamo raccolto un passaggio dell’intervista rilasciata dallo scrittore a InterNapoli. <<Alla cultura non bisogna mai dire di no – sostiene Lanzetta – Già il fatto che esista un istituto del genere a Giugliano dovrebbe esser lodato e preservato con ogni mezzo anche tenendo conto del fatto che a Giugliano non c’è un cinema o un teatro che possa garantire una crescita o un approfondimento culturale ai suoi cittadini». Siamo probabilmente soltanto all’inizio di una partita che dovrebbe concludersi in un Paese normale con la vittoria della cultura.

Per ulteriori informazioni e approfondimenti potete cliccare www.InterNapoli.it o andare direttamente al sito dell’istituto (www.iise.it).

Si conclude oggi a Firenze la Festa della Legalità

Firenze – Di anno in anno ha avuto come simbolo una sveglia che suonava l’ora legale oppure il rosso di una macchia di sangue che si trasforma nel rosso di un pomodoro quali quelli coltivati nei campi confiscati alla mafia.

Sono cambiati i simboli e le immagini, ma non lo spirito della Festa della Legalità, un appuntamento che si rinnova e rende Firenze capitale nazionale delle battaglie per liberarsi dalla criminalità organizzata e per affermare la cultura della legalità.


La manifestazione si conclude oggi con un ricco programma di iniziative, ospitate dal Palazzo degli Affari di Piazza Adua. Si comincia al mattino con la lectio magistralis della Costituzione, in ricordo dei 60 anni del documento, da parte del giudice Ugo de Siervo, cui interverranno anche gli studenti delle scuole che hanno partecipato al bando della Legalità 2008 promosso dalla Regione sul tema “Leggere la costituzione”.


A seguire verrà presentata la ricerca sull’infiltrazione delle mafie in Toscana a cura della Commissione nazionale antimafia. Nel pomeriggio, insieme a personaggi come Rita Borsellino, Salvatore Calleri della Fondazione Caponnetto, il magistrato Gherardo Colombo, Elisabetta Caponnetto, i Modena City Ramblers e tanti altri ospiti si illustreranno i risultati del secondo anno del progetto “Educare alla legalità”, che prevede la sperimentazione di modelli di intervento didattico proprio sul tema della legalità.

Di sera, dalle 21.30, al Palazzo dei congressi, dopo il saluto dei ragazzi della carovana Antimafia toscana 2008 ci sarà uno spettacolo, a cui, tra gli altri parteciperà l’orchestra Bandao, i Magicaboola Brass Band, l’Orchestra di fiati dell’Istituto Musicale Mascagni di Livorno e le Riffe di Raffa. La serata sarà presentata da Daniela Morozzi e Gianfranco Monti.

Fonte: Regione Toscana

A Milano il 15 gennaio per ricordare Enzo Biagi.

MilanoDopo il lancio su Facebook del gruppo “diamogliela noi la medaglia d’oro a Enzo Biagi” solo qualche giorno fa, oltre duemila persone si sono iscritte al gruppo lanciato da Articolo 21 e Radiopopolare. E’ giusto dire a tutti grazie. E invitiamo tutti gli amici di Articolo 21 a stimolare più amici possibili per aderire all’iniziativa. Abbiamo fatto una proposta a tutti gli amici di Facebook ed ora la estendiamo a tutta la rete. Vediamoci a Milano il prossimo 15 gennaio per ricordare Enzo con tanto affetto. Non una protesta contro la grande medaglia non assegnata a Enzo dal Comune di Milano, perchè la protesta non serve. Ma da quella medaglia negata è partita una voglia spontanea di incontrarsi e di ringraziare Enzo Biagi a nome di tutta la città. E il quindici questo faremo, ricorderemo Enzo. E vi invitiamo ad essere con noi. E se volete, oltre a esprimere in poche parole il vostro segno di affetto per Enzo, iscrivetevi anche al gruppo di facebook nato per l’occasione http://it-it.facebook.com/people/Articolo-Ventuno/1622124598.

Fonte: Articolo 21.

Muore Carlo Caracciolo, padre di Espresso e Repubblica

Carlo Caracciolo era nato il 23 ottobre del ’25 ed era presidente onorario del Gruppo Espresso, dove ha lavorato per cinquant’anni della sua vita. E’ stato giovane partigiano in Val d’Ossola, si è laureato in legge a Roma, si è specializzato ad Harvard. Si è definito un “editore fortunato”. Fin da quando fondò nel ’51 la Etas Kompass. Poi animatore e promotore nel ’55 di un settimanale che fece la storia del giornalismo come l’Espresso, soprattutto da quando Adriano Olivetti gli girò il pacchetto di maggioranza. Presidente del Gruppo L’Espresso, con Eugenio Scalfari nel 1976 fondò il quotidiano La Repubblica.

Scrive di lui Giorgio Bocca nel suo “Vita da giornalista”: «Carlo Caracciolo, editore di Repubblica, del Tirreno e dell’Espresso è conosciuto dal grande pubblico come il Principe, il cognato di Gianni Agnelli, un grande charmeur che si occupa di giornali e di libri quasi per hobby. Una volta sono andato con lui a fare un giro in Toscana, l’ho visto passare la giornata a discutere con i distributori: quante copie ha preso il Tirreno a Grosseto, quante ne ha perse a Follonica. Poi combinava con un rappresentante di macchine tipografiche un viaggio a una Fiera di Las Vegas, per vedere l’ultimo modello di una rotativa».

Nel 1988 il pacchetto di maggioranza de L’espresso e la sua quota di La Repubblica venne ceduta alla Mondadori, di cui Caracciolo venne nominato presidente (1989 – 1990). Quando Silvio Berlusconi assunse il controllo della Mondadori, ne scaturì un contenzioso giudiziario – la cosiddetta guerra di Segrate – che si concluse nel 1991 con la separazione fra il settore libri e periodici (al gruppo Fininvest) e quello di Repubblica ed Espresso, che andò a formare il Gruppo Editoriale L’Espresso con azionista di maggioranza la Cir di Carlo De Benedetti e di cui Carlo Caracciolo diventò Presidente. È stato presidente della Finegil Editoriale SpA, la società che detiene gran parte delle partecipazioni del Gruppo nei quotidiani locali, della A. Manzoni & C S.p.A., la concessionaria di pubblicità del gruppo, e Presidente del Consiglio di Amministrazione dell’Internet company Kataweb S.p.A.. Il 26 aprile 2006 Caracciolo aveva abbandonato la guida effettiva delle sue società, passata a Carlo De Benedetti, mantenendo la presidenza onoraria del Gruppo Editoriale L’Espresso. Il 2 gennaio 2007 Caracciolo aveva acquistato il 30% del quotidiano francese Liberation.

Il suo ruolo di editore trai più grandi d’Italia Caracciolo amava definirlo come assoluzione di un compito civile.

Fonti:  La Repubblica, L’Espresso con Il ragazzo che amava i giornali di Nello Ajello e La Stampa ( qui e L’ultimo editore puro di Chiara Beria Di Argentine)

Convegno ad Assisi: il rischio non è un mestiere.

Comunicare in Umbria. Il rischio non è un mestiere Assisi – Domani si terrà ad Assisi la Tavola Rotonda dedicata a «Radio, tv, informazione locale: i rischi del mestiere di giornalista», organizzato dal Co.Re.Com Umbria in collaborazione con la Regione e il Comune di Assisi. Nella stessa giornata si svolgerà la cerimonia di premiazione del concorso Comunicare in Umbria 2008. La manifestazione è dedicata quest’anno al tema delle morti sul lavoro.

Saranno presenti il segretario nazionale FNSI Roberto Natale, il portavoce di Articolo 21 l’onorevole Beppe Giulietti, il vicedirettore del Tg1 David Sassoli, il segretario generale Aeranti per Aeranti-Corallo Fabrizio Berrini, il presidente della FRT Filippo Rebecchini, il coordinatore nazionale commissione FNSI per l’emittenza locale Marco Gardenghi, il presidente dell’Ordine dei giornalisti dell’Umbria Dante Ciliani, il presidente dell’Associazione stampa umbra Marta Cicci e il giornalista della Nazione Gianfranco Ricci.

L’incontro avrà inizio alle ore 11 nella sala della Conciliazione del palazzo comunale.

La giornata proseguirà, ad Assisi, con la premiazione dei programmi televisivi e radiofonici, nel pomeriggio e in serata. Nel corso della premiazione il team di “Uno Mattina” della Rai presenterà un cortometraggio fuori concorso sul tema del festival: «Il rischio non è un mestiere».


Fonte: Articolo 21

Papa: Carta Onu altissimo punto di riferimento.

Città del Vaticano – Il documento approvato dall’Onu «costituisce ancora oggi un altissimo punto di riferimento del dialogo interculturale sulla libertà e sui diritti dell’uomo». L’ha affermato ieri pomeriggio il Papa al termine del concerto, organizzato in Vaticano, per i 60 anni della Dichiarazione Universale dei diritti umani. «La dignità di ogni uomo – ha precisato Benedetto XVI – è garantita veramente soltanto quando tutti i suoi diritti fondamentali vengono riconosciuti, tutelati e promossi». Questa la prima parte del discorso, pronunciato dal Papa alla presenza di molte autorità, fra queste il Presidente della Repubblica italiana. «Da sempre – ha proseguito Benedetto XVI – la Chiesa ribadisce che i diritti fondamentali, al di là della differente formulazione e del diverso peso che possono rivestire nell’ambito delle varie culture, sono un dato universale, perchè insito nella stessa natura dell’uomo». «La legge naturale, scritta da Dio nella coscienza umana, – ha aggiunto il Papa – è un denominatore comune a tutti gli uomini e a tutti i popoli; è una guida universale che tutti possono conoscere e sulla base della quale tutti possono intendersi. I diritti dell’uomo sono, pertanto, ultimamente fondati in Dio creatore, il quale ha dato ad ognuno l’intelligenza e la libertà. Se si prescinde da questa solida base etica, i diritti umani rimangono fragili perché privi di solido fondamento». «Un lungo cammino – ha concluso Benedetto XVI – è stato già percorso, ma ne resta ancora un lungo tratto da completare: centinaia di milioni di nostri fratelli e sorelle vedono tuttora minacciati i loro diritti alla vita, alla libertà, alla sicurezza; non sempre è rispettata l’uguaglianza tra tutti né la dignità di ciascuno, mentre nuove barriere sono innalzate per motivi legati alla razza, alla religione, alle opinioni politiche o ad altre convinzioni. Non cessi, pertanto, il comune impegno a promuovere e meglio definire i diritti dell’uomo, e si intensifichi lo sforzo per garantirne il rispetto. Accompagno questi voti con la preghiera perché Iddio, Padre di tutti gli uomini, ci conceda di costruire un mondo dove ogni essere umano si senta accolto con piena dignità, e dove i rapporti tra gli individui e tra i popoli siano regolati dal rispetto, dal dialogo e dalla solidarietà».