Processo Olivetti, l’avvocato Luca Achiluzzi (difesa Marini) replica ai pm

Firenze – L’avvocato Luca Achiluzzi, difensore di Manlio Marini, ha affrontato il tema del talco contaminato da amianto nel processo contro ex amministratori delegati e dirigenti Olivetti, imputati a vario titolo di omicidio colposo e lesioni. Nella sua arringa, durata circa due ore, il legale ha sostenuto la tesi di un talco esente da amianto sia in Ico che in Mvo.

Achiluzzi esordisce ricordando l’indagine svolta dall’Inail e già illustrata da Francesco Messineo, consulente di parte civile per conto Telecom. «Negli anni Settanta la Ico usava il talco – afferma Achiluzzi – Ciò lo sappiamo da un atto, denominato indagine ambientale, effettuata nel 1974 dall’Inail, volta a determinare l’esposizione professionale per l’eventuale definizione del premio assicurativo per la silicosi e l’asbestosi». «Le analisi sul talco, utilizzato a Scarmagno, attestano che il materiale è estremamente puro – prosegue Achiluzzi – Tanto è vero, che la stessa Inail non applica il premio assicurativo».

A supporto della sua tesi, ovvero di un talco privo di amianto, l’avvocato si avvale anche degli atti depositati dalla difesa di Carlo De Benedetti. «Sempre negli anni Settanta, per l’esattezza nel 1978 – continua l’avvocato – , sulla base di una produzione di documenti provenienti dalla difesa Pisapia (appunto, legale di Carlo De Benedetti ndr), abbiamo appreso che la società “Talco & Grafite Val Chisone” risultava inserita nel registro contabile anagrafica cliente-fornitore della Ico. Inoltre, sappiamo che il talco venduto dalla “Talco & Grafite” era totalmente esente da amianto». «Quindi, da metà a fine anni Settanta – sostiene Achiluzzi – non abbiamo nessun elemento per poter affermare che il talco in uso all’Olivetti contenesse amianto». «Cosa accade negli anni Ottanta? – va avanti l’avvocato – Da un documento del 1981, risulta che il talco in Ico veniva usato in piccole quantità in alcuni montaggi e officine».

Inoltre, l’avvocato Achiluzzi ribatte ad un passaggio della requisitoria del pubblico ministero in cui ha sostenuto come in ogni caso l’Olivetti acquistava dalla Mvo a Sparone (provincia di Torino ndr), i particolari in gomma, già rivestiti di talco e contaminato da amianto. «Non abbiamo nessun elemento dal quale risulti che la Mvo impiegasse del talco contaminato da tremolite», afferma il legale che aggiunge:  «Abbiamo la testimonianza di Margherita Boero, dipendente della “Materiale Srl” e successivamente della “Punto L”».  «La teste – ricorda Achiluzzi – nell’udienza del 21 marzo 2016 dice che fra i loro clienti c’è la Mvo (Manifattura Valle Orco ndr) e alla domanda che tipo di materiale fornivate alla Mvo, la Boero risponde talco».  «Alla domanda del giudice (Elena Stoppini ndr) da chi compravate il talco – prosegue Achiluzzi -, la Boero risponde al 99% dalla “Talco & Grafite”.  Un talco che risulta in maniera pacifica non contaminato».  «Non c’è dubbio alcuno che il talco utilizzato dalla Mvo fosse venduto dalla “Materiale Srl” – conclude Achiluzzi – E, che il talco venduto dalla “Materiale Srl” alla Mvo fosse quello della “Talco & Grafite. Quindi, non c’è la prova».  Marini, responsabile fra il 1982 e il 1988 dei due servizi sicurezza per il lavoro in Olivetti, Sosl e Sesl, è assistito anche dall’avvocato Davide Fracchia.

Fonte: radioradicale.it

Processo Olivetti, parti civili: Sei milioni di risarcimento per le vittime dell’amianto

FirenzeSupera i sei milioni di euro la richiesta di risarcimento, avanzata dai legali di parte civile nel processo contro ex amministratori delegati e dirigenti Olivetti, imputati a vario titolo per la morte, causa amianto secondo l’accusa, di otto lavoratori e la malattia di altri due ex dipendenti. L’avvocato Laura D’Amico ha formulato la richiesta per le famiglie di due vittime (altre quattro famiglie hanno nei mesi scorsi già raggiunto un accordo con Telecom). Per i familiari di Marcello Costanzo, deceduto a 75 anni, un milione e 53mila euro, per la famiglia di Silvio Vignuta, morto a 59 anni, un milione e 437mila euro.

Ad Afeva (Associazione familiari vittime dell’amianto) 60mila euro, alla Fiom 120mila euro. L’Inail, rappresentata dall’avvocato Loretta Clerico, invece ha chiesto il pagamento di due milioni e mezzo, corrispondenti alle prestazioni fornite dall’ente. Infine, nella precedente udienza il comune di Ivrea aveva chiesto 600mila euro, la Città metropolitana di Torino 500 mila euro.

 

Processo Olivetti, chiesti sei anni e otto mesi per Carlo De Benedetti

Firenze Quindici condanne e due assoluzioni. Questo è quanto emerge dalla requisitoria dei pm, Laura Longo e Francesca Traverso, nel processo per le morti da amianto all’Olivetti. L’accusa ha chiesto la condanna a sei anni e otto mesi per Carlo De Benedetti, sei anni e quattro mesi per Franco De Benedetti, tre anni e sei mesi per Corrado Passera e tre anni e quattro mesi per Camillo Olivetti. I pubblici ministeri hanno chiesto l’assoluzione per Roberto Colaninno ed Onofrio Bono. Mentre, per Maria Luisa Ravera, ex responsabile del servizio ecologia e ambiente, è stata chiesta lo stralcio della sua posizione per gravi motivi di salute.

Ecco, in dettaglio, le restanti richieste di condanna: due anni e due mesi per Renzo Alzati; due anni e sei mesi per Giuseppe Calogero; un anno per Filippo Barbera De Monte; due anni per Roberto Frattini, Silvio Preve e Luigi Pistelli; tre anni e otto mesi per Luigi Gandi; quattro anni per Manlio Marini; otto mesi per Anacleto Parziali; due anni e otto mesi per Paolo Smirne e Pierangelo Tarizzo.

Processo Olivetti, niente interrogatorio per Corrado Passera e Roberto Colaninno.

Firenze – Non si sono presentati in aula Corrado Passera e Roberto Colaninno, entrambi imputati nel processo per le morti da amianto alla Olivetti. I legali dei due imputati – Colaninno deve rispondere di lesioni colpose soltanto per un caso – nel febbraio scorso avevano annunciato la presenza dei due assistiti presentando richiesta di interrogatorio al giudice Elena Stoppini. Durante l’udienza di oggi l’avvocato Tomaso Pisapia, difensore di Carlo De Benedetti, ha prodotto altra documentazione, rinvenuta alle porte di Torino in un magazzino della Telecom. In tutto, 58 documenti di procure notarili per deleghe sulla sicurezza e manutenzione degli impianti firmate dall’ingegner De Benedetti e dallo stesso ex ministro Corrado Passera tra il 1980 e il 1996. La documentazione, come quella presentata sempre dalla difesa nella scorsa udienza, è stata ammessa dal giudice.  L’udienza è stata inoltre caratterizzata dalle dichiarazioni spontanee rilasciate da Luigi Pistelli, 81 anni, imputato per omicidio colposo e lesioni personali colpose.

Processo Olivetti, la difesa trova altre carte che dimostrerebbero l’assenza di amianto nel talco. Il giudice ammette la nuova documentazione.

Il giudice Stoppini nel processo per le morti da amianto ha amesso 101 documenti, su richiesta della difesa.

Firenze – Nuovi documenti sono stati ammessi oggi dal giudice Elena Stoppini, su richiesta dell’avvocato Tomaso Pisapia, difensore di  Carlo De Benedetti nel processo per le morti da amianto all’Olivetti. Sono 101 i documenti trovati dalla difesa nell’archivio storico di Olivetti: verbali e comunicazioni ufficiali che potrebbero anche rivelarsi importanti per stabilire le eventuali responsabilità dei singoli imputati. Secondo la difesa, questi documenti sarebbero stati analizzati dalla Procura ma considerati ininfluenti ai fini processuali. Per questo, a suo tempo, scartati, insieme ad altre carte trovate in un magazzino, alle porte di Torino e di proprietà della Telecom. Quest’ultima documentazione, sostiene la difesa, dimostrerebbe che il talco non contaminato da tremolite, quindi amianto, fu acquistato dall’azienda già sul finire degli anni Settanta. Mentre, l’accusa sostiene che il talco in uso conteneva amianto e che non l’ha sostituito fino al 1986.  Non è ancora completato invece l’esame sui reperti istologici da parte dei periti, nominati dal giudice, che dovranno nuovamente accertare la diagnosi delle vittime

www.radioradicale.it 

Processo Olivetti, giudice dispone una nuova perizia sulla morte degli operai

La giudice Elena Stoppini ha informato le parti che è in corso la revisione degli esami sui campionamenti biologici dei dodici ex lavoratori deceduti e dei due ammalati.

Firenze – Sorpresa al processo Olivetti per le presunte morti da amianto. La giudice Elena Stoppini ha informato le parti che è in corso la revisione degli esami sui campionamenti biologici dei dodici ex lavoratori deceduti e dei due ammalati. L’accertamento si sarebbe reso necessario a causa delle differenze, troppe, emerse tra le consulenze mediche di accusa, parti civili e difese. La polizia giudiziaria, su mandato del tribunale, ha prelevato i vetrini istologici – custoditi in vari ospedali – e li ha consegnati al reparto di anatomia patologica dell’istituto clinico Humanitas a Rozzano, in provincia di Milano. I nuovi accertamenti, cominciati il 29 aprile e proseguiranno fino al 13 maggio, saranno eseguiti da Donata Bellis, consulente medico della procura, e Massimo Roncalli – direttore di anatomia patologica all’Humanitas -,  consulente di Telecom, responsabile civile nel processo. A questo punto, i due, Bellis e Roncalli, cambiano il proprio ruolo diventando esperti super partes, incaricati dal tribunale di riesaminare tutti e 14 i casi. Il giudice intende verificare le esatte cause dei decessi. Le indagini della procura di Ivrea si sono basate sull’analisi delle cartelle cliniche. Solo per una delle vittime era stata svolta l’autopsia. Il procuratore capo della Repubblica di Ivrea, Giuseppe Ferrando, ha commentato: «La decisione del giudice di fare esaminare i vetrini è un accertamento che completa il quadro probatorio dell’indagine». 

Processo Olivetti…. (fonte: Radioradicale.it)

 

 

 

 

Processo Olivetti, consulente parte civile Telecom: “In azienda c’erano gli impianti di aspirazione”

Firenze – Ancora un’udienza caratterizzata da pareri e posizioni opposte fra i consulenti, chiamati a deporre nel processo per le morti da amianto all’Olivetti. E’ il turno di Francesco Messineo, ingegnere e consulente di parte civile per conto di Telecom, dopo l’intervento di Maria Gullo, consulente Inail. Messineo, ricorda che sin dagli anni Cinquanta, in Olivetti, era presente un Comitato della sicurezza, composto da esperti dell’azienda, da lavoratori e sindacalisti.  «Abbiamo rintracciato il regolamento del Comitato aziendale dell’Olivetti, è un documento del 14 settembre 1954 – afferma Messineo – Era costituito da membri permanenti e temporanei, nominati dall’azienda e dalla Commissione interna. In pratica, da lavoratori che conoscevano benissimo il ciclo di lavorazione e che facevano parte delle organizzazioni sindacali. Il Comitato si riuniva almeno dieci volte all’anno e organizzava anche corsi di formazione per i lavoratori».

A seguire, l’ingegnere si sofferma sull’attività svolta dallo stesso Comitato al fine di dimostrare le attività intraprese dall’Olivetti a tutela della salute dei lavoratori. «Nell’archivio storico abbiamo rintracciato una serie di verbali di riunioni del Comitato della sicurezza che si sono tenute in diversi reparti dell’Olivetti dal 1959 al 1970», ricorda Messineo che cita diversi di questi atti. «La riunione dei vari capi reparto della nuova Ico del 27 maggio 1959 mette in evidenza la presenza di un impianto di ventilazione che garantisce ricambi d’aria nell’ambiente – racconta il consulente – Nel verbale del 30 maggio 1960 il Comitato affronta la necessità di migliorare l’impianto di aspirazione in fonderia; quello del 1° marzo 1961 in cui compare la decisione di migliorare l’aspirazione sulla vasca adibita a lavaggio carrozzerie; il verbale del 30 aprile 1962 fa riferimento al potenziamento di varie aspirazioni nel settore montaggio macchine per scrivere e da calcolo».

Nel prosieguo della sua deposizione, il consulente di parte civile affronta il tema delle iniziative assunte dall’azienda. «Nel 1969, la Clinica del Lavoro dell’Università di Milano – aggiunge l’ingegnere – venne incaricata da Olivetti di effettuare un’indagine approfondita sulle condizioni igieniche e ambientali negli stabilimenti Ico, Nuova Ico e San Bernardo allo scopo di individuare eventuali interventi migliorativi». «Per questa indagine sono state dedicate 155 giornate, impiegati 80 laureati e il resto diplomati – continua Messineo – Quindi, personale altamente qualificato. In particolare, sono state prese in considerazione gli aspetti anche di polverosità».  «E’ possibile desumere un quadro generale soddisfacente della situazione igienico ambientale – ammette Messineo –  Inoltre, posso arrivare a questa conclusione che, in effetti, relativamente al punto dove veniva utilizzato il talco non ci sono rilievi di sorta che dimostrano che esisteva il problema della polverosità. E, in quel caso, non hanno neanche prescritto nessun sistema di aspirazione».

Dopodichè il consulente si sofferma su un’indagine, condotta nel 1974 dall’Inail allo scopo di stabilire il premio assicurativo. «Il documento attesta che l’effettuazione di analisi del talco utilizzato a Scarmagno, si tratta di materiale estremamente puro – dice Messineo – L’ispezione volta ad individuare eventuali rischi collegati all’esposizione e la presenza di asbesto, lo esclude. Nessuno degli stabilimenti presi in esame dall’Inail, evidenzia alcun rischio legato alla presenza di asbesto».

Francesco Messineo si sofferma inoltre sull’analisi effettuata nel 1981 dal Politecnico di Torino sul talco consegnato da Olivetti. «Se la notizia che ho avuto è esatta, i due campioni dovrebbero pervenire da una cava di Lanzo Torinese – sostiene il consulente – Quindi, non si fa riferimento a campioni prelevati a magazzino nell’ambito del ciclo di lavorazione». «Per me – ribadisce Messineo – questo è molto chiaro: non si tratta di prodotto utilizzato dall’azienda». «Il professor Ocella cita chiaramente – puntualizza l’ingegnere – che questi campioni sono di colore verdognolo. Il teste Favaro nell’udienza del 1° febbraio 2016 ha precisato che il talco utilizzato era bianco. Anche altri testi hanno riferito del colore bianco del talco utilizzato».

L’ingegnere infine passa in rassegna i singoli casi dei lavoratori morti per mesotelioma pleurico. Questi operai, secondo il consulente, avrebbero avuto un’esposizione all’amianto nel lavoro svolto prima di entrare in Olivetti. «Nello specifico dei vari casi, molti di questi lavoratori sono stati esposti in modo prevalente nelle attività professionali svolte antecedentemente al loro arrivo in Olivetti», conclude Messineo.

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

Processo Olivetti, consulente parte civile Inail: “Lavoratori esposti, anche in mensa”.

Firenze – La consulente di parte civile Inail, Maria Gullo, geologa, ha criticato il metodo con cui in Olivetti venivano eseguiti i campionamenti ed ha evidenziato il limite dello strumentario, utile per rilevare l’eventuale presenza di fibre di amianto. Sono soltanto alcuni degli aspetti toccati dalla Gullo durante la sua deposizione di oggi nel processo per le morti da amianto alla Olivetti. «I campionamenti dovevano essere effettuati in modo personale e non ambientale – spiega Gullo – Inoltre, la microscopia ottica ha una criticità, perché arriva a non più di 500 ingrandimenti, quindi non legge le fibre più piccole».

Poi, ha affrontato il tema del talco contaminato oppure no da tremolite (amianto ndr) arrivando ad una sua conclusione. «Ho letto gli atti dell’inchiesta, in ordine cronologico e ne deduco che quel talco contaminato da tremolite non è stato dismesso prima del 1986 ammette Gullo – Questa è la mia idea».

Nel continuo della deposizione, la consulente si è soffermata sul ferobesto al fine di dimostrare l’esposizione degli operai a tale materiale. «La documentazione aziendale comprova l’utilizzo di ferobesto – ammette Gullo – Sembra che sia stato utilizzato dai dati che abbiamo a nostra disposizione fra il 1960 e il 1980. Veniva usato a San Bernardo dove si montavano le macchine utensili a controllo numerico come materiale anti attrito». «Il ferobesto, composto per il 70% da amianto, arrivava in lastre che andavano tagliate, raschiate, levigate – prosegue la consulente  – Una volta installato sulle macchine, bisognava sagomarlo bene. Poi, tutto questo polverino si racchiudeva all’interno di una struttura e per liberarla usavano l’aria compressa». «L’esposizione è stata elevata – sostiene la consulente – perché tagliare un materiale che contiene il 70% di amianto, rilascia tante di quelle fibre anche fatto una volta alla settimana per un’ora».

Dopo aver illustrato, attraverso documenti e verbali dell’epoca, i materiali utilizzati in Olivetti contenenti amianto, sia nella manutenzione delle macchine utensili – sostituzione dei ceppi freni e frizioni – che negli impianti coibentati, la consulente ha parlato anche della presenza di amianto in mensa. E, l’ha fatto citando documenti, atti della stessa Olivetti e, al contempo, ha ricordato un monitoraggio effettuato nella seconda metà degli anni Ottanta. «L’intonaco della mensa è stato più volte sollecitato da diversi interventi che hanno rilasciato delle fibre»,  così la consulente che spiega: «Le persone che continuamente frequentavano quel locale, anche se solo mezz’ora al giorno, erano esposti a queste fibre rilasciate. Anche perché se i locali non vengono puliti e aspirati, la polvere si deposita strato su strato, si cammina e si reiveicolano in atmosfera». «Nel 1987 è stato effettuato un monitoraggio – ricorda la Gullo – in cui è emerso che dal lato mensa ferritoia hanno trovato 1400 fibre d’amianto per milligrammo». Nel 1981 dall’analisi, effettuata su due campioni dal  professor Occella, risultò la presenza di 500mila fibre per milligrammo.

L’ultimo tema affrontato dalla consulente di parte civile, è quanto fatto da Olivetti per tutelare la salute dei lavoratori. «Non c’erano sistemi di aspirazione – conclude Gullo – Non erano dotati di dispositivi di protezione, nè individuali né collettivi, e non erano informati sul fatto che stavano utilizzando materiale che conteneva amianto. Questo dovevano fare»

Fonte: radioradicale.it

 

 

 

Processo Olivetti, consulente della difesa: “Le analisi del Politecnico di Torino mi lasciano perplesso”.

FirenzeDopo la deposizione di Stefano Silvestri, è toccato al suo collega, Danilo Cottica, chimico, professore all’Università di Pavia e Brescia, chiamato come consulente per la difesa degli imputati Carlo De Benedetti e Corrado Passera. La relazione di Cottica è in più parti contrastante con quella del consulente della Procura, mettendo in discussione le analisi effettuate nel 1981 al Politecnico di Torino. Ed, arriva ad ipotizzare l’assenza di amianto nel talco, in base a documenti in suo possesso.

«In Olivetti, i materiali contenenti amianto erano sì presenti nelle strutture edilizie – spiega Cottica – Però, bisogna dimostrare se avevano una matrice particolarmente friabile, se comportavano una dispersione di fibre nell’aria e se queste raggiungevano la zona respiratoria dell’individuo». «Ma, non è ancora finita – precisa l’igienista industriale – Una volta che queste fibre vengono inalate, devono essere respirabili per raggiungere gli organi bersaglio».

Altro aspetto affrontato dal consulente della difesa è il talco mettendo in discussione le analisi, effettuate nel 1981 al Politecnico di Torino, sul suddetto minerale utilizzato durante il ciclo produttivo. «Inanzitutto, bisogna dimostrare che il talco in uso all’Olivetti contenesse amianto – afferma Cottica – Non ho trovato nessuna documentazione, al di là del report analitico del professor Occella (colui che effettuò l’esame ndr) che abbia definito che c’era dentro al talco della tremolite, quindi, un amianto». «L’attendibilità dell’analisi eseguita al Politecnico di Torino mi lascia molto perplesso» , ammette il professore che aggiunge: «ll conteggio delle fibre mediante la microscopia ottica (apparecchio usato all’epoca, 1981 ndr ) è quella che risente più di tutti dell’imprecisione dello strumento utilizzato e certamente sovrastima la concentrazione, in quanto si conteggiano anche fibre di natura chimica diversa». «L’impiego delle microscopia elettronica – precisa Cottica – porta invece un incremento notevole nella quantificazione delle fibre, soprattutto dal punto di vista della qualificazione di esse».

In tema di esposizione professionale, il consulente illustra alcuni studi, fra cui uno condotto sul finire degli anni Sessanta. «Il professor Enrico Vigliani (Istituto di medicina del lavoro ndr) insieme a Zurlo che era un igienista industriale di estrazione chimica – ricorda Cottica – ha svolto per Olivetti una campagna di misura negli anni 1969-1970 su tutti gli stabilimenti, dove ha passato in rassegna tutti i rischi chimici e fisici. Quindi, dal rumore, al microclima, alla movimentazione, ai solventi, agli acidi e quant’altro. Caso strano, non c’è una riga relativa alla misura della dispersione del talco nelle posizioni di talcatura». 

Nella sua deposizione, il professore torna nuovamente a parlare di talco e di materiali, contenenti amianto. «Per quanto riguarda il talco – precisa Cottica – non abbiamo misure. Nessuno riesce a definire quale era l’esposizione dei lavoratori». Nel dimostrare il nesso fra talco e presenza o meno in esso di tremolite (amianto ndr) in Olivetti , il consulente si rifà alla documentazione e alla letteratura. «L’unico documento sulla determinazione di talco è stata fatta dall’Inail di Roma nel 1974 – ricorda Cottica – I due tecnici di allora, Ripanucci e Casciani, arrivano nello stabilimento di Scarmagno e fanno varie misure per definire se Olivetti dovesse pagare o meno il premio assicurativo sulla silicosi». «Prelevano un campione e fanno un esame mediante microscopia ottica – continua il consulente – e vedono che il talco è estremamente puro e non fanno nessun cenno alle fibre di amianto. Quindi, tale risultato si potrebbe leggere anche che non contiene tremolite» .

Infine, il consulente della difesa arriva a trarre le sue conclusioni. «Per quanto riguarda la potenziale esposizione di fibre di amianto correlata alla presenza e all’uso di talco, non esistono dati oggettivi della concentrazione di tali fibre in zona respiratoria dei lavoratori – conclude Cottica – Non è al momento oggettivamente definito se il talco in uso prima del 1981 conteneva o meno fibre di amianto. Inoltre, esiste documentazione che sembra confermare l’uso di talco esente da amianto almeno dal 1981».

 

Fonte audio: Radioradicale.it.   

 

 

  

 

 

Processo Olivetti, consulente dei pm: “Si potevano ridurre i rischi. Mancavano sistemi di aspirazione e mascherine”.

La deposizione di Stefano Silvestri, igienista del lavoro e consulente per conto della Procura, nel processo per le morti da amianto alla Olivetti.

Firenze –  «L’Olivetti si è sempre configurata come utilizzatore indiretto di amianto». E’ la prima asserzione di Stefano Silvestri, igienista del lavoro dell’Istituto per lo studio e la prevenzione oncologica, chiamato oggi a deporre come consulente per conto della Procura. Non sono pochi gli aspetti trattati dall’igienista, fra cui l’uso del talco durante la produzione. «Il talco veniva utilizzato in due modi – spiega Silvestri – Uno, era quello di evitare che tra un rullo di gomma e un altro vi fosse adesività ed entrava nel ciclo produttivo perché venivano montati sulle macchine per scrivere o sulle calcolatrici. L’altra utilizzazione era come lubrificante per i cavi elettrici». «Il problema è che questo talco – precisa Silvestri -, come evidenziato in un’analisi fatta dal Politecnico di Torino nel 1981, conteneva un altissimo contenuto di fibre di tremolite».  «La contaminazione indicata dal professor Occella (1981 ndr)- prosegue su questo punto il consulente – è un risultato che lui stesso giudica molto preoccupante, perché stima 500mila fibre per milligrammo. Anche se la diminuissimo di un ordine di grandezza, saremo sempre a dei valori 50 volte superiori a quelli indicati dagli Stati Uniti». 

Un altro tema affrontato da Silvestri è il capitolo dei materiali contenenti amianto, utilizzati nel tempo dall’azienda. Uno studio fattibile dopo che lo stesso Silvestri ha avuto la possibilità di visionare gli ordini di acquisto e le fatture. Un’esame condotto suddividendo gli stessi materiali in alcune categorie: lo strutturale edilizio come «il cemento amianto – spiega l’igienista del lavoro –  sotto forma di tubazioni, lastre, coperture, cassoni e canne fumarie»; gli impianti dove «erano utilizzati – prosegue Silvestri  – filotti, corde, trecce, nastri, baderne, teli e guarnizioni»; «i materiali di attrito – aggiunge l’igienista – come freni e frizioni»; i macchinari dove il «ferobesto – precisa il consulente – veniva utilizzato per le macchine a controllo numerico»; infine, «i dispositivi di protezione individuale e collettiva, come tute, guanti protettivi, grembiuli, coperte e ghette» , conclude Silvestri. «All’Olivetti – afferma lo stesso Silvestri –  l’amianto era un materiale di largo uso, che purtroppo è stato utilizzato anche dopo che si è saputo che era un materiale pericoloso».

Nella deposizione il consulente rievoca il sopralluogo effettuato nel maggio 2013. «Il capannone sud di San Bernardo è coibentato come lo era nel 1988, quando è stato chiuso – ricorda Silvestri – In condizioni di manutenzione pessime, isolato soltanto con dei pannelli in truciolare e che necessità di una sorveglianza ambientale molto stretta». «E’ una delle condizioni peggiori – ammette Silvestri – che il sottoscritto ha visto in Italia. E’ un capannone di circa un ettaro di superficie. E’ sottoposto ad una condizione di non manutenzione e l’acqua filtra dal soffitto e trasporta con sé la fibra che cade in terra»

Dopo aver illustrato, caso per caso,  la storia professionale dei lavoratori colpiti da mesotelioma, Silvestri, su domanda del pm, ha rivelato i metodi con cui  l’azienda avrebbe potuto, a detta del consulente, adottare per ridurre il rischio di esposizione. «Nei confronti degli operai che lavoravano il talco – spiega Silvestri – si poteva ridurre il rischio attraverso una sorta di banco aspirato. Non vi erano difficoltà tecniche per poter installare sistemi di aspirazione». «Inoltre – aggiunge Silvestri – l’utilizzazione delle mascherine, quelle che si trovano in farmacia, avrebbero potuto ridurre il rischio». «L’altra possibilità – rivela Silvestri – era quella di utilizzare materiali senza amianto. Tutte le coibentazioni delle condotte potevano essere realizzate con la Martinite, Si tratta di un prodotto nazionale sviluppato alla fine dell’Ottocento con il quale vengano coibentate le navi della Marina militare. Non costava di più ed è stata impiegata durante il  fascismo, quando vi era l’indicazione di utilizzare materiali nazionali».  

 

Fonte audio: radioradicale.it