Firenze – Pubblichiamo il ricordo di un fotografo che dieci anni fa ha lavorato su una nave di Costa Crociere. Un’esperienza che ha voluto rendere pubblica, dopo le diverse, forse troppe, cose non dette o dette da pochi da quando è accaduta la tragedia del Concordia. Un punto di vista probabilmente comune in molte delle persone che hanno lavorato o tuttora sono dipendenti della compagnia ed invece distante da quei personaggi che in “Cirano” Francesco Guccini li definisce «feroci conduttori di trasmissioni false».
«Mi chiamo Alessandro e nel 2002 come fotografo ho lavorato in Costa Tropicale. Per imbarcarmi ho contattato un’agenzia di Genova dove ho fatto due colloqui portando con me materiale fotografico. Poi, ho dovuto svolgere un corso di tre giorni su pratiche antincendio e pronto soccorso. Inoltre, ho eseguito una prova di nuoto e di rematura, entrambe necessarie per ricevere il libretto nautico. Infine, sono stato sottoposto ad esami clinici, diagnostici (Rx torace) e visite mediche. Una volta a bordo, ho firmato un contratto. La mia esperienza è durata circa cinque mesi: partenza 28 marzo, sono sbarcato il 1° settembre. Di media lavoravo dieci ore al giorno, fra scattare foto e gestire, insieme ad altri colleghi, il negozio per la vendita ai clienti delle fotografie. Nell’equipaggio, vi lavoravano persone provenienti da tutto il mondo (in maggioranza filippini, indiani, asiatici in genere, sudamericani e del Centro-America), eccezion fatta per ufficiali, fotografi, medico, sacerdote e il maitre. Questi erano tutti italiani. La navigazione era spesso notturna. Durante il giorno, spazio alle escursioni per i passeggeri nelle città dove la nave attraccava. La vita di bordo è come un villaggio vacanze, ognuno ha i suoi compiti e ogni membro dell’equipaggio, in caso di emergenza, ha i propri doveri da svolgere. Ogni settimana facevamo esercitazioni, prove simulando situazioni di emergenza. A bordo vi è di tutto: negozi, casinò, spazi teatrali, sale cinematografiche, solarium, piscine, chiesa, intrattenimenti con vari spettacoli e animatori che coinvolgono anche i bambini. E’ una cittadina galleggiante. L’equipaggio è ed era multietnico, molti lavoratori non vedevano la propria famiglia da mesi e mesi. Eppure, nonostante gli impegni – lavoravano anche più di dieci ore al giorno – erano sempre con il sorriso. Io condividevo la cabina, piccola ma accogliente, con un collega. Nella tragedia del Concordia, al di là della drammaticità, è stato dato poco e male risalto ai componenti dell’equipaggio. Non entro nel merito sul comportamento del capitano, fin troppo evidente. E’ stato, invece, sottovalutato quello che ha fatto il resto dell’equipaggio (camerieri, cuochi, animatori, elettricisti, addetti alle pulizie, musicisti, fonici, ecc…). Ed è proprio merito loro se la stragrande maggioranza dei passeggeri si è salvata. Preferisco soffermarmi sulla partecipazione, l’impegno fino a mettere a repentaglio la propria vita svolto dall’equipaggio. Ascoltando la tv, ho sentire dire: c’era solo il cameriere. C’era solo il cameriere? Lo ripeto, molte vite sono state salvate proprio da loro».