Morti sul lavoro in aumento: 64 vittime nei primi due mesi del 2012

Prato - Sessantaquattro infortuni mortali sul lavoro nei primi due mesi del 2012. Lo dicono i dati dell’Osservatorio Sicurezza sul lavoro di Vega Engineering e il dato conferma che quella delle morti sul lavoro resta una piaga insoluta.

Le regioni più colpite sono la Lombardia con 12 infortuni mortali, segue la Toscana con 11.
L’indice di incidenza è più elevato in Toscana (pari a 7,1), seguono Abruzzo, Umbria, Basilicata e Marche.

Le principali cause di morte sono per caduta dall’alto di gravi/schiacciamento con 16 casi (25% sul totale), seguite da caduta di persona dall’alto con 14 casi (21,9%).

Caserta, la Finanza scopre 16 operai in nero… (fonte: Il Fatto Quotidiano)

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E’ morto Marco Giorcelli, 51 anni, direttore de “Il Monferrato”. Un anno fa la diagnosi di mesotelioma.

FirenzeAlle 8 di giovedì mattina si è spento nella sua abitazione Marco Giorcelli, 51 anni, da 19 direttore de “Il Monferrato”. La redazione è in lutto e si stringe attorno ai famigliari in questo difficile momento. A gennaio dello scorso anno gli era stato diagnosticato il mesotelioma pleurico, malattia causata dall’amianto. Il rosario sarà recitato venerdì 16 alle 20,30 nella chiesa dei Frati di Porta Milano mentre il funerale verrà celebrato sabato 17, sempre a Porta Milano, alle ore 9. La camera ardente sarà aperta da giovedì 15 alle ore 16 presso l’abitazione di via Cagliero 8.

L’ultimo scritto del direttore Marco Giorcelli: «Malato d’amianto, ora casalese doc!».

Mesotelioma maligno epiteliomorfo. Il verdetto sta lì, in tre parole. Con la terza – mi hanno spiegato – che sa di speranza, perché indica la forma meno aggressiva di questo tumore. Il tumore dell’amianto. Quella che meglio si può provare a combattere, con maggiori speranze di sopravvivenza. E io ci proverò.
Ma quelle tre parole, così nitide su un referto medico che non ha bisogno di aggiungere troppe spiegazioni, da martedì 25 gennaio sono la mia stella di David, il segno di una diversità – chiamiamola malattia – che dentro di me ha cambiato tutto.
Fino alla vigilia di Natale, un mese prima, ho lavorato e vissuto a testa bassa: con frenesia, fretta, con la passionaccia benedetta e maledetta di un lavoro che ti tiene incollato in redazione anche 14 ore al giorno.
Poi, proprio alla sera della vigilia, una tosse insistente ha fatto suonare il primo campanello. Un’influenza banale, solo un pò insistente, come quella che va di moda quest’anno? Il prossimo anno sarà meglio fare il vaccino?
No, non era influenza. E il vaccino giusto ancora non esiste. Mesotelioma pleurico. È quello che si è portato via prima centinaia di lavoratori dell’Eternit, poi centinaia di cittadini, di età diverse. «Esposizione di tipo ambientale», conclude l’oncologa. Certo. Mica ho lavorato mai l’amianto. Ma a Casale Monferrato, questa città sfortunata, devastata, che però non posso certo smettere di amare, ci ho vissuto sempre.
Cinquant’anni, esclusi appena i periodi ferie, a respirare a pieni polmoni l’aria di questa città che mi ha cresciuto: ad annusare le violette della primavera, a sfidare l’afa dell’estate, a lasciare entrare nelle ossa la nebbia e il fumo delle caldarroste, a mangiare la neve. Studi, amori, amicizie, famiglia, lavoro: tutto qui. A Casale Monferrato e sulle colline intorno: morbide mammelle che ho imparato a conoscere fin da ragazzino, in piedi sulla vespa di papà, che scavallava i bricchi e si fermava a prender fiato sui punti più panoramici, da dove riconoscevamo i campanili, i paesi, il profilo delle Alpi.
Mi sono sempre considerato un casalese doc. Da martedì 25 gennaio, lo sono più che mai. Anch’io porto il segno più profondo della casalità di questi ultimi cinquant’anni: il tumore dell’amianto. Come migliaia di persone che non ci sono più, come centinaia che combattono la stessa battaglia.
Noi di Casale Monferrato. Una piccola Hiroshima, una piccola Nagasaki, una piccola Chernobyl.
Ma quanto piccola? Certo siamo compagni di sventura, e se raccogliessimo le tute di coloro che hanno lavorato l’amianto e d’amianto sono morti, ne potremmo fare un cumulo enorme, come ad Auschwitz. E, in un altro mucchio, le scarpe, le borse, i libri di coloro che l’amianto non l’hanno lavorato mai, ma che sono morti ugualmente per questa fibra maledetta.
Finora, dal 25 gennaio, non ho ancora provato rabbia, dico un sentimento personale risentito, per coloro che hanno disseminato la città di quella malapolvere che ha portato via tanti di noi. E tanti amici e persone che ho conosciuto personalmente: Mauro Cavallone, che mi seguiva con la benevolenza di un fratello maggiore, il quale quasi non ha avuto nemmeno il tempo di combattere e che mi ha aspettato per l’ultimo respiro; Luisa Minazzi, che ha tenuto a bada per qualche anno proprio la varietà meno aggressiva, e che forse ha respirato polverino in quel cortile vicino all’argine nel quale giocavo anc’’io, da ragazzo: ma saranno passati quasi 45 anni; Giorgio Cozio, che ha sofferto nella stanza accanto alla mia e se ne è andato in silenzio, in una notte; Alessandro Prosio, che un giorno è venuto da me in redazione con un bigliettino con su scritto: «Maledetto amianto. Grazie Eternit» e che qualche mese dopo si è arreso. E tanti, tanti, troppi altri: mio zio Valente, mia zia Anna.
O meglio, vorrei dire, per ora non mi si è aggiunto – forse perché il dolore fisico mi ha finora risparmiato – nessun ulteriore sentimento di rabbia, per il fatto di essermi trovato cucita anch’io, sulla pelle, questa stella di David fatta con una parola, mesotelioma. Perché la rabbia la provo da anni: non per gli imputati del maxiprocesso che si sta celebrando a Torino, il più grande mai aperto in Italia per una strage sul lavoro, ma per tutto quel cumulo di crudeltà, menzogne, sotterfugi, connivenze, che ha consentito ai «signori dell’amianto» di costruire, a Casale e nel mondo, una mostruosa macchina per produrre potere e denaro, denaro e potere: una fuoriserie con piccolo, forse – per loro – trascurabile difetto, quello di consumare carburante umano: dignità, vite e famiglie spezzate. Trasformate in polvere prima che il loro destino fosse compiuto.
Onestamente, prima del maxiprocesso in corso a Torino, pensavo che all’origine del disastro ci fossero atteggiamenti gravemente colpevoli, ma soprattutto irresponsabili: una terribile leggerezza, una tremenda sottovalutazione del rischio. Ciò che è emerso al processo, che ha rilevato l’esistenza addirittura di manuali della menzogna e dunque una atroce consapevolezza di quanto si stava facendo e causando, mi ha atterrito. Dei colpevoli ci sono sicuramente e il loro è stato un delitto contro l’umanità. Gli imputati hanno diritto a un processo giusto e auguro loro di non essere colpevoli: altrimenti per loro si dovrebbe provare pena, più che rabbia, per come hanno negato il senso dell’umanità nel nome del profitto, del potere.
Certo, noi di Casale Monferrato chiediamo giustizia. Per i nostri morti, per le nostre sofferenze, per le nostre famiglie sconquassate come se sul nostro cielo si fosse combattuta, nel ventesimo secolo, un’altra guerra. Lunghissima, estenuante. E senza possibilità di difenderci. Un crimine contro l’umanità.

Fonte: IlMonferrato.it

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Omsa: lo stabilimento acquistato da Atl Group, azienda produttrice di divani. Salve 120 operaie.

FirenzeLo stabilimento Omsa di Faenza sarà acquistato da Atl Group, società di Forlì che produce divani, e che si impegna ad assumere almeno 120 operaie del Gruppo Golden Lady. Quest’ultimo invece ha scelto la via della delocalizzazione spostandosi in Serbia. Il contratto di acquisto e il conseguente passaggio delle lavoratrici dovrà avvenire ‘”presumibilmente entro fine marzo 2012″. E’ la principale novità che si è concretizzata in un accordo scritto, dopo l’incontro tenutosi a Bologna nella sede della Regione. Si tratta di un primo e importante successo delle operaie che nei mesi scorsi avevano lanciato su facebook la campagna per boicottare i prodotti della Golden Lady. L’accordo prevede il trasferimento di due stabilimenti di Atl (che sono in provincia di Forli’) in quello faentino, l’adeguamento degli impianti e l’acquisto di nuovi macchinari. Presupposto essenziale – si legge nel verbale di intesa - è  la copertura finanziaria dell’investimento, pari a circa 20 milioni, da parte di un gruppo di banche (link).

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Informazione, il documento dei precari toscani

Firenze – L’assemblea dei giornalisti collaboratori della Toscana, riunitasi il 7 marzo presso la sala Oriana Fallaci della Toscana su iniziativa dell’Associazione Stampa Toscana, intende denunciare con forza la situazione sempre più grave e inaccettabile relativa al mancato pagamento dei compensi in varie testate, quotidiane e non, della Toscana: situazione tanto più inaccettabile in considerazione dei compensi irrisori previsti per il lavoro di giornalisti indispensabili per quotidiani, radio, televisioni e testate on line.

L’assemblea chiede all’Ast di attivarsi in tutti e modi e le sedi possibili per tutelare i diritti dei giornalisti collaboratori, facendosi interprete di questa situazione anche presso l’Fnsi, alla quale si chiede di mobilitarsi a sostegno della proposta di legge sull’equo compenso e di promuovere in tutte le realtà regionali, le attività e la presenza della commissione del lavoro autonomo.

Chiede ai comitati e ai fiduciari di redazione di monitorare attentamente la situazione e di porre la questione dell’entità dei compensi e del loro tempestivo pagamento al centro del confronto con i loro editori, anche prevedendo una specifica rappresentanza del lavoro autonomo al loro fianco.

Alle istituzioni toscane chiede attenzione per la realtà del lavoro precario e autonomo nel giornalismo toscano e l’individuazione di strumenti di incentivo per le aziende che sapranno rispettare le regole, così come il blocco di ogni finanziamento, contributo e pubblicità per le aziende che non le rispetteranno.

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La Fiom torna in piazza. Domani sciopero generale di 8 ore.

FirenzeUno sciopero in difesa del lavoro, dei diritti negati ai lavoratori, contro il precariato, la finanza e la volontà di cancellare la forza del sindacato all’interno e all’esterno delle fabbriche. Sono soltanto alcune delle ragioni al centro dello sciopero, proclamato dalla Fiom per domani (9 marzo). Le tute blu si fermeranno per 8 ore e a Roma ci sarà una manifestazione, voluta dalla Fiom e accompagnata dallo slogan “Democrazia al lavoro”. Un’iniziativa per porre nuovamente l’accento sulla grave situazione economica dell’Italia, sui continui tentativi di sbarazzarsi dell’articolo 18 e sul modello Fiat. Il corteo partirà da piazza Esedra (ore 9) e alle 13.30 in piazza San Giovanni è previsto il comizio del segretario nazionale Fiom, Maurizio Landini. Molte le adesioni, fra queste anche Articolo 21. Assente e volutamente il partito Democratico, i suoi rappresentanti non intendono passeggiare per le vie di Roma al fianco di uomini, donne e giovani che contestano la realizzazione dell’alta velocità, Torino-Lione. Il Fattoquotidiano.it seguirà in diretta streaming il corteo della Fiom.

“Marchionnemente” il libro del Fatto Quotidiano, da domani in edicola

Articolo 21 domani in piazza con la Fiom…  

Intervista a Maurizio Landini (fonte: libera.tv)

La Fiom torna in piazza… (fonte: rassegna.it)

 

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Articolo 18 contro flessioni e flessibilità

FirenzeE’ stato denunciato che presso un negozio milanese ai dipendenti viene imposto come sanzione disciplinare un certo numero di flessioni. Un evidente esempio di abuso di potere in violazione della dignità del lavoratore. Che ciò sia potuto accadere è la conferma della debolezza del sindacato e della inadeguatezza dell’apparato pubblico che dovrebbe garantire ai lavoratori le più elementari tutele. Si tratta dei servizi ispettivi e della giustizia del lavoro, spesso troppo lenta per dare affidamento a chi avrebbe necessità di un suo tempestivo intervento. Che simili vicende possano verificarsi in aziende dove sarebbe applicabile l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce il licenziamento del lavoratore che si ribelli all’ingiustizia, deve indurre a riflettere su quel che potrebbe accadere se la portata di questa norma fosse ridimensionata, in omaggio ai valori, oggi predicati, della flessibilità.
La fantasia dei “capetti” nell’escogitare nuove forme di punizione non avrebbe più limiti. Per questo la difesa dell’art. 18 deve essere intransigente. Anzi si deve pretendere dallo Stato che questa norma venga effettivamente e rapidamente applicata. Ciò vale non solo per le aziende commerciali e industriali ma anche per quelle che producono informazione.
Le vicende del Tg1 stanno a dimostrare che esistono forme di punizione meno pittoresche delle flessioni, ma certamente molto più efficaci, per tenere a bada i giornalisti che difendono la loro libertà e autonomia. Il loro silenziamento non costituisce soltanto una violazione dei diritti derivanti dal rapporto di lavoro, ma un grave attentato alla libertà di informazione e quindi all’ordinamento democratico.
Il popolo non è sovrano – ha detto recentemente la Cassazione – se non è compiutamente e correttamente informato sugli avvenimenti di interesse generale. Garantire l’autonomia dei giornalisti, anche con l’articolo 18, significa rendere effettivo il diritto dei cittadini all’informazione, in applicazione non solo dell’articolo 21 della Costituzione ma anche dei principi affermati dai Trattati europei.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Sicurezza sul lavoro, appello a Monti “Via la norma che cancella i controlli”

Roma – Lavoratori, addetti alla sicurezza, medici del lavoro. Sono a tutto campo le adesioni alla campagna che chiede al governo di rivedere le norme del decreto semplificazioni (DL 5/2012) che allentano i controlli a tutela della sicurezza nei luoghi di produzione. 

L’iniziativa, lanciata da Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico e rappresentante dei Lavoratori per la sicurezza di Firenze, punta l’indice in particolare contro l’articolo 14 “che depotenzia in maniera spudorata i controlli per la salute e la sicurezza sul lavoro” sopprimendo o riducendo le verifiche “per le imprese in possesso del certificato di qualità Iso-9001 o altra appropriata certificazione emessa, a fronte di norme armonizzate”.

“In pratica – denunciano ancora i sottoscrittori della petizione – d’ora in poi basterà avere un certificato UNI ISO-9001 o UNI ISO-14001 o BS OHSAS 18000 per vedere soppressi, o forse ridotti, tutti i controlli della pubblica amministrazione, tranne che in materia fiscale e finanziaria” anche se “le certificazioni UNI ISO-9001 o UNI ISO-14001 niente hanno a che vedere con la tutela della sicurezza sul lavoro, ma sono relative la prima al sistema qualità (del prodotto finito), la seconda alla tutela dell’ambiente”.

Chi è interessato ad aderire all’appello può inviare la sua adesione con nominativo, azienda, qualifica e città a: bazzoni_m@tin.it

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Reggio Calabria, crolla palco per il concerto della Pausini: muore un operaio.

FirenzeUn operaio è morto e altri due sono rimasti feriti nel crollo di una struttura del palco in allestimento che stasera avrebbe dovuto ospitare il concerto Laura Pausini. E’ successo stanotte al Palacalafiore di Reggio Calabria. Un cedimento strutturale ha fatto crollare la struttura metallica sovrastante il palco, che si è abbattuta sulle gradinate e su alcuni operai, impegnati a fissare le illuminazioni aeree. La struttura ha colpito in pieno uno dei lavoratori, Matteo Armelini, che è morto sul colpo. Gli altri due operai sono stati portati in ospedale. Armelini, 32 anni, era dipendente della cooperativa Insieme di Castelvecchio Subequo, in provincia de L’Aquila. La ditta forniva il personale addetto al montaggio delle luci per i concerti del tour di Laura Pausini. Sulle cause dell’incidente, la Procura della Repubblica di Reggio Calabria ha aperto un’inchiesta ed ha disposto immediatamente il sequestro di tutta la struttura. Una tragedia che ricorda quella dello scorso dicembre, quando un giovane operaio-studente, Francesco Pinna, rimase schiacciato dal crollo del palco in allestimento per il concerto di Jovanotti a Trieste (link).

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Lettera aperta a Scalfari sull’articolo 18

RomaEgregio Dott. Scalfari, nel Suo editoriale di ieri, Lei scrive, a proposito dell’articolo 18, che si deve poter licenziare se il lavoratore non rispetta i ritmi di lavoro previsti dal contratto, se rompe la disciplina che il contratto prevede, se l’azienda deve ridurre la produzione per ragioni economiche dimostrate. Ma l’articolo 18 non impedisce tutto ciò. Le aziende possono licenziare per ragioni organizzative o disciplinari e il giudice non annulla il licenziamento se la sua motivazione risulta veritiera. Mi consenta un ricordo personale. Ci siamo incontrati davanti al giudice del lavoro più di trenta anni fa in un paio di occasioni. Una volta difendevo tre giovani giornaliste, trattate dal Suo giornale come “collaboratrici” e allontanate dal lavoro alla scadenza del contratto. Il giudice ritenne che esse avessero in realtà lavorato come redattrici e che avessero diritto di continuare a lavorare a tempo indeterminato, non essendovi ragione per porre termine al loro rapporto. E ne ordinò la reintegrazione in base all’articolo 18. Un’altra volta difendevo un bravo giornalista di Repubblica, licenziato per aver reagito alla mancata pubblicazione di un servizio di cronaca. Il giudice ritenne che egli, difendendo la sua professione, non fosse venuto meno al suo dovere di fedeltà verso il giornale e, in base all’articolo 18, annullò il licenziamento. Le dò atto che, deponendo, come testimone, Lei si comportò, in entrambe le occasioni, con lealtà e correttezza, dando atto dei fatti. Dal momento che dopo quelle lontane vicende giudiziarie il Suo giornale ha continuato la sua rotta a gonfie vele, Le domando quali inconvenienti abbiano prodotto le decisioni adottate dal giudice in base all’articolo 18.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Fiat agli operai reintegrati: “State a casa, non ci servite”.

FirenzeLa Fiat “non intende avvalersi delle prestazioni lavorative” dei tre operai  dello stabilimento di Melfi reintegrati in ragione della sentenza di ieri, con la quale la Corte d’Appello di Potenza ha accolto il ricorso della Fiom. La comunicazione dell’azienda è arrivata ai tre lavoratori,  Antonio Lamorte, Giovanni Barozzino e Marco Pignatelli, con un telegramma. Lo ha reso noto all’Ansa uno degli avvocati della Fiom, Lina Grosso. Sempre nel telegramma, la Fiat ribadisce che pagherà in modo regolare stipendi e contributi. L’atteggiamento assunto dalla Fiat non è nuovo. L’azienda l’ha adottato anche nel 2010 in seguito alla prima sentenza costringendo i tre lavoratori a stazionare nella saletta sindacale. Adesso lo ripropone costringendo gli operai ad una nuova azione legale (link).

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