Informazione, il documento dei precari toscani

Firenze – L’assemblea dei giornalisti collaboratori della Toscana, riunitasi il 7 marzo presso la sala Oriana Fallaci della Toscana su iniziativa dell’Associazione Stampa Toscana, intende denunciare con forza la situazione sempre più grave e inaccettabile relativa al mancato pagamento dei compensi in varie testate, quotidiane e non, della Toscana: situazione tanto più inaccettabile in considerazione dei compensi irrisori previsti per il lavoro di giornalisti indispensabili per quotidiani, radio, televisioni e testate on line.

L’assemblea chiede all’Ast di attivarsi in tutti e modi e le sedi possibili per tutelare i diritti dei giornalisti collaboratori, facendosi interprete di questa situazione anche presso l’Fnsi, alla quale si chiede di mobilitarsi a sostegno della proposta di legge sull’equo compenso e di promuovere in tutte le realtà regionali, le attività e la presenza della commissione del lavoro autonomo.

Chiede ai comitati e ai fiduciari di redazione di monitorare attentamente la situazione e di porre la questione dell’entità dei compensi e del loro tempestivo pagamento al centro del confronto con i loro editori, anche prevedendo una specifica rappresentanza del lavoro autonomo al loro fianco.

Alle istituzioni toscane chiede attenzione per la realtà del lavoro precario e autonomo nel giornalismo toscano e l’individuazione di strumenti di incentivo per le aziende che sapranno rispettare le regole, così come il blocco di ogni finanziamento, contributo e pubblicità per le aziende che non le rispetteranno.

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Articolo 18 contro flessioni e flessibilità

FirenzeE’ stato denunciato che presso un negozio milanese ai dipendenti viene imposto come sanzione disciplinare un certo numero di flessioni. Un evidente esempio di abuso di potere in violazione della dignità del lavoratore. Che ciò sia potuto accadere è la conferma della debolezza del sindacato e della inadeguatezza dell’apparato pubblico che dovrebbe garantire ai lavoratori le più elementari tutele. Si tratta dei servizi ispettivi e della giustizia del lavoro, spesso troppo lenta per dare affidamento a chi avrebbe necessità di un suo tempestivo intervento. Che simili vicende possano verificarsi in aziende dove sarebbe applicabile l’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che impedisce il licenziamento del lavoratore che si ribelli all’ingiustizia, deve indurre a riflettere su quel che potrebbe accadere se la portata di questa norma fosse ridimensionata, in omaggio ai valori, oggi predicati, della flessibilità.
La fantasia dei “capetti” nell’escogitare nuove forme di punizione non avrebbe più limiti. Per questo la difesa dell’art. 18 deve essere intransigente. Anzi si deve pretendere dallo Stato che questa norma venga effettivamente e rapidamente applicata. Ciò vale non solo per le aziende commerciali e industriali ma anche per quelle che producono informazione.
Le vicende del Tg1 stanno a dimostrare che esistono forme di punizione meno pittoresche delle flessioni, ma certamente molto più efficaci, per tenere a bada i giornalisti che difendono la loro libertà e autonomia. Il loro silenziamento non costituisce soltanto una violazione dei diritti derivanti dal rapporto di lavoro, ma un grave attentato alla libertà di informazione e quindi all’ordinamento democratico.
Il popolo non è sovrano – ha detto recentemente la Cassazione – se non è compiutamente e correttamente informato sugli avvenimenti di interesse generale. Garantire l’autonomia dei giornalisti, anche con l’articolo 18, significa rendere effettivo il diritto dei cittadini all’informazione, in applicazione non solo dell’articolo 21 della Costituzione ma anche dei principi affermati dai Trattati europei.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Lettera aperta a Scalfari sull’articolo 18

RomaEgregio Dott. Scalfari, nel Suo editoriale di ieri, Lei scrive, a proposito dell’articolo 18, che si deve poter licenziare se il lavoratore non rispetta i ritmi di lavoro previsti dal contratto, se rompe la disciplina che il contratto prevede, se l’azienda deve ridurre la produzione per ragioni economiche dimostrate. Ma l’articolo 18 non impedisce tutto ciò. Le aziende possono licenziare per ragioni organizzative o disciplinari e il giudice non annulla il licenziamento se la sua motivazione risulta veritiera. Mi consenta un ricordo personale. Ci siamo incontrati davanti al giudice del lavoro più di trenta anni fa in un paio di occasioni. Una volta difendevo tre giovani giornaliste, trattate dal Suo giornale come “collaboratrici” e allontanate dal lavoro alla scadenza del contratto. Il giudice ritenne che esse avessero in realtà lavorato come redattrici e che avessero diritto di continuare a lavorare a tempo indeterminato, non essendovi ragione per porre termine al loro rapporto. E ne ordinò la reintegrazione in base all’articolo 18. Un’altra volta difendevo un bravo giornalista di Repubblica, licenziato per aver reagito alla mancata pubblicazione di un servizio di cronaca. Il giudice ritenne che egli, difendendo la sua professione, non fosse venuto meno al suo dovere di fedeltà verso il giornale e, in base all’articolo 18, annullò il licenziamento. Le dò atto che, deponendo, come testimone, Lei si comportò, in entrambe le occasioni, con lealtà e correttezza, dando atto dei fatti. Dal momento che dopo quelle lontane vicende giudiziarie il Suo giornale ha continuato la sua rotta a gonfie vele, Le domando quali inconvenienti abbiano prodotto le decisioni adottate dal giudice in base all’articolo 18.

Firma: Domenico D’Amati

Fonte: Articolo 21

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Formigli-Fiat, non basta il diritto di replica?

FirenzeCredo di essere al di sopra di ogni sospetto, sono sempre stato dalla parte della giustizia e per l’indipendenza dei magistrati, a questo proposito mi onoro di aver scritto recentemente un libro su questi temi insieme al magistrato antimafia di Palermo Nino Di Matteo. Sulla vicenda Formigli-Fiat non ci sto. Non ho dubbi, sto con Corrado, che, in una delle puntate di Annozero, ha realizzato un servizio dove è stato confermato ciò che in precedenza era stato scritto sull’autorevole rivista Quattroruote: sullo stesso percorso l’Alfa Romeo Mito era risultata più lenta della Mini Cooper e della Citroen DS3. Anche il giornale è stato querelato dalla società torinese?

Il giudice ha condannato la Rai e Riccardo Formigli a pagare 1 milione 750 mila euro per danno patrimoniale e 5 milioni 250 mila euro per danno non patrimoniale, cioè morale e d’immagine. Conosco Formigli, so quanto vale professionalmente, lo ha dimostrato lavorando nella squadra di Santoro, a Sky, ora tutti i giovedì andando in onda su La7 con Piazzapulita. Non conosco il giudice che ha emesso la sentenza, avrà avuto le sue buone ragioni, ma in questa brutta storia, che mette in discussione la libertà di opinione, qualche cosa che non quadra c’è.

Lo ha scritto puntualmente Milena Gabanelli sul Corriere della sera: il collegio di esperti, a cui il tribunale ha affidato la perizia, era composto dal professor Francesco Profumo (oggi ministro nel governo Monti), allora rettore del Politecnico di Torino che, grazie al finanziamento dalla Fiat (rinnovato fino al 2014), ha potuto istituire il corso di laurea in ingegneria dell’autoveicolo; il professor Federico Cheli, responsabile di una serie di contratti di ricerca tra Politecnico di Milano e Pirelli pneumatici, Bridgestone, Centro Ricerche Fiat, Ferrari Auto, Fiat Auto; Salvatore Vicari, docente della Bocconi, è stato nel consiglio di amministrazione della Valdani-Vicari & Associati, all’interno della quale vi è l’ex direttore generale di Taksid France (gruppo siderurgico fondato dalla Fiat). Dalla Valdani-Vicari proviene uno dei massimi dirigenti di Fiat Service.

Forse, senza mettere in discussione le capacità dei tre esperti, qualcuno potrebbe obiettare che nella loro scelta vi è la presenza di un vizio, molto comune nel nostro Paese, di conflitto di interessi. Democraticamente mi sento in dovere di esprimere un’opinione in contrasto con quella del giudice e di contestare la decisione della Fiat per aver portato la Rai e Formigli in tribunale. E’ una sentenza che va contro la libertà di opinione, rischia, se confermata, di seppellire quella giurisprudenza che assegna al giornalista il ruolo di “cane da guardia della democrazia”, che può anche sbagliare purché in buona fede. E’ una sentenza che rischia di scatenare l’autocensura quando il fatto ha come protagonista una grande azienda.

Marchionne e Formigli non possono essere messi sullo stesso piano: è il reddito che li divide. Per questa sentenza che sputtanata si sta prendendo, la Fiat poteva risolvere chiedendo semplicemente ad Annozero il diritto di replica.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Blog di Loris Mazzetti

Libertà di stampa addio… (di Luca Telese, fonte: Il Fatto Quotidiano)

Nella condanna a Formigli, Torino … (di Domenico D’Amati, fonte: Articolo 21)

 

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Io, la Rai e la Fiat: tanti saluti al diritto di critica.

FirenzeUn giudice di Torino ha condannato me e la Rai a risarcire con 7 milioni di euro Fiat per aver realizzato un servizio, nel dicembre del 2010, per la trasmissione Annozero. Si tratta di una condanna senza precedenti, applicata sulla base del codice civile. Una cifra impressionante, del tutto insostenibile. Una sentenza che investe non soltanto la vita di una persona, ma le ragioni stesse della nostra professione.

Nel servizio incriminato, al fine di valutare la competitività di Alfa Romeo sul mercato delle auto sportive, avevo messo a confronto tre piccole “belve” su una pista per testare le loro prestazioni assieme a un pilota collaudatore. Un confronto già peraltro realizzato dalla più autorevole rivista di settore, Quattroruote, la quale aveva sancito con tanto di responso cronometrico che l’Alfa Romeo Mito Quadrifoglio Verde, una delle tre auto a confronto, era la più lenta su circuito, distanziata dalla Mini Cooper S di tre secondi e dalla Citroen DS3 di un secondo e mezzo. Insomma, il test di Annozero si era limitato a ribadire un confronto già realizzato e mai contestato.

In uscita dal servizio, dentro lo studio della Rai dove mi trovavo, mi sono limitato a constatare che la Mito “si è beccata tre secondi dalla Mini”. Frase che, agli occhi di Fiat, è risultata un’insopportabile aggressione mediatica. Non mi addentro nelle ragioni giuridiche di questa sentenza, mi limito a osservare l’immensa sproporzione tra fatto e ammenda, quindi il suo intento punitivo. Del totale, “solo” un milione e settecentocinquanta mila euro quantificano il danno patrimoniale, mentre ben cinque milioni e duecentocinquantamila euro rappresentano il danno non patrimoniale. Insomma, cinquanta secondi di filmato nel quale il giornalista afferma non che l’Alfa Mito perde le ruote a 180 all’ora in autostrada e causa la morte di chi la guida, bensì che in pista è sì stabile e sicura, ma meno veloce di una Mini (fatto non contestato dalla Fiat), valgono molto più della vita di una persona: le tabelle in vigore presso il tribunale di Milano, fatte proprie dalla Suprema Corte, riconoscono al padre che ha perso un figlio un danno non patrimoniale massimo di 308.700 euro.

Naturalmente sul mio servizio si può dissentire. Ma quale principio democratico afferma una sentenza che contesta non il fatto raccontato, bensì l’incompletezza dell’informazione in questione? In sostanza Fiat sostiene (e il giudice accoglie) che non puoi parlare della sportività di un’auto senza citare anche l’ampiezza del suo bagagliaio, la qualità delle sue finiture e la comodità del suo abitacolo. Insomma, se dici che un’auto è più lenta di un’altra (dato, insisto, mai contestato da Fiat), devi anche aggiungere che in compenso è bella, spaziosa. Con tanti saluti al diritto di critica e di scelta del terreno del confronto.

Questa sentenza è un atto di intimidazione nei confronti di chi si azzarda a criticare un prodotto industriale. Nell’era della crisi globale, quando crescita e competitività diventano fattori cruciali per il futuro di un paese, una stampa orientata più ai consumatori che ai produttori è non solo necessaria, ma utile a stimolare le imprese. La domanda è: in Italia questo giornalismo libero di confrontare e criticare un prodotto ce lo possiamo ancora permettere? O questi 7 milioni di euro stabiliscono il limite oltre il quale non ci si può spingere? In Italia, guardando la tv o leggendo le riviste specializzate, tutte le auto sono belle, comode e veloci. Ma è sufficiente guardare un programma della Bbc (per esempio il mitico Top Gear) per rendersi conto di quanto lontano si spinga nel mondo anglosassone la facoltà di critica.

In Italia può esercitare il ruolo di perito indipendente del tribunale chi riceve finanziamenti da una delle parti: nel mio caso è successo per ben due dei tre consulenti indipendenti, i quali hanno ammesso di fronte al giudice che i rispettivi istituti ricevono finanziamenti da Fiat. Eppure sono rimasti tranquillamente al loro posto. Difficile per un giornalista, solo di fronte a questa condanna immensa, immaginare di continuare a esercitare il proprio diritto di critica. Chi parla male di un’auto Fiat, in Italia paga. Questa è la morale, questo deve sapere chi si appresta a fare il nostro mestiere.

Firma: Corrado Formigli

Fonte: Il Blog di Corrado Formigli

(guarda il video e riflettiamo)

 

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Rai condannata per servizio “Annozero” su Alfa Mito. Risarcimento di cinque milioni per la Fiat.

Torino - Il Tribunale civile di Torino ha condannato la Rai e il giornalista Corrado Formigli a pagare cinque milioni di euro alla Fiat Group Automobiles , più altri due per la pubblicazione su quattro giornali. Assolto Michele Santoro. Il risarcimento è stato stabilito dal giudice Maura Sabbione al termine del processo per diffamazione intentato dal Lingotto (la Fiat ne aveva chiesti 20 di milioni) contro il conduttore, il giornalista e l’azienda dopo il servizio di “Annozero” andato in onda lo scorso 2 dicembre 2010. Nella motivazione il magistrato scrive che «l’informazione era incompleta e parziale e, come tale, atta a indurre nel telespettatore medio una percezione errata del confronto tra le autovetture». In ragione di questo il servizio ha cagionato alla Fiat e in particolar modo al sub-brand Alfa Romeo Mito un danno patrimoniale e non patrimoniale, quantificato in sette milioni di euro. In sostanza, la Rai come persona giuridica è responsabile del danno morale del suo dipendente. Una colpa che non ricade su Santoro. Secondo il giudice, la Fiat «non ha fornito la piena prova di un illecito a carattere diffamatorio», né può essere mosso contro il presentatore «alcun serio e specifico addebito». Nel servizio, Formigli faceva una comparazione delle performance dell’Alfa Mito con altre due auto della stessa categoria, una Mini cooper e una Citroen Ds. Un estratto della sentenza sarà pubblicata su Corriere della Sera, Repubblica, Stampa e Quattroruote ed, inoltre, la Rai, dovrà cancellare dal sito di “Annozero” la puntata del 2 dicembre 2010 (link).  

 

 

 

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Rockpolitik (2005), la lettera di Biagi a Celentano: “Molti che fanno il mio mestiere soffrono di scoliosi”.

 

FirenzePubblichiamo la lettera di Enzo Biagi inviata ad Adriano Celentano che nel 2005 invitò il cronista di Pianaccio al suo programma “Rockpolitik”. La riproponiamo in nome di un principio, la libertà di informazione, al quale lo stesso “Moleggiato” dedicò la prima puntata di Rockpolitik. Da quella lettera sono trascorsi sei anni e qualche mese: in Rai i personaggi sono cambiati (non tutti), nei volti, ma non nei comportamenti. Un esempio? Lo scorso 9 febbraio Il Fatto Quotidiano in esclusiva in diretta a Servizio Pubblico ha lanciato la notizia dell’esistenza di un documento che annunciava un “complotto omicidiario” nei confronti di Benedetto XVI. La notizia viene ripresa da tutte le principali testate di carta stampata, nazionali ed internazionali. Nelle tv italiane la notizia ha trovato l’approfondimento a Skytg24, Tgcom 24 e Rainews. Nei tg, eccetto La 7 e Tg3, ignorano la notizia. Il Tg della rete ammiraglia non ha dato la notizia, però l’ha smentita. Alla mancata notizia non è arrivato un richiamo, un commissariamento oppure un invito al «buon senso» e alla «correttezza», parole quest’ultime utilizzate dal direttore generale Rai, Lorenza Lei, alla vigilia della seconda performance di Celentano. Effetto del potere temporale e non spirituale del Vaticano su viale Mazzini?  
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                   

«Caro Celentano, non mi piace parlare di me ma ho bisogno di spiegare perché giovedì prossimo non sarò con lei e con i miei compagni di avventura, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, a “Rockpolitik”. Provo per lei stima e affetto, dunque non potevo che accettare il suo invito. So che la sua trasmissione rimarrà nella storia della tv italiana e pensi se a me non sarebbe piaciuto essere uno dei protagonisti. In questo momento le auguro di andare in onda e spero che chi ha impedito a me di continuare a fare quel che facevo non sia ancora oggi così forte da impedirlo a lei.

Veniamo al dunque: anche se il direttore di Raiuno, Fabrizio Del Noce, si è autosospeso e ha minacciato di togliere il nome della rete durante il suo programma, io in quella casa non posso entrare. Per 41 anni ho lavorato per Raiuno, ne ho diretto il tg, ho avuto a che fare con grandi direttori, che, quando non erano d’accordo, non si sospendevano, ma rinunciavano alla poltrona.

Oggi molti che fanno il mio mestiere soffrono di scoliosi. Lei, invece, dedicando la sua prima puntata alla libertà di informazione, rende un grande servizio non a noi epurati, ma alla democrazia del nostro Paese. Lei deve comprendere che io non posso ritornare alla rete ammiraglia della Rai fino a quando ci saranno le persone che hanno chiuso il programma e impedito alla mia redazione di lavorare. Forza Celentano, giovedì sarò il suo primo telespettatore».

 

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Una legge per tutelare i giornalisti precari. Compensi equi o niente fondi agli editori.

FirenzeIl quotidiano La Voce di Romagna paga 2,5 euro ad articolo i giornalisti esterni, ma dallo Stato il giornale riceve 2,5 milioni di finanziamento. Il Tempo fissa un tetto massimo di 15 euro e ne incassa 840mila di finanziamento pubblico. E chi collabora alla Gazzetta di Modena non può sperare di spuntare oltre 4 euro ad articolo. Ne sa qualcosa Giovanni Tizian, che per i suoi pezzi sulla mafia in Emilia Romagna è finito sotto scorta. Minacciato dalla ‘ndrangheta per quelle righe così malpagate. Questa la realtà di buona parte dell’editoria italiana. Una realtà che ora, però, arriva a una svolta. Di mezzo, infatti, c’è una proposta di legge, firmata dal parlamentare Udc Enzo Carra, e che subordina il finanziamento pubblico a un’equa retribuzione. Insomma, o gli editori iniziano a pagare meglio i cronisti oppure possono dire addio ai milioni dello Stato. La proposta è già stata approvata dalla Commissione cultura della Camera e ora per diventare legge attende solo il via libera del governo di Mario Monti che certo subirà le pressioni degli editori. Spiega lo stesso Carra: «Il governo deve dire se è d’accordo con il Parlamento o se intende negare questa opportunità ad un provvedimento tanto atteso».

Il testo, in quattro articoli, prevede che una commissione ad hoc stabilisca i parametri retributivi minimi che gli editori dovranno applicare, pena la perdita non solo delle provvidenze (che nel 2012 ammonteranno a 137 milioni di euro) ma anche di tutti i contributi pubblici, compresi quelli accessori per carta, postalizzazione degli abbonamenti, telefono, etc. Entro tre mesi dal suo insediamento, dovrà quindi individuare i “trattamenti economici proporzionati alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, in coerenza con i corrispondenti trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva di categoria in favore dei giornalisti con rapporto subordinato”.

Firma: Thomas Mackinson

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Telepadania, Saviano e le caricature giornalistiche

FirenzeChe la Lega sia in grande confusione come il suo leader sta nei fatti. Bossi: «B. è una mezza cartuccia. B. via, problema risolto». Poi la solita cena ad Arcore del lunedì. Fondano il parlamento della Padania e contemporaneamente giurano fedeltà a Roma ladrona; stringono la mano al presidente della Repubblica (italiana) con alle spalle la bandiera che Bossi usa come carta igienica. In questa confusione sta lo spot trasmesso da Telepadania sulla Rai: «Se questo è servizio pubblico pagarlo non può essere un obbligo». I lùmbard che lo hanno ideato omettono che se la tv di Stato rappresenta il disservizio pubblico per il quale non dovrebbe esserci l’obbligo di pagare il canone, una parte di responsabilità è anche la loro.

Con la nomina di Letizia Moratti alla presidenza della Rai (voluta da B. nel lontano 1994), sono sbarcati in azienda i leghisti (alcuni direttamente dal partito altri dalla direzione del quotidiano la Padania, altri ancora riciclati nell’azienda con un atto di fede), per ricoprire incarichi di vertice e strategici per la realizzazione dei programmi. Presenti anche nei vari cda, il cui voto spesso è stato determinante nelle decisioni editoriali. Nello spot vi sono alcune immagini tratte da Vieni via con me (considerato dai telespettatori un esempio di qualità televisiva). Vi ricordate la polemica dell’allora ministro dell’Interno Maroni dopo il monologo di Saviano sulla presenza della criminalità organizzata nelle regioni governate anche dalla Lega? La trasmissione fu precettata e il ministro intervenne per poi essere smentito nella puntata successiva dal procuratore capo dell’Antimafia Piero Grasso.

Cara Telepadania i fatti successivi e gli arresti in Lombardia a chi hanno dato ragione al ministro o allo scrittore? Lo spot contro la Rai della tv della Lega rappresenta solo una caricatura giornalistica come lo furono i brindisi per i trasferimenti di Rai 2 a Milano e dei ministeri a Monza. Roberto Saviano rappresenta la notizia sgarzula della settimana (come direbbe la Littizzetto): è tornato, purtroppo per un sol giorno, a Rai 3. La Rai è la sua casa tv. A Che tempo che fa ha dimostrato (se mai ce ne fosse stata la necessità) di essere sempre il grande intellettuale di Vieni via con me e soprattutto che “giocando sul proprio terreno” (il servizio pubblico) si può coniugare la poesia (Wislawa Szymborska) con i grandi ascolti. In un colpo solo Rai 3 ha spazzato via gli appannamenti derivati dalle sue ultime apparizioni tv. I vertici della Rai bloccando il trasloco di Fazio e Saviano su La 7 hanno l’occasione di dimostrare che lo spot di Telepadania è una bufala. Chi e cosa impedisce a Saviano di tornare? Il contratto con La 7? I contratti non sono mai stati un problema: si fanno e si disfano. Parliamone.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

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Rai, duro intervento di Zavoli sulla nomina di Maccari al Tg1: “Scambio di incarichi”

Roma - Maccari confermato alla direzione del Tg1 nonostante vada in pensione e Alessandro Casarin direttore del Tgr sono uno “scambio di incarichi”. Chi lo ipotizza è Sergio Zavoli presidente della Commissione di vigilanza Rai, chiarendo che mai un direttore della testata si è insediato contro il parere del presidente della Rai,  durante l’audizione del dg Lorenza Lei a palazzo San Macuto. Il presidente Garimberti ha detto chiaro che se Maccari passa lui si dimette dall’azienda.

“Personalmente ho difficolta’ a pensare che tra i suoi circa 1.500 giornalisti – ha detto Zavoli – la Rai non ne abbia uno in grado di dirigere una testata importante con il consenso unanime del cda. Ammettere che non c’e’ nessuno non e’ un bel riconoscimento per l’azienda. Mi chiedo poi con quale stato d’animo possa lavorare un professionista con la fiducia della meta’ dei consiglieri e con l’opposizione del presidente”.

Intanto le rappresentanze dei giornalisti italiani hanno rivolto un appello congiunto al Presidente del Consiglio Monti affinché “intervenga per portare in Europa anche il  Servizio Pubblico Radiotelevisivo, con un’iniziativa che consenta  la riforma della governance Rai”.

Il commento di Beppe Giulietti

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