Cassa previdenza giornalisti, stipendio da 230mila euro alla neo presidente Marina Macelloni.

Roma – Il consiglio generale della cassa previdenziale dei giornalisti (Inpgi) a maggioranza ha detto sì ad un’indennità di circa 230mila euro lordi l’anno alla neo presidente Marina Macelloni. Una decisione ratificata nella giornata di ieri in virtù dei 36 voti a favore, contrari soltanto 17 consiglieri e tre si sono astenuti. Macelloni che in aprile ha preso il posto di Andrea Camporese – l’ex numero uno rinviato a giudizio per corruzione e truffa ai danni dell’ente – guadagnerà quasi quanto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Informazione, assolto il giornalista Giacalone

Assolto dall’accusa di diffamazione il giornalista Rino Giacalone

Firenze – Un giornalista può apostrofare come «un gran bel pezzo di merda» un mafioso. A stabilirlo è stato il Tribunale di Trapani che ha assolto Rino Giacalone, collaboratore del Fatto Quotidiano ed impegnato per la sua attività in Libera, dall’accusa di diffamazione a mezzo stampa. La sentenza è stata emessa dal giudice monocratico Gianluigi Visco e nel dispositivo – le motivazioni saranno depositate entro 15 giorni – viene espressamente citato l’articolo 21 della Costituzione che garantisce la libertà di informazione. Il processo era scaturito dalle denunce di Rosa Pace, vedova di Mariano Agate, in seguito ad un articolo pubblicato su Malitalia.it in cui veniva ricostruito il profilo criminale del marito, morto per cause naturali nell’aprile 2013, a 73 anni.

 

Caso Ballarò, non si chiede mai il licenziamento di una voce libera

Firenze  Devo al lettore due precisazioni. La prima. Credo di essere stato il primo in tv (ero ospite di Lilli Gruber, regolarmente autorizzato dalla Rai) ad aver parlato del conflitto d’interessi del ministro Boschi sulla vicenda della Banca Etruria. Anche dopo il voto del Senato, che rispetto, continuo a pensare che Maria Elena Boschi sia portatrice di un conflitto enorme e che il governo sia stato condizionato nel fare il decreto salva banche. Sull’influenza della massoneria in tutta la vicenda e non solo, emersa in questi giorni, ci sarà ancora molto, molto da scrivere.

La seconda. Sono amico di Michele Anzaldi. Lo reputo uno dei pochi in Commissione di Vigilanza che sappia di Rai e di tv in generale. All’epoca dell’editto bulgaro era al nostro fianco contro i pasdaran che in Rai hanno fatto di tutto, riuscendoci, per cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi e tanti altri. Ritengo che Michele Anzaldi abbia sbagliato a chiedere il licenziamento di Massimo Giannini che, contrariamente ad altri colleghi, certi argomenti li affronta nonostante il diktat di Renzi o chi per lui. Non si chiede mai il licenziamento di una voce libera, soprattutto perché non è la prima volta e rischia di diventare una persecuzione contro il conduttore di Ballarò e contro Rai3. Sono anche questi gli atti che portano l’Italia ad essere al 72° posto per la libertà d’espressione. Per Anzaldi, Giannini, è da condannare per aver definito il caso Etruria «rapporto incestuoso». Alcuni renziani del Pd (non solo Anzaldi) hanno reagito contro la volgarità dell’affermazione, creando nell’accusa una certa ambiguità. E’ l’argomento che disturba o la volgarità nell’uso della parola? Vorrei che il lettore notasse che una certa scurrilità è presente in tv a tutte le ore del giorno e in tutti i salotti. Ormai non ci si scandalizza se qualcuno nomina qua e là gli organi genitali come intercalare (non mi riferisco ai soli comici), la parola “cazzata” è diventata di uso comune. Stupisce, invece, che i politici intervengano sulla “parola volgare” solo quando questa viene usata per definire, anche efficacemente, un atto della stessa politica. Conosco troppo bene Michele Anzaldi, non gli passerebbe mai per la testa di disseppellire l’editto bulgaro, chi parla oggi ricordando la violenza berlusconiana lo fa perché non l’ha vissuta sulla propria pelle. Quella di Michele è una provocazione, sbagliata, ma una semplice provocazione. Scriverei la stessa cosa se al posto di Giannini ci fosse Vespa, è risaputo la mia poca considerazione nei suoi confronti, le voci si accendono non si spengono, e il governo, se volesse veramente far finire le polemiche, dovrebbe proporre quella benedetta legge sul conflitto d’interessi annunciata a suo tempo da Renzi. Giannini, denunciando il conflitto di interessi, aggiungo la mancata riforma del sistema radiotelevisivo, esprime il parere di milioni di italiani. Glielo consente l’articolo 21 della Costituzione.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Articolo 21

Informazione, Giuseppe Giulietti eletto presidente della Fnsi

Giuseppe Giulietti eletto presidente della Fnsi

Roma – Giuseppe Giulietti è il nuovo presidente della Federazione nazionale della stampa. A eleggerlo al primo scrutinio, i membri del Consiglio nazionale del sindacato. Settantotto i voti favorevoli, su 101, venti le schede bianche e una nulla. Giulietti succede a Santo Della Volpe, scomparso prematuramente lo scorso luglio

 

Rai, rimosse la Ferrario dalla conduzione del Tg1: Minzolini condannato per abuso di ufficio.

Condannato Augusto Minzolini per abuso di ufficio

Roma Il Tribunale di Roma ha condannato a quattro mesi l’ex direttore del Tg1 Augusto Minzolini per abuso di ufficio. Il reato contestato al senatore del Pdl è relativo alla rimozione, avvenuta nel 2010, della giornalista Tiziana Ferrario dalla conduzione del Tg1 delle 20. L’accusa era quella di avere tolto dalle sue mansioni per circa un anno la giornalista, omettendo poi di attribuirle nell’ambito della redazione esteri “qualsivoglia mansione dal marzo del 2010 al marzo 2011″. Secondo l’accusa la rimozione dalla conduzione della Ferrario fu “conseguenza di una vendetta per le critiche fatte sulla imparzialità del direttore a proposito delle notizie diffuse dopo la conclusione del processo Mills”. Il 12 novembre a Minzolini inoltre è stata inflitta una condanna definitiva in Cassazione a due anni e mezzo di reclusione per peculato continuato, per la vicenda dell’utilizzo delle carte di credito Rai.

 

Informazione, Renzi contro Il Fatto Quotidiano. La risposta della direzione e redazione

Firenze  Il presidente del Consiglio ha additato Il Fatto come il primo quotidiano da mettere all’indice. E così replicato un vecchio malvezzo, quello di attaccare la libertà di stampa che osa criticare il governo e informare i cittadini con notizie documentate e dunque sgradite al potere. All’editto bulgaro oggi segue, in scala proporzionata alla statura dei personaggi, l’edittino della Leopolda. Il Fatto ha deciso di replicare a quest’aggressione regalando il quotidiano ai partecipanti della Leopolda e ai risparmiatori truffati che protestano in piazza. Uno sberleffo cui però segue un impegno. Non smetteremo di pubblicare titoli e articoli che raccontano la verità dei fatti, senza guardare in faccia nessuno, chiunque esso sia. E continueremo a criticare o a elogiare (come abbiamo fatto sulle ultime scelte in politica internazionale) il governo a seconda di quello che fa e che merita. Il fatto di essere finiti nel mirino di governi di destra, di centro e di sinistra, politici e tecnici, è per noi la migliore conferma che facciamo onestamente e imparzialmente il nostro mestiere di cani da guardia su tutti i poteri. I nostri lettori sono con noi perché sanno che andremo avanti su questa strada, rispondendo soltanto a loro e a nessun altro.

Firma: La direzione e la redazione de Il Fatto Quotidiano

Erri De Luca assolto. “Il Fatto non sussiste”. Lo scrittore: “E’ stata impedita un’ingiustizia”

Assolto Erri De Luca.

Firenze Erri De Luca è stato assolto perché «il fatto non sussiste». Finisce così il processo allo scrittore napoletano, accusato di istigazione a delinquere. Un capo di imputazione, figlio secondo l’accusa, di un’intervista rilasciata nel 2013 da De Luca all’Huffington Post. In quella occasione lo scrittore aveva dichiarato: «I sabotaggi sono necessari per far comprendere che la Tav è un’opera nociva e inutile». Per questo l’accusa aveva chiesto una condanna a otto mesi di reclusione. A pronunciare la sentenza è stato il giudice Immacolata ladeluca, che si è ritirata in camera di consiglio dalle 10 alle 13. «E’ stata impedita una ingiustizia, quest’aula è un avamposto sul presente prossimo», sono state le prime parole pronunciate da Erri De Luca dopo la sentenza.

Erri De Luca assolto: “Impedita ingiustizia…” (video, fonte: Il Fatto)

Erri De Luca… (di Mario Portanova, fonte: Il Fatto)

De Luca “Vince l’articolo 21 della Costituzione” (video, fonte: La Repubblica)

De Luca: “Resto convinto che la Tav vada sabotata”

Processo no Tav, assolto Erri De Luca (di Elisa Sola, fonte: Corriere della Sera)

 

 

Informazione, aggredito giornalista della trasmissione Report

Aggredito giornalista della trasmissione Report

FirenzeUn giornalista della trasmissione Report è stato aggredito a Roma mentre cercava di intervistare Andrea Pardi, amministratore delegato della Società Italiana Elicotteri, concessionaria di Agusta Westland, che è a sua volta una società di Finmeccanica. Il giornalista «si trovava all’esterno della palazzina, e ha avvicinato il manager per chiedergli un’intervista. Il Pardi – precisa una nota di Report – non gli ha nemmeno lasciato il tempo di porre la domanda, che lo ha immediatamente aggredito con lo scopo di distruggere la telecamera e contemporaneamente lo ha spinto dentro la palazzina proseguendo l’aggressione in presenza di una decina di impiegati». Il giornalista ha urlato, ma nonostante questo «nessuno – si legge nella nota – è intervenuto», «Solo quando il Pardi si è impossessato della telecamera – prosegue la nota  – ha liberato il giornalista, che una volta uscito ha chiamato la polizia».

Con l’intervento delle forze dell’ordine, «il giornalista – conclude la nota – è rientrato in possesso della telecamera, completamente inagibile, ma recuperando la scheda con la registrazione del filmato. Un fatto di grave e inspiegabile violenza ai danni di un giornalista che stava facendo solo il suo mestiere». In ragione di ciò, fanno sapere da Report, Pardi «è stato denunciato». 

“Io sto con Trocchia”, appello lanciato a sostegno del giornalista minacciato dalla camorra

Lanciato un appello da parte di diversi giornalisti a difesa di Nello Trocchia, il cronista minacciato da un boss della Camorra.

Firenze “Io sto con Trocchia” è l’appello lanciato dai giornalisti Giovanni Tizian, Manuele Bonaccorsi, Luca Ferrari e Giorgio Mottola per chiedere un intervento “del prefetto di Napoli, Gerarda Maria Pantalone“, in merito alla vicenda del cronista collaboratore de Il Fatto Quotidiano, minacciato lo scorso giugno da un boss della camorra  – “A quel giornalista gli spacco il cranio”, la frase pronunciata e intercettata dalle cimici della Procura di Napoli – a seguito dei suoi articoli pubblicati sul Fatto. Tra i firmatari dell’appello, che chiede inoltre all’Ordine dei giornalisti nazionale e ragionale una presa d’atto, ci sono anche: Roberto Saviano, Milena Gabanelli, Riccardo Iacona, Peter Gomez e Lirio Abbate.

Il silenzio dei giornalisti fa bene al potere

Firenze Le strategie dei potenti nei confronti della libera informazione, vero cane da guardia della democrazia e delle istituzioni (definizione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo), sono, più o meno, quelle usate dalle mafie. La minaccia fisica è sostituita dalla querela (penale e civile), per indurre alla censura o peggio all’autocensura. Per un giornalista che scrive per un piccolo giornale di provincia, perdere una causa, potrebbe significare la fine della professione e la crisi del giornale.

In tv le trasmissioni che fanno inchiesta si portano dietro decine di querele con richieste milionarie di risarcimento: Report di Rai 3. L’obiettivo è quello d’intimidire il giornalista, che alla minaccia del potente vede aggiungersi le pressioni dell’editore. Recentemente le mafie, non solo minacciano l’incolumità di chi scrive, ma chiedono e ottengono anche il licenziamento del redattore, com’è successo a Enzo Palmesano cacciato su due piedi dal Corriere di Caserta su richiesta del camorrista Vincenzo Lubrano, com’è emerso dalle intercettazioni ambientali. In una lettera ad Articolo 21 Palmesano ha denunciato:  «Non posso più scrivere sulla stampa locale casertana, non posso più pubblicare le mie inchieste sugli intrecci tra politica, affari e camorra».

Per Ossigeno per l’informazione dall’inizio del 2015 i giornalisti minacciati sono stati 116, dal 2006 a oggi ben 2.261, la regione più colpita il Lazio seguita da Campania e Lombardia. Circa cinquanta vivono sotto scorta, recentemente a noti: Saviano, Capacchione, Abbate e Tizian, si è aggiunto Sandro Ruotolo (#iostoconsandro) minacciato dal boss Michele Zagaria per aver realizzato, per Servizio pubblico, un’inchiesta sulla terra dei fuochi che conteneva un’intervista a Carmine Schiavone, il camorrista collaboratore di giustizia recentemente scomparso.

L’ennesimo declassamento dell’Italia dal 49esimo al 73esimo posto nella classifica mondiale della libertà (Reporter sans frontières) è dovuto al numero di giornalisti minacciati, sotto scorta e querelati. Tutto ciò ha un unico obiettivo: mettere il bavaglio per spegnere la luce sugli affari che neccessitano di buio e silenzio. Il legislatore non sta dalla parte di chi informa. A proposito di diffamazione, con la scusa di togliere il carcere ai giornalisti per reati di stampa, il testo, che modifica la legge del 1948 (approvato al Senato), sta introducendo norme molto severe sul piano pecuniario e aumentando le limitazioni e i condizionamenti sulla libertà dell’informazione anziché diminuirle, come dovrebbe avvenire un paese così detto democratico.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto