Una legge per tutelare i giornalisti precari. Compensi equi o niente fondi agli editori.

FirenzeIl quotidiano La Voce di Romagna paga 2,5 euro ad articolo i giornalisti esterni, ma dallo Stato il giornale riceve 2,5 milioni di finanziamento. Il Tempo fissa un tetto massimo di 15 euro e ne incassa 840mila di finanziamento pubblico. E chi collabora alla Gazzetta di Modena non può sperare di spuntare oltre 4 euro ad articolo. Ne sa qualcosa Giovanni Tizian, che per i suoi pezzi sulla mafia in Emilia Romagna è finito sotto scorta. Minacciato dalla ‘ndrangheta per quelle righe così malpagate. Questa la realtà di buona parte dell’editoria italiana. Una realtà che ora, però, arriva a una svolta. Di mezzo, infatti, c’è una proposta di legge, firmata dal parlamentare Udc Enzo Carra, e che subordina il finanziamento pubblico a un’equa retribuzione. Insomma, o gli editori iniziano a pagare meglio i cronisti oppure possono dire addio ai milioni dello Stato. La proposta è già stata approvata dalla Commissione cultura della Camera e ora per diventare legge attende solo il via libera del governo di Mario Monti che certo subirà le pressioni degli editori. Spiega lo stesso Carra: «Il governo deve dire se è d’accordo con il Parlamento o se intende negare questa opportunità ad un provvedimento tanto atteso».

Il testo, in quattro articoli, prevede che una commissione ad hoc stabilisca i parametri retributivi minimi che gli editori dovranno applicare, pena la perdita non solo delle provvidenze (che nel 2012 ammonteranno a 137 milioni di euro) ma anche di tutti i contributi pubblici, compresi quelli accessori per carta, postalizzazione degli abbonamenti, telefono, etc. Entro tre mesi dal suo insediamento, dovrà quindi individuare i “trattamenti economici proporzionati alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, in coerenza con i corrispondenti trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva di categoria in favore dei giornalisti con rapporto subordinato”.

Firma: Thomas Mackinson

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Share

La Rai non è (ancora) la Bbc

FirenzeChe la Rai non è la Bbc l’aveva ben spiegato Renzo Arbore qualche tempo fa, oggi la lezione arriva autorevolmente dall’Upa (Utenti pubblicitari associati), l’organizzazione che riunisce le più importanti aziende industriali, commerciali e di servizi che investono in pubblicità. L’Upa si è sentita in dovere di occuparsi della Rai “sia per il ruolo che ricopre nel Paese sia perché gli investimenti pubblicitari rappresentano il 50 % dell’entrate della tv pubblica”. L’investimento vale all’incirca 1 miliardo di euro. L’associazione ha fatto esattamente quello che fece la Bbc negli anni di profonda crisi societaria, d’immagine e di qualità del prodotto prima di decidere quale strada intraprendere per il rinnovamento: sondare gli utenti.

“Cosa pensano della tv. La qualità dei programmi. Vi va di pagare il canone. Il servizio pubblico è ancora utile. Cosa si vuole dal servizio pubblico. La società lavora per il servizio pubblico”. Oggi la Bbc (sempre in contatto con i telespettatori attraverso i social network), ha raggiunto il suo obiettivo: la più autorevole in Europa; al 70 % degli utenti va di pagare il canone (la cui evasione rappresenta il minimo europeo: 4 %); la politica non interferisce sulla linea editoriale e chi sbaglia paga come dimostrano i licenziamenti dei direttori di Tv 1 e Radio 2. L’Upa ha fatto quello che avrebbe dovuto fare la Rai se non fosse così sensibile ai voleri del Cavaliere e poco a quelli dei telespettatori.

Un esempio: permettere a Saviano e Fazio di fare a maggio “Vieni via con me” su La 7 invece che a Rai 3. Sono convinto che per il pubblico non sarà la stessa cosa. L’Upa ha distribuito un questionario a 4 mila imprenditori, marketing manager, comunicatori e opinion leader. Il risultato, assai prevedibile, denuncia che la Rai è un’azienda in grave difficoltà, con “l’urgenza di una riforma per risanare e salvare la maggior industria culturale del Paese, mal gestita, asservita alla politica, priva di strategia e ingovernabile, iperburocratica con troppi livelli decisionali tutti inefficaci; il ruolo di servizio pubblico è passato in secondo piano penalizzando la qualità a favore della quantità; la Rai è decaduta rispetto al passato e ai principali concorrenti, in progressivo calo di reputazione, con meno attrattiva per gli ascoltatori e meno interessante per investitori; la Rai è depressa con molti talenti non o mal utilizzati e con un sempre minor orgoglio aziendale”. Nel sondaggio vi sono anche delle positività che fa pensare che non tutto è perduto: “La Rai è esperta, con un grande patrimonio di competenze e know how”. Da qui, dopo il tutti a casa alla scadenza del Cda, si può ripartire.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Share

Telepadania, Saviano e le caricature giornalistiche

FirenzeChe la Lega sia in grande confusione come il suo leader sta nei fatti. Bossi: «B. è una mezza cartuccia. B. via, problema risolto». Poi la solita cena ad Arcore del lunedì. Fondano il parlamento della Padania e contemporaneamente giurano fedeltà a Roma ladrona; stringono la mano al presidente della Repubblica (italiana) con alle spalle la bandiera che Bossi usa come carta igienica. In questa confusione sta lo spot trasmesso da Telepadania sulla Rai: «Se questo è servizio pubblico pagarlo non può essere un obbligo». I lùmbard che lo hanno ideato omettono che se la tv di Stato rappresenta il disservizio pubblico per il quale non dovrebbe esserci l’obbligo di pagare il canone, una parte di responsabilità è anche la loro.

Con la nomina di Letizia Moratti alla presidenza della Rai (voluta da B. nel lontano 1994), sono sbarcati in azienda i leghisti (alcuni direttamente dal partito altri dalla direzione del quotidiano la Padania, altri ancora riciclati nell’azienda con un atto di fede), per ricoprire incarichi di vertice e strategici per la realizzazione dei programmi. Presenti anche nei vari cda, il cui voto spesso è stato determinante nelle decisioni editoriali. Nello spot vi sono alcune immagini tratte da Vieni via con me (considerato dai telespettatori un esempio di qualità televisiva). Vi ricordate la polemica dell’allora ministro dell’Interno Maroni dopo il monologo di Saviano sulla presenza della criminalità organizzata nelle regioni governate anche dalla Lega? La trasmissione fu precettata e il ministro intervenne per poi essere smentito nella puntata successiva dal procuratore capo dell’Antimafia Piero Grasso.

Cara Telepadania i fatti successivi e gli arresti in Lombardia a chi hanno dato ragione al ministro o allo scrittore? Lo spot contro la Rai della tv della Lega rappresenta solo una caricatura giornalistica come lo furono i brindisi per i trasferimenti di Rai 2 a Milano e dei ministeri a Monza. Roberto Saviano rappresenta la notizia sgarzula della settimana (come direbbe la Littizzetto): è tornato, purtroppo per un sol giorno, a Rai 3. La Rai è la sua casa tv. A Che tempo che fa ha dimostrato (se mai ce ne fosse stata la necessità) di essere sempre il grande intellettuale di Vieni via con me e soprattutto che “giocando sul proprio terreno” (il servizio pubblico) si può coniugare la poesia (Wislawa Szymborska) con i grandi ascolti. In un colpo solo Rai 3 ha spazzato via gli appannamenti derivati dalle sue ultime apparizioni tv. I vertici della Rai bloccando il trasloco di Fazio e Saviano su La 7 hanno l’occasione di dimostrare che lo spot di Telepadania è una bufala. Chi e cosa impedisce a Saviano di tornare? Il contratto con La 7? I contratti non sono mai stati un problema: si fanno e si disfano. Parliamone.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

Share

Liquidazione coatta amministrativa: abbiamo bisogno di voi

RomaIl ministero per lo Sviluppo economico ha avviato la procedura di liquidazione coatta amministrativa della cooperativa editrice il manifesto. Ma il giornale resta in edicola e rilancia.
Questa procedura particolare – alternativa alla liquidazione volontaria e riservata tra gli altri alle cooperative – cautela la cooperativa da eventuali rischi di fallimento. E’ il momento più difficile della storia quarantennale de il manifesto.
La decisione di non opporsi alla procedura indicata dal ministero si è resa inevitabile dopo la riduzione drastica e retroattiva dei contributi pubblici per l’editoria non profit. Nonostante le promesse di intervento fatte dal presidente del consiglio Mario Monti e l’esplicita richiesta in tal senso del presidente della Repubblica, a oggi nessuna soluzione è stata trovata.

La cooperativa editrice del quotidiano lancia una campagna straordinaria a sostegno del giornale e convoca una conferenza stampa presso la sede di via Angelo Bargoni 8 a Roma per domani alle 14.

Firma: Il collettivo del Manifesto

 

Share

Frequenze tv: basta giochi, la Ue ci guarda.

Firenze – Che Mediaset (e non solo) sia “disturbata” per la vicenda beauty contest è evidente dopo che, per circa trent’anni, sua Emittenza ha potuto disporre a suo piacimento, grazie a politici compiacenti, del mercato tv. Che il ministro Passera sia in “imbarazzo” perché costretto ad intervenire lo dimostra la decisione di sospendere il beauty contest e non abolirlo, quando bastava applicare le direttive dell’Unione europea, ma il sistema televisivo per il governo di Mario Monti è terreno minato, toccarlo si mette a rischio la fiducia.

Dal 2008 la Corte di Giustizia accusa l’Italia di vivere in un regime che ha consentito l’occupazione abusiva delle frequenze, grazie a leggi che hanno impedito la crescita della concorrenza e del pluralismo: “Tale regime non rispetta il principio della libera prestazione dei servizi e non segue criteri di selezione obiettivi, trasparenti, non discriminatori e spropositati”. È un’accusa diretta alle Autorità preposte al controllo per non aver svolto il loro lavoro, la cui anomalia sta nella nomina dei commissari sempre di parte (il più delle volte politici trombati) e mai al di sopra di ogni sospetto. L’Italia è il Paese delle mafie, delle cricche della P2 e derivati, dei “furbetti”, quelli del quartierino sono andati in galera, mentre quelli dell’etere si sono arricchiti usando a loro piacimento un bene comune, le frequenze radiotelevisive, grazie a leggi che non regolamentavano ma si limitavano a prendere atto dell’esistente rendendo legittimo ciò che non lo era. Tra questi, oltre al Cavaliere, Raimondo Lagostena il proprietario del circuito Odeon Tv, il network che nel 2008 mise in onda Venerabile Italia condotta da Licio Gelli, arrestato con l’ex assessore lombardo Prosperini, per corruzione, turbativa d’asta e tangenti per promozione in tv; Lucio Garbo titolare di Canale Italia che, grazie alla sua amicizia con l’ex ministro Gasparri, è riuscito a far diventare la sua tv, poco più che regionale, il quarto network italiano.
Tra i furbetti va inserito l’ex ministro Paolo Romani che prima di essere folgorato da B. diventando il suo uomo della tv, ha lavorato per Grauso, Peruzzo, per Ligresti a Telelombardia, poi in proprio con Lombardia 7 rischiando fallimento e bancarotta, salvato solo dalla cessione delle frequenze che l’acquirente tentò, a sua volta, di cedere sottobanco alla Rai diretta da Flavio Cattaneo per la bella cifra di 24 milioni di euro. Chissà chi aveva fatto da tramite?

Grazie al mancato controllo le frequenze non sono mai state assegnate, il più delle volte rubate. L’etere è diventato una sorta di Far West con oltre 500 tv. Per riuscire a “disboscare” dal canale 61 al 69, lo Stato è costretto a sborsare 174 milioni a quelle tv che hanno occupato, più o meno gratuitamente, le frequenze. Negli altri paesi europei sin dall’inizio le tv illegali sono state immediatamente chiuse, da noi, invece, quando un pretore si permise di applicare la legge oscurando i canali della Fininvest che trasmettevano irregolarmente a livello nazionale, il presidente del Consiglio Craxi tornò appositamente dall’estero, abbandonando un vertice internazionale, per firmare il famoso decreto “salva Berlusconi”. I “furbetti” si sono arricchiti commercializzando i diritti d’uso delle frequenze ottenute gratuitamente grazie a legge come la Maccanico e la Gasparri che addirittura ha autorizzato il trading privato come “strumento ordinario di assegnazione per la costituzione delle reti digitali”.

Perché l’urgenza di Romani di rendere esecutivo il beauty contest? (Ideato da Roberto Sambuco, il lobbista di Wind e Mister Prezzi, a sua volta uomo del piduista Bisignani, confermato da Passera – alla faccia della trasparenza e del cambiamento – a capo del dipartimento per le Telecomunicazione del ministero). Nel beauty contest è presente un articolo che assegna le frequenze gratuitamente per 20 anni, rinnovabili, ma dopo 5 anni possono essere cedute, l’urgenza era dettata dalla volontà di anticipare la normativa dell’UE che lo renderà illegittimo. Perché impone agli Stati, alla fine dello switch off (2012), l’adeguamento del codice delle Comunicazioni elettroniche, che contiene come principale emendamento “il divieto di trasferimento dei diritti d’uso se il diritto è stato ottenuto inizialmente a titolo gratuito”, bloccando così di fatto il business garantito dalla legge Gasparri che ha permesso alle tv che erano in possesso di frequenze analogiche di ottenere gratuitamente quelle digitali. Ciò significa che le frequenze ottenute gratuitamente non possono essere commercializzate, se inutilizzate devono essere restituite all’unico proprietario: lo Stato.

Firma: Loris Mazzetti

Fonte: Il Fatto Quotidiano

Share

Servizio Pubblico in onda anche su Cielo. E stasera Michele Santoro sarà ospite da Fazio.

Roma - Servizio Pubblico, la trasmissione di Michele Santoro trasmessa da una piattaforma che comprende tv locali, siti internet, radio e quant’altro, sbarca su Cielo, canale in chiaro di Sky. E’ lo stesso conduttore ad annunciarlo con una nota. In attesa del debutto su Cielo, stasera Michele Santoro tornerà in Rai dopo il divorzio avvenuto lo scorso anno. Il giornalista sarà ospite di Fabio Fazio a Che tempo che fa.

Santoro da Fazio (Fatto Quotidiano)

Share

Le sette domande dei redattori precari agli editori

Prato - Con una cartolina inviata a Marco Polillo, presidente dell’Associazione Italiana Editori, la Rete dei Redattori Precari evidenzia in sette domande gli aspetti più spinosi del rapporto tra case editrici e collaboratori.

Un modo originale per fare gli auguri di Natale: nessun “Saluti da …” – si legge nel comunicato – ma sette domande scomode a cui la rete (e anche noi) ci auguriamo che l’illustre destinatario vorrà dare risposta. Un modo per denunciare quello che non ci piace del sistema editoriale italiano e allo stesso tempo gettare un seme di dialogo, sperando che dall’altra parte si pensi non solo agli utili di un gruppo di aziende ma anche alla cultura e alla civiltà di un paese.

Buona lettura!

Share

Chiude “Liberazione”, lo storico quotidiano di Rifondazione Comunista

Roma - Una brutta notizia per il mondo dell’editoria e in generale per la libertà di stampa. Il prossimo 31 dicembre sarà l’ultimo giorno di uscita in edicola per “Liberazione“, lo storico organo di Rifondazione Comunista.

“La società editrice è giunta alla dolorosa determinazione di sospendere cautelativamente le pubblicazioni onde evitare l’aggravarsi di uno squilibrio economico gestionale nel prossimo esercizio”. Così Marco Gelmini, amministratore unico della società Mrc, ha fissato la data di una chiusura più volte annunciata. Una chiusura che è diretta conseguenza dei tagli all’editoria decisi dal governo Berlusconi e confermati dall’attuale esecutivo guidato da Monti.

Due anni fa l’organico poteva contare su 30 giornalisti e 20 poligrafici. Nel luglio 2011 è stato firmato un accordo che prevede la cassa integrazione in uscita per 13 redattori e il passaggio a contratto di solidarietà per altri 17 che, divisi in due turni, alternano 15 giorni di lavoro ad altri 15 passati a casa. I poligrafici in cassa integrazione sono 14. Per ridurre le spese la foliazione è passata da 16 a 8 pagine ed è stato diminuito il numero di uscite in edicola, passate da sei a cinque a settimana. Le vendite del giornale si attestano sulle 5 mila copie giornaliere.

La Casa della Cultura Enzo Biagi esprime la propria solidarietà ai lavoratori del giornale, riuniti in assemblea permanente.

Share

Rai, via Minzolini dal Tg1. Alberto Maccari direttore ad interim.

RomaAugusto Minzolini non è più il direttore del Tg1. Il consiglio di amministrazione della Rai ha deciso di rimuovere dall’incarico il “Direttorissimo”, come lo chiamava Silvio Berlusconi. La votazione del Cda di Viale Mazzini si è conclusa in parità, quattro a quattro, ma il voto del presidente che vale doppio ha inciso sul destino dell’ormai ex direttore, destinato ad un nuovo incarico. Il presidente Garimberti, assieme ai consiglieri Nino Rizzo Nervo, Alessio Gorla e Giorgio Van Straten, ha votato a favore della rimozione di Minzolini. Quattro i voti contrari: Giovanna Bianchi Clerici, Angelo Maria Petroni, Guglielmo Rositani e Antonio Verro. Mentre, il consigliere Rodolfo De Laurentiis è uscito al momento del voto. Altro aspetto, quest’ultimo, non di poco conto. A pesare sulle sorti di Minzolini il rinvio a giudizio per peculato, deciso nei giorni scorsi dal Tribunale di Roma. Il Cda, inoltre, ha votato a maggioranza il via libera all’interim per Alberto Maccari, fino ad oggi direttore del Tgr. In questo caso, a favore hanno votato il presidente Garimberti, Bianchi Clerici, Rositani, Gorla e Verro. Van Straten si è astenuto, mentre hanno votato contro Rizzo Nervo, De Laurentiis e Petroni.

Link

 

Share

Meno di 48 ore per salvare oltre 90 giornali

Prato - La dura manovra del governo Monti ha fatto parlare di sé sotto tanti aspetti: dalle pensioni all’Ici o Imu che dir si voglia, dall’ennesima mancata applicazione dell’Ici sugli immobili della Chiesa alla reazione scomposta dei parlamentari contro i possibili tagli ai costi della politica. C’è però un aspetto che è rimasto un po’ in sordina, quello del taglio dei contributi diretti all’editoria, un tema sul quale nelle ultime settimane si è espresso anche il Presidente Napolitano.

Nove direttori di altrettanti giornali hanno scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio. Noi vi proponiamo due interessanti contributi sul tema, tratti dal Manifesto e dal sito lettera22.

Share