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    Dell’Utri in possesso di uno scritto inedito di Pasolini sui misteri dell’Eni?

    venerdì 5 marzo 2010

    Roma - Una notizia uscita nei giorni scorsi che ci ha lasciato interdetti. Non a caso abbiamo usato il punto di domanda nel titolo, perché più che di un fatto si tratta di un annuncio, tutto da verificare. Il senatore del Pdl e noto bibliofilo Marcello Dell’Utri ha annunciato una scoperta che sarà svelata all’apertura della XXI mostra del libro antico di Milano: un dattiloscritto scomparso di Pierpaolo Pasolini («inquietante per l’Eni» ha commentato il parlamentare) e che avrebbe dovuto costituire un capitolo del romanzo incompiuto Petrolio.

    Una dichiarazione che apre degli interrogativi. Per capire di più sull’articolo di cui si parla vi rimaniamo a questo interessante contributo di Dario Olivero. Il fatto più inquietante è che questo scritto fu rubato dalla casa di Pasolini dopo la sua morte, e che quindi costituisce tecnicamente un corpo di reato. Resta da capire, se Dell’Utri ne è effettivamente in possesso, come lo abbia acquisito e perché faccia queste rivelazioni soltanto adesso. Cercheremo di tenervi aggiornati coi prossimi sviluppi della vicenda.

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    Brescello, primi passi verso il Festival del cinema. La rassegna si svolgerà dal 18 al 23 giugno.

    venerdì 5 marzo 2010

    Firenze - Riceviamo e pubblichiamo un comunicato su il Festival del cinema di Brescello, arrivato alla sua ottava edizione e che si svolgerà dal 18 al 23 giugno.

     

    Brescello - Primi passi verso l’ottava edizione del Festival “Mondo piccolo” cinematografico, destinata in parte ai cortometraggi che interpretano al meglio il tema “Senza ConfiniStorie di provincia” oppure come seconda scelta “Storie di Altri” e come terza “Mario Citta - I Piaceri della vita“. Il Festival di Brescello intende promuovere lo sviluppo e la produzione audiovisiva indipendente al fine di valorizzare, per mezzo della fiction e del documentario, i paesaggi, gli ambienti, gli usi, i valori della provincia italiana; raccontando, al tempo stesso, anche l’influenza sociale e culturale esercitata dall’immigrazione sulla popolazione e sul territorio. Il Festival si svolgerà dal 18 al 23 giugno.

    Il pensiero del direttore. <<Il cinema ha regalato a Brescello negli anni Cinquanta, Sessanta, molte immagini che hanno fatto la storia e la cultura dell’Italia nel mondo>>, ha affermato il direttore del Festival Virginio Dall’Aglio che ha aggiunto: <<Per questa ragione, crediamo sia importante continuare a sostenere la produzione di nuove opere cinematografiche che valorizzino la tradizione con particolare importanza alla produzione cinematografica professionale nazionale che si occupa della provincia>>.

    Gli organizzatori. La rassegna, promossa da Comune di Brescello, associazione Pro Loco e Videoclub Brescello, ha il patrocinio del ministero degli Affari Esteri, del ministero per i Beni e le Attività Culturali -direzione generale per i beni librari e gli istituti culturali -, della Regione Emilia-Romagna, della Provincia di Reggio Emilia e si avvale della collaborazione artistica dell’Università degli Studi di Parma.

    Come si partecipa? L’iscrizione è gratuita: la scheda d’iscrizione, compilata in tutte le sue parti e firmata, dovrà essere corredata, pena l’esclusione, da tre copie del filmato in DVD, da biografia e filmografia dell’autore nonchè dalla sinossi del film. Possono partecipare al concorso soltanto i cortometraggi terminati dopo il 31 dicembre 2003. La loro durata non dovrà superare i 18 minuti, compresi i titoli di testa e di coda. Non verranno accettate opere già inviate negli anni precedenti. I Filmakers partecipanti possono inviare più opere, senza limitazione numerica. Il materiale deve pervenire entro la scadenza del 10 aprile 2010 al seguente indirizzo: Comune di Brescello – ufficio Cinema -, piazza Matteotti 12 - 42041 Brescello (RE). Telefono: +39 0522 482524 – +39 0522 482523. E-mail: v.dallaglio@comune.brescello.re.it.

    Altre informazioni potete trovarle sul sito www.comune.brescello.re.it oppure sul sito del Videoclub Brescello: http://web.mac.com/lorenzo68/videoclub/home2-2009.html.

    Direzione artistica e giuria. La prima è composta da Giovanni Martinelli, Tullio Masoni e Paolo Vecchi. La giuria del concorso invece è presieduta da Morando Morandini che si avvale della collaborazione di Roberto Campari (docente di cinematografia all’università di Parma), Massimo Lastrucci (redattore rivista “Ciak”), Filiberto Molossi (giornalista “Gazzetta di Parma”) e Mariano Morace (critico cinematografico R.T.S.I.). Il presidente della giuria popolare è Aldo Bersellini.

     

     

     

     

     

     

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    La tuma persa e la casa degli artisti.

    sabato 27 febbraio 2010

    FirenzeRiceviamo e pubblichiamo dalla nostra corrispondente in Svezia, Luisa Trojanis, un articolo dove l’autrice rievoca un viaggio nel viaggio in terra di Sicilia.

     

    Tanndalen (Svezia) - Vincenzo è un famoso pittore siciliano. Il suo piccolo studio si affaccia sul porto di Sciacca nell’agrigentino. Mi piace affacciarmi dalla terrazza di Vincenzo: le piccole barche ormeggiate, i pescatori che tirano su le reti e l’odore del mare mi mettono bene tutta la giornata. I quadri di Vincenzo sono molto belli, contengono i colori e i profumi della sua terra. Le palme sono motivo ricorrente e fanno spesso da corollario a splendidi paesaggi. Qualche volta tra una pennellata e l’altra, nei momenti di pausa riesco a trascinarlo fino al bar per prendere un caffè. Quella mattina non ero sola, John e Steve avevano deciso di lasciare momentaneamente il residence dove eravamo ospiti, per seguirmi fino al famoso bar di cui avevo decantato le sette meraviglie. Cannoli, paste e pasticcini facevano da corollario lungo tutto il bancone del bar e non riuscivo a decidermi cosa prendere.

    <<Facciamo una gita>>? Disse John. Capelli banchi, occhi azzurri, un australiano doc con un passato da coiffeur per le dive di Hollywood ma con un inguaribile amore per la Sicilia. <<Con la tua panda>>? Rispose Stevenson. Stevenson è un isolano acquisito. Tutti lo chiamavano così, da quando gli isolani scoprirono la sua naturale attitudine all’esplorazione ed al cacciarsi nei guai. Vive su un altopiano, in un fazzoletto di terra riarsa dal sole e circondato da distese di timo selvatico che profumano l’aria a ridosso del mare. Ha una piccola proprietà, ama andarci di tanto in tanto e la sua casa è sempre piena di amici che vengono a trovarlo. Ama vestirsi con ampie camice di lino dai colori accesi blu, arancio, rosso e non manca mai prima di lanciarsi all’avventura di aggiungere un tocco di originalità al suo abbigliamento. Quella mattina optò per un tovagliolino arancio e blu che sistemò prontamente nel taschino e decretò che quel giorno saremo stati la sua ciurma.

    <<Se la tua panda riesce ad accendersi, potremo andare alla ricerca della tuma persa e strada facendo fermarsi a casa di amici>>, esclamò con enfasi Stevenson. Pur non avendo idea di cosa stesse parlando, decidemmo di seguirlo. Il termostato segnava 37 gradi e la panda era un forno senza speranza. Seduta dietro alla mercè del caldo e di quella allegra compagnia di personaggi, cominciai a sognare il freddo artico della Svezia. Il mio sogno durò pochi minuti, il vento cominciò a filtrare dai finestrini e il profumo del mare ad inondare l’abitacolo. Stavamo costeggiando il mare, quando Steve cominciò a parlare della tuma persa. <<C’è un solo casaro che la produce in Sicilia. Il suo nome “tuma persa” deriva da una tecnica di stagionatura: dopo essere stata messa in forma viene “abbandonata” per 8-10 giorni poi lavata, abbandonata nuovamente per 10 giorni ed infine salata. Con la stagionatura si forma una crosta dal colore dorato e il suo sapore si perde nella notte dei tempi>>. <<Ci credo eccome>>, esclamai! <<Qui, ci si perderà davvero nella notte dei tempi>>.

    Erano circa due ore che eravamo in macchina e intorno a noi solo lande deserte riarse dal sole e tratti di agrumeti dai colori vivaci in netto contrasto con la terra marrone e fessurata dalla scarsità di acqua. Finalmente arrivammo all’azienda agricola. Un signore molto anziano stava seduto su uno sgabello, Stevenson gli chiese subito: <<Scusi, fate la tuma persa>>?

    E il signore: <<No, no. Non ho visto nessuno>>.

    <<No dico, è qui che fate i formaggi>>? Insistette Steve.

    <<Dottore, qui facciamo i più bei formaggi di Sicilia. Si accomodi dai mie figli>>, rispose quell’uomo.

    Il laboratorio era a conduzione familiare ma per quanto Stevenson insistesse sulla tuma persa tutte le volte che provava a nominarla, il signore ripeteva sempre che non aveva visto nessuno e così pace all’anima nostra e alla tuma persa, ci rassegnammo all’evidenza. Probabilmente, quello non era il posto che cercavamo. La cosa che più mi divertì e ricordo con nostalgia è la piccola pergola adiacente al laboratorio, Letteralmente invasa dalle pecore e da qualche cinghialetto che correva felice e noi che mangiavamo pane formaggio e mosche con noncuranza, come i veri esploratori giunti alla fine dell’ennesima fatica.

    La via del ritorno fu meno traumatica. Ci fermammo da un’amica di Stevenson che tuttavia non era in casa, ma lui sosteneva che potevamo andarci ugualmente. Una casetta a ridosso del mare destinata a diventare “la casa degli artisti”. Questo era l’intento della proprietaria una volta sistemata e resa abitabile. Un luogo bello fino all’inverosimile che guardava il mare e dove la voglia di scrivere o dipingere sarebbe venuta fuori dall’anima di chi si trovava ad ammirare quel paesaggio e quella solitudine. Delle scalette scendevano al mare, la tentazione fu forte. Lasciai i miei amici a sbocconcellare il formaggio rimasto ed io scesi alla chetichella lungo il costone della montagna per, una volta raggiunto il mare, fare pace con l’infinito.

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    Molto rumore per nulla.

    lunedì 1 febbraio 2010

    FirenzeRiceviamo e pubblichiamo un articolo, scritto da Luisa Trojanis, che raccoglie pensieri e riflessioni durante un viaggio. 

    Tanndalen (Svezia) - Fissavo i binari del treno e mi domandavo come era possibile che con tutto quel ghiaccio sopra, i treni non avessero smesso di funzionare. Il treno era partito da Oslo con un pò di ritardo e dovevo fare un cambio di treno ed aspettare la coincidenza per Roros per arrivare alla mia destinazione finale. Il primo treno era un pò affollato. Belle facce, grandi, sorridenti. C’era pure un gruppo di militari, vestiti con la mimetica e il cartellino con le loro generalità in bella vista in un taschino dei pantaloni a metà coscia. Sono sempre felice di incontrare i militari, sia gli uomini che le donne sono rigorosamente bellissimi, sembrano fatti con lo stampo, sono gentili e più volte incontrandoli mi avevano aiutato a portare i bagagli, cosa che purtroppo non succede più in Italia. I cavalli sono rimasti senza cavalieri ormai.

    Il riflesso del finestrino mi permetteva di osservare con occhi discreti le altre persone dello scompartimento. Una ragazza con il cane, un signore sulla sessantina e due signore che sembravano quasi gemelle. Trovo le donne norvegesi dotate di molto fascino non tanto per la bellezza ma quanto per la loro imponenza statuaria, una certa fierezza che le rende particolarmente interessanti. Chissà di che cosa parlottavano, il norvegese è proprio una lingua impenetrabile quasi gutturale. Ancora non era buio, a guardar bene sembrava quasi di poter toccare con la mano la luna gigante che sovrastava il cielo stellato. La sua luce era così intensa che rendeva la neve ancora più luminosa e brillante, come in un paesaggio fiabesco. Ogni tanto si intravedeva qualche casetta sparsa nella notte illuminata e le finestrelle accese indicavano che qualche famiglia se ne stava di sicuro a guardare la tv davanti ad un bel caminetto.

    Sia le case norvegesi come quelle svedesi sono molto belle e sono sempre illuminate, le finestre sono enormi e non ricordano affatto le nostre, piccole, con gli scuri, costruite non solo per ripararsi dalla luce ma anche per difendersi dagli sguardi indiscreti altrui. Mi sono sempre chiesta se questo fatto delle finestre enormi e della totale calma che circonda queste case non fosse un’invenzione turistica. Mi spiego meglio. La mia naturale curiosità mi porta spesso a cercare cosa si nasconde dietro quelle enormi vetrate. Capite, la tentazione è grande…. Ed invece vi dirò, non ci sono mai uomini , non so, che si fanno la barba, mamme che preparano da mangiare , figli che guardano la tv. Al contrario, tutto è sempre perfetto, la luce è accesa, la tv pure, la macchina è parcheggiata fuori casa, il gatto è acciambellato sulla finestra ma loro, gli umani, dove sono? Interrogativo inquietante che anche dopo cinque anni non sono riuscita a spiegare.

    Finalmente ero arrivata ad Hamar, una piccola stazione norvegese dove ci attendeva la coincidenza per Roros. Il piccolo treno aveva l’aria di averne viste già abbastanza per quella giornata. Infatti, era letteralmente ricoperto di neve e ghiaccio come se qualcuno lo avesse spruzzato con una bomboletta spray di quelle che si usa per carnevale. Il piccolo treno non era molto affollato, quella era l’ultima corsa della sera. A circa due ore dalla partenza, il capotreno annuncia qualcosa di totalmente incomprensibile per le mie orecchie. I passeggeri iniziarono a vestirsi velocemente. Un ragazzo, in inglese, mi disse che dovevamo scendere dal treno perchè qualcosa impediva al treno di proseguire. Sgomenta e preoccupata infilai il cappello e con armi e bagagli seguii il flusso. Un donnone enorme, forse la moglie dello yeti pensai, ridendo sotto i baffi, si avvicinò esortandomi a caricare le valigie sulla sua vettura nove posti. Non feci in tempo ad annuire, che con una mano sollevò le due valige e il computer e le pose nel retro del furgoncino. Accidenti! Con le donne qui non si scherza. Una sberla di quelle sulla faccia avrebbe fatto fare il triplo salto mortale a chiunque.

    Nel frattempo che sistemavamo i bagagli, i due controllori con le torce illuminavano i binari alla ricerca di non so cosa. Ad un tratto due alci enormi si manifestarono dal nulla, se ne stavano ritti ed immobili illuminati dai fari del treno e delle torce. Sembravano come imbalsamati, solo le orecchie si muovevano impercettibilmente. Erano così vicine che potevamo facilmente vedere il loro manto unto e irto di peli spessi che luccicavano per effetto della brina. Nessuno si stupì, solo io facevo fatica a crederci domandandomi dove cavolo mi trovavo e se ero in preda di allucinazioni. Il donnone con il taxi guidava velocemente, non ci sono autostrade da queste parti, sono tutte piccole, e ci sono tratti dove è difficile immaginare una presenza umana. Cullata dal brusio delle persone e dal calduccio che emanava il radiatore dietro le ginocchia, mi abbandonai ad elucubrazioni degne di un trattato di filosofia.

    Pensavo…, le abitudini. A casa, i termosifoni, il focolare familiare, il buon cibo ti spediscono direttamente in zone di non ritorno dove ci si abbandona volentieri. Ed è difficile staccarsene. Sei come in un limbo, più mangi e più vorresti mangiare, più ti copri e più hai freddo. Sei in un girone quasi infernale, non osi più. Segui il flusso e il reflusso direi di quell’enorme massa di notizie, chiacchiere, rumori che ti investono come boomerang. Non produci più idee se non quelle degli altri, non produci più nulla di tuo se non la rabbia e il malcontento di vivere una stagione dove sembra non ci siano vie di uscita . Relazioni contorte, rapporti difficili. Niente è più chiaro. Si gioca ai misteriosi, ci si nasconde, si dice e non si dice, si appare ma non si è. Tutto è sempre avvolto nell’alone della non chiarezza. Anche qui in facebook. Vorrei ma non posso, dico ma non dico. L’anonimato mi permette di costruirmi una nuova identità senza che i colleghi se ne accorgano. Uffa dico io, la vita e le relazioni possono essere molto più semplici. Tutto è una grande fatica. Le donne giocano alle misteriose, gli uomini è come se fossero appena sbarcati da un cargo battente bandiera liberiana .

    Silenzio.

    Di tanto in tanto un piccolo gruppo di lepri artiche faceva capolino dal bosco, mi domandavo se saremo mai arrivati, il cielo era rosa e gonfio di neve da un momento all’altro potevamo trovare la strada sbarrata dalla troppa neve caduta nelle ore precedenti. Un ragazzo si fece scendere in un posto sperduto e inforcando una bicicletta fu inghiottito dalla notte. Cercai di seguirlo con lo sguardo, ma sparì in un baleno. Non c’è niente da fare – pensavo, guardando fuori -, una volta qui le cose cambiano e ti rendi conto quanto tutto quell’affannarsi, arrabbiarsi, imprecare tutto il giorno non serve assolutamente a nulla. La realtà a volte è molto più semplice. Avevo ancora con me il quotidiano, comprato a Roma. Tutto quel rumore per nulla, il caos, gli scandali. A guardar bene da lontano, sembrava tutto un enorme teatrino. In quello spazio ristretto, seduta tra estranei in uno dei luoghi più desolati della Norvegia, mi sono sentita per un attimo a casa. Quel bianco candido luccicante, il silenzio assoluto mi avevano infuso un vero senso di pace dopo tanto rumore. Tutto si cancella, tutto è più chiaro. Se non fosse per quel velo di malinconia che ogni tanto ti assale, penseresti che il paradiso terrestre esiste davvero.

    Qualcosa di pesante mi impediva di respirare. Il peso era tutto sul lato sinistro. Aprii gli occhi e vidi come un bottoncino marrone sovrastato da due occhioni verdi che giaceva a pochi centimetri dal mio viso. Non sono mai riuscita a capire chi diavolo gli aveva insegnato a mettersi in quella posizione. Ginger giaceva preciso con la testa sul cuscino come un umano e coperto quel che basta fino alla vita dalla coperta di lana. Ma tu guarda! Se non gli avessi intimato di scendere immediatamente, sarebbe stato in quella posizione per tutto il resto del giorno. Altro che husky siberiano.
     
    Luisa Trojanis.
     

     

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    La scomparsa di Jerome Salinger e di Howard Zinn. Se ne vanno due voci critiche della cultura americana

    domenica 31 gennaio 2010

    Prato - Due voci importanti della cultura americana del ‘900 ci hanno lasciato a poche ore di distanza, mercoledì 27 gennaio.

    La morte di Jerome Salinger, l’autore del romanzo di culto Il giovane Holden,  ha avuto la giusta eco sui principali organi di informazione. E’ invece passata quasi inosservata la scomparsa di Howard Zinn, nome senz’altro meno noto al grande pubblico rispetto al celebre scrittore, ma figura fondamentale per la rilettura critica di certi aspetti controversi della storia americana.  La sua Storia del popolo americano rappresenta una pietra miliare nella storiografia. Zinn adotta il punto di vista delle persone escluse dalla storia ufficiale (poveri, nativi americani, schiavi, donne). Il suo attivismo nel movimento per i diritti civili lo ha accompagnato per quasi tutta la sua esistenza, dagli anni ‘60 fino ai giorni nostri.

    La scomparsa di Salinger e Zinn ci priva di due voci critiche, anche se è noto che lo scrittore viveva da molto tempo isolato e non partecipava al dibattito pubblico ormai da molti anni. Restano i loro testi, strumenti utili di riflessione per conoscere meglio un grande paese come gli Stati Uniti d’America.

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    La normalità nella diversità.

    giovedì 14 gennaio 2010

    FirenzeRiceviamo e pubblichiamo alcune riflessioni, formulate da una giovane donna che vive nella Lapponia svedese. Il contributo di Luisa, questo il suo nome, esprime un punto di vista da parte di una persona, originaria di Siena,  ma che vive e lavora all’estero. Un occhio, un modo diverso per analizzare il nostro Paese. Ringraziamo pubblicamente Luisa per l’interesse mostrato, senza ritorni economici – caratteristica peculiare della nostra attività -, e che tale articolo possa rappresentare un inizio di collaborazione a distanza fra l’associazione e Luisa.  

    Tanndalen (Svezia) -  Vivendo all’estero gran parte del tempo, mi accorgo sempre più di quanto il nostro Paese sia arretrato e senza speranza. Mi fa tenerezza, vedere nel mappamondo quanto la nostra penisola sia minuscola, un puntino, rispetto al resto del mondo. Eppure ci sentiamo grandi, custodi di un sapere di gran lunga superiore rispetto agli altri paesi. Tempo fa, avevo letto da qualche parte, che il 60% degli italiani è video-dipendente e che solo il 35% si dedicava a internet. Non so se ci avete fatto caso, ma a me capita che a chiunque domandi… scusa, hai internet? Mi sento rispondere: sì ma l’usa solo mio figlio, sì ma è vecchio e poi la connessione non funziona bene, oppure io e l’informatica siamo due cose diverse, etc, etc…. Questo per dire che a noi italiani tali diavolerie moderne ci sono ancora per lo più sconosciute e che preferiamo stare seduti sul divano a guardarci la televisione. Purtroppo, quello che passa in tv non è neanche la minima parte di ciò che succede nel mondo. Tutto viene filtrato, colorato, aggiustato, affinato, confezionato per un pubblico, che più è nel gregge e più facilmente può essere manipolato. Assistiamo, infatti, ad un imbarbarimento generale, un imbruttimento che si riflette negli aspetti quotidiani, nei rapporti tra persone. Visti dall’esterno siamo piagnucoloni, fobici, ossessionati dalle malattie, stiamo con la mamma fino a 40 anni e oltre, usiamo l’università come parcheggio nell’attesa che qualcuno ci dia una direzione. E poi certo, con la laurea non si può andare a pulire i gabinetti. Ma ti pare… io, e che ho studiato a fare.

    Superato lo scoglio dell’università, c’è l’incontro con il mondo del lavoro e cosa sappiamo fare? Nulla, molta teoria e niente pratica. Bene che ci vada, o ereditiamo la poltrona del babbo, oppure con la scusa del praticantato sgobbiamo per 15 ore, facendo anche meglio, il lavoro del nostro capo e pure sottopagati. Ma questo è noto a tutti. Quello che invece non è noto, è che all’estero funziona diversamente. Certamente non sono la custode di verità assolute. Ci mancherebbe! E nemmeno posseggo la bacchetta magica per cambiare la testa delle persone. Ma ho una mia verità, una personale, che può essere condivisibile o meno. Sono un punto di vista, tra tanti punti di vista, un occhio discreto che osserva lo scorrere delle cose. Una volta pensavo che avrei potuto salvare il mondo e mi incollavo sulle spalle, o almeno credevo, tutti i suoi mali. Ma poi mi sono resa conto che ciò non era possibile. Cio che potevo fare, era cercare nel mio piccolo soluzioni e strategie che potessero far star meglio me stessa e, di conseguenza, le persone che mi ruotavano intorno.  

    Stare all’estero e lavorare con gli stranieri è stata per me la panacea di tutti i mali. Con le dovute premesse, e cioè che non è tutto oro quello che luccica. Qui, se sei bravo vai avanti, non c’è discussioni. Se sei un cretino e non fai il tuo lavoro, ti cacciano a pedate, non ci sono scuse. Tutti lavorano per un fine comune, e questo vale sia per i proprietari e gli eventuali figli dei proprietari, che per i dipendenti. Al personale viene data massima fiducia, vanno e vengono dagli uffici, hanno accesso in tutto. Qui non si ribadisce: fai questo perche io ti pago. I “padroni”, se c’è da rimboccarsi le maniche, e andare a pulire i gabinetti della propria azienda perche magari tutto il personale è occupato lo fanno. Ora, questo fatto dei gabinetti non è che io sia fissata. Penso che sia un esempio inequivocabile di ciò che voglio spiegare. Il fine comune è che il cliente abbia accesso a dei servizi e che sia soddisfatto. I figli dei proprietari di una determinata azienda, lavorano spesso nella azienda di famiglia e vengono pagati e trattati alla stregua degli altri. Qui i ragazzi lasciano la famiglia presto. Molti, in attesa di trovare una propria strada, lavorano nel terzo settore, cioè come camerieri, donne delle pulizie, etc. Quando si presentano ad un posto di lavoro, giovanissimi, non sono dei babbei, sono spavaldi, sicuri di sè e i datori di lavoro trattano loro con pari dignità, senza vessazioni. Non c’è timore o paura nei loro occhi, non si legge soggezione di sorta. Le regole valgono per tutti, davvero, tutti si mangia allo stesso tavolo e tutti, e dico tutti, hanno pari diritti. 

    In questa atmosfera, il personale si sente gratificato, non ha bisogno di sotterfugi, maldicenze e di fermentare il malcontento. Figuratevi, qui si viene pagati a cottimo. Ciò significa che se lavori guadagni, punto. Ognuno ha le sue ore, le segna nel computer. Ma ci pensate in Italia una cosa del genere? Quanti di noi resisterebbero a non truccare le ore? Qui ci sono negozi, in cui dopo esserti servito con caffè e quant’altro metti i soldi nel bussolotto. Non c’è nessuno a controllarti. Quanti di noi metterebbero i soldi? Ve lo dico io, ce li mettiamo, questi cavoli di soldi, perché se siamo rispettati a sua volta rispettiamo. Rispettiamo il fatto che quel povero cristo che si è preso la briga di preparare il tutto ha lavorato per noi e noi gli siamo grati. Qui la gente quando lavora, sorride, prima di iniziare qualsiasi attività si prende un caffè e un dolce tutti insieme, si ride, si scherza. Tutti abbiamo accesso a frigoriferi, dispense, cucine. Fallo un pò in italia. Viviamo in un Paese che se uno straniero si prende dal tavolo delle colazioni, qualcosa da portarsi dietro durante la giornata, pensiamo che sia un mentecatto, un tirchio. Ma non e cosi. Non funziona cosi negli altri paesi. 

    Qui ti senti normale nella diversità. Povero, ricco, bianco, nero, con handicap, che importa. Vedo il nostro Paese come gli animali che non hanno ricevuto un proprio imprinting, non hanno avuto modo e tempo per socializzare, non hanno avuto modo di sperimentare il diverso, chi ai nostri occhi è estraneo e non corrisponde ai nostri canoni culturali. Siamo ignoranti, nel senso vero del termine, siamo accecati da una nostra cultura che ci impedisce di vedere al di là del proprio naso. Mi ci metto per prima, ancora adesso fatico a staccarmi dai clichè che mi porto dietro. L’importante è forse accorgersene, ed è già tanto con i tempi che corrono.

    Luisa Trojanis.

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    Libri, “Il caso Genchi. Storia di un uomo in balia dello stato”.

    martedì 8 dicembre 2009

    FirenzeDa domani nelle librerie il libro intervista su Gioacchino Genchi, scritto da Edoardo Montolli. Titolo: “Il caso Genchi”. Sottotitolo: “Storia di un uomo in balia dello stato”. Mille pagine in cui Genchi, consulente nell’indagine Why Not e in tantissimi processi, ricostruisce la storia degli ultimi venti anni del nostro Paese. Dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, fino all’inchiesta Why Not, avocata all’ex pm Luigi De Magistris. Nel libro, prefazione di Marco Travaglio ed edito da Aliberti, Genchi svela nuovi e diversi particolari (link).

    Link 1   

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    Appuntamenti, un ciclo di lezioni sulla storia d’Italia.

    giovedì 12 novembre 2009

    Firenze<<L’Italia unita: storia di una nazione>>? E’ il titolo del ciclo di lezioni, promosso dall’assessorato alla Cultura della Regione Toscana, con la collaborazione delle province toscane, sulla storia del nostro Paese dal Risorgimento agli anni Novanta del 1900. A organizzare gli incontri è l’Istituto Gramsci Toscano, in collaborazione con la Fondazione Turati. L’iniziativa si pone come fine quello di diffondere e approfondire, attraverso esperti della materia, le diverse fasi della storia unitaria. Ecco, in calendario, i prossimi incontri, dopo quelli già realizzati.

    Domani, - 13 novembre, ore 10 – a Livorno (sala Convegni) si parlerà di “La nascita dell’idea di nazione in Italia: dal tricolore ai moti carbonari”. A introdurre i lavori sarà Matteo Mazzoni, vice-presidente dell’Istituto Gramsci Toscano. Relatore, il professor Fabio Bertini.

    Nella biblioteca civica “C. V. Ludovici” a Massa Carrara15 novembre, ore 10 – si svolgerà l’incontro dal tema “Quale nazione nella repubblica dei partiti”? Relatore, la prof.ssa Emanuela Minuto.

    Nel prestigioso Palazzo Medici Riccardi a Firenze18 novembre, ore 17 - i presenti ascolteranno la voce del professor Simone Neri Serneri. Tema della giornata sarà “Quale nazione nella repubblica dei partiti”? 
     

    Fonte: www.gramscitoscano.org

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    E’ morto Claude Levi Strauss. Il suo pensiero ha segnato il Novecento

    martedì 3 novembre 2009

    Prato - Con la morte di Claude Levi Strauss, avvenuta lo scorso 30 ottobre ma di cui è stata data notizia solo oggi, scompare l’ultimo grande maestro del nostro tempo. Il grande antropologo, psicologo e filosofo ha realmente segnato la storia del Novecento, un secolo che ha attraversato praticamente per intero.

    Levi Strauss infatti era nato a Bruxelles nel 1908 e avrebbe compiuto 101 anni il prossimo 28 novembre. I suoi studi antropologici, maturati a seguito dei viaggi in Sudamerica degli anni ‘30, hanno dato vita a un vivace dibattito culturale. Le sue teorie si scontravano col pensiero dominante dell’epoca per la messa in discussione della centralità della cultura occidentale, ma anche quella dell’uomo nel sistema vivente.

    Più che dare risposte sensate, una mente scientifica formula domande sensate: questa una celebre frase di Levi Strauss con la quale vogliamo ricordarlo.

    (link)

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    Libri: “Come mi batte forte il tuo cuore”.

    lunedì 2 novembre 2009

    Firenze - Come mi batte forte il tuo cuore”. E’ il titolo del libro, scritto da Benedetta Tobagi che nel 1980 aveva tre anni, quando suo padre, Walter, giornalista del Corriere della Sera, fu ucciso dai terroristi della Brigata XXVIII marzo. Il sottotitolo è “storia di mio padre”. Un libro, edito da Einaudi, presente nelle librerie da domani. Walter Tobagi fu ammazzato il 28 maggio 1980. Aveva soltanto 33 anni (link).

    Link 1

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