L’EDITTO

Dietro le quinte

LA VITTORIA

Nel giugno 2002 a Cannes la Rai presentò i propri palinsesti autunnali all’universo della pubblicità. In quella serata, però, nella scaletta non c’era traccia de “Il Fatto“, a conferma dell’ulteriore alzata di spalle al programma. Nel mese successivo ci fu un incontro (2 luglio): presenti Biagi, Saccà, Mazzetti e Del Noce. Il giornalista se ne andò con un’offerta: condurre su RaiUno un programma settimanale in seconda serata, assieme ad alcuni speciali in prima serata.

«Capimmo definitivamente che per “Il Fatto” non c’era nessuna possibilità, ma ascoltammo le proposte, mettendo una pietra sopra a tutto, alle amarezze, alle offese e alle menzogne […]. Alla fine di quel giorno di luglio rimanemmo d’accordo che da lì a poco mi sarebbe arrivato il nuovo contratto».1

Le cose non andarono proprio così.

«La bozza mi arrivò solo il 18 settembre: un ritardo che considerai una mancanza di rispetto […]. Ma quando vidi, il 16 settembre, al posto de “Il Fatto” “Max e Tux” che addirittura durava meno, allora decisi che con quella gente non volevo più aver nulla a che fare e lo dissi pubblicamente. In poche parole non accettavo quel contratto».2

Un passo indietro. All’inizio dell’anno in Commissione parlamentare di vigilanza, Saccà affermò che la Rai aveva il bisogno di far fronte a “Striscia la notizia” con un programma più lungo. Alla fine di maggio, il giornalista emiliano lanciò una sfida al direttore di RaiUno Fabrizio del Noce.

«E’ legittimo che un nuovo direttore faccia il suo palinsesto. Io posso smettere di fare “Il Fatto”, ma quelli che verranno dopo, se faranno meno ascolti di noi, si dovranno dimettere. Mi sembra una sfida leale».3

Torniamo al settembre 2002. «”Max e Tux” esordì con un buon 27% di share, ma “Striscia la notizia” fece il suo record: 47% e circa il doppio di telespettatori: 14 milioni. Dopo breve tempo il nuovo programma di RaiUno scese al 18%».4 Non solo Del Noce non si dimise ma all’indomani dei non soddisfacenti risultati raccolti da “Max e Tux“, condotto da Massimo Lopez e Tullio Solenghi, criticò l’uomo di Pianaccio. «Max e Tux sono vittime della solidarietà a Biagi che ha provocato un accanimento senza precedenti contro il nuovo programma».5 Per dirla tutta il direttore di RaiUno si mise al riparo da eventuali flop annunciando qualche giorno prima dell’inizio di “Max e Tux” che sarebbe rimasto al suo posto. «Se dovesse andar male la prima puntata e qualcuno chiedesse le mie dimissioni, sappia che non le darò. Come tutti i prodotti sperimentali, dovrà avere il tempo di essere rodato».6

A dieci giorni esatti dall’esordio di “Max e Tux“, a casa Biagi arrivò una raccomandata con ricevuta di ritorno, inviata dal direttore generale Agostino Saccà. Quale fu il significato della lettera?

«Era l’esecuzuone materiale dell’editto bulgaro, non l’eliminazione della mia trascurabile persona dal video, ma la cancellazione del titolo del mio programma da un contratto e dal palinsesto di RaiUno […]. Ma è giusto che ribadisca che io, e solo io, ho deciso di chiudere con la tv».7

Il programma del duo Lopez-Solenghi andò in onda fino al 15 novembre. Qualche giorno prima il Papa Giovanni Paolo II, a conclusione della Conferenza Episcopale Italiana, si soffermò sulla televisione di Stato. «Una pubblicità apparsa recentemente a pagamento sui quotidiani ha come slogan La Rai primi in Europa, vale anche per qualità e gradimento»?8 Un ultimo tentativo di mantenere in Rai colui che rappresentò la “voce del Novecento“, fu sperimentato dal direttore di RaiTre Paolo Ruffini che, assieme al direttore del Tg3 Antonio Di Bella, si mostrò possibilista nel produrre “Il Fatto“. «[…] Il 23 settembre ho scritto ai consiglieri ripetendo la mia disponibilità a utilizzare nel 2003 sia Biagi che Santoro».9 Il direttore di RaiTre maturò l’idea di trasmettere “Il Fatto” dopo i Tg regionali. «Il Fatto potrebbe andare in onda, magari, alleggerito a cinque minuti, tra le 19.52 e le 19.57».10

«Quando la disponibilità di Ruffini e Di Bella diventò pubblica, il presidente Baldassarre obiettò che ero troppo caro per quella rete […]».
11

Un problema che Biagi risolse in poche righe, scritte all’indirizzo di Saccà.

«[…] Io sono pronto a rinunciare alle clausole finanziarie del mio contratto, che non risulta di certo tra i più onerosi (anche nel mio mestiere) e desidero che diate anche a me il compenso che tocca all’ultimo giornalista assunto (senza raccomandazioni), da spedire spedire però ogni mese a don Giacomo Stagni, parroco di Vidiciatico (BO) che in un istituto ricovera i vecchi delle mie parti che non hanno nessuno […]».12

La Rai rispose che il programma si poteva realizzare ma non dopo i Tg regionali ma prima del Tg3, alle 18,53.

«A quel punto, proprio per difendere la mia rispettabilità decisi di non aver più nulla a che fare non con la Rai, ma con questi, chiamiamoli così, signori».13

«[…] Saccà non ha mandato via Biagi, la decisione di abbandonare l’azienda è stata presa solo da Enzo: non c’erano più le condizioni per fare un certo tipo di lavoro. Non si sta in Paradiso a dispetto dei Santi».14 Il giornalista, dopo cinque anni di assenza, tornò sugli schermi Rai e questo sancì la vittoria del partigiano di “Giustizia e Libertà”.

  1. Ivi, pagg. 95, 96. []
  2. Ibidem. []
  3. Ivi, pag. 97. []
  4.  L. Mazzetti, Il libro…, op. cit., pag 105. []
  5.  Ibidem. []
  6. Corriere della Sera, 13 settembre 2002. []
  7. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 101. []
  8.  L. Mazzetti, Il libro…, op. cit., pag. 114. []
  9.  Corriere della Sera, 3 ottobre 2002. []
  10.  Ivi, 3 ottobre 2002. []
  11. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 97. []
  12.  Ivi, 98. []
  13.  Ivi, pag. 99. []
  14.  L. Mazzetti, Il libro…, op., cit., pag. 168. []

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