L’EDITTO

Dietro le quinte

IL GERME DEL MALE

«La mia responsabilità, forse, non è stata quella di ospitare Roberto Benigni […]. Sono convinto che non sia stata quella sera a indispettire il Cavaliere, più probabilmente è stata la classica goccia […]». 1

L’intervista al comico toscano fu soltanto l’ultimo atto di uno spettacolo doloroso che trovò la sua enfasi nel discorso di Sofia. In precedenza Biagi affrontò diversi argomenti nel suo programma “Il Fatto“, non graditi a Silvio Berlusconi in corsa nella primavera del 2001 per la carica di Presidente del Consiglio. Il partigiano di “Giustizia e Libertà” trattò il conflitto di interessi (La difficile partita delle tv – 6 febbraio 2001 -, ospiti Giuliano Urbani e Massimo D’Alema); parlò del libro “L’odore dei soldi“, autori Marco Travaglio ed Elio Veltri, (16 marzo 2001, presenti in studio lo stesso Travaglio e l’allora vicedirettore del Giornale Paolo Guzzanti). La trasmissione andò in onda due giorni dopo “Satyricon” dove il conduttore Daniele Luttazzi su RaiDue intervistò in seconda serata Travaglio. Con queste parole Biagi annunciò il tema della serata.

«[…]. Una battuta per dire di che cosa parla il testo dello scandalo: certi aspetti finanziari dell’impero del Cavaliere, il contributo di Bettino Craxi alla fondazione di Forza Italia, i presunti collegamenti con la mafia di personaggi del suo staff. Ancora: Berlusconi e Dell’Utri, addirittura avrebbero incontrato Totò Riina e altre figure di quel giro, nientemeno prima delle stragi di Falcone e Borsellino. Poi c’è anche un aspetto godereccio. Con la legge Tremonti, approvata quando il leader di Forza Italia era a Palazzo Chigi (1994), Mediaset avrebbe beneficiato di uno sgravio fiscale di 243 miliardi di vecchie lire»2

Circa un’ora e mezzo dopo su RaiDue, il Cavaliere intervenne telefonicamente alla trasmissione “Raggio verde“, dove in diretta, prima di rispondere ai vari quesiti sollevati nella puntata, incentrata sul libro che fece scalpore, ebbe un acceso diverbio con Michele Santoro.
Immediata fu la reazione del centrodestra alla vicenda Satyricon: lo schieramento politico chiese le dimissioni del consiglio di amministrazione della Rai, annunciò che nessun uomo politico del Polo  sarebbe mai più entrato nella Tv di Stato, i due consiglieri del Cda in quota Casa della Libertà, Gianpiero Gamaleri e Alberto Contri, rassegnarono le loro dimissioni in contrasto con il presidente Roberto Zaccaria e sulle colonne del quotidiano di via Solferino l’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti assunse una ferma posizione spiegando la legge tanto contestata. «Tremonti: la mia legge non favorì Mediaset»,
3 fu il titolo dell’articolo. Durissima fu soprattutto la replica di Berlusconi. «C’è un utilizzo dell’emittente pubblica molto grave, la sinistra orienta trasmissioni come Raggio verde, Satyricon, Sciuscià e Il Fatto per fare propaganda […]. La Rai è fuori controllo».4 L’uomo di Pianaccio con la sua consueta saggezza analizzò il momento di disagio vissuto in Rai, anticipando le decisioni, assunte da lì a poco dalla Commissione parlamentare di vigilanza che approvò il regolamento sulla “par condicio”.

«[…]. Per quattro giorni niente politici in dieci trasmissioni televisive e in tre radiofoniche: il tempo di preparare un regolamento sulla par condicio: ovvero, stesse opportunità per tutti. Una volta c’era la clessidra che misurava il tempo dei partecipanti alla tavola rotonda, che poi era quadra, perché dipendeva dalla testa dei contraddittori. Insisto: ma ho in mente Pajetta che con una battuta distruggeva l’avversario e conquistava la platea. L’uguaglianza dei minuti non contempla anche la parità dell’intelligenza […]».5

Un altro segnale premonitore della dichiarazione di Sofia avvenne il 26 marzo 2001 su Telelombardia nella trasmissione “Iceberg“, condotta da Daniele Vimercati. In studio Alberto Di Luca, Forza Italia, Maurizio Gasparri, allora vicepresidente dei deputati di An e Rocco Buttiglione, Cdu. Il conduttore domandò agli ospiti: «Berlusconi ha detto: “Ci sono sette o otto trasmissioni in Rai che sono condotte da attivisti politici”. Io vorrei sapere da voi quali sono».6 «Lì fu fatta quella che la stampa definì la “lista di proscrizione”, che comprendeva oltre ai sempre citati Biagi, Santoro, Luttazzi, anche Fabio Fazio […], Piero Marrazzo e tutto il Tg3 […]».7

«Per la cronaca devo dire che il primo a sollevare la questione della mia cacciata fu l’onorevole Maurizio Gasparri […]. Qualche mese dopo l’onorevole divenne ministro delle Comunicazioni».8

Il caldo nelle stanze di Viale Mazzini divenne rovente all’indomani delle uscite di Indro Montanelli contro il Cavaliere, già criticato dal cronista in una puntata del “Raggio Verde“. «Quando decise di fare politica cercai di dissuaderlo, come anche Letta e Confalonieri. Era stato corretto sino allora come editore del giornale che dirigevo, poi pretese facessimo la sua politica, nel modo più volgare possibile».9 Così, l’intervento telefonico di Montanelli alla trasmissione di Santoro. Berlusconi lo bollò come un «ingrato». E aggiunse: «Come fanno a dire di me certe cose? […] Io ho sempre lasciato la massima libertà ai miei dipendenti, io li ho difesi, io sono l’editore più liberale che si possa immaginare e in Mediaset ci sono più giornalisti della sinistra che della mia parte».10 Il giornalista toscano, il giorno dopo la messa in onda di “Iceberg” e la lettera di minaccia ricevuta, rispose alle domande di Biagi (27 marzo 2001). Montanelli paragonò Berlusconi, definito in quella stessa serata dal cronista di Fucecchio «il più grande piazzista»,11 ad un virus per l’Italia. «Auguro, adesso naturalmente scandalizzerò tutti, la vittoria di Berlusconi, perché Berlusconi è una di quelle malattie che si curano con il vaccino. Per guarire di Berlusconi ci vuole una bella iniezione di vaccino di Berlusconi».12

«Quell’intervista con Montanelli, vista da più di sette milioni di italiani, fu forse più criminalizzata di quella con Benigni. E infatti ci fu un atto di censura causato anche dalla nostra ingenuità. Nel pomeriggio prima della messa in onda mandammo stralci delle dichiarazioni di Montanelli alle agenzie […]. Appena le agenzie uscirono si mossero il direttore di RauUno, Maurizio Beretta, e il direttore generale Claudio Cappon imponendo a Loris di tagliare Indro, la frase in cui diceva che Berlusconi avrebbe governato senza le quadrate legioni ma con molta corruzione, e quella che conteneva la sua dichiarazione di voto per il centrosinistra: “Pur pieno di difetti però non fa paura, mentre questa destra mi fa paura” […] Devo confessare che accettammo il taglio di quelle frasi senza creare nessuna resistenza […], soprattutto in quanto, nella parte finale, che non avevamo mandato alle agenzie, Montanelli, ripeteva esattamente gli stessi concetti».13

Lo scontro diventò ancor più duro: Biagi incassò una serie di critiche, alcune di pessimo gusto, ma il partigiano di “Giustizia e Libertà” non si scompose. Giuliano Ferrara sulle pagine di Panorama scrisse: «Sono un riconosciuto maestro di partigianeria. E mi sono chiesto se avrei mai fatto contro un D’Alema ciò che ha fatto Enzo Biagi in tv contro Berlusconi. In quel caso sarei andato in camerino. E mi sarei sputato in faccia».14 L’uomo di Pianaccio fu criticato anche dal senatore a vita Giulio Andreotti, mentre alcuni esponenti di An proposero di mutare nome al programma: da “Il Fatto” all’insulto. Il cronista emiliano fu anche denunciato per violazione della “par condicio” all’Authority ma fu assolto. Nessuna pendenza a carico del programma, ovvero rispetto della “par condicio”. Il Polo continuò ad attaccare il presidente Zaccaria, per nulla intenzionato a dimettersi. Il conduttore del “Il Fatto” ricevette la solidarietà dell’Usigrai (sindacato dei giornalisti Rai), della Federazione della Stampa e di diversi giornalisti che scrivevano a Panorama dove Biagi e Montanelli avevano collaborato per lungo tempo. Il 29 marzo i due consiglieri, Gamaleri e Contri, dopo l’approvazione del regolamento sulla “par condicio” e l’invito a rimanere dei presidenti di Senato e Camera, Nicola Mancino e Luciano Violante, tornarono nel Cda ritirando le loro dimissioni.
Il 17 aprile Biagi dedicò un’altra puntata a Silvio Berlusconi, intitolata la “Bibbia del Cavaliere“. Alla serata, in nome sempre della “par condicio”, parteciparono Emilio Fede, Furio Colombo, Vittorio Feltri ed Ezio Mauro. A distanza di anni, secondo il cronista fu probabilmente proprio questa trasmissione a far indispettire più dell’intervista a Montanelli e di tutto il resto il capo del centrodestra.

«Cominciai così: Il fatto editoriale del secolo. Già Dio ha qualche preoccupazione per la Bibbia, che, nel nostro Paese, in un anno raggiunge quattro milioni di lettori. Il volume autobiografico “Una storia italiana”, che racconta vita e, si può dire, anche miracoli di Silvio Berlusconi, entrerà in dodici milioni di famiglie. Forse andrebbe rivisto il titolo: “Una storia mondiale” , perché non si conosce una vicenda che sta alla pari con questa. Comincia cantando a bordo di una nave e poi ha un repertorio che conquista milioni di elettori. E’ una trama affascinante come “Via col vento”».15

In questa sequela di episodi si annidò il germe del male, ovvero un «uso criminoso della televisione».16

  1. Enzo Biagi, Era ieri (a cura di Loris Mazzetti), BUR, Milano, 2006, pag. 116. []
  2. Ivi, pag. 117. []
  3. Corriere della Sera, 17 marzo 2001. []
  4. Ivi, 17 marzo 2001. []
  5. Ivi, 22 marzo 2001. []
  6.  Loris Mazzetti, Il libro nero della Rai (prefazione di Enzo Biagi), BUR, Milano, 2007, pag. 180.  []
  7. Ibidem. []
  8. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 91. []
  9. Corriere della Sera, 24 marzo 2001. []
  10. Ivi, 25 marzo 2001. []
  11. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 120. []
  12. Ivi, pag. 121. []
  13. Ivi, pag. 120. []
  14. Ivi, pag. 122. []
  15. Ivi, pag. 124. []
  16. Ivi, pag. 86. []

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