BIOGRAFIA


LE ORIGINI

«Pianaccio fa parte di una piccola Italia sconosciuta, che si accontenta di poco perché ha fatto l’abitudine a non avere mai niente e conserva ingenui ideali: se votava Dc si sentiva cristiana, se votava Pci si sentiva più giusta».1

Enzo Marco Biagi nacque a Pianaccio (9 agosto 1920), frazione nel Comune di Lizzano Belvedere, al confine fra l’Emilia Romagna e la Toscana. All’età di cinque anni suo padre, Dario, fu assunto allo zuccherificio di Bologna, con la qualifica di vicemagazziniere. Restò vice per sempre.

La madre, Bice, per far tornare i conti in famiglia, cuciva camice per un grande magazzino di Bologna. Nella sua infanzia ebbe un ruolo importante il nonno paterno, Marco. Così, si chiamava ed è anche stato il secondo nome, mai utilizzato, del cronista.

«Se ne andò nel sonno: il premio che compete ai giusti. [….] Gli ho voluto molto bene».2


GIOVINEZZA

«Cara Lucia, inutile negarlo, la mia famiglia era fascista, e sbaglia per eccesso di zelo chi dovendo compilare la mia scheda personale, mette la nota: di vecchia famiglia antifascista».3

Nella famiglia dello scrittore non ci fu mai passione per la politica, eccetto in un cugino, Bruno Biagi (il figlio del fratello di suo nonno Marco) che divenne sottosegretario alle Corporazioni. Dopo la caduta del regime Bruno Biagi – avvocato, professore all’Università e presidente anche di una casa cinematografica – finì in carcere. Una volta uscito dalla galera, visse i restanti giorni andando in giro con un cappotto rivoltato, a indicare forse la sua vergogna. Nell’elenco delle camice nere figurano anche due zii: il primo Gigi, che morì fucilato; il secondo Enzo, ingegnere (fratello del babbo di Enzo Biagi) e preside di una scuola superiore di Forlì. L’ingegnere e sua moglie, Luisa, sorella di Giorgio Pini (altro parente) – questi fu direttore de Il Popolo d’Italia, il giornale di Mussolini – tennero a battesimo il piccolo Enzo che ereditò il nome proprio dal preside emiliano.

«Quando mia nonna maestra ebbe l’ordine di trovare arruolati, fui arruolato […] d’ufficio. Da lì ha origine il mio antimilitarismo: per colpa dei pantaloncini grigioverde che pungevano le gambe. Non mi piaceva neppure giocare alla guerra e più tardi nelle esercitazioni degli avanguardisti […], avevo scelto la parte del ferito. Non correvo all’assalto ma mi sdraiavo sulla barella».4


I PRIMI LAVORI

«Prima si fanno i compiti e dopo si va a giocare. Io ho giocato pochissimo perché dai quattordici anni in poi mi sono praticamente mantenuto da solo. I miei genitori non mi hanno mai pagato niente».5

Durante l’estate, approfittando delle vacanze scolastiche, il giovane Biagi iniziò a lavorare in una fabbrica di medicinali impacchettando la camomilla. Fece, assieme a suo padre, anche la comparsa al Comunale di Bologna e, forte delle sue capacità nelle materie umanistiche, si impegnò nel dare ripetizioni. Lavorò inoltre in uno zuccherificio dove l’orario di servizio era suddiviso in tre turni: dalle ventiquattro alle otto il primo giorno, dalle otto alle sedici il secondo e il terzo dalle quattro del pomeriggio a mezzanotte.

«Il fetore delle barbabietole che bollivano, un odore che mi sono portato dietro per tutta la vita, mi chiudeva lo stomaco».6


I FERRI DEL MESTIERE

«Ho sempre sognato di fare il giornalista, lo scrissi anche in un tema alle medie: lo immaginavo un “vendicatore” capace di riparare torti e ingiustizie; forse perché uno dei libri che hanno lasciato in me un segno è stato Martin Eden di Jack London e perché ero convinto che quel mestiere mi avrebbe portato a scoprire il mondo».7

All’età di otto anni lasciò Pianaccio e insieme alla famiglia si trasferì a Bologna. Nella città emiliana frequentò l’istituto tecnico “Pier Crescenzi” dove studiava ragioneria. In quegli anni, assieme ad altri compagni di scuola, realizzò un giornalino studentesco dal nome Il Picchio. La rivista, ovviamente, non aveva regolari permessi e così il regime fascista mise fine all’avventura. Nel 1937, all’età di diciassette anni, compose il suo primo articolo, pubblicato sul quotidiano L’Avvenire d’Italia, dedicato al dilemma sorto nella critica letteraria dell’epoca se il poeta di Cesenatico Marino Moretti fosse o no crepuscolare. Cominciò così a collaborare con l’Avvenire d’Italia occupandosi di cronaca, di colore e di brevi interviste a cantanti lirici.

«Sono entrato nel mondo della stampa dalla porta principale. Non lo dico per orgoglio, ma perché non conoscevo proprio nessuno che potesse aiutarmi».8


IN TEMPO DI GUERRA

All’incirca un anno dopo l’inizio della Seconda Guerra Mondiale – 1° settembre 1939: le truppe tedesche invasero la Polonia – Biagi fu assunto dal Carlino-Sera, versione serale del Resto del Carlino, come estensore delle notizie, ovvero colui che aveva il compito di sistemare gli appunti portati dai giornalisti. Siamo nel 1940 e l’Italia, dopo aver proclamato inizialmente la propria “non belligeranza”, vale a dire una specie di “pace armata”, il 10 giugno entrò in guerra con la Francia e la Gran Bretagna abbracciando l’ideologia della “guerra proletaria” a fronte delle potenze in quel momento in declino. L’allora giovane Biagi fu mandato per le strade della città a raccogliere le reazioni delle persone alla dichiarazione di guerra.

«C’era dovunque diffuso un senso di angoscia, ma il giorno seguente, sul Popolo d’Italia, il quotidiano del duce, si poteva leggere “Ancora una volta Mussolini ha pronunciato la parola paurosa e fascinatrice: guerra».9

Il 1940 è anche l’anno in cui il giovane cronista conobbe Lucia Ghetti, maestra elementare e sua futura sposa. Il matrimonio fu celebrato tre anni dopo – 18 dicembre 1943 – a Pianaccio nella chiesa dei Santissimi Giacomo e Anna da don Giuseppe. Nel frattempo diventò giornalista professionista (30 giugno 1942), e lo chiamarono alle armi (agosto 1942): non fu destinato al fronte per problemi cardiaci che lo accompagneranno per tutta la sua vita. Nello stesso anno morì suo padre (28 ottobre 1942). Aveva solo cinquantun anni. Torniamo di nuovo al 1943. L’Italia si arrese firmando il 3 settembre l’armistizio reso successivamente pubblico l’otto dello stesso mese dal maresciallo Badoglio, nominato dal re capo del governo a fronte della crisi del regime. La decisione fu assunta in seguito all’iniziativa di Dino Grandi – ministro del governo fascista ed editore del Resto del Carlino – che riuscì il 25 luglio a mettere in minoranza la corrente di Mussolini che fu arrestato. Il governo Badoglio dei «quarantacinque giorni» (25 luglio – 8 settembre) riuscì a portare fuori l’Italia dall’alleanza tedesca.

«Dell’8 settembre del ’43 mi ricordo tutto come se fosse ieri. A Bologna era una giornata afosa […]. Radio Londra, poco prima delle sei del pomeriggio, con una trasmissione speciale, diede la notizia: l’Italia aveva chiesto l’armistizio. “Per noi è finita”, cominciarono a urlare per le vie. I soldati buttavano via le giberne, lanciavano in aria i berretti. […] Vidi delle donne che ballavano sotto i portici istericamente, sbaciucchiandosi, e io non riuscivo a partecipare a quella letizia, ero contento che non si sparasse più, certo, ma pensavo a quelli che non sarebbero tornati […]».10

L’entusiasmo per l’armistizio durò soltanto poche ore: la mattina del 9 i tedeschi sparavano per le vie di Roma rastrellando i militari italiani. Direzione campi di concentramento. Mussolini fu liberato dai tedeschi riprendendo la testa del neofascismo. Il regime assunse il nome di Repubblica sociale italiana e la sede del governo fu stabilita a Salò.

Sul versante opposto la nascita, in nome della libertà, del movimento della resistenza che abbracciò tutte le classi sociali, ma la massa dei combattenti era formata da contadini, operai, piccoli borghesi. Protagonisti del movimento partigiano furono le formazioni “Garibaldi” (comuniste), “Matteotti” (socialiste), “Giustizia e Libertà” (partito d’azione). Al fianco di queste vi furono altre organizzazioni, con orientamento moderato: le “autonome”, composte in gran parte da monarchici -badogliani, formazioni democristiane e partigiani liberali. Queste ultime tre forze erano decisamente minoritarie sul piano numerico ma avevano una grande influenza sulla Chiesa, sulle classi alte e sugli alleati che appoggiavano più volentieri le forze moderate che quelle di sinistra.

«Nei quattordici mesi da partigiano sull’Appennino tosco-emiliano, insieme al nostro gruppo di Giustizia e Libertà, nei boschi della Segavecchia, oltre a noi del Partito d’Azione, ho visto solo comunisti e socialisti, mentre di liberali e democristiani non ne ho incontrato nessuno. Sarà stata sfortuna».11

A distanza di poco più di un mese dalle nozze, all’inizio del 1944 Biagi decise di schierarsi coi partigiani – formazione Giustizia e Libertà, espressione del partito di azione – raggiungendo il gruppo alla Segavecchia, sotto il Corno alle Scale. Un centinaio di ragazzi comandati da Pietro Pandiani. In quei mesi (quattordici), lunghi, duri e macchiati da scontri con le forze tedesche, il partigiano Enzo fece un giornale, Patrioti. Furono realizzati tre numeri con il sottotitolo “pubblicazione della Prima Brigata Giustizia e Libertà”.

«Il primo numero uscì il 22 dicembre 1944: accanto al logo della testata, dove oggi viene messa la pubblicità, io scrissi: Esercito Partigiano, Divisione Bologna[…]. Non mi vergogno di ammettere che sono stato un combattente anomalo. La mia pistola non ha mai sparato un colpo, ho attraversato terreni minati, ho fatto la spola tra un comando e l’altro, ho raggiunto gli Alleati sotto le bombe […]. Ho vissuto anche quel periodo da cronista».12

Il 21 aprile 1945, assieme alla sua Brigata, il partigiano Biagi entrò a Bologna. L’arrivo in città della sua formazione fu salutato a festa.

Il 25 aprile 1945 la repubblica di Salò si frantumò e nel paese si festeggiò la Liberazione.

«Cara Lucia […]. Indossavo una divisa americana, sottotenente, e avevo su una manica un piccolo tricolore e un arciere, Alberto da Giussano. Allora era il simbolo del gruppo da combattimento Legnano, adesso della Lega di Bossi, vedi come cambiano le cose ?».13




IL PRIMO VIAGGIO

Dopo la guerra, rientrato nella sua Bologna, Biagi assunse il ruolo di inviato speciale e critico cinematografico al Resto del Carlino, allora denominato “Il Giornale dell’Emilia”. Il suo primo articolo che scrisse su un film, in realtà, fu nel dicembre 1937 sulle pagine dell’Araldo, edito dall’Associazione Giovanile San Gabriele dell’Adorata in Sant’Isaia, la parrocchia del cronista di Pianaccio. In quel periodo iniziò una rubrica che si intitolava “Noterelle cinematografiche”. Dopo due lustri, arrivò il momento di fare le valigie (novembre 1947). Una scena che si ripeterà tantissime volte nella sua carriera. Destinazione Londra. Dalla capitale inglese Biagi raccontò le nozze di Elisabetta, la futura regina d’Inghilterra, con Filippo di Mountbatten. Sul trono c’era il padre della giovane Elisabetta, Giorgio VI, che accompagnò la sposa all’abbazia di Westminster. Qualche mese prima, il cronista conobbe il collega Giorgio Fattori al Giro d’Italia. Biagi scriveva pezzi di costume per Stadio, Fattori invece era l’inviato per La Gazzetta dello Sport. L’anno successivo, sempre al Giro, il cronista conobbe Sandro Giovannini e Pietro Garinei, questi ultimi due presenti alla corsa in rosa per conto de La Gazzetta dello Sport e invece Biagi per Il Giornale dell’Emilia. In quegli anni Biagi mise in piedi Cronache, un giornale che realizzò in virtù del denaro che gli prestò un suo parente. Ed è proprio con tale iniziativa editoriale – presente nella redazione anche Fattori – che il giornalista conobbe Federico Fellini. Da quel momento le loro strade si intrecceranno spesso, diventarono amici, nel senso più nobile della parola.


L’ARRIVO A MILANO

«Sono contro anche a chi fa bum con la bocca».14

Questa affermazione, pronunciata da Biagi come risposta ad un collega de Il Progresso d’Italia, si rivelò sufficiente per accostare il suo nome a quelli che aderirono al manifesto di Stoccolma contro la bomba atomica. Si determinò intorno alla stessa figura di Biagi un clima di isolamento, a tal punto che il giornalista, dopo i fatti inerenti alla banda Casaroli – era il dicembre 1950 – per quasi un anno rimase con le braccia conserte. Nel novembre 1951, in seguito all’alluvione nei paesi del Polesine, il cronista fu inviato sul posto per raccontare la situazione, i danni provocati dalle acque del Po. Gli articoli di cronaca sulla provincia di Rovigo di quei giorni, vennero letti dall’editore milanese Arnoldo Mondadori che offrì a Biagi il posto di caporedattore a Epoca. A quei tempi la rivista era diretta da Bruno Fallaci, lo zio di Oriana. L’aria pesante, quasi irrespirabile per un Biagi definito addirittura un sovversivo per le sue idee contro la guerra, contribuì nell’uomo di Pianaccio a imboccare, insieme alla famiglia (la moglie e le due figlie, Bice e Carla – la terza figlia Anna nacque nel capoluogo lombardo) la strada verso Milano.

«Facemmo fatica ad abituarci al rumore, ai rumori della vita della grande città».15

Dopo soltanto una manciata di mesi dall’arrivo di Biagi a Epoca, Fallaci lasciò la direzione e al suo posto fu chiamato Renzo Segala. Era il 1952 e la rivista andava male. Dopo un po’ Segala, assieme a Mondadori, andò in America ma prima di partire lasciò le dovute indicazioni al caporedattore emiliano.

«Segala […] mi lasciò gli appunti per la gestione dei numeri in sua assenza: numero 34, copertina fiorisce primavera, foto di fiori, numero 35 Trieste italiana, foto di Trieste».16

Ma accadde un evento che mutò la scaletta. L’11 aprile del 1953 sulla spiaggia di Ostia fu trovato il corpo di una ragazza, Wilma Montesi, 21 anni, morta per annegamento. Dal caso Montesi ne nacque uno scandalo – successivamente rivelatosi falso – poiché coinvolse l’alta borghesia della regione Lazio e il figlio del vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri Attilio Piccioni, il quale rassegnò le dimissioni. Biagi dedicò la copertina al fatto e con il suo consueto equilibrio fece una ricostruzione capillare ed innovativa dell’accaduto. Fu un successo. La rivista andò a ruba. Un boom di vendite.

«Quando Mondadori e Segala ritornarono dall’America avevo guadagnato 80/90 mila copie».17

Fin dall’inizio il rapporto fra Segala e Biagi non fu idilliaco. Dopo un po’ Segala lasciò la direzione e Arnoldo Mondadori nominò direttore Biagi che aveva soltanto trentatré anni.

«Lo fui per otto anni».18

Un periodo in cui la redazione vantò il lavoro di firme prestigiose, come Enzo Bettiza e Cesare Zavattini, proprio quest’ultimo ebbe l’idea di dar vita a “Italia domanda“. Una rubrica che fu curatada Alfonso Gatto, dallo stesso Bettiza, Gianluigi Rosa e Giorgio Fattori. Il settimanale spiccò il volo: nella rivista c’erano i fatti, gli approfondimenti delle notizie, le grandi inchieste, le storie. Tutto ciò che voleva un lettore.

In virtù dei buoni uffici fra Arnoldo Mondadori e il Vaticano, ad Epoca riuscirono addirittura a pubblicare alcune fotografie di Pio XII con un canarino.

«Ce le avevano trasmesse direttamente alcuni monsignori. Tutto bene, ma qualche tempo dopo uno di loro mi chiese in cambio qualcosa che consideravo inaccettabile. Gli risposi di no, ma lui continuava a telefonare e allora gli dissi: Sta scritto di alloggiare i pellegrini, ma non di metterli nel letto con la propria moglie».19

Nel 1960 terminò l’avventura di Biagi al settimanale milanese. Ad alzare la voce fu la politica, nella fattispecie l’allora presidente del Consiglio Ferdinando Tambroni. Nel Paese c’erano stati diversi scontri, fra cui quelli di Genova e i morti di Reggio Emilia.

«[…], nel 1960 fui allontanato da Epoca […]. L’iniziativa la prese il presidente del Consiglio Ferdinando Tambroni, democristiano alla guida di un monocolore sostenuto dal Movimento sociale italiano, dopo un mio editoriale sullo sciopero dei metalmeccanici a Reggio Emilia caricati dalla polizia, comandata dal ministro Scelba, che sparò sui manifestanti e ne uccise cinque».20

Il suo ultimo editoriale: Dieci poveri inutili morti. Fu il primo licenziamento nella carriera di Biagi. Ma non rimase disoccupato per molto tempo. Alla notizia del suo licenziamento, Giulio De Benedetti, direttore della Stampa, ebbe una reazione gioiosa ( “Che bella notizia”!), pari quasi a chi è in procinto di fare acquisti, usando un gergo caro al mondo del pallone, durante il calciomercato. Così, iniziò la sua avventura come inviato speciale alla Stampa. Un’esperienza che durò circa dieci anni.


LA SUA SECONDA FAMIGLIA

«Ero l’uomo sbagliato nel posto sbagliato: non sapevo tenere gli equilibri politici, per dire la verità, proprio non mi interessavano, e soprattutto non ho mai amato stare al telefono, in modo particolare con onorevoli o sottosegretari che non proponevano ma davano direttive».21

Prima di partire alla volta della Polonia come inviato speciale della Stampa, Biagi fu contattato dall’allora direttore generale della Rai Ettore Bernabei – conosciuto a Torino – che gli chiese di produrre un servizio anche per la televisione. Il cronista prese spunto da un libro, il Diario di David Rubinowicz, passato in secondo piano ai più.

«Era la storia di un bambino ebreo polacco, figlio di contadini, che annotava giorno per giorno, sul quaderno di scuola, quello che avveniva nel suo villaggio durante l’occupazione nazista. Mi colpì una frase: “Oggi sono arrivati i tedeschi, hanno portato via la ragazza più bella”. Poi i nazisti portarono via anche lui. Per sempre».22

Sulle vicende del piccolo David, Biagi realizzò per la Tv il suo primo documentario, intitolato “Il Giudice“. Per la cronaca il bambino fu deportato ad Auschwitz. Dopo questo servizio Bernabei offrì a Biagi la direzione del telegiornale.

«Sono certo, anche perché lo ha scritto nelle sue Memorie, che Bernabei mi fece la proposta per considerazioni puramente professionali […]. Mi convinse la garanzia di indipendenza datami dal direttore generale, uomo molto perbene».23

Il 1° ottobre del 1961 Biagi fu assunto in Rai. Cambiò il modo stesso di fare il telegiornale realizzandolo come fosse un giornale, dando più voce agli italiani e meno alla politica. Cambiò le abitudini romane: riunioni di prima mattina, diede vita anche al turno di notte e furono realizzate due edizioni del Tg, alle 20,30 e alle 23.

«A volte arrivavo in redazione alle 8 con i giornali già letti».24

La sua presenza al telegiornale rappresentò un cambiamento: gettò nel cestino le varie sagre e inaugurazioni da parte di questo o quell’altro ministro, occupandosi invece dei problemi degli italiani. Aprì le porte alla politica estera, fino a quel momento poco trattata. Fece debuttare come commentatori televisivi Giorgio Bocca (intervenne sui preti proprietari terrieri) e Indro Montanelli – oggetto Trockij e Stalin -, per sua volontà arrivò l’assunzione anche per l’allora giovanissimo Emilio Fede.

«Feci assumere Emilio Fede che era da tanti anni precario a Torino. Dissi a Bernabei: O lo assumete o smettere di farlo lavorare».25

Fra le notizie trasmesse in quei giorni, il neodirettore diede spazio agli esperimenti nucleari dell’Unione Sovietica. La risposta del presidente Kennedy non tardò ad arrivare e fra le due grandi potenze si inserì anche la Francia che fece esplodere la sua prima bomba atomica nel Sahara. Sono gli anni della corsa agli armamenti, in Italia invece è in arrivo il boom economico. I sismografi di quei tempi registrarono l’esplosione di ventisei bombe nucleari, ovvero settemila volte la potenza della bomba lanciata su Hiroshima.

«E io non dovevo aprire il telegiornale con questa notizia»?26

Il dito è puntato contro il direttore del Tg, questa volta per opera di Guido Gonnella, democristiano, che in una interrogazione parlamentare al ministro degli Interni Mario Scelba accusò Biagi di “essere fazioso e non allineato alla ufficialità”. Non fu digerita nemmeno la scelta del direttore di intervistare per la prima volta nella nota rubrica “Tribuna politica” il leader del Pci, Palmiro Togliatti. La destra non risparmiò critiche e sollevò una campagna minacciosa contro Biagi che coinvolse anche una delle sue figlie, Bice.

«[…] un settimanale scandalistico di estrema destra – Lo Specchio – aveva fatto stampare e diffondere un volantino su cui era scritto: “Abbasso Biagi che ha portato i comunisti dentro la Rai!”. E Bice […], ha avuto l’amaro piacere di leggerlo: ricorderò sempre il suo sguardo stupito e addolorato».27

Altre polemiche nacquero quando Biagi decise di non aprire il Tg con il congresso della Democrazia cristiana a Napoli ma raccontando la storia di Salvatore Gallo, un contadino della Sicilia, condannato per errore all’ergastolo (1956) per l’omicidio di suo fratello Paolo. In realtà il fratello fu ritrovato mentre dormiva il 7 ottobre del 1961 in una casa di campagna. Salvatore nel frattempo era morto. Questo errore giudiziario porterà il Parlamento a modificare il Codice di Procedura Penale introducendo il principio della revisione dei processi.

«Secondo me questa storia interessava gli italiani molto più delle relazioni del Congresso di Napoli».28

Altro servizio oggetto di discussione fu quello riguardante Don Zeno, fondatore di Nomadelfia. Gli attacchi questa volta arrivarono dall’Osservatore Romano, di diverso avviso fu invece il Pontefice.

«[…] Bernabei mi riferì che a Papa Giovanni XXIII era molto piaciuto».29

Da lì a poco nacque anche il Tg2, il primo direttore fu Enzo Biagi che nel marzo 1962 creò il primo settimanale della televisione italiana: “RT-Rotocalco televisivo“. Il programma, fatto di servizi, approfondimenti, storie, a carattere quindicinale, era programmato sia sul primo che sul secondo canale in prima serata. Ad anticipare, e non di poco, le trasmissioni in piazza, fu il servizio, realizzato da Gianni Bisiach, sulla mafia. Per la prima volta in Tv si parlò di mafia e furono fatti i nomi di Bernardo Provenzano e Totò Riina.

«Andammo a Corleone, tutti i suoi abitanti scesero in strada e vennero fatti i nomi di Luciano Liggio, Totò Riina, Bernardo Provenzano e spiegammo i legami fra Cosa Nostra e la mafia americana […]. Avevamo anticipato i tempi, portando le telecamere tra la gente e dando voce alla piazza».30

Dopo però un anno, Biagi ancora una volta in punta di piedi decise di togliere il disturbo rassegnando le dimissioni da direttore. Uscì da via Teulada con un rapporto di collaborazione. Non gli mancarono attestati di affetto e stima. Fra questi fecero sentire la loro presenza Giovannino Guareschi, Giangiacomo Feltrinelli, Sandro Giovannini, Pietro Garinei e lo stesso Ettore Bernabei.

«Ma a Roma non mi trovavo bene: tutto era politica […]. Più volte mi chiesi perché […], Bernabei mi aveva chiamato, ma non c’è stato tempo per la risposta perché dopo un mese gli dissi che sarei rimasto solo per un anno […]. Così finì la mia direzione ma non la mia avventura televisiva che è durata, in modo diverso, quarantun anni».31

Biagi tornò a Milano continuando a lavorare per la Stampa e avviando un rapporto di collaborazione con l’Europeo ed è proprio per conto di questo settimanale che nel 1966, Biagi fu inviato al Festival di Cannes. Nel 1969 realizzò per la Rai “Dicono di lei“, dieci puntate dedicate a personaggi famosi intervistati senza che gli ospiti, sotto i riflettori delle telecamere, conoscessero il contenuto dei documenti, filmati e ritagli di giornali raccolti pro o contro di loro.

Sempre nel 1969 lasciò la Stampa poiché Angelo Rizzoli – il commenda – gli offrì il ruolo di direttore editoriale della sua casa editrice.




LA TERZA DIREZIONE

«Sì, adesso, a distanza di tanti anni, posso dire che è stato un errore, non si dovrebbe mai ritornare dove si è già stati, soprattutto se si è stati felici».32

L’esperienza alla guida della casa editrice di Angelo Rizzoli durò pochissimo. All’inizio del 1970 il petroliere Attilio Monti, proprietario anche di zuccherifici e giornali, come La Nazione, offrì a Biagi la direzione del Resto del Carlino. L’uomo di Pianaccio accettò, attratto anche dall’idea di ritornare alla terra di origine.

«[…] Adesso anch’io potevo lavorare al Resto del Carlino e cenare la sera a casa mia a Sasso Marconi, parlare con mia madre, sentire gli uccellini cantare sugli alberi del giardino. A volte decisioni molto serie e importanti vengono prese sull’onda emotiva di piccole cose che ci sono care».33

Dopo Epoca, il Tg, fu così la volta del Resto del Carlino. Firmò il contratto nel gennaio del 1970 e sei mesi dopo (22 giugno 1970) pubblicò il suo primo editoriale.

«[…]. Racconteremo i fatti, tutti i fatti, senza cadere nel tanto diffuso peccato di omissione. Non abbiamo nulla da temere e da offrire, e niente da nascondere […]. Tu, lettore, sei il nostro vero padrone: viviamo di copie e di pubblicità. Se non sei soddisfatto, diccelo. Ci aiuterai a migliorare […]. Consideriamo il quotidiano un servizio pubblico: come i trasporti o l’acquedotto. Non manderemo nelle vostre case acqua inquinata».34

Biagi ancora una volta fece un giornale diverso: abolì la rubrica del lunedì, attenta a come trascorreva il fine settimana l’allora ministro delle Finanze Luigi Preti, condusse sulle pagine del Carlino una lotta contro l’evasione fiscale, criticò l’azione di governo per aver incrementato le tasse agli italiani, pubblicò il matrimonio di Al Bano con Romina Power e dedicò una pagina intera alla recensione di padre Fabretti a “Lettera a una professoressa” . Il neodirettore scrisse anche un pezzo dal titolo Grand Hotel: Biagi fece presente, prendendo spunto da una cronaca cittadina, che al Grand Hotel di Rimini si era svolta una festa e nell’elenco dei partecipanti c’era anche il socialdemocratico Luigi Preti che smentì. Biagi pubblicò la smentita del ministro delle Finanze, accompagnata da un suo commento.

«Forse lo sbadato cronista ha visto il ministro al Grand Hotel durante la presentazione della sua ultima opera, forse ha preso un abbaglio: in ogni caso, ci scusiamo dell’inesattezza […]. Siamo dell’idea che i politici, anche se socialisti, non abbiano il dovere di vivere sotto i ponti […]».35

Biagi firmò anche un editoriale, intitolato “Rischiatutto” – dal nome della celebre trasmissione condotta da Mike Bongiorno – per mettere in luce come la politica era troppo presa dalle manovre per la successione di Giuseppe Saragat al Quirinale e poco concentrata sui tanti problemi dell’Italia. La politica ancora una volta si rese protagonista in negativo e il 30 giugno 1971, con un editoriale diede l’addio ai lettori del Carlino.

«Sono sicuro che sul mio allontanamento dal Resto del Carlino l’onorevole Preti abbia messo una buona parola».36

Nell’estate del 1971 Biagi realizzò per la Rai da Bologna anche un programma dal nome “Terza B: facciamo l’appello” dove personaggi famosi incontravano amici dell’adolescenza, ex compagni di scuola, i primi amori. Terminata l’avventura, la terza, come direttore, Biagi approdò nuovamente alla Stampa come inviato speciale. Anche in questo caso si trattò di un ritorno.

«Tornai grazie alla generosità che Giovanni e Umberto Agnelli hanno sempre mostrato nei miei confronti […]».37


VIA SOLFERINO

Un’aria greve si respirava al “Corriere della Sera”, quando nel 1972 la famiglia Crespi – proprietaria del quotidiano -, costrinse l’allora direttore Giovanni Spadolini a lasciare l’incarico. Al suo posto fu chiamato Piero Ottone (15 marzo 1972) che diede una nuova impronta al giornale. Lo stesso Paolo Murialdi, ex consigliere di amministrazione della Rai, dirà:«Ottone predica un giornalismo liberal, senza conformismi e senza pregiudizi […]».38 Il corpo redazionale si spaccò e in diversi accusarono Ottone di aver instaurato un “soviet” in redazione. Lo stesso Montanelli, in dissenso con la nuova linea del giornale si allontanò da via Solferino. Lo seguiranno firme di prestigio come Enzo Bettiza, Mario Cervi, Egisto Corradi, Guido Piovene e Gianfranco Piazzesi. Con loro e altri giornalisti di diversa provenienza, Montanelli realizzò nel 1974 il “Giornale Nuovo”. Il primo numero uscirà il 25 giugno 1974. Ai primi di luglio la famiglia Crespi cedette la proprietà del Corriere della Sera al gruppo Rizzoli che confermò Ottone alla guida della testata. Lo stesso Ottone allargò la cerchia delle grandi firme chiamando sempre nel 1974 Alberto Ronchey ed Enzo Biagi, entrambi assunti.

«Quando leggevo il Corriere della Sera, il quotidiano che è sempre stato il più autorevole, ero attratto dai titoli e prima di cominciare l’articolo andavo a vedere chi l’aveva scritto […]».39

In via Solferino intanto gli attacchi alla guida di Ottone si erano moltiplicati. La famiglia Rizzoli scelse la via della crescita editoriale. Le iniziative però furono costose e non produssero i risultati attesi. Nel luglio 1977 la società editrice fu ricapitalizzata. I nuovi soci chiesero al gruppo Rizzoli un cambio di direzione al Corriere. Ottone anticipò tutti e si dimise (22 ottobre 1977). Al suo posto fu nominato Franco di Bella, allora direttore del Resto del Carlino ma cresciuto in via Solferino.

«Ma la sua scelta per il dopo Ottone appare il segno della definitiva chiusura di un ciclo liberal».40

Biagi nel frattempo realizzò per la Rai diversi programmi, fra cui Un giallo vero (1974), Trent’anni dopo (novembre 1975-gennaio 1976), Proibito (giugno-agosto 1977), Douce France (1978) e Disonora il padre (1978)


IL SODALIZIO CON REPUBBLICA

Con il passar dei mesi, l’aria nei corridoi del Corriere della Sera divenne sempre più irrespirabile.

Il culmine fu raggiunto quando scoppiò lo scandalo della loggia P2: nel maggio 1981 il governo decise di diffondere le liste degli iscritti. Fra gli affiliati anche il direttore Franco Di Bella che abbandonò il giornale. A fronte di ciò diversi giornalisti, fra cui lo stesso Biagi, deciserono di lasciare via Solferino. L’acqua, questa volta, fu inquinata e dopo la scoperta del caso Gelli, furono scoperti particolari inquietanti. «Interventi allarmanti come quello effettuato da Gelli, quando il capo della P2 sollecitò (per la verità, invano) il licenziamento di Enzo Biagi, reo di non aver usato particolari riguardi alla massoneria in una trasmissione televisiva».41

«Decisi immediatamente di andarmene perché, lo dico sinceramente, non mi sentivo più a mio agio […]. Perché quello non era più il vecchio Corriere, che per la sua integrità era sempre stato – anche ai tempi oscuri del fascismo – il più autorevole quotidiano del Paese».42

Da lì a poco una nuova proposta, in verità due, si presentarono sul tavolo di Biagi: una formulata di nuovo dall’avvocato Agnelli, la seconda da Eugenio Scalfari. Il giornalista emiliano sposò il progetto della Repubblica che fece incetta di illustri collaboratori. Il quotidiano fondato da Eugenio Scalfari così nel 1981 incassa un altro sì diventando, come ricorda lo scrittore Ajello, «un vero e proprio imperialismo delle firme».43 Biagi alterna il suo impegno con la carta stampata con quello televisivo. Per la televisione realizzò “Made in England” (maggio-luglio 1980), “Ma che storia è questa? Buonasera con Biagi” (novembre-dicembre 1980), “Il Buon Paese” (aprile-giugno 1981), “1935 e dintorni” (maggio-giugno 1982). L’opera di Biagi in Rai non si fermò qui: “Film dossier – Protagonisti del tempo“, realizzato in due edizioni (la prima, novembre 1982-febbraio 1983, la seconda, aprile 1984); su Rai Uno iniziò a condurre “Linea diretta” (prima edizione febbraio-giugno 1985), uno dei programmi più seguiti che proponeva il fatto del giorno, raccontato dallo stesso protagonista. «Destano clamore e preoccupazioni anche alcuni interventi del presidente del Consiglio (Bettino Craxi) e del suo partito sul servizio pubblico televisivo che sono l’ennesima dimostrazione della guerriglia che il Psi conduce contro il potere democristiano nella Rai e nei media in generale. L’intervento più clamoroso è quello diretto a impedire il varo di una rubrica del Tg1 affidata a Enzo Biagi. La rubrica, dedicata ai fatti del giorno e intitolata “Linea diretta”, va in onda il 4 febbraio 1985. Per l’abilità professionale, la spregiudicatezza e la popolarità di Biagi “Linea diretta” ottiene un notevole successo».44

L’anno successivo, 1986, il cronista eseguì, sempre per Rai Uno, “Spot“,un rotocalco settimanale di uomini ed eventi in quindici puntate. In questo programma Biagi si rese protagonista di interviste passate alla storia come quella a Osho, il famoso e controverso mistico indiano contemporaneo, nell’anno in cui il partito radicale cercò di fargli ottenere il diritto di ingresso per il nostro Paese che gli veniva negato; oppure quella a Mikhail Gorbaciov, negli anni in cui il leader sovietico iniziò la perestrojka. Solo per citarne alcune. Negli anni Ottanta la firma dell’uomo di Pianaccio apparve anche su Panorama, con una rubrica fissa dal nome “Testimone del tempo”. Nel 1989 lasciò Repubblica e in Rai andò in onda la seconda edizione di “Linea diretta” (marzo-giugno 1989).


IL FATTO

Biagi tornò al Corriere della Sera, un’esperienza che lo accompagnò fino alla fine dei suoi giorni. Nei primi anni Novanta realizzò trasmissioni a tema: “Terre vicine” (aprile 1990), un viaggio nei paesi dell’Est dopo la caduta del comunismo; “I dieci comandamenti all’italiana” (marzo-maggio 1991) – si complimentò con il giornalista anche Giovanni Paolo II, il quale poco dopo incontrò in Vaticano lo stesso Biagi assieme al suo staff -, con la partecipazione di Ersilio Tonini con il quale stringerà una grande amicizia; “Qualità della vita” (maggio 1992), un programma in cui il giornalista intervistò Albert Sabin, l’Abbé Pierre e l’ambasciatore Unicef Giulietta Masina, candidati per il Qualità della vita, da questo prese spunto il nome del programma. Poco prima realizzò “Una storia” (gennaio-maggio 1992) dove per la prima volta apparve in tv il pentito di mafia Tommaso Buscetta. Biagi seguì con la sua puntuale attenzione le inchieste di «Mani pulite» con le trasmissioni “Tocca a noi” (marzo-maggio 1993), “Processo al processo” (marzo-maggio 1994) e”Le inchieste di Enzo Biagi” (ottobre-novembre 1994). Il cronista fu anche il primo ad intervistare l’allora giudice Antonio Di Pietro che, assieme ai suoi colleghi, aveva prima sollevato il coperchio e poi quasi svuotato le pentolacce di Tangentopoli.

«Ero solidale con il pool di Mani pulite […], Antonio Di Pietro, allora sostituto procuratore della Repubblica, mi rilasciò la prima intervista […]. Di Pietro non era ancora un simbolo, ma il giudice che aveva messo in ginocchio Tangentopoli. Che purtroppo poi si è rialzata. Andai a trovarlo nel suo ufficio al Palazzo di Giustizia di Milano: due ore e mezzo di colloquio […]. Nello stanzone […] pioveva, e le gocce cadevano anche sulla scrivania del magistrato, sul mio blocco degli appunti e l’inchiostro sbavava».45

Nel 1995 iniziò la trasmissione “Il Fatto”, un programma di approfondimento dopo il Tg1 sui principali fatti del giorno, di cui Biagi fu autore e conduttore. In numeri: 8 edizioni, 846 puntate – la prima il 23 gennaio 1995 -, 34 speciali, 1200 ospiti intervistati, 1700 schede realizzate, 130 ore di trasmissione, 6.450.000 telespettatori di media d’ascolto, 24% media di share.46

Fra le interviste spiccano quelle a Woody Allen, Alberto Sordi, Luciano Pavarotti, Marcello Mastroianni e Sofia Loren. Il programma mise in risalto l’Olocausto, le atrocità commesse dai nazisti e il conduttore offrì ampi spazi a vari temi della religione cattolica, alla possibile convivenza fra palestinesi e israeliani, agli orrori vissuti dalle varie etnie nella guerra dei Balcani, al dramma della guerra in Kosovo che segnò le coscienze dei popoli albanesi e serbi, alla fame e alla povertà che affligge buona parte del mondo, al terrorismo. Il programma “Il Fatto” fu decretato nel dicembre 2003 da una giuria, formata soltanto da critici televisivi, il miglior programma di informazione realizzato nei primi cinquanta anni della Rai. La trasmissione fu però a più riprese anche al centro di aspre polemiche, culminate con l’atto, passato alla storia, dell’Editto Bulgaro.47




BELLA CIAO

Il nuovo secolo non riservò un cammino facile all’uomo di Pianaccio, colpito in poco più di un anno da due lutti: la morte della moglie Lucia (24 febbraio 2002) e della figlia Anna che morì dopo venticinque giorni di coma (28 maggio 2003). Nel mezzo, o quasi, l’Editto bulgaro che segnò la sua cacciata dalla Rai.

«Ad accompagnare le mie donne nell’ultimo viaggio al Camposanto un grande, insostituibile amico, il cardinale Esilio Tonini, vicino a noi nelle ore felici […] e in quelle buie con le sue sapienti parole di speranza».48

Biagi, sostenuto da una tempra eccezionale, continuò a scrivere sul settimanale l’Espresso, sulla rivista Oggi e per il Corriere della Sera rimarcando con la sua solita fermezza la necessità di libertà di informazione e, di riflesso, di democrazia per il nostro Paese. A rendere meno doloroso l’esilio dalla Tv, furono le partecipazioni di Biagi al programma “Che tempo che fa“, condotto su RaiTre da Fabio Fazio e un’intervista anche su “TgTre Primo Piano” dove il giornalista ricordò il suo allontanamento dalla Rai.

«Loris e Fazio mi hanno fatto il più bel regalo di questi miei ultimi non felici tempi […]. Per quelle ore devo ringraziare anche Paolo Ruffini, direttore di RaiTre, e il suo vice Pasquale D’Alessandro […]».49

Il suo ritorno in Tv determinò ascolti da record. Non accettò invece di partecipare alla trasmissione “RockPolitik” di Adriano Celentano spiegando le ragioni del suo no in una lettera aperta rivolta al “Molleggiato”. Alla prima puntata del programma – 20 ottobre 2005 -, Celentano aprì la trasmissione in difesa della libertà di espressione: le foto di Luttazzi e Grillo, sul maxischermo le immagini di Berlusconi a Sofia con il suo discorso noto come Editto bulgaro e, sempre sul megaschermo, scorreva la classifica di “Freedom of the press” che vedeva l’Italia al 79° posto – un Paese definito «parzialmente libero» – e la foto di Biagi. Per l’occasione Santoro, annunciando le sue dimissioni da eurodeputato, fu ospite della prima serata.

«[…]. Provo per lei stima e affetto […]. So che la sua trasmissione rimarrà nella storia della tv italiana e pensi se a me non sarebbe piaciuto essere uno dei protagonisti […]. Lei deve comprendere che io non posso ritornare alla rete ammiraglia della Rai fino a quando ci saranno le persone che hanno chiuso il programma e impedito alla mia redazione di lavorare».50

Nella sua ultima intervista al programma “Che tempo che fa” – 10 dicembre 2006 – Biagì annunciò il suo ritorno in Tv e durante quella trasmissione intervenne telefonicamente il direttore generale della Rai, Claudio Cappon annunciando che l’indomani stesso Biagi avrebbe firmato il contratto che lo riportava in Tv.

Il 22 aprile 2007, dopo cinque anni di embargo televisivo, Biagì tornò in tv con “RT – Rotocalco televisivo” -, stesso titolo e stessa formula con la quale il cronista all’inizio degli anni Sessanta avviò la sua avventura in Rai. La trasmissione, col titolo emblematico “Resistenza e resistenze” – in considerazione, e non solo, della vicinanza al giorno della Liberazione -, si aprì con un editoriale del conduttore.

«Buonasera, scusate se sono un po’ commosso e magari si vede. C’è stato qualche inconveniente tecnico e l’intervallo è durato cinque anni. C’eravamo persi di vista, c’era attorno a me la nebbia della politica e qualcuno ci soffiava dentro […]. Vi confesso che sono molto felice di ritrovarvi. Dall’ultima volta che ci siamo visti, sono accadute molte cose. Per fortuna, qualcuna è anche finita ».51

Tra gli intervistati a RT – sette puntate, l’ultima trasmessa l’11 giugno 2007 – lo scrittore Roberto Saviano, autore di Gomorra, Daniele Luttazzi, l’oncologo Umberto Veronesi e l’ex pubblico ministero di Milano Gherardo Colombo. Il programma sarebbe dovuto ripartire in autunno ma le condizioni di salute del giornalista non lo permiserono.
Il 2 novembre 2007 le agenzie di stampa, su autorizzazione della famiglia, pubblicarono la notizia che Enzo Biagi era ricoverato in gravi condizioni nella clinica milanese Capitanio.
«Biagi è ricoverato da una settimana. Stamattina – secondo quanto spiegato dalle figlie Carla e Bice – le condizioni si sono molto aggravate tanto che la situazione è “particolarmente critica”». «E’ comunque lucidissimo, è sempre lui, capisce tutto», hanno aggiunto le figlie.52

Due giorni dopo – 4 novembre 2007 – rispondendo ad un’infermiera che gli chiese come stava, Biagi, ricordando la poesia di Ungaretti “Soldati”, disse: «mi sento come le foglie su un albero di autunno, ma tira un forte vento».53 Alle ore 8.16 del 6 novembre 2007 un flash di agenzia: «Enzo Biagi è morto».54 Alle 8.27 un altro lancio di agenzia che annunciò la morte di Enzo Biagi per voce di un medico, Giorgio Massarotti. «Per incarico della famiglia, con estremo dolore, annuncio che il dottor Biagi si è spento alle 8 di questa mattina con serenità».55

La salma di Enzo Biagi fu composta nella camera ardente della clinica Capitanio di Milano. Sul corpo del giornalista fu appoggiata una cartolina con la scritta “Divisione Bologna giustizia e libertà”.56

I funerali si svolsero nella chiesetta San Giacomo e Sant’Anna del paese natale dello scrittore (8 novembre 2007). L’omelia fu officiata dal cardinale Ersilio Tonini, inizialmente sostituito da don Giovanni Nicolini, chiamato alle sue funzioni in attesa dell’arrivo del cardinale, bloccato dal traffico. «Biagi è stato uno da cui ci siamo sentiti interpretati tutti. E che sapeva offrire lezioni di speranza di fronte alle derive sacrali e autoritarie del mondo. Non è poco».57

Poi, la presenza di monsignor Tonini (arrivato al momento della consacrazione) che si inginocchiò di fronte ai parroci del luogo e alla bara del suo amico da una vita. Poi, prese la parola. «Grazie a voi, gente di questo piccolo paese, per aver trasmesso a Biagi quello che lui ha trasmesso al mondo e a tutti noi, aiutandoci a tenere le nostre coscienze sveglie e pulite: il che, insieme con un tozzo di pane e con il volersi bene, è l’unica cosa che conta nella vita. Anche Enzo lo aveva capito e lo ha messo in pratica».58

Il feretro fu portato a spalla dalla gente di Pianaccio fino al cimitero. La bara, attesa fuori da tantissime persone, fu salutata all’uscita dalla chiesa con le note di Bella Ciao.

«Per me Pianaccio è l’inizio e la fine della favola della mia vita».59


  1. Enzo Biagi, Lettera d’amore a una ragazza di una volta, Milano, BUR, 2004, pag. 17. []
  2. Enzo Biagi, Era ieri (a cura di Loris Mazzetti), Milano, BUR, 2006, pag. 10. []
  3. Enzo Biagi, I libri della memoria, Milano, Rizzoli, 2006, pag. 262. []
  4. Ivi, pag. 263. []
  5. Ivi, pag.259. []
  6. Ivi, pag. 260. []
  7. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 40. []
  8. Ivi, pag. 13. []
  9. E. Biagi, I libri della memoria,op. cit., pag. 276. []
  10. E. Biagi, Era Ieri, op. cit., pag. 126. []
  11. Ibidem. []
  12. Ivi, pagg. 139-140. []
  13. E. Biagi, I libri della memoria, op. cit., pag. 270. []
  14. Ivi, pag. 288. []
  15. Ivi, pag. 289. []
  16. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 197. []
  17. Ivi, pag. 198. []
  18. E. Biagi, I libri della memoria, op. cit., pag. 289. []
  19. Ivi, pag. 290. []
  20. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 200. []
  21. Ivi, pag. 208. []
  22. Ivi, pag. 204. []
  23. Ivi, pag. 208. []
  24. Ivi, pag. 212. []
  25. Ivi, pag. 215. []
  26. Ivi, pag. 211. []
  27. E. Biagi, I libri della memoria, op. cit., pag. 341. []
  28. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 211. []
  29. Ivi, pag. 213. []
  30. Ivi, pag. 215. []
  31. Ivi, pagg. 216, 217. []
  32. E. Biagi, I libri della memoria, op. cit., pag. 345. []
  33. Ibidem. []
  34. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 220. []
  35. Ivi, pag. 222. []
  36. Ibidem. []
  37. E. Biagi, I libri…,op. cit., pag. 346. []
  38. Paolo Murialdi, Storia del giornalismo italiano, Bologna, Il Mulino, 1996, pag. 243. []
  39. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 41. []
  40. P. Murialdi, Storia del …, op. cit., pag. 249. []
  41. Nello Ajello, Lezioni di giornalismo. Com’è cambiata in 30 anni la stampa italiana, Milano, Garzanti, 1985, pag. 187. []
  42. E. Biagi, I libri…, op. cit., pag. 347. []
  43. N. Ajello, Lezioni di giornalismo…,op. cit., pag. 177. []
  44. P. Murialdi, Storia del …,op. cit, pag. 281. []
  45. E. Biagi, Era ieri, op. cit, pagg. 23-24. []
  46. Ivi, pag. 281. []
  47. Per un approfondimento sulla cancellazione del programma, vi rimandiamo alla sezione Editto. []
  48. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 68. []
  49. Ivi, pag. 262. []
  50. Enzo Biagi, rubrica “Strettamente personale“, Corriere della Sera, 17 ottobre 2005. []
  51. Dal sito ufficiale: RT, Rotocalco televisivo, 22 aprile 2007. []
  52. Ansa, 2 novembre 2007. []
  53. Ansa, 4 novembre 2007. []
  54. Ansa, 6 novembre 2007. []
  55. Ibidem. []
  56. Ibidem. []
  57. Corriere della Sera, 9 novembre 2007. []
  58. Ibidem. []
  59. E. Biagi, Era ieri, op. cit., pag. 12. []