Il senso perduto della memoria

Prato – L’essere umano è capace di individuare i confini del bene e del male, discernere Caino da Abele ma, al contempo, interpreta entrambi i ruoli. Nel corso della vita, in generale, l’uomo è oggetto e soggetto di violenza, ed è addirittura vittima e carnefice nello stesso giorno. Proviamo, forse senza esito, a sviluppare tale riflessione. Non è necessario affannarsi nella ricerca di eventi registrati dai media, fatti che riempiono le cronache dei quotidiani. E’ sufficiente fare un riepilogo alla fine delle nostre giornate di quei piccoli avvenimenti che si presentano ogni giorno alla porta di ognuno di noi. Quante volte ci sentiamo umiliati dall’altro, presi in giro pesantemente, ma alla prima occasione tendiamo a riversare ad un terzo ciò che abbiamo subito. Un meccanismo infernale, privo forse di un doveroso bagno di umiltà. Nell’era della globalizzazione si è accentuato il materialismo, sempre più imperante, e forse l’atteggiamento sopra citato. In questo scenario l’individuo rischia di perdere di vista i valori, la morale e i principi che hanno rappresentato un punto inamovibile dei nostri predecessori. E’ opportuno rimarcare, riaffermare ciò che è andato perso o che rischiamo ulteriormente di perdere. In questa operazione Enzo Biagi è stato maestro di vita che con un linguaggio semplice e umile ha sempre agito nel fronteggiare i tentativi indirizzati a scalfire la memoria. Solo così probabilmente si può costruire un argine a quel senso perduto della memoria. Con queste parole vogliamo ricordare il partigiano di “Giustizia e Libertà”, ad un anno esatto dalla sua scomparsa.

L’ultimo abbraccio a Vittorio Foa

ROMA – L’ultimo abbraccio a Vittorio Foa, scomparso lunedì scorso (20 ottobre) all’età di 98 anni. La cerimonia funebre s’è svolta oggi a Roma nella sede della Cgil dove Foa per anni è stato dirigente. Nato a Torino (18 settembre 1910), dove si laureò in Giurisprudenza, operò nella sua città natale sotto l’insegna di “Giustizia e Libertà”. Per la sua avversione al fascismo, il sindacalista a soli venticinque anni conobbe il carcere. Condannato a quindici anni di reclusione, dopo otto uscì di galera partecipando alla Resistenza come dirigente del partito d’Azione. Dopo la guerra, fu eletto deputato all’Assemblea Costituente nelle fila del PdA (Partito d’Azione) e, in seguito allo scioglimento di quest’ultimo, passò al PSI (Partito socialista italiano) dove fu deputato per tre legislature (1953-1968). L’ingresso di Foa nel mondo sindacale arrivò nel 1948 entrando nella FIOM; nel 1949 entrò nella Segreteria nazionale della CGIL di Giuseppe Di Vittorio e nel 1955 assunse l’incarico di segretario nazionale della FIOM. Per la sua passione civile e politica, Vittorio Foa è stato uno dei teorici della linea politica dell’autonomia operaia e ha sempre osteggiato la filosofia della rivoluzione. Negli anni Sessanta da una scissione a sinistra del PSI, nacque il PSIUP (partito socialista italiano di Unità proletaria), di cui Foa fu un dirigente nazionale. In quegli anni collaborò con la rivista “Sinistra” e con “Il Manifesto”. Nel 1970 Foa si dimise dalla CGIL e dal PSIUP ritirandosi, se pur per un breve periodo, a vita privata. Rimaniamo agli anni Settanta. Dopo lo scioglimento del PSIUP, assieme ad altri socialisti, Vittorio Foa nel 1972 dà vita al Nuovo PSIUP che, assieme al MPL (Movimento politico dei lavoratori), favorì la nascita del PDUP (Partito di Unità Proletaria) dove ritroviamo Foa nel ruolo di dirigente nazionale. Nel ’74 il PDUP si unificò al gruppo de “Il Manifesto” e nacque il PDUP per il comunismo: Foa ne fece parte come membro della sinistra del nuovo partito. Col PdUP, Foa prese parte allo sviluppo della lista unica della nuova sinistra, DP (Democrazia proletaria). Più avanti il PdUP perse la corrente ex-PSIUP-MPL (assieme alle cosiddette Federazioni unitarie e all’area sindacale di Giovannini) che prese parte alla costituente partitica di DP, mentre il partito rimase in mano alla componente de “Il Manifesto”. Foa decise nuovamente di allontanarsi dalla politica e accettò la cattedra di storia contemporanea all’Università di Torino. Nella sua lunga carriera politica, Foa è stato anche eletto nel 1987 come indipendente nelle liste del PCI. Nell’ultima parte della sua vita, l’uomo di “Giustizia e Libertà” si è dedicato ampiamente alla scrittura, una delle sue passioni. Per volontà dello stesso Vittorio Foa, il suo corpo sarà cremato e le ceneri saranno conservate nel cimitero di Formia dove da tempo il sindacalista viveva.

E’ morto Florestano Vancini

E’ morto Florestano Vancini, regista de “La Banda Casaroli”. Un giovane Enzo Biagi riuscì ad intervistare il malvivente Casaroli in ospedale, dopo la sua cattura.

FERRARA – Se ne è andato un maestro di cinema, un uomo che con i suoi film ha raccontato la storia d’Italia. Florestano Vancini è morto il 18 settembre in un ospedale della capitale dove era ricoverato. A darne notizia il Comune di Ferrara a esequie avvenute “per rispettare le volontà del regista”. Florestano Vancini, scomparso a 82 anni, è stato uno dei più importanti interpreti del cinema italiano di ricerca storica e testimonianza civile nel panorama della cinematografia della seconda metà del Novecento. L’amministrazione di Ferrara nel ricordare la figura del regista ha espresso ” gratitudine per la sua opera e per il legame mai venuto meno con la sua Ferrara”. Nato nella città estense nel 1926, Florestano Vancini di cui si è avuta sabato scorso notizia della sua scomparsa, ha esordito con un film antifascista, “La Lunga notte del ’43” (1960), tratto da uno dei racconti ferraresi di Giorgio Bassani. Il suo percorso professionale si soffermò ad un certo punto su un tema trattato dallo stesso Enzo Biagi, la Banda Casaroli. Il regista nel 1962 decise di realizzare un film sulla banda che seminò terrore e morte. Ad interpretare Paolo Casaroli, l’attore Renato Salvatori.
Negli anni Cinquanta il giovane cronista di Pianaccio riuscì a intervistare Paolo Casaroli che dall’ottobre del 1950 al dicembre dello stesso anno passò alle cronache, assieme ad altri due (Romano Ranuzzi e Daniele Farris), per aver messo a segno alcune rapine in diverse banche del Nord. Fatale per la banda Casaroli, fu la rapina del 15 dicembre 1950 ad un’agenzia del Banco di Sicilia a Roma. I tre uscirono dalla filiale senza nessun bottino. In quegli attimi coincitati però perse la vita il direttore dell’agenzia, ucciso dai malviventi. I banditi fuggirono tornando in treno a Bologna, mentre un altro complice riportò nel capoluogo emiliano l’auto, una Fiat 1400, noleggiata dal Casaroli. Le indagini fin da subito portarono gli inquirenti sulle tracce dei quattro e il giorno seguente la rapina, le strade di Bologna furono macchiate dal sangue di innocenti. Morirono un agente di polizia, un commerciante e un tassista. Due i feriti: un secondo agente di polizia e un vigile urbano. Due dei tre componenti principali della banda si suicidarono (Ranuzzi e Farris), mentre Casaroli, colpito più volte, fu ricoverato in ospedale dove il giovane Biagi riuscì a intervistarlo. Per la cronaca Casaroli fu condannato all’ergastolo e, una volta uscito per buona condotta, morì nel 1993 in un ospedale romano. Gli altri film di Florestano Vancini. “La calda vita” , “Le stagioni del nostro amore” , “I lunghi giorni della vendetta”, “Bronte, cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato” , “La violenza: quinto potere”, “Il delitto Matteotti” , “Amore amaro”, “Un dramma borghese”, “La baraonda”, “La neve nel bicchiere”. Poi, una parentesi durata più di quattro lustri durante i quali Vancini s’è dedicato alla regia televisiva, per tornare nuovamente nel 2005 al cinema con “E ridendo l’uccise”, ultima realizzazione cinematografica del regista ferrarese.

Monumento in onore di Enzo Biagi

Inaugurato a Fucecchio il monumento in onore di Enzo Biagi

Fucecchio – Una scultura in ricordo di Enzo Biagi. L’opera, realizzata da Marco Puccinelli, rappresenta una grande penna. Le figlie Bice e Carla, visibilmente commosse, sabato scorso (13 settembre) hanno tolto l’ultimo velo alla scultura in acciaio. E’ stato questo l’ultimo atto di una cerimonia, promossa dalle amministrazioni di Fucecchio e Santa Croce sull’Arno che a Biagi hanno pure intitolato una piazza, al confine tra i due comuni e tra le province di Pisa e di Firenze. Il monumento “La pace in una penna“, questo il nome dell’opera, è stato collocato nei giardini della piscina intercomunale di Fucecchio e Santa Croce sull’Arno.  «Siamo veramente grate – hanno detto Bice e Carla Biagi (accompagnate a Fucecchio dalla segretaria storica del padre, Pierangela Bozzi) – ai due comuni e al maestro Puccinelli che hanno voluto ricordare la figura di nostro padre con questa splendida opera e con l’intitolazione di una piazza. Sarebbe veramente contento di sapere che un’opera a lui dedicata porta con se il significato della pace, lui che sempre rifuggiva dalla violenza e dalla sopraffazione e che tanto amava la libertà. Nostro padre era legato a questa terra, e non mancava mai di ricordare quanto fosse orgoglioso del fatto che il comune di Fucecchio gli avesse conferito la cittadinanza onoraria».
Presenti all’inaugurazione, nonostante il maltempo, molti cittadini e le autorità, rappresentate dal Presidente della provincia di Pisa Andrea Pieroni e dai sindaci Claudio Toni (Fucecchio) e Osvaldo Ciaponi (S. Croce), che con orgoglio hanno difeso la loro decisione di rendere omaggio a Enzo Biagi con un segno tangibile. Presente anche l’Assessore alla cultura della regione Toscana Paolo Cocchi che ha ricordato l’umiltà e il senso morale dell’uomo di Pianaccio di fronte al potere.
Lo scultore e pittore Marco Puccinelli, originario di Fucecchio, ha sottolineato come la scelta dell’acciaio sia stata tutt’altro che casuale. «Eterno, inossidabile – ha detto – come il pensiero di Enzo Biagi. Io, un piccolo maestro d’arte, dedico quest’opera ad un grande maestro di vita».