La Thyssen lascia l’Italia ma non per colpa di Guariniello

Il numero uno della Thyssenkrupp, Heinrich Hiesinger, ha annunciato che metterà in vendita tutto il settore degli acciai inox , di cui fa parte anche lo stabilimento di Terni.

FirenzeUno schiaffone per la Confindustria. E per tutti quelli che si erano uniti al coro “allarme giustizia”. Chi accusava il pubblico ministero torinese Raffaele Guariniello di mettere in fuga i capitali stranieri, e la ThyssenKrupp in primo luogo, con la sua ostinazione di chiedere la condanna per omicidio volontario per Harald Espenhahn – il manager condannato a sedici anni e mezzo per la morte dei sette operai morti nel rogo di Torino il 6 dicembre 2007 – ha avuto ieri la più beffarda delle risposte. Il numero uno del gruppo tedesco, Heinrich Hiesinger, ha annunciato che metterà in vendita tutto il settore degli acciai inox, di cui fa parte anche lo stabilimento di Terni. Niente a che spartire con le polemiche sulla giustizia italiana “troppo severa”. Niente a che spartire con l’Italia poco attrattiva per le aziende straniere. La ThyssenKrupp, che pure porta due nomi di gloria ottocentesca dell’industria europea, ha emesso un verdetto di condanna per tutto il Vecchio Continente. Vecchio, appunto, e molto stanco. Venderà tutto per investire in regioni con prospettive più interessanti: la Cina, il Brasile, gli stessi Stati Uniti.

É la globalizzazione, bellezza. Il problema Thyssen sta nelle cifre. Nell’ultimo semestre il colosso siderurgico ha venduto acciaio per 23 miliardi di euro, 3,5 dei quali di acciaio inox prodotto dalla divisione Stainless Global, di cui Terni fa parte. Sullo sfondo c’è però un dato impressionante: dal 1 gennaio 2010 a oggi, in meno di un anno e mezzo, i debiti della ThyssenKrupp sono esattamente triplicati, toccando la quota stratosferica di 6,5 miliardi di euro. Il debito è dovuto in parte agli investimenti negli stabilimenti inox in Brasile e nello stato americano dell’Alabama, in parte all’impennata dei prezzi delle materie prime che ha fatto gonfiare il cosiddetto capitale circolante. Per quadrare il cerchio Hiesinger ha deciso di mettere in vendita attività che riguardano circa 35 mila dei 177 mila dipendenti del gruppo nel mondo, puntando a incassare 10 miliardi di euro. É una vera rivoluzione culturale: una roccaforte dell’industria europea decide di allontanarsi dalla madre patria e di diventare cittadina del mondo. E i gloriosi stabilimenti inox di Bochum, Krefeld e Terni, con tutto l’orgoglio operaio di essere efficienti e tecnologicamente avanzati, finiscono sulla bancarella, al miglior offerente.

A Terni le reazioni sono tutte nel segno della preoccupazione. Per certi aspetti l’allarme è esagerato. La Acciai Speciali Terni, ex azienda pubblica venduta ai tedeschi nel 1994 con un’operazione concepita dall’allora presidente dell’Iri Romano Prodi e conclusa dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, non è un elettrodomestico che si spegne per decisione di un consiglio d’amministrazione. Vende un terzo dell’acciaio inossidabile consumato dall’industria italiana, ha dunque mercato, è efficiente, dispone di tecnologia e di personale capace. Ma i sindacati temono lo scenario di sempre, l’arrivo di un acquirente che per prima cosa si preoccupi di “razionalizzare”, cioè di tagliare l’occupazione. L’aspetto più critico, per i sindacati italiani, è aver scoperto ieri una delle delizie dell’integrazione europea. Il potente sindacato dei metalmeccanici tedeschi, la Ig Metal, che controlla di fatto metà dei posti nel consiglio di sorveglianza dell’azienda in base alla legge tedesca sulla cogestione (la Mitbestimmung) si è messa d’accordo con Hiesinger e ha sottoscritto il suo piano senza dire niente ai colleghi italiani, che pure, sospettosi, avevano chiesto di non firmare niente prima di aver discusso con il Comitato aziendale europeo. In una nota Laura Spezia e Vittorio Bardi della Fiom si dicono “sconcertati”. É l’inizio di un duro braccio di ferro.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

 

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