Alla conquista di Raitre. Adesso è la volta di Serena Dandini?

RomaNell’attesa di sapere se qualcuno del cda della Rai risponderà a Santoro, come credo si attenda il pubblico che segue Annozero: «Il conduttore è un’importante risorsa della Rai e deve continuare a fare il suo lavoro anche nel prossimo palinsesto autunnale», apprendiamo positivamente che il presidente Garimberti, dopo la lettera di dimissioni dalla conduzione del Tg1 di Maria Luisa Busi, si è schierato pubblicamente contro la direzione di Minzolini, dichiarando: «Quel telegiornale è reticente». Per prima cosa alla Busi e a tutti quei colleghi del Tg1 che si battono perché il telegiornale torni ad essere un bene che comunica alla collettività e non uno strumento in mano ad un uomo solo al comando, va tutta la nostra solidarietà; secondo, i problemi sollevati nella lettera della conduttrice inviata al direttore Minzolini e le conseguenti parole di Garimberti, non dovrebbero rimanere una semplice disquisizione intellettuale tra chi è d’accordo e non.

Qualsiasi editore di fronte alla perdita costante di telespettatori, a un giornale qualitativamente molto, molto modesto, minimo prenderebbe provvedimenti, e non si limiterebbe ad avallare la sostituzione della Busi con una anonima “patatona” che porterebbe ad un’ulteriore perdita di ascolti e di qualità. Di fronte all’immobilismo dei vertici alcune domande sono legittime: «Perché l’editore nei confronti di Minzolini non è ancora intervenuto»? «Perché la riflessione sugli ascolti e sulla qualità vale nei confronti del direttore di Rai2 Liofredi e non per quello del Tg1»?  C’è altra carne al fuoco che farà diventare i prossimi giorni di organizzazione dei palinsesti frenetici, visto che il 15 di giugno, giorno dell’ufficializzazione è alle porte.

Nei corridoi di viale Mazzini corrono molte voci preoccupanti. Pippo Baudo, non confermato a Rai1, potrebbe approdare a Rai3 con tredici puntate in prima serata dedicate ai 150 anni della storia dell’Unità d’Italia. Nulla nei confronti del Pippo nazionale e della sua professionalità (Novecento a Rai3 fu un successo), discuto il luogo dell’eventuale decisione perché troppo distante dal primo piano di viale Mazzini, cioè da Rai3. Se ciò accadrà significa che è in atto un processo di lenta occupazione nei confronti della rete diretta da Antonio Di Bella, già iniziato con lo spostamento da Rai2 di Palco e Retropalco.

Altro rumor riguarda il programma di Serena Dandini che il direttore Antonio Di Bella ha confermato nella striscia di seconda serata, dal martedì al venerdì, con alcune incursioni in prima, dall’autunno alla fine di marzo. E’ risaputo che nella lista di proscrizione fatta direttamente da sua Emittenza, dopo Santoro, vi è il nome della conduttrice di “Parla con me”  e dopo il suo quello di Enrico Bertolino (non è chiaro se Berlusconi ce l’ha con lui perché conduce Glob, l’osceno del villaggio, o perché è  un interista sfegatato). Le voci che circolano contraddicono le decisioni di Rai3. “Parla con me”, che ha avuto una stagione piena di soddisfazioni e che per ragioni industriali (ottimo esempio di rapporto costo-qualità), e che nessun vero editore metterebbe in discussione, c’è chi lo vorrebbe ridimensionare a una o al massimo due seconde serate per far posto ad un’altra invasione (Giovanni Minoli?).

Ci auguriamo che siano solo voci, anzi male lingue, ma se andiamo a scorrere la lista di proscrizione, più volte riportata dai due house organ aziendali del Cavaliere, i nomi e i programmi di Rai3 sono tanti. Dopo Santoro e la Dandini sarà la volta di chi? Milena Gabanelli, Lucia Annunziata, Fabio Fazio…. 

Loris Mazzetti.

Fonte: Articolo 21.

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Diciotto anni fa la strage di Capaci. Il Presidente Napolitano: “Massimo sostegno alle indagini”.

Roma - Nel giorno del 18° anniversario della strage di Capaci dove persero la vita il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, Francesca Morvillo, gli agenti della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, pubblichiamo parte del messaggio, inviato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a Maria Falcone, sorella del giudice, e letto al convegno della Fondazione a Palermo.

«A diciotto anni dal barbaro agguato di Capaci, il ricordo dell’appassionato, eroico impegno di Giovanni Falcone nella difesa delle istituzioni e dei cittadini dalla sopraffazione criminale resta indelebile in tutti noi e costituisce prezioso stimolo per la crescita della coscienza civica e della fiducia nello stato di diritto.
Ed è anche per questo motivo che meritano il massimo sostegno le indagini tuttora in corso su aspetti ancora oscuri del contesto in cui si svolsero i fatti devastanti di quel drammatico periodo. Esse potranno consentire di sgombrare il campo da ogni ambiguità sulle circostanze e le responsabilità di quegli eventi, rispondendo all’ansia di verità che accomuna chi ha sofferto atroci perdite e l’intero paese».

Le parole del Presidente Napolitano (23 maggio 2009)

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Quaranta anni dopo: lo Statuto dei lavoratori non si tocca.

Firenze20 maggio 1970: in Italia nasce lo Statuto dei lavoratori. La legge 300, intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, è figlia degli autunni caldi – a simboleggiare le aspre e dure lotte degli operai -, dei movimenti studenteschi del 1968 e, ovviamente, della vittoria dei partigiani nel liberare il Paese dall’occupazione nazi-fascista. Qualche accenno storico. Per la prima volta, a pochi anni di distanza dalla nascita della Repubblica e dalla promulgazione della Carta Costituzionale, la proposta fu formulata dalla Cgil per voce di Giuseppe Di Vittorio durante il congresso di Napoli del 1952. Una proposta, ottimamente riassunta nello slogan “la Costituzione nelle fabbriche”. Lo Statuto sarà realizzato poi da Giacomo Brodolini, che con Di Vittorio era stato al vertice della Cgil come vicesegretario. Brodolini, socialista e ministro del Lavoro voleva quanto prima approvare lo Statuto. Per raggiungere il suo obbiettivo istituì una commissione nazionale per redigere una bozza, alla cui presidenza nominò Gino Giugni, ricordato da tutti come il padre dello Statuto. Nel giugno 1969, nell’allora governo Rumor, il Consiglio dei ministri presentò al Senato il testo. Il mese successivo, lo stesso Brodolini moriva in seguito ad una grave malattia. Un anno dopo, la legge 300 fu approvata cambiando in prospettiva le condizioni di lavoro, i rapporti fra padroni – termine in disuso – e tute blu e le stesse rappresentanze sindacali. Brodolini, Di Vittorio, Giugni, uomini abituati a pensare al noi, alla comunità e non all’io, all’interesse personale. Nessuna parentela con il presente. Un periodo storico, quello che stiamo vivendo, che rischia seriamente di riportare l’Italia a respirare l’aria puzzolente del Ventennio. La destra, il Partito della libertà – di libertà non vi è traccia, se non quella del premier di farsi le leggi ad personam – spingono verso un’idea del lavoro, vissuta dai nostri nonni e ripresentata sotto nuove forme, ma nella sostanza vecchi, arcaici e inquientanti  modelli. In questo contesto, dove l’opposizione è ormai delegata a qualche cane sciolto che ha ancora forza e volontà di ringhiare, fioccano emendamenti che inneggiano all’arbitrato, non passa giorno che il lavoro fisso è sotto attacco, la precarietà dilaga ed è proprio stata un’idea della sinistra – appellativo lussuoso per chi si richiama a tale termine -, di dare il via libera alla flessibilità, una maschera ben costruita per celare quanto c’è sotto i nostri occhi. L’ultimo pensiero va al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, un passato da politico fedele a Bettino Craxi, che in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Noi restiamo ancorati ai valori dello Statuto, cioè alla protezione della persona nel lavoro e nel mercato del lavoro. Ma l’attuazione di questo valore e dei diritti e delle tutele che lo sostengono richiedono un aggiornamento. Da un lato quindi celebriamo lo Statuto e dall’altra ci prepariamo a riformarlo». Lo Statuto, invece, è come la Costituzione: non si tocca.

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No bavaglio: più ancora che come giornalista, mi sento offesa come cittadina.

Roma - Era l’autunno scorso: ci siamo trovati in tanti a Roma, piazza del Popolo, a manifestare per la libertà d’informazione. Siamo fortemente preoccupati, dicevamo soltanto qualche mese fa. Era l’inizio di questa strana primavera: ci siamo ritrovati a Milano, davanti al Castello Sforzesco, ancora con lo stesso impegno ma con un diverso stato d’animo. Ho detto, e lo confermo, che la mia preoccupazione era diventata paura. Paura davanti a un governo che si dava da fare soprattutto per rimediare alle faccende e ai guai del premier e poco si occupava della situazione economica, disastrosa, del Paese, dei cassintegrati, dei disoccupati, dei precari e che, con disprezzo, giustificava mancanze e malefatte di alcuni dei suoi componenti prendendosela con la stampa e alcune reti televisive. Comunisti, ovviamente. Oggi non c’è più preoccupazione né paura: solo angoscia. Con la legge bavaglio d’ora in avanti saremo privati di quelle notizie che ci hanno fatto scoprire Tangentopoli, Affittopoli, Vallettopoli, Calciopoli, Bancopoli, le infamie dei mafiosi e dei Casalesi e le ospitate di Villa Certosa. Più ancora che come giornalista, mi sento offesa e colpita come cittadina: la Costituzione afferma che in quanto tale ho il diritto ad essere informata, ma, ormai lo sappiamo, anche la Carta non ferma le leggi ad personam. E questa non è che una delle tante. La speranza, ora, è nella forza degli italiani per pretendere che vengano rispettati i loro diritti, nemmeno nella Spagna franchista si era arrivati a togliere quello fondamentale  dell’informazione, ma lo studio della storia pare diventato un optional: l’importante è salvarsi da situazioni imbarazzanti che, magari, con la diffusione di certe telefonate potrebbero diventare gravi. Qualcuno così probabilmente si salverà, non questo povero Paese.

Bice Biagi.

Fonte: Articolo 21.

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Alcoa, firmato l’accordo. Niente licenziamenti. Domani referendum fra i lavoratori.

FirenzeUna buona notizia. Arriva dal lavoro. Dopo nove mesi di lotta, vissuti dalle tute blu con l’incubo di rimanere a braccia conserte, è stato firmato un accordo, quello che riguarda i lavoratori dell’Alcoa. La multinazionale americana dell’alluminio rimarrà in Italia, niente licenziamenti e investimenti per 94,6 milioni di euro nei prossimi tre anni.  E’ quanto emerge dall’accordo, firmato la scorsa notte al ministero dello Sviluppo Economico,  sul piano industriale e sull’occupazione da sindacati e azienda. Il colosso dell’alluminio ha espresso, con tanto di firma, la propria volontà di rimanere in Italia e, a garanzia delle sue intenzioni, ha promesso un piano triennale di investimenti di 94,6 milioni di euro, 60 destinati allo stabilimento di Portovesme in Sardegna, 34,6 a Fusina in Veneto. Mentre a Portovesme saranno riattivate le celle elettrolitiche, a Fusina la sospensione della produzione di alluminio primario sarà temporanea e avrà una durata massima di dodici mesi. Questo aspetto è l’unica nota negativa, secondo la Fiom, di un accordo fimato da tutte le sigle sindacali. La stessa Fiom ha firmato con riserva e in una nota fa sapere che già domani  l’accordo sarà sottoposto all’approvazione dei lavoratori (link).    

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La riserva della Fiom

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Trento, rovinata la sede dell’Anpi. L’associazione: “E’ un vile attentato di matrice fascista”.

FirenzeLa sede provinciale dell’Anpi a Trento la scorsa notte è stata messa a soqquadro da ignoti che, dopo aver devastato i locali e buttato all’aria i cassetti e l’archivio, hanno gettato dalla finestra del quarto piano di via Al Torrione una stampante e una  macchina da scrivere, ritrovata sulla scala di emergenza esterna. Prima di dileguarsi, gli stessi si sono portati via un computer e un monitor.  A denunciare l’accaduto sono stati gli stessi partigiani che stamani nel riaprire la sede l’hanno ritrovata  - come si legge in una nota – «aperta e fortemente danneggiata». La presidenza della sezione del Trentino parla di un «vile attentato di matrice fascista». I partigiani escludono che quanto avvenuto sia stato compiuto da ladri o sbandati, ricordando che  qualche settimana fa la targa dell’Associazione era stata imbrattata con dello spray (link).

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Eternit: nello stabilimento di Rubiera più di 40 morti, ma per l’azienda era tutto regolare

Torino - Al maxiprocesso Eternit oggi si è parlato della Icar di Rubiera, la cittadina in provincia di Reggio Emilia dove la multinazionale dell’amianto aveva aperto, nel 1961, una delle filiali italiane. In questa sede gli effetti dell’esposizione al minerale hanno provocato, secondo le stime della procura, gravissime patologie – quasi tutte con esito mortale – a una sessantina di lavoratori e residenti.

Ha testimoniato Natale Corradini, che ha lavorato alla Icar dal 1970 al 1987. “La gente si ammalava – queste le sue parole – prendeva l’asbestosi e il cancro. E non erano mica pochi. Si dava la colpa al fumare, poi si è capito che forse la causa poteva essere quella lì, quella dell’amianto. Ma dai padroni di informazioni non ne abbiamo mai avute”. Il suo collega Ennio Lusuaghi ha confermato che l’azienda non forniva molte informazioni e che ancora nei primi anni Settanta si trattava l’amianto blu, considerato il più pericoloso.

Per la prossima udienza, in programma lunedì 24, è stato convocato come testimone il presidente della Regione Emilia Romagna, ente che si è costituito parte civile sin dalla prima fase istruttoria.

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Marcia per la pace Perugia-Assisi: l’Anpi ci sarà.

Firenze - Pubblichiamo il comunicato dell’Anpi che parteciperà domani alla marcia per la pace Perugia-Assisi, promossa dalla Tavola della Pace.

L’Anpi aderisce e parteciperà alla Marcia per la pace Perugia-Assisi del 16 maggio, condividendo pienamente e appassionatamente l’appello della Tavola della Pace, promotrice dell’iniziativa, per “un’altra cultura”: apertura agli altri, dialogo, rispetto dei diritti umani, lavoro, cooperazione. Una rinnovata stagione di democrazia. Di dovere civile diffuso. «Se davvero desideriamo la pace, per noi e i nostri figli, non possiamo negarla agli altri. Ciascuno faccia i conti con le proprie responsabilità». I partigiani e gli antifascisti ci sono.

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Terni: i lavoratori della Basell pronti a bloccare il Giro d’Italia.

FirenzeMille e cinquecento posti di lavoro a rischio nella sola Terni, tremila in tutta l’Italia. E’ il possibile effetto all’orizzonte – poi, così non tanto lontano -, della crisi che investe la Basell  Lyondell della cittadina umbra, azienda principe del polo chimico ternano. I lavoratori della multinazionale americana per attirare l’attenzione dei media, hanno deciso di fermare il Giro d’Italia. La carovana rosa domenica pomeriggio transiterà proprio davanti alla loro fabbrica. Il rappresentante dei lavoratori, Luca Levantesi, annuncia la decisione. «Lo fermeremo, per protestare contro la crisi del Polo Chimico di Terni che, se non verrà superata, porterà alla perdita di 1500 posti di lavoro fra diretto e indotto. Effetto domino anche per le sedi di Ferrara e Brindisi. Mille e cinquecento famiglie senza più lavoro a Terni e tremila in tutta Italia». Un’occasione ghiotta per le tute blu, le cui voci rimangono inascoltate e il loro problema non è affrontato con la dovuta sufficienza. Con la scelta di bloccare il Giro, il rosa della carovana si alternerà con il blu degli operai, con i colori e le parole dei loro striscioni, incentrati sul lavoro, quel lavoro sancito dalla Costituzione.

Fonte: Articolo 21.
 

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E’ morta l’infermiera che scelse la via del salasso per rivendicare i propri diritti.

Firenze - Una realtà dimenticata, poco raccontata, visibile solo a fronte di episodi eclatanti o estremi. E’ il mondo del lavoro, di quello che resta nello Stivale, dove quasi ogni giorno un’informazione di garanzia arriva sul tavolo di coloro che ormai da tempo soffrono di delirio di onnipotenza. La cronaca ci porta in Campania dove un’infermiera per protestare contro il mancato pagamento degli stipendi nella Asl di Napoli 1 aveva scelto la via del salasso: togliersi al giorno 150 millilitri di sangue. A rafforzare la protesta, anche la volontà della donna di fare lo sciopero della fame. La donna, Mariarca Terracciano, è morta ieri dopo tre giorni di agonia. Proprio nella giornata di giovedì, il governo aveva annunciato il blocco dei fondi Fas e l’aumento delle tasse in quattro regioni: Lazio, Campania, Molise e Calabria. Una scelta dettata dai conti in rosso di queste regioni. Una situazione che si è ripercossa tragicamente sulla pelle dei cittadini, nello specifico di una donna che ha pagato il prezzo più alto per rivendicare i propri diritti.

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