Quaranta anni dopo: lo Statuto dei lavoratori non si tocca.

Firenze20 maggio 1970: in Italia nasce lo Statuto dei lavoratori. La legge 300, intitolata “Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento”, è figlia degli autunni caldi – a simboleggiare le aspre e dure lotte degli operai -, dei movimenti studenteschi del 1968 e, ovviamente, della vittoria dei partigiani nel liberare il Paese dall’occupazione nazi-fascista. Qualche accenno storico. Per la prima volta, a pochi anni di distanza dalla nascita della Repubblica e dalla promulgazione della Carta Costituzionale, la proposta fu formulata dalla Cgil per voce di Giuseppe Di Vittorio durante il congresso di Napoli del 1952. Una proposta, ottimamente riassunta nello slogan “la Costituzione nelle fabbriche”. Lo Statuto sarà realizzato poi da Giacomo Brodolini, che con Di Vittorio era stato al vertice della Cgil come vicesegretario. Brodolini, socialista e ministro del Lavoro voleva quanto prima approvare lo Statuto. Per raggiungere il suo obbiettivo istituì una commissione nazionale per redigere una bozza, alla cui presidenza nominò Gino Giugni, ricordato da tutti come il padre dello Statuto. Nel giugno 1969, nell’allora governo Rumor, il Consiglio dei ministri presentò al Senato il testo. Il mese successivo, lo stesso Brodolini moriva in seguito ad una grave malattia. Un anno dopo, la legge 300 fu approvata cambiando in prospettiva le condizioni di lavoro, i rapporti fra padroni – termine in disuso – e tute blu e le stesse rappresentanze sindacali. Brodolini, Di Vittorio, Giugni, uomini abituati a pensare al noi, alla comunità e non all’io, all’interesse personale. Nessuna parentela con il presente. Un periodo storico, quello che stiamo vivendo, che rischia seriamente di riportare l’Italia a respirare l’aria puzzolente del Ventennio. La destra, il Partito della libertà – di libertà non vi è traccia, se non quella del premier di farsi le leggi ad personam – spingono verso un’idea del lavoro, vissuta dai nostri nonni e ripresentata sotto nuove forme, ma nella sostanza vecchi, arcaici e inquientanti  modelli. In questo contesto, dove l’opposizione è ormai delegata a qualche cane sciolto che ha ancora forza e volontà di ringhiare, fioccano emendamenti che inneggiano all’arbitrato, non passa giorno che il lavoro fisso è sotto attacco, la precarietà dilaga ed è proprio stata un’idea della sinistra – appellativo lussuoso per chi si richiama a tale termine -, di dare il via libera alla flessibilità, una maschera ben costruita per celare quanto c’è sotto i nostri occhi. L’ultimo pensiero va al ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, un passato da politico fedele a Bettino Craxi, che in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato: «Noi restiamo ancorati ai valori dello Statuto, cioè alla protezione della persona nel lavoro e nel mercato del lavoro. Ma l’attuazione di questo valore e dei diritti e delle tutele che lo sostengono richiedono un aggiornamento. Da un lato quindi celebriamo lo Statuto e dall’altra ci prepariamo a riformarlo». Lo Statuto, invece, è come la Costituzione: non si tocca.

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